Le lacrime non bastano ad assolverci. A pochi giorni dall’inizio della Mostra del Cinema di Venezia, Venice4Palestine torna a farsi sentire con una richiesta che scuote il festival: la bandiera palestinese deve sventolare, chiara e visibile, nel cuore del Lido. Non solo un gesto simbolico, ma un segnale politico concreto.
Nel programma ufficiale, spiccano due film palestinesi: “Al Mowaten Osama” di Ahmed Hassouna e “Hiwar ma’ albahr” di Muayad Alayan. Ma per Venice4Palestine non basta celebrare l’arte. La presenza palestinese sul grande schermo deve tradursi in un impegno tangibile, che vada oltre la semplice proiezione. Registi, produttori, distributori, tecnici: tutti chiamati a trasformare parole e lacrime in azioni visibili, dalle sale di proiezione agli hotel, fino alla sala stampa. Una richiesta che non ammette indugi.
Nel documento si chiede anche una maggiore chiarezza su come girano i soldi e su chi sta dietro ai film in programma. Venice4Palestine insiste perché si rendano pubblici finanziamenti, coproduzioni, accordi di distribuzione e rapporti con istituzioni. L’obiettivo è evitare che si nascondano legami politici poco chiari o ambigui. In particolare, il collettivo invita la Biennale e gli operatori del cinema a interrompere ogni collaborazione con enti o istituzioni legate al governo israeliano o che sostengono in qualche modo lo Stato di Israele.
Viene fatta una distinzione netta: il boicottaggio non è contro le persone di origine israeliana o la loro cultura, ma contro le strutture e gli enti considerati complici di meccanismi che ledono i diritti dei palestinesi. Una precisazione che anticipa possibili critiche di tipo politico o morale. L’azione proposta punta quindi a esercitare pressione culturale ed economica su organizzazioni, non su singoli artisti.
La proposta include anche una richiesta di protezione per chi nel settore decide di tagliare certi rapporti istituzionali. Venice4Palestine chiede garanzie per evitare ripercussioni lavorative, contrattuali o di immagine. Un punto delicato, perché nel mondo del cinema i legami con festival, fondi e coproduzioni possono decidere carriere e opportunità. Non è un tema da poco, visto quanto è intrecciata e complessa l’industria audiovisiva oggi.
L’appello guadagna peso anche grazie ai nomi che lo sostengono. Tra i firmatari spiccano la scrittrice francese Annie Ernaux, premio Nobel per la Letteratura; il musicista Roger Waters, noto per le sue critiche alle politiche israeliane; e il regista italiano Matteo Garrone. Un gruppo variegato, ma unito nell’intento di portare una pressione culturale concreta.
L’iniziativa arriva in un momento in cui tanti festival europei e istituzioni culturali si trovano a dover bilanciare libertà artistica, responsabilità politica e diplomazia culturale. A Venezia, queste tensioni si fanno ancora più evidenti. Un gesto semplice – come esporre una bandiera o mostrare un cartello sul red carpet – può avere risonanza mondiale in pochi minuti. Per questo Venice4Palestine insiste perché si passi dalle parole ai fatti concreti, andando oltre la solidarietà di facciata.
Nel testo si sottolinea anche che, rispetto allo scorso anno, “per il popolo palestinese non è cambiato nulla”. È un richiamo a trasformare indignazione e solidarietà in azioni riconoscibili, almeno sul piano simbolico. Ora tocca alla politica culturale del festival decidere se rispondere a questo appello serrato.
La Mostra del Cinema si conferma così non solo come vetrina artistica, ma anche come terreno di scontro e confronto su temi internazionali delicati. Ancora una volta, il festival deve fare i conti con questioni che vanno oltre le proiezioni e i premi. Al centro c’è la Palestina, che richiama il mondo della cultura a riflettere su ruoli e responsabilità.
Per ora la Biennale non ha risposto ufficialmente all’appello di Venice4Palestine. Resta da vedere se deciderà di prendere posizione, se darà spazio a iniziative spontanee degli artisti o se preferirà mantenere un profilo più neutro. Qualunque scelta farà, sarà attentamente osservata da addetti ai lavori e osservatori internazionali.
La presenza dei due film palestinesi è vista dal collettivo come un’occasione per mettere in discussione l’intero sistema culturale legato al festival. Al Lido, una bandiera esposta o sventolata non sarebbe un semplice simbolo, ma un gesto politico e una dichiarazione pubblica. In un mondo dove immagine e realtà si intrecciano, anche la scelta più piccola può accendere dibattiti e influenzare opinioni.
Appena parte “Voglio i Money” di Lil Jolie, ti arriva un pugno nello stomaco. È…
Il 28 agosto 2026, Lil Kvneki ha fatto ritorno con un singolo che subito cattura…
Il 28 agosto, Eva Bloo ha lanciato Artattack, nuovo singolo firmato Epic Records e Sony…
Solo pochi giorni fa, Canto d’amore di Angelina Mango e Marco Mengoni era al sesto…
Rhove, il rapper di Rho, non perde un colpo. Tra le uscite serrate del 2024…
Stefano De Martino corre a passo spedito verso Sanremo 2027. Tra una tappa negli Stati…