Nel 1931, Fritz Lang consegnò al mondo un thriller che avrebbe segnato per sempre la storia del cinema: “M – Il mostro di Düsseldorf”. Oggi, a più di novant’anni di distanza, quel capolavoro torna a vivere sul grande schermo italiano, restaurato con cura maniacale. Dal 14 settembre 2024, la Cineteca di Bologna, con il progetto Il Cinema Ritrovato, riporta in sala un film che non ha perso un briciolo della sua forza inquietante. Le immagini sono nitide come non mai, il suono avvolge lo spettatore e quell’atmosfera carica di tensione e paura si fa sentire più intensa che mai. Un ritorno che non è solo un omaggio agli appassionati, ma un invito per chiunque voglia toccare con mano un pezzo fondamentale della storia del cinema europeo.
Un restauro che fa rivivere un classico senza tempo
“M – Il mostro di Düsseldorf” si presenta ora in una versione restaurata con grande cura, frutto del lavoro di laboratori come L’Immagine Ritrovata, Haghefilm e Henderson. La copia proposta dalla Deutsche Kinemathek punta a restituire il più possibile la forza visiva e sonora del film originale. Non è solo una questione tecnica: è un modo per farlo parlare di nuovo con gli occhi e le orecchie di oggi, mantenendo intatta la tensione e quell’atmosfera inquietante che Lang aveva saputo creare. Quelle ombre nette, i volti segnati, i silenzi pesanti e il celebre fischio che ormai è diventato un simbolo assoluto tornano a colpire come se il tempo non fosse passato.
Questo evento si inserisce in un più ampio movimento di riscoperta dei grandi film del Novecento, spesso noti solo per frammenti o immagini isolate. Ma con “M” non si tratta solo di vedere un film completo: qui la narrazione si costruisce lentamente, con dettagli apparentemente piccoli e quotidiani che crescono fino a trasformarsi in un’atmosfera di terrore palpabile. Sedersi in sala per guardarlo tutto significa immergersi in un’esperienza che attraversa epoche e spazi, cogliendo ogni sfumatura di una storia che è soprattutto un affresco umano e sociale.
La caccia a Hans Beckert e la città che respira paura
La figura di Hans Beckert, l’assassino di bambine interpretato da Peter Lorre, nasce da fatti di cronaca nera ben noti nella Germania degli anni Venti. La città dove si svolgono i fatti non viene mai nominata, ma è chiaro che si tratta della Repubblica di Weimar, un’epoca segnata da instabilità e paura. La città è stretta nella morsa del panico: madri ansiose chiamano i figli dalle finestre, la gente si guarda con sospetto, e ogni movimento può scatenare accuse o timori.
Mentre la polizia intensifica le indagini con interrogatori serrati e retate nei quartieri malfamati, anche la criminalità organizzata si muove. Quando le retate bloccano i loro affari, i boss della malavita decidono di agire in prima persona, dando vita a una caccia all’uomo spietata quasi quanto quella della polizia. Mendicanti diventano informatori, sentinelle vegliano sui vicoli, e la città si trasforma in una trappola che soffoca chiunque. La storia si muove in una zona grigia tra giustizia ufficiale, vendetta privata e istinto di sopravvivenza, facendo di Beckert una figura su cui si proiettano ansie e bisogni sociali.
Fritz Lang racconta una società sospesa tra paura e miseria
“M” nasce in un momento di grande crisi: la Germania dei primi anni Trenta è un paese sull’orlo del baratro, con tensioni politiche, economiche e sociali che Lang descrive con uno sguardo asciutto e spietato. Il film riflette l’influenza della Neue Sachlichkeit, la Nuova oggettività, che preferisce un ritratto distaccato e quasi clinico di persone e ambienti. Non c’è pietà per la folla, né gloria per la giustizia: mendicanti, funzionari, piccoli criminali e vittime sono tutti parte di una realtà dura, fatta di lotta quotidiana e sopravvivenza.
Lang e Peter Lorre, che era ebreo e fuggì dalla Germania con l’avvento del nazismo, sono testimoni di un’epoca destinata a cambiare radicalmente. Pur essendo il primo film sonoro del regista, “M” conserva molto del linguaggio del cinema muto: i dialoghi sono pochi e misurati, mentre le immagini e le inquadrature portano il peso della storia. Il sonoro non è semplice accompagnamento, ma elemento fondamentale: rumori fuori campo, silenzi improvvisi e soprattutto quel fischio, ormai iconico, aumentano la tensione e si fondono con la messa in scena.
Peter Lorre, il volto inquietante di un uomo in balia del suo impulso
Al centro della storia c’è la straordinaria interpretazione di Peter Lorre nei panni di Hans Beckert, un personaggio che va oltre il semplice ruolo di “cattivo”. Il suo volto da bambino spaventato, gli occhi pieni di angoscia e quella voce spezzata danno vita a un uomo schiacciato da un impulso incontrollabile, intrappolato in una prigione interiore da cui non riesce a uscire. La tensione si avverte fin dalle prime scene: una bambina scomparsa, una madre in ansia, un palloncino che si muove nel vuoto. Tutto parte da dettagli semplici per arrivare a un clima di allarme costante.
La scena finale, con Beckert trascinato davanti a un tribunale improvvisato formato dalla malavita, è uno dei momenti più forti del film. Il suo disperato monologo solleva domande che restano attuali: “dove finisce la colpa e dove comincia la follia? Quanto pesa la responsabilità individuale? Che ruolo ha la giustizia, soprattutto quando la paura spinge a cercare vendetta fuori dai processi?” Lang non offre risposte facili, ma mette a nudo un dramma senza soluzioni semplici. Guardare “M” oggi, nel 2024, significa confrontarsi ancora con queste domande, confermando la modernità inquietante e inevitabile di questo capolavoro.
