Bob Dylan: L’intervista di Rolling Stone

✎ Redazione

bob dylan

L’intervista

Rolling Stone: Negli anni passati sei stato definito in molti modi: “cristiano riconvertito”, “ebreo ortodosso”. C’è una definizione appropriata?

Dylan: Veramente no. C’è chi ti definisce in un modo e chi in un altro. Ma io non posso prendere una posizione, sembrerebbe una difesa e, in fin dei conti, cosa importa?

Rolling Stone: Eppure tre tuoi album – Slow Train Coming, Saved e Shot of Love – non sono ispirati a una rinnovata esperienza religiosa?

Dylan: Non direi così. Non ho mai detto di essere rinato. È solo un modo di dire dei mass-media. Non penso di essere mai stato agnostico. Ho sempre creduto che ci fosse un potere superiore, che questo non è il mondo reale e che ci sarà un mondo futuro. Che nessuna anima è morta, che ogni anima è viva, nella santità come tra le fiamme. E probabilmente ci sono molti livelli intermedi.

Rolling Stones: Allora qual è la tua posizione religiosa?

Dylan: Non penso sia una posizione definita, non ho mai detto le cose sono così, eppure questa vita è niente. Non c’è alcuna possibilità di convincermi che questo è tutto quello che c’è. lo credo nel libro della Rivelazione. I potenti di questo mondo finiranno per recitare la parte di Dio, ammesso che non lo stiano già facendo, e infine arriverà un uomo e tutti penseranno sia Dio. Farà alcune cose e tutti diranno: “Solo Dio può fare questo tipo di cose. Quindi lui deve essere Dio”.

Rolling Stone: Credi nel senso letterale della Bibbia?

Dylan: Certo. Sì.

Rolling Stone: L’Antico e il Nuovo Testamento hanno per te lo stesso valore?

Dylan: Per me si.

Rolling Stone: Credi in qualche chiesa o sinagoga?

Dylan: Non esattamente. La Chiesa della Mente Velenosa.

Rolling Stone: Credi che la fine sia vicina?

Dylan: Non credo sia vicina. Penso che avremo almeno altri 200 anni. La gente non può nemmeno immaginare a cosa assomiglierà il nuovo regno. Molta gente pensa che il nuovo regno arriverà l’anno prossimo e che loro saranno proprio lì, tra i primi eletti. Si sbagliano. Quando il nuovo regno arriverà ci saranno persone pronte ma se succedesse domani, mentre tu sei seduto lì e io qui, non ti ricorderesti neppure di me.

Rolling Stone: Puoi discutere e trovarti d’accordo con un ebreo ortodosso?

Dylan: Sì.

Rolling Stone: E con un cristiano?

Dylan: Oh, sì. Con chiunque.

Rolling Stone: La tua religione ha l’aspetto di una nuova sintesi.

Dylan: Be’, non mi pare. Se pensassi che il mondo ha bisogno di una nuova religione ne fonderei una. Ma ci sono anche molte altre religioni: le religioni indiane, l’ortodossa, il buddismo. Esistono anche loro.

Rolling Stone: Quando incontri degli ebrei ortodossi, puoi stare con loro e dire: “Be’, non potreste venire a patti con la cristianità”?

Dylan: Sì, se qualcuno me lo chiede potrei dirlo. Ma sai, io non vado in giro per dire la mia opinione, la musica mi riguarda molto di più.

Rolling Stone: Eppure il tuo punto di vista è sembrato chiaro a molti compratori di dischi. Sei rimasto frustrato dalla resistenza commerciale – sia per quanto riguarda i dischi che durante il tour – verso la tua nuova musica influenzata dall’esperienza religiosa?

Dylan: Be’, dopo il mio tour evangelico del ’78 ho voluto continuare a fare concerti anche nel ’79. Nel ’78 eravamo già stati dappertutto, come potevamo ritornare nel ’79! A quel punto ho pensato: “Non importa se non trascino più le folle”. In molti posti dove eravamo già stati abbiamo riempito solo metà sala.

