
Il weekend d’esordio negli Stati Uniti ha portato a casa 97 milioni di dollari: numeri da capogiro per un biopic musicale. Il film su Michael Jackson ha conquistato il pubblico, in America come nel resto del mondo, superando i 200 milioni di incassi globali. Ma non tutto brilla come un palco illuminato: la critica resta spaccata, soprattutto per le scelte narrative. Dietro il successo commerciale, infatti, si nasconde una narrazione attenta a evitare le ombre più scure della vita del Re del Pop, influenzata da chi ancora oggi custodisce gelosamente la sua immagine.
Un record mondiale per un biopic musicale
Gli incassi di Michael sono impressionanti, soprattutto se si guarda al mercato del cinema biografico di oggi. Con 217 milioni di dollari raccolti nel mondo, di cui più di 120 milioni da 82 paesi, il film supera titoli di grande successo come Bohemian Rhapsody, Rocketman ed Elvis. Il weekend d’apertura è stato il secondo migliore dell’anno, subito dopo Super Mario Galaxy, a dimostrazione di un interesse fuori dal comune. Lionsgate, la casa di produzione e distribuzione, è ottimista e prevede che gli incassi totali possano superare i 700 milioni di dollari entro la fine della corsa nelle sale. Dietro a questo progetto c’è un investimento complessivo che ha superato i 190 milioni, con un contributo diretto anche dalla MJ Estate, l’ente che tutela il patrimonio artistico di Michael Jackson.
Il film punta soprattutto sui momenti più iconici della carriera del cantante, mettendo in scena esibizioni storiche e canzoni che hanno fatto la storia. È proprio questa carica emotiva legata alla musica e al mito di Jackson a catturare il pubblico, tanto che una buona fetta degli incassi arriva dagli schermi IMAX e dai formati più grandi, dove gli spettacoli scenografici hanno un impatto particolare.
Critiche e limiti: un racconto troppo “pulito”
Il divario tra pubblico e critica nasce soprattutto dalla narrazione scelta per raccontare Michael Jackson. Su Rotten Tomatoes, il film ha raccolto solo il 38% di recensioni positive, con molti che sottolineano come il film eviti di affrontare le ombre più scure della vita privata dell’artista. L’assenza di qualsiasi riferimento alle accuse di abusi sessuali – un tema centrale nel dibattito pubblico su Jackson – è legata a vincoli legali e a accordi di risarcimento che hanno imposto tagli e riscritture, impedendo di raccontare gli accusatori. Il film si ferma così agli eventi anteriori al 1988, mantenendo un’immagine senza macchia.
Anche la famiglia Jackson non si è schierata all’unisono. Janet Jackson, sorella di Michael e persona molto vicina a lui, ha rifiutato qualsiasi coinvolgimento e ha vietato di rappresentarla. La figlia Paris ha espresso dubbi sulla veridicità delle prime versioni della sceneggiatura. La critica anglosassone ha definito il racconto “sanitizzato”, un ritratto edulcorato che celebra il mito senza scavare nelle parti più difficili.
Questa scelta ha scatenato molte polemiche perché la storia risulta incompleta e troppo unilaterale. Il documentario Leaving Neverland del 2019 aveva già offerto una versione più dura e controversa della vicenda, che ora il biopic sembra ignorare. La produzione ha deciso consapevolmente di raccontare solo una parte della vita di Jackson, quella più controllabile e pubblicamente accettabile.
Dove il film convince: attori e tecnica
Nonostante le critiche sulla storia, il film ha punti di forza che sono stati notati e apprezzati. Su tutti, la prova di Jaafar Jackson, nipote di Michael, al suo debutto sul grande schermo nel ruolo dello zio. Allenato dagli stessi coreografi che lavorarono con il Re del Pop, ha costruito un ritratto rispettoso, evitando imitazioni eccessive e caricature.
Spicca anche Colman Domingo, che interpreta Joe Jackson, il padre severo e figura chiave nella vita di Michael. La sua interpretazione porta profondità al dramma familiare, mostrando le tensioni e la disciplina dell’infanzia. Anche il giovane Juliano Krue Valdi, nei panni di Michael bambino, offre uno scorcio genuino sull’infanzia dell’artista. Completano il cast Nia Long nel ruolo della madre Katherine e Miles Teller come avvocato John Branca, che aiutano a delineare i legami più stretti, sia familiari che professionali. Sul fronte tecnico, il film punta molto sull’impatto visivo e sonoro, ricostruendo momenti iconici come il concerto a Wembley e il video di Thriller, pensati per essere visti nei grandi schermi.
Emozioni e futuro: il pubblico che celebra il mito
Il successo del film si basa più sull’emozione e sulla musica che su una biografia completa e imparziale. Molti spettatori si lasciano trasportare dalla colonna sonora e dalla nostalgia, trasformando la visione in una festa collettiva. Le scene finali, con balli in sala e fan vestiti con simboli di Jackson, mostrano quanto il film abbia un forte valore culturale e affettivo.
La storia di Michael Jackson continua quindi a richiamare grandi platee, anche se la narrazione resta parziale e controversa. Lionsgate ha già annunciato l’ipotesi di un secondo capitolo, con un finale che lascia aperta la strada a un seguito, sempre raccontato da una prospettiva molto controllata.
Resta da vedere se un giorno sarà possibile raccontare anche i lati meno noti e più complessi della vita di Jackson. Per ora, Michael è un evento che, al di là delle critiche, ha saputo toccare e coinvolgere milioni di spettatori, confermandosi un prodotto pensato per la musica, il mito e la memoria.



