A Venezia, la tensione è palpabile. Il film Dau di Ilya Khrzhanovsky, in gara alla Mostra del Cinema, ha acceso un dibattito infuocato. Critiche pesanti, accuse di propaganda russa. Alberto Barbera, direttore del festival, ha deciso di rompere il silenzio, affidando il suo messaggio a Instagram il 19 agosto 2026. Ha respinto con fermezza le accuse rivolte alla Biennale, sottolineando che non c’è spazio per l’indifferenza davanti alla guerra in Ucraina. Ma ha anche difeso la libertà artistica, ricordando che dietro ogni opera c’è più di un semplice schieramento politico. A Venezia, il confine tra arte e politica si fa sempre più sottile.
Dau: un film, mille polemiche
Dau non è un film qualunque. È un progetto imponente, firmato da Khrzhanovsky, regista russo che non passa inosservato. Ma proprio la sua nazionalità ha acceso la miccia: in un momento in cui il conflitto tra Russia e Ucraina continua senza sosta dal 2022, presentare un’opera legata a un autore russo è stato subito visto da molti come una concessione politica, quasi un via libera a un regime in guerra. Le critiche sono arrivate da più fronti, dalla gente comune ai vertici culturali, con richieste di spiegazioni e accuse alla Biennale.
Barbera però non ci sta. Ha respinto queste accuse, spiegando che Dau non è un film “russo” in senso politico né un veicolo di propaganda filogovernativa. Anzi, il film denuncia regimi totalitari e il soffocamento delle libertà individuali, ribaltando così le accuse. Il regista stesso viene presentato come un dissidente, perseguitato dal governo russo, inserito nella lista nera e contrario apertamente all’invasione dell’Ucraina. Per Barbera, questo è un elemento chiave per capire il senso dell’opera e la sua legittima presenza in concorso.
Libertà d’espressione e responsabilità: la linea di Barbera
Nel suo post su Instagram, Barbera è netto: le critiche si basano su “premesse false”. Non nega la gravità della guerra in Ucraina, ma mette in guardia dal confondere una scelta artistica con un sostegno politico. Definisce “meschino e inaccettabile” il fatto di lanciare accuse senza aver visto il film o capito il suo valore culturale.
Per lui, la Biennale deve restare un luogo libero, un punto di riferimento culturale che non si piega alle pressioni politiche del momento. A inizio polemica, infatti, c’erano state richieste – anche da parte di politici – di escludere o evitare opere legate alla Russia. Barbera avverte che questa strada rischia di trasformare il festival in un “bersaglio ingiustificato”, danneggiando la libertà artistica, uno dei valori fondamentali della manifestazione.
In chiusura, sottolinea come la Biennale rimanga uno degli ultimi spazi capaci di mantenere questa indipendenza, nonostante le difficoltà e le pressioni di un contesto internazionale sempre più complesso.
Cultura e politica: il nodo da sciogliere nei festival internazionali
La vicenda Dau non è un caso isolato, ma apre un dibattito più ampio sul ruolo dei festival nel mondo di oggi. Quanto devono pesare la nazionalità dell’autore e il contesto storico-politico in cui si inserisce un’opera? Da quando è scoppiata la guerra, molte istituzioni europee hanno rivisto programmi e inviti, cancellando artisti troppo legati al regime di Mosca. Ma è aperto anche un confronto su come distinguere tra sostegno politico e dissenso personale.
Barbera si posiziona proprio in questo spazio delicato, separando in modo netto l’identità nazionale dal contenuto artistico. La sfida è trovare un equilibrio: continuare a riflettere e a rivedere le scelte, ma senza chiudere le porte al dialogo e senza rinunciare all’indipendenza culturale. In un momento in cui ogni opera rischia di diventare un simbolo politico, il caso Dau a Venezia anticipa altre tensioni che inevitabilmente toccheranno festival e istituzioni simili.
Il dibattito resta aperto. Le parole di Barbera hanno messo un punto fermo, ma la questione delle responsabilità culturali e della libertà di espressione, in tempi di guerra, è tutt’altro che risolta.