Rolling Stone: Pensi che sia a causa del tuo nuovo genere di musica?

Dylan: Non credo. Non credo c’entri affatto. Penso che il tuo momento sia il tuo momento, non importa cosa stai facendo. È il tuo momento oppure non lo è. Questi ultimi anni non sono stati proprio il mio momento. Ma non ho ragione di fare alcuna riflessione su cosa sto dicendo. La gente che ha reagito alla mia musica ispirata non lo avrebbe fatto se io non avessi composto Song To Woody, non avrebbe reagito in quel modo.

Rolling Stone: La pensi veramente così?

Dylan: Sì, lo so. Di solito riesco ad anticipare ciò che andrà di moda, quale sarà l’umore. Ci sono molti giovani musicisti in giro, hanno un bell’aspetto e si muovono bene, e dicono cose eccitanti. Ma se li osservi bene ti accorgi che le loro cose sono costruite per ragazzini di dodici anni, come cibo per bambini.

Rolling Stone: Il tuo ultimo album, Infidels, non è proprio cibo per bambini. Alcuni critici hanno persino rilevato un certo conservatorismo in alcune canzoni e addirittura un deciso sciovinismo in Neighborhood Bully, dove il soggetto metaforico è “solo un uomo” i cui “nemici dicono che lui occupa la loro terra”. Non ti pare una evidente dichiarazione di sionismo?

Dylan: La posizione di questa canzone dovresti considerarla al di là di me. Non sono uno scrittore di canzoni politiche. Joe Will lo era, Merle Travis ha scritto alcune canzoni politiche. Which Side Are You On? è una canzone politica. Neighborhood Bully non è una canzone politica, perché se lo fosse finirebbe per appoggiare un determinato gruppo politico. Se ne parli come di una canzone politica su Israele – anche se è una canzone politica su Israele – devi considerare che in Israele ci sono almeno venti partiti politici. Non so come potrebbe schierarsi, con quale partito.

Rolling Stone: Sarebbe giusto definire quella canzone come una profonda dichiarazione di fede?

Dylan: Forse è così, sì. Solo perché qualcuno sente le cose in un certo modo, non puoi incollarci sopra qualche slogan di partito. Se ascolti attentamente, potrebbe parlarti di altre cose. Definirla è semplice e facile, così puoi fissarla e sistemarla in qualche modo. Ma io non farei così. Non so quale sia la politica di Israele. Proprio non lo so.

Rolling Stone: Così non ti è chiara, ad esempio, la questione palestinese?

Dylan: Proprio no, perché io vivo qui.

Rolling Stone: Andresti a vivere in Israele?

Dylan: Non so. È difficile speculare su ciò che può riservare il futuro. Mi sembra naturale vivere dove mi trovo.

Rolling Stone: In un altro punto della canzone, dici: “Non ha alleati con cui parlare” e mentre “compra armi obsolete e non vuole essere respinto. Non c’è carne né sangue a lottare al suo fianco “. Pensi che l’America dovrebbe inviare truppe in Israele?

Dylan: No. La canzone non dice questo. Chi potrebbe, chi potrebbe… chi sono io per dirlo?

Rolling Stone: Allora pensi che Israele dovrebbe ricevere maggiori aiuti dalla comunità ebraica americana? Non vorrei insistere troppo ma sembrerebbe proprio così…

Dylan: Non stai insistendo troppo, stai solo specificando la questione in relazione a ciò che accade oggi. Ma ciò che accade oggi non durerà per sempre. La battaglia di Armageddon lo ha fatto capire chiaramente: dove si combatterà, o se vogliamo essere più tecnici, quando si combatterà. La battaglia di Armageddon sarà combattuta definitivamente proprio in Medio Oriente.

Rolling Stone: Segui la situazione politica o hai una qualche posizione sulle dichiarazioni degli uomini politici in questo anno di elezioni?

Dylan: Penso che la politica sia uno strumento del Diavolo. Sia chiaro, penso che la politica uccida e non porti niente di vivo. La politica è corrotta, lo sanno tutti.

