Il 6 settembre 2026, sul red carpet della Mostra del Cinema di Venezia, Wim Wenders ha attirato l’attenzione più per quello che ha detto che per il film che ha presentato. Il regista tedesco ha portato fuori concorso “From Inside Out – The Architecture of Peter Zumthor”, un documentario che esplora il lavoro dell’architetto svizzero. Ma è stata la sua risposta alle polemiche nate dalla Berlinale a rubare la scena. Senza alzare la voce, Wenders ha tracciato un confine chiaro e deciso tra cinema e politica, chiudendo una discussione che aveva preso una piega inaspettata.
Berlino e la polemica sul cinema e la politica
Alla Berlinale, dove era presidente di giuria, alcune sue dichiarazioni sono state mal interpretate e amplificate dai media. Wenders aveva parlato del rapporto tra cinema e politica, ma molti hanno capito che invitasse a tenere il cinema fuori dal dibattito pubblico. Niente di più sbagliato, ha spiegato a Venezia. «Noi cineasti siamo esattamente l’opposto dei politici, abbiamo empatia», ha detto con calma, sottolineando come spesso la politica vada avanti senza questo elemento fondamentale. Non voleva certo dire che gli artisti debbano tirarsi indietro di fronte alle responsabilità sociali, ma piuttosto che cinema e politica lavorano con strumenti diversi per raccontare la realtà.
Ha chiarito che il suo discorso non suggeriva di “stare fuori dalla politica”, ma che proprio la capacità empatica del cinema rappresenta una risposta alternativa a quella politica tradizionale. Due mondi distinti, con obiettivi e metodi diversi, ma non per questo uno meno importante dell’altro. Wenders ha ribadito che non si tratta di disinteresse o indifferenza, ma di un diverso modo di ascoltare e raccontare le storie umane, cosa che spesso sfugge al linguaggio politico, più attento al consenso che a un vero cambiamento.
Dentro l’architettura di Peter Zumthor con “From Inside Out”
Al centro della giornata veneziana c’è stato però il documentario “From Inside Out – The Architecture of Peter Zumthor”. Wenders ha scelto di raccontare una delle voci più importanti dell’architettura contemporanea, lo svizzero Peter Zumthor, premio Pritzker 2009. Il film non si limita a mostrare edifici, ma si immerge nell’esperienza dello spazio, nella memoria che questi luoghi evocano e nel rapporto tra persone e ambiente. Il titolo stesso parla chiaro: si parte dall’interno per arrivare a capire cosa significano davvero queste opere.
Il regista conferma la sua attenzione verso i luoghi e le atmosfere, un filo rosso che attraversa molti suoi film, dal deserto di “Paris, Texas” ai cieli di “Il cielo sopra Berlino”. Non è una biografia tradizionale, ma un viaggio profondo nel modo unico con cui Zumthor pensa e plasma lo spazio, mettendo in luce la dimensione umana che ogni sua opera porta con sé. Il documentario, fuori concorso, arriverà nelle sale italiane nel 2027 grazie a Lucky Red, promettendo un’esperienza intensa sia per i sensi che per la mente.
Il cinema tra impegno sociale e autonomia artistica
La riflessione di Wenders si inserisce in un momento in cui i grandi festival diventano sempre più vetrine di dibattiti sociali: Venezia, Berlino, Cannes non sono solo passerelle, ma luoghi dove emergono questioni come migrazione, diritti, crisi ambientali e conflitti. In questo scenario, il regista tedesco sottolinea che il cinema non può imitare la politica, spesso autoreferenziale e concentrata su meccanismi di consenso.
Per Wenders, il compito del cinema è mettere lo spettatore in una posizione di ascolto e comprensione dell’altro, sfidando le idee consolidate e stimolando empatia e immaginazione. Un ruolo ben diverso da quello dei politici e delle loro strategie. Il regista rivendica il cinema come strumento di cambiamento, non come semplice specchio delle dinamiche di potere.
Al Lido, Wim Wenders ha affidato queste parole ai giornalisti con la consapevolezza di quanto le sue frasi possano viaggiare veloci e trasformarsi. Una posizione chiara e ponderata che ci ricorda il valore dell’arte: uno spazio autonomo, ma capace di farsi domande e interrogare la realtà senza esserne schiava.
