Il cinema non è politica, aveva detto Wim Wenders qualche settimana fa alla Berlinale, scatenando un acceso dibattito. Oggi, al Festival di Venezia, il regista tedesco è tornato a chiarire quel concetto, con calma e precisione. Il suo nuovo documentario, “From Inside Out – The Architecture of Peter Zumthor”, ha fatto da cornice a un confronto più ampio. Non un passo indietro, ma una spiegazione netta: Wenders non ha mai voluto separare del tutto cinema e politica, piuttosto ha voluto mettere in luce un confine sottile. Per lui, il cinema si nutre di empatia, quella stessa che spesso manca nelle scelte pragmatiche dei politici. Al Lido, il regista ha ribadito che il valore del suo lavoro sta proprio lì, in questa differenza fondamentale.
Alla Berlinale, dove Wenders ha guidato la giuria, una sua frase ha subito provocato malintesi. Aveva detto: «Noi cineasti siamo l’opposto dei politici» e che la politica «funziona senza empatia». Queste parole sono state lette come un invito a escludere il cinema dal confronto politico, quasi a chiudersi in una torre d’avorio lontana dai problemi reali. Oggi, a Venezia, il regista ha spento ogni dubbio. «Non ho mai detto che dobbiamo stare fuori dalla politica», ha chiarito. «Si è capito male, e questo ha distorto il senso delle mie parole». Wenders ha spiegato che cinema e politica hanno ruoli diversi, ma questo non significa che il cinema debba essere indifferente o passivo di fronte alle questioni pubbliche.
Per lui, i cineasti sono portatori di empatia, capaci di creare un legame emotivo con il pubblico attraverso le storie che raccontano. La politica, invece, si muove su un piano pragmatico, spesso freddo, guidato dagli interessi e dal potere. Sono due mondi che usano strumenti e linguaggi differenti, e per questo i cineasti devono mantenere una certa distanza rispetto alle logiche tradizionali del dibattito politico.
Al centro della sua presenza a Venezia c’è però “From Inside Out – The Architecture of Peter Zumthor”, un documentario dedicato all’architetto svizzero insignito del premio Pritzker nel 2009. Il film, presentato fuori concorso, arriverà nelle sale italiane nel 2027, distribuito da Lucky Red. Il titolo già anticipa l’approccio di Wenders: non una semplice fotografia dell’architettura, ma un viaggio dentro il modo in cui gli spazi vengono pensati, vissuti e attraversati dalle persone.
Da sempre, Wenders mostra una sensibilità particolare verso gli ambienti e le atmosfere, come si vede in film come “Paris, Texas”, con i suoi paesaggi ampi e intensi, o “Il cielo sopra Berlino”, sospeso tra realtà e sogno. Con questo documentario, si confronta con un racconto che lega profondamente spazio, memoria e presenza umana. Non è una biografia di Zumthor, ma un’esplorazione filmica che indaga il rapporto tra spazio, tempo e percezione, mettendo in luce il modo in cui l’architettura parla alle persone.
Le parole di Wenders a Venezia riprendono un tema che da tempo attraversa i grandi festival internazionali: quale rapporto deve avere il cinema con la politica e il dibattito pubblico? Negli ultimi anni, eventi come Berlino, Venezia e Cannes sono diventati molto più di semplici vetrine artistiche. Sono palcoscenici dove si affrontano temi caldi come guerre, migrazioni, crisi ambientali e diritti umani. I red carpet e le sale stampa si trasformano in spazi di confronto e presa di posizione.
Per Wenders, però, cineasti e politici hanno strade diverse. Il loro compito non è governare o raccogliere consensi, ma stimolare empatia, aprire orizzonti e spingere lo spettatore a guardare il mondo con occhi nuovi. Il cinema deve provocare, rompere gli schemi, avvicinare le persone a storie lontane senza piegarsi ai meccanismi del potere. Non è un impegno minore, ma diverso, e proprio per questo insostituibile. Lo ha ribadito con fermezza davanti ai giornalisti al Lido, senza giri di parole.
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