Rolling Stone: Così non ti interessa chi sarà Presidente? Non fa nessuna differenza?

Dylan: Non credo faccia molta differenza. Voglio dire, per quanto tempo Reagan sarà presidente? Sai, solo io ne ho visti quattro o cinque diversi. E ne ho visti morire due in carica. Come posso preoccuparmi di Reagan e prendere la questione sul serio, quando alla fine non c’entra niente con la mia vita?

Rolling Stone: Così non credi esista alcuna differenza, ad esempio, tra Kennedy e Nixon? Non ha alcuna importanza?

Dylan: Non so. Al giorno d’oggi è molto di moda definirsi “umanisti liberali”. È una tale stronzata. Vuoi dire meno che niente. Chi sarebbe il presidente migliore? Be’, hai me. Non saprei dire quali sono gli errori della gente, nessuno è perfetto, certo. I Kennedy mi piacevano, tutti e due. E mi piaceva Martin Luther King. Quelle erano persone giuste e benedette. Il fatto che siano stati uccisi da una pallottola non cambia niente. Il bene che hanno fatto ha messo radici, continuerà a vivere più a lungo di loro.

Rolling Stone: Speri ancora nella pace?

Dylan: Non ci sarà nessuna pace.

Rolling Stone: Non credi che sia valido impegnarsi per la pace?

Dylan: No. Sarebbe solo una falsa pace. Mentre stai ricaricando il fucile, proprio nel momento in cui lo stai ricaricando, quella è la pace. Può durare molti anni.

Rolling Stone: Non è giusto lottare per la pace?

Dylan: Niente di tutto questo. Ho sentito qualcuno che raccontava alla radio quel che sta succedendo ad Haiti: “Dobbiamo essere coinvolti in quello che sta succedendo ad Haiti. Ora siamo persone globali”. Stanno spingendo tutti verso questo stato d’animo, come se noi non fossimo più solo gli Stati Uniti, come se fossimo globali. Pensiamo in termini di mondo intero perché le comunicazioni arrivano dritto fino a casa. Bene, questo è l’argomento del Libro della Rivelazione. Puoi essere certo che chi protesta per la pace non è per la pace.

Rolling Stone: E se qualcuno fosse sinceramente per la pace?

Dylan: Allora non potrebbe essere per la pace ed essere anche globale. Proprio come nella canzone Man of Peace. Ma non esiste nessuno di questi problemi se credi in un altro mondo. Se invece credi in questo mondo, sei bloccato. Non hai davvero scelta. Diventerai matto perché non puoi tollerarne la fine. Può anche darsi che tu voglia allontanarti, ma non ne sarai capace. Ti guarderai indietro e dirai: ” Ah, era tutto qui. Perché non me ne sono reso conto”? Questo accadrà solo quanto sarai veramente capace di guardare questo mondo.

Rolling Stone: È un punto di vista molto fatalista, non ti pare?

Dylan: Penso sia realistico. Se, è fatalista, lo è solo in questa situazione, e questa situazione finirà comunque. Allora quale sarà la differenza? In questo senso sei tu fatalista, e allora?

Rolling Stone: In License to Kill ci sono questi versi: “L ‘uomo ha inventato la sua rovina, il primo passo è stato toccare fa luna”. Credi proprio che sia così?

Dylan: Sì, lo credo. Non so perché ho scritto quei versi, in certe situazioni si apre proprio una porta sull’ignoto.

Rolling Stone: Non pensi che l’uomo debba avanzare, progredire?

