Quindici milioni di dollari in tre giorni: è il risultato sorprendente del documentario su Elizabeth Holmes, che ha acceso nuovamente i riflettori su una delle storie più clamorose dell’ultimo decennio. A quasi dieci anni dallo scandalo Theranos, il pubblico americano non sembra affatto stanco di ascoltare quella vicenda, anzi. Dietro la macchina da presa, Nathan Fielder e Lance Oppenheim hanno scelto una prospettiva insolita, capace di scuotere un’opinione pubblica che credeva di sapere tutto. Non si tratta solo di un racconto già sentito, ma di un modo diverso di vedere cosa c’è dietro l’ambizione e la caduta di un’imprenditrice ormai simbolo di un’era.
34 giorni che cambiano tutto: il racconto prima del carcere
You Can See Everything non vuole raccontare tutta la vita di Elizabeth Holmes. I registi hanno scelto di concentrarsi su un periodo molto breve, appena 34 giorni, quelli che precedono il suo ingresso in prigione per la condanna per frode. È un momento di passaggio, quasi un limbo, in cui la figura pubblica di Holmes si sgretola davanti agli occhi dello spettatore.
Con una durata di quasi tre ore, il documentario si prende il tempo per entrare nei dettagli di quei giorni. Può sembrare una scommessa azzardata in un’epoca dove si preferiscono contenuti più brevi. Ma proprio nel soffermarsi su attimi apparentemente ordinari emerge tutta la complessità del personaggio. Non è un film che la dipinge né come eroina né come colpevole, ma che mette in luce la sua vulnerabilità.
Qui non si segue il classico schema scandalo-processo-condanna tipico dei true crime. Si punta invece a mostrare cosa resta di una persona quando crollano tutte le certezze pubbliche che la sostenevano.
A24: tra incassi da record e ambizioni da premio
Dietro You Can See Everything c’è A24, la casa di distribuzione che ha fatto della qualità e del gusto per il cinema indipendente il suo marchio di fabbrica. I 15 milioni incassati nel weekend dimostrano che il pubblico risponde bene a questa doppia anima: film d’autore ma anche popolare.
La scelta di spingere il documentario nella corsa agli Oscar non è casuale. A24 punta a far riconoscere il film come uno dei titoli più importanti del 2024. Elizabeth Holmes è una figura che continua a far parlare, perfetta per la stagione dei premi. Ma il documentario non si affida solo all’attrattiva del personaggio: la regia di Fielder e Oppenheim porta uno stile originale e raffinato, che sta già facendo discutere critici e addetti ai lavori sulle possibilità di una candidatura.
Fielder e Oppenheim: due sguardi che si incrociano
Nathan Fielder e Lance Oppenheim sono due registi con background diversi, ma che qui trovano un terreno comune. Fielder è noto per il suo modo ironico e distaccato di raccontare la realtà, come si è visto in Nathan for You e The Rehearsal. Sa mettere in discussione le regole del racconto tradizionale con un tocco di sarcasmo.
Oppenheim invece arriva da un documentarismo più classico e osservativo. Il suo Summertime ha mostrato una grande sensibilità nel catturare la soggettività dei protagonisti, il confine tra pubblico e privato.
Il risultato di questa collaborazione è un documentario che non si limita a ripetere una storia già nota, ma mette in discussione anche il modo di raccontarla. Il focus è su Holmes nel momento in cui sta perdendo tutto: la libertà, l’immagine, il potere. Un racconto che va oltre il semplice reportage e diventa uno specchio critico sul rapporto tra identità, percezione pubblica e giustizia.
Elizabeth Holmes, una storia già vista: cosa porta di nuovo questo film?
La vicenda di Elizabeth Holmes è stata raccontata in mille modi: dalla serie Hulu The Dropout al libro Bad Blood di John Carreyrou, fino a podcast e altri documentari. Ci si può chiedere allora cosa aggiunga davvero You Can See Everything.
La novità sta più nella prospettiva che nei fatti. Concentrarsi sulle ultime settimane prima del carcere significa lasciare da parte la classica narrazione della caduta per soffermarsi sulle conseguenze umane del processo. Il documentario evita la facile morale di vedere Holmes solo come criminale o vittima ingenua.
Il risultato è un ritratto più sfaccettato, che mette a nudo il gioco tra realtà e finzione dietro la costruzione di una figura che per anni si è presentata come un genio dell’imprenditoria. Un approccio che porta il film in territori meno battuti dal genere true crime, valorizzando la complessità e i paradossi della storia.
Nei prossimi mesi capiremo se questa scommessa verrà premiata agli Oscar, ma già oggi You Can See Everything si impone come un punto di riferimento per raccontare Elizabeth Holmes e le conseguenze dello scandalo Theranos.
