Undici film, undici voci diverse che arrivano al Lido senza la pressione della competizione ma con il peso di storie forti da raccontare. La Mostra di Venezia 2026, nella sua sezione Fuori Concorso, mette in scena un mosaico di generi e tematiche: si passa dai grandi affreschi storici ai thriller politici, fino a narrazioni intime e drammi sociali. Tra questi titoli, tre registi italiani catturano l’attenzione: Giovanni Veronesi, Gianni Amelio e Mario Martone. Ognuno di loro affronta temi come la memoria, la fede, il dolore e i legami familiari con uno sguardo personale e profondo. È un cinema che non si accontenta, che osa e provoca, pronto a scuotere e far pensare chi guarda.
La sezione Fuori Concorso conferma anche questa volta la sua vocazione aperta e senza schemi fissi. Qui trovano posto film che non si adattano facilmente alle categorie competitive tradizionali. C’è cinema di genere, storie politiche, opere d’autore: tutto insieme, in un programma che raccoglie titoli da ogni parte del mondo e attraversa registri molto diversi. Una scelta che offre al pubblico un quadro ampio e sfaccettato del cinema contemporaneo, dove ogni film si prende la libertà di raccontare la propria storia senza vincoli.
Tra i film più attesi, “The Basics of Philosophy” di Paul Schrader, con Jack Huston e Sofia Boutella. La pellicola segue la vicenda di un professore universitario che, durante un corso su Schopenhauer, si trova a fare i conti con un ritorno inatteso dal passato, che riapre ferite rimaste a lungo sepolte. Un racconto intimo, fatto di tensioni nascoste e sguardi introspettivi.
Molto diverso il tono di “Un bon avocat” del regista francese Tristan Séguéla, che racconta la vita di un avvocato di successo ma schiavo della cocaina. Al suo fianco c’è uno stagista, che si rivela un osservatore molto più attento di quanto sembri. Tra intrighi e dinamiche professionali, il film intreccia crisi personale e ambizione in un thriller legale.
Nel panorama internazionale emergono titoli dal forte respiro tematico e spesso politico. “Let Us Through Dear Ancestors” di Lav Diaz torna alla colonizzazione spagnola nelle Filippine tra XVI e XVII secolo. Il regista filippino mette a fuoco la costruzione forzata di chiese e infrastrutture imposte ai locali, raccontando la dura sofferenza dei lavoratori. Un affresco storico dettagliato e ampio, raccontato con la consueta lente d’ingrandimento di Diaz.
“Arrested Memory” di Sabu è un thriller ambientato a Taipei. Protagonista è un investigatore che, proprio mentre indaga sul rapimento del figlio di un magnate giapponese, comincia a perdere la memoria. La sua condizione si intreccia con le difficoltà dell’indagine, creando suspense e richiamando le tensioni sociali sullo sfondo.
“Jupiter” di Alexandre Smia affronta invece una crisi politica attuale, seguendo le vicende di un presidente francese alle prese con un ultimatum nucleare da parte della Russia. In un mondo instabile e teso, il film racconta una storia drammatica e molto attuale, che riflette le paure di un presente in bilico.
Chiude il quadro internazionale “A Place to Be” di Kornél Mundruczó, che narra l’amicizia speciale tra una donna di 92 anni e un uomo maturo. Insieme affrontano un viaggio da Chicago a New York per riportare a casa un piccione smarrito. Un racconto delicato, dove i piccoli dettagli diventano motori emotivi e narrativi.
Nel programma non mancano storie più tese, con un forte taglio d’azione e riflessioni su guerre recenti. “Father Joe” di Barthélémy Grossmann, scritto da Luc Besson, mette in scena un prete armato, interpretato da Kiefer Sutherland, che diventa una sorta di giustiziere contro i narcotrafficanti per difendere i più deboli. Al Pacino interpreta un boss della droga, dando vita a uno scontro intenso e carico di tensione, tra ironia nera e ritmo serrato, in un film che sfida i classici schemi del cinema di genere.
“No Paradise If You Are Killed by a Woman” di Halkawt Mustafa, regista curdo-iracheno, racconta l’assedio di Mosul attraverso gli occhi di una cecchina peshmerga. Ex emigrata in Svezia, torna a combattere per ritrovare la sorella rapita dall’Isis. Un film d’azione che mostra il coraggio e la resistenza del popolo curdo e delle sue combattenti, mettendo in luce una ferita ancora aperta del presente.
Questi titoli rappresentano bene la doppia anima della sezione Fuori Concorso: da un lato intrattenimento con star internazionali, dall’altro storie cariche di impegno e identità collettiva. La varietà di toni e temi rende il programma un mosaico in continuo divenire.
Il focus italiano porta sul Lido tre film importanti. “Dio ride” di Giovanni Veronesi è ambientato nel Seicento e racconta la figura di Fra Leopoldo da Casamacchia, un frate che predica un Dio vicino agli uomini, capace persino di ridere con loro. Questa visione viene considerata eresia dall’Inquisizione, mettendo in crisi certezze radicate nella Chiesa. Nel cast Pierfrancesco Favino, Silvio Orlando, Alma Noce e Francesco Gheghi, con Carlo Cecchi nel ruolo di Papa Innocenzo X. Un confronto serrato sui conflitti tra fede e libertà di pensiero.
“Nessun dolore” di Gianni Amelio sposta la scena nella Roma di oggi. Alessandro Borghi interpreta un libraio che deve affrontare un lutto difficile: la morte di un giovane immigrato clandestino. Da quel dolore nasce un percorso di rimorso, accoglienza e smarrimento. La casa del protagonista diventa un rifugio per altri immigrati, un segno di speranza. Valeria Golino e Valerio Mastandrea completano un racconto intenso e profondamente umano.
Chiude il trittico italiano “Scherzetto” di Mario Martone, quasi tutto ambientato in un appartamento a Napoli. Toni Servillo è un illustratore di successo che torna in città per prendersi cura del nipotino di cinque anni. La convivenza forzata cambierà entrambi, aprendo un confronto tra passato e presente, tra ricordi e tempo che passa. Nonostante l’ambientazione raccolta, il film si apre verso orizzonti più ampi, mettendo al centro il valore della memoria e dei legami familiari.
Con queste undici opere, la sezione Fuori Concorso della Mostra di Venezia 2026 tiene vivo il dialogo tra cinema e società, dando spazio a storie che, pur fuori gara, non rinunciano a interrogare e a emozionare. Tra visioni internazionali e prospettive italiane, il festival offre un palcoscenico dove il racconto si fa più libero e vario, pronto a sorprendere e coinvolgere.
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