“Sarà una serata da ricordare.” A dirlo, poco prima dell’ultimo giorno di festival, è uno dei critici più ascoltati al Lido. La Mostra del Cinema di Venezia sta per chiudere i battenti, ma il Leone d’Oro resta ancora un’incognita. Due titoli spiccano sopra gli altri: “Possible Love” del coreano Lee Chang-dong e il documentario “Naza” di Yuval Abraham e Rachel Szor. Due film agli antipodi, capaci però di scuotere pubblico e giuria in modi diversi, lasciando un segno profondo. Maggie Gyllenhaal, alla guida della giuria, si prepara a un verdetto che tiene tutti con il fiato sospeso. Nel frattempo, tra i vicoli e le sale del Lido, si rincorrono sussurri, pronostici che oscillano tra prudenza e certezza, e qualche giudizio spietato. Non è solo cinema, qui: è un crocevia di tensioni culturali e politiche, che aggiungono un peso in più a questa edizione.
Leone d’Oro: la sfida tra “Possible Love” e il documentario che divide “Naza”
Al centro della competizione ci sono due film che rappresentano due mondi distanti. “Possible Love” di Lee Chang-dong è un racconto essenziale e intenso, ispirato a uno dei capitoli del Decalogo di Kieslowski. Il film indaga il rapporto tra desiderio e appartenenza sociale, affrontando i conflitti di classe senza cadere in facili soluzioni. La sua sobrietà e l’attenzione ai dettagli umani hanno conquistato molti critici internazionali, rendendolo un serio candidato ai premi principali. La delicatezza con cui il regista coreano tratta temi universali colpisce per sincerità e rigore.
Dall’altra parte, “Naza” è un’opera dal forte peso politico e non priva di controversie. Il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor racconta il sistema di attacco nella Striscia di Gaza e mette in luce il dramma delle vittime civili. Alla sua proiezione è seguito un applauso durato venticinque minuti, segno dell’emozione intensa in sala. Tuttavia, la natura delicata e politica del film ha acceso dubbi sulla sua posizione nel palmarès. Maggie Gyllenhaal, presidente di giuria e di origini ebraiche, ha scelto un atteggiamento prudente, evitando commenti netti ma ben consapevole del peso che una vittoria di “Naza” potrebbe avere oltre l’aspetto artistico. Per alcuni addetti ai lavori, assegnare il Leone d’Oro a questo documentario sarebbe molto più di un semplice premio.
Tra thriller, manga e intense interpretazioni: gli altri protagonisti in gara
Tra gli altri titoli spicca “Wilde Horse Nine” di Martin McDonagh, un mix di spionaggio, thriller e commedia con John Malkovich e Sam Rockwell nei panni di agenti CIA in missione in Cile. Dopo la proiezione stampa, il film ha attirato molta attenzione, soprattutto grazie a Malkovich, considerato uno dei favoriti per la Coppa Volpi come miglior attore. La sua interpretazione, intensa e con una punta di ironia, ha mantenuto alto il profilo del film.
Hirokazu Kore-eda ha presentato “Look Back”, tratto dal famoso manga di Tatsuki Fujimoto. Il film si rivolge a un pubblico variegato, cercando di accontentare sia i fan della serie sia gli spettatori tradizionali della Mostra. L’accoglienza è stata rispettosa, con apprezzamenti per la capacità del regista di fondere linguaggi diversi in un risultato armonico. Da non perdere anche Mathilde Arcel in “Woman Unknown” di May El-Toukhy. Nel film, il suo personaggio è accusato di collaborazionismo e Arcel offre una prova intensa e coinvolgente, guadagnandosi posizioni di rilievo tra i possibili premi alla recitazione. Un distributore europeo l’ha definita “una presenza che resta dentro”.
Coppe Volpi in bilico: volti noti e nuove scoperte si contendono il podio
La lotta per le Coppe Volpi si annuncia più aperta e combattuta del previsto. Tra gli attori, oltre a John Malkovich, si fa notare Misagh Zareh, protagonista di “A Bit Of Light” di Ali Asgari. L’attore iraniano interpreta un medico depresso con una recitazione sobria e misurata, lontana da ogni eccesso, un approccio che ha convinto molte giurie.
Sul fronte femminile, Alba Rohrwacher è tra le favorite grazie al ruolo in “Un bon petit soldat” di Stéphane Brizé. Il film racconta le dinamiche interne di una grande compagnia assicurativa e Rohrwacher, nei panni di responsabile risorse umane, si muove in un ambiente fatto di silenzi e tensioni sottili. A fianco a lei, Vanessa Scalera spicca in “Il fuoco che ti porti dentro” di Edoardo De Angelis, mentre le sorelle Mara in “Bucking Fastard” di Werner Herzog sono state notate per l’intensità della loro prova a due. Questa interpretazione, basata su sguardi e gesti sincronizzati, è lontana da gesti plateali e si avvicina più a una composizione scenica. A Venezia, dove le gerarchie cambiano in fretta, tutte queste candidature tengono acceso il confronto.
Cinema italiano in gara: thriller, emozioni e storie di confine
Tra le pellicole italiane, “L’estranea” di Paolo Strippoli ha raccolto il maggior consenso, un thriller con tinte horror che ha incuriosito soprattutto la critica straniera, confermandosi solido durante le proiezioni. Valeria Bruni Tedeschi, nel cast, ha contribuito a mantenere alta l’attenzione sulla pellicola.
Un altro titolo italiano in concorso è “Ritorno a Buenos Aires” di Marco Bechis. Il film ha ricevuto apprezzamenti soprattutto per la prova di Adriano Giannini, considerata una delle sue interpretazioni più mature e profonde degli ultimi anni. Il suo modo di recitare, fatto di pause e sguardi carichi di significato, comunica molto più delle parole.
Chiude il quadro nazionale “Bunker” di Florian Zeller, un thriller psicologico con Javier Bardem e Penélope Cruz. La storia segue la crisi di una coppia dopo che il marito viene incaricato di progettare un rifugio di lusso alle Hawaii per un magnate. Il film tiene un ritmo serrato e affronta temi come isolamento, privilegio e paura, elementi che si riflettono nelle dinamiche narrate. Resta da vedere quale sarà la reazione della giuria, ma la struttura e i temi lo indicano come possibile protagonista della serata finale.