Dylan: Sì… ma non qui. Voglio dire, che senso ha andare sulla luna. Per me, non ha alcun senso. Adesso piazzeranno lassù una stazione spaziale, che costerà, quanto… 600 miliardi di dollari, 700? Chi ne trarrà beneficio? Le compagnie della droga che riusciranno a fare droghe migliori. Ha un senso? Credi che qualcuno dovrebbe esserne esaltato? E questo il progresso? Non credo che otterranno droghe migliori. Sicuramente più costose. Oggi tutto è computerizzato, è tutto un computer. Mi sembra l’inizio della fine. Ti devi rendere conto che ogni cosa diventa globale. Non c’è più nazionalità, non c’è più differenza: “Siamo tutti uguali, tutti uniti per un mondo di pace, bla, bla, bla”. Qualcuno dovrebbe cercare di capire cosa sta succedendo agli Stati Uniti. Sono solo un’isola che sta per essere spazzata via dall’oceano, o hanno un vero posto tra le cose? Proprio non lo so. Adesso sembra che abbiano un loro posto, ma più avanti dovrà diventare un paese autosufficiente, che potrà fare da solo senza troppe importazioni. Proprio ora sembra che negli Stati Uniti, come in molti altri paesi, ci sia una grande spinta verso la costruzione di un unico grande paese globale -un solo grande paese dove si potranno produrre le cose in un posto, riunirle da qualche altra parte e venderle altrove. Il mondo intero diventerà tutt’uno, sarà controllato dalla stessa gente. Se non siamo già a questo punto, è comunque questa la direzione in cui ci si muove.

Rolling Stone: In Union Sundown la Chevrolet che guidi è “montata in Argentina da uno che guadagna trenta cents al giorno”. Vuoi dire che starebbe meglio senza quei trenta cents al giorno?

Dylan: Cosa sono trenta cents al giorno? Non puoi aver bisogno di trenta cents al giorno. Voglio dire che la gente è sopravvissuta per 6000 anni senza bisogno di lavorare in cambio di salari da schiavi per qualcuno che arriva e… be’, effettivamente, è solo colonizzazione. Ma vedi, conosco questa storia di prima mano, perché da dove vengo io la gente ricevette proprio quel tratta- mento, con i giacimenti minerari.

Rolling Stone: Il Minnesota, nell’Iron Range dove sei cresciuto?

Dylan: Sì. Tutti lavoravano nelle miniere in quel periodo. In effetti il novanta per cento del ferro usato durante la seconda guerra mondiale proveniva da lì, da quelle miniere. Alla fine hanno detto: “Estrarre il ferro da qui costa troppo, dobbiamo riuscire a trovare qualche altro posto”. La stessa cosa accade ora con altri prodotti.

Rolling Stone: Cosa significava crescere ad Hibbing, nel Minnesota, durante gli anni Cinquanta?

Dylan: Laggiù sei molto influenzato dalla natura. In un certo senso devi adattarti, senza badare a come ti senti, a cosa potresti voler fare con tua moglie o a quello che pensi. Dev’essere ancora così, credo.

Rolling Stone: Quando eri piccolo hai avvertito qualche forma di antisemitismo?

Dylan: No. Niente mi importava davvero se non imparare una nuova canzone o un altro accordo, o magari trovare un nuovo posto per suonare. Anni dopo, quando avevo già registrato qualche album, allora ho incominciato a vedere scritto “Bob Dylan è un ebreo”, e cose del genere. Ho pensato “Cristo, non è mai stato importante”. Ma hanno continuato a battere quel tasto, sembrava fosse molto importante dirlo: “il cantante di strada ha una gamba sola”, qualcosa del genere. Così, dopo un po’, ho pensato “bisognerà che ci rifletta”. Non so. Non mi sembra che questo accada ad altri artisti, voglio dire, non succede a Barbra Streisand o a Neil Diamond. Ma è successo a me. Anche se da bambino non avevo mai sentito cose del genere, non ho mai dovuto farmi avanti lottando tra la ressa nel cortile della scuola. Per essere felice mi bastava avere una chitarra.

Rolling Stone: Hibbing era un luogo opprimente? Ti ha spinto a fuggire?

Dylan: Non proprio. Non conoscevo nient’altro se non Hank Williams. Ricordo di aver ascoltato Hank Williams due o tre anni prima che morisse. In un certo senso quella è stata la mia introduzione alla chitarra. Quando ho avuto la chitarra… non c’erano più problemi. Niente era più un problema.

Rolling Stone: Sei riuscito a vedere qualcuno dei primi cantanti rockand roll, come Little Richard o Buddy Holly?

Dylan: Sì, certo. Ho visto Buddy Holly due o tre notti prima che morisse. L’ho visto a Duluth, all’arsenale. Suonava con Link Wray. Non ricordo The Big Bopper. Può darsi fosse già andato via quando sono arrivato. Ma ho visto Ritchie Valens. E naturalmente Buddy Holly. Era grande, era incredibile. Non dimenticherò mai l’immagine di Buddy Holly sul palco. E morto una settimana dopo. Era incredibile. Di solito ascoltavo musica fino a notte fonda: ascoltavo Muddy Waters, John Lee Hooker, Jimmy Reed e Howlin’ Wolf che da Sheeveport facevano un radio show veramente esplosivo, che durava tutta la notte. Rimanevo sempre sveglio fino alle due, le tre del mattino. Ascoltavo tutte quelle canzoni e cercavo di capire come erano fatte. Ho iniziato a suonare da solo.

Rolling Stone: Come hai avuto la tua prima chitarra?

Dylan: Anzitutto ho comprato il primo volume del manuale di Nick Manoloff; ma non credo avrei potuto arrivare oltre il primo volume… Poi, ho comprato una chitarra Silverstone da Sears. In quel periodo costava trenta o quaranta dollari, bastava lasciare un acconto di soli cinque dollari per averne una. Così ho avuto la prima chitarra elettrica. Mentre frequentavo la scuola superiore ho formato un paio di gruppi, forse tre o quattro. I cantanti migliori si portavano sempre via i miei gruppi, magari perché avevano buoni contatti, o i loro genitori conoscevano qualcuno, e così potevano trovare lavoro nella città vicina durante i picnic domenicali o in situazioni del genere. Così io perdevo il mio gruppo. Mi è sempre successo così.

Rolling Stone: Ti avrà amareggiato.

Dylan: A dir la verità, sl. Certo. Poi ho formato un nuovo gruppo con un mio cugino di Duluth. Suonavamo rock and roll, e rhythm and blues ma il gruppo è svanito l’ultimo anno di scuola superiore. Ricordo di aver ascoltato un disco, penso fosse del Kingston Trio o di Odetta o di qualcuno del genere, e di essermi avvicinato alla musica folk. Il rock and roll sembrava finito. Ho scambiato la mia chitarra con una Martin che ora non vendono più, forse era una 0018, comunque era marrone. La mia prima chitarra acustica. Una grande chitarra. Poi, a Minneapolis o a St. Paul, ho ascoltato Woody Guthrie. E quando ho sentito Woody Guthrie, be’… era… tutto.

Rolling Stone: Cosa ti ha colpito in lui?

Dylan: Ho sentito i suoi vecchi dischi, dove canta con Cisco Houston e Sonny (Terry) e Brownie (McGhee), e poi le sue canzoni. Mi ha colpito il suo carattere indipendente. Infatti nessuno ne parlava mai. Così ho raccolto tutti i suoi dischi che riuscivo a trovare e li ho imparati tutti, con ogni mezzo. Quando sono arrivato a New York, cantavo più che altro le sue canzoni e le canzoni folk. In quel periodo incontravo altre persone che suonavano lo stesso genere di musica, mi veniva naturale combinare tra loro elementi di musica delle montagne del sud con pezzi di bluegrass, o ballate inglesi. Potevo ascoltare una canzone una sola volta e impararla immediatamente. Così, quando sono arrivato a New York, potevo fare molte cose diverse. Ma non avrei mai pensato di ritrovare il rock and roll.

Rolling Stone: Lo rimpiangevi?

Dylan: Non proprio, la situazione folk mi piaceva. Era una comunità intera, una rete di contatti che si estendeva in diverse città degli Stati Uniti. Potevi partire da qui per andare in California e avere sempre un posto dove stare, suonare sempre da qualche parte, e incontrare persone. Oggi, cosa fa un folksinger? Canta le sue canzoni. Ma quello non è un folksinger. I folksinger cantano le vecchie canzoni folk, le ballate. Ho incontrato molti folksingers a New York, e ce n’erano molti anche nelle Città Gemelle. Ma anche in Inghilterra ho incontrato alcune persone che conoscono davvero quel tipo di canzoni. Martin Carthy, e anche un altro che si chiama Nigel Davenport. Martin Carthy è incredibile. Ho imparato moltissimo da Martin. Giri From The North Country è ispirata a una canzone che ho sentito cantare da lui, la stessa Scarborough Fair da cui Paul Simon ha tratto la sua canzone.

Rolling Stone: Credi che il folk possa tornare di moda?

Dylan: Be’, sì, potrebbe accadere. Ma la gente dovrebbe tornare indietro e cercare le canzoni. Non lo fa più nessuno. Stavo dicendo a qualcuno che quando vai a vedere un folksinger, ormai vai ad ascoltare qualcuno che canta le sue canzoni, e questa persona mi dice: ‘Be’, sì, ma tu sei quello che ha iniziato a farlo!” E in un certo senso è vero. Ma io non avrei mai scritto una canzone se prima non avessi suonato tutte le vecchie canzoni folk. Non avrei mai pensato di scrivere una canzone. Oggi non c’è alcuna dedizione verso la musica folk, nessun riconoscimento di quella forma espressiva.

Rolling Stone: Ti sei reso conto di aver influenzato molti cantanti, nel corso di questi anni?

Dylan: È la forma espressiva. Penso di aver usato una formula che non era mai stata usata prima. Non voglio vantarmi, o magari sì. Quando ascolto la radio, non importa che tipo di musica trasmetta, so che se torni indietro abbastanza troverai qualcuno che ascoltava Bob Dylan, da qualche parte, qualcuno che usa lo stesso tipo di fraseggio, talvolta persino lo stesso tipo di melodia. Quando ho cominciato a fare quel tipo di musica, nessuno ne parlava. Per la musica avere successo, a tutti i livelli… Be’, ci sarà sempre un tipo di musica pop adatto alla radio, ma le sole persone che avranno successo saranno quelle che dicono qualcosa che è loro compito dire. Intendo dire che solo pezzi come Tutti Frutti possono arrivare così lontano.

Rolling Stone: Ad un certo punto delta tua vita hai avuto un periodo di droga, non è così?

Dylan: Non sono mai stato dipendente da nessuna droga, non come si direbbe “Eric Clapton: il suo periodo di droga”.

Rolling Stone: Hai mai preso LSD?

Dylan: Non voglio dire niente che incoraggi qualcuno, ma, chi lo sa? Chissà cosa ci mettono nelle tue bibite, o che tipo di sigaretta stai fumando?

Rolling Stone: Un’ultima domanda. Penso che molta gente ti consideri un tipo abbastanza malinconico in questo periodo, anche solo a giudicare dalle tue foto. Perché rinforzare questa immagine chiamando il tuo ultimo album Infidels?

Dylan: Be’, c’erano anche altri titoli. Lo volevo chiamare Surviving In A Ruthless World ma qualcuno mi ha fatto notare che i titoli dei miei ultimi albums iniziavano tutti con la lettera “s”… Così mi sono detto: “Non voglio impantanarmi nella lettera s”. E poi, un giorno, mi è venuto in mente Infidels. Non so cosa significhi.


Rolling Stone: Non credi che quando la gente vede quel titolo, con quella foto severa in copertina, si domandi: “Intende dire noi”?

Dylan: Non so. Avrei potuto intitolare l’album Animals e la gente avrebbe pensato la stessa cosa. Voglio dire, quale sarebbe una parola che alla gente piacerebbe sentirsi dire?

Rolling Stone: Che ne dici di Sweethearts?

Dylan: Sweethearts. Si potrebbe intitolare così un album.
Sweethearts.

Rolling Stone: Con una grande foto sorridente?

Dylan: Sì.

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