Undici film fuori concorso sono già pronti a illuminare la Mostra del Cinema di Venezia 2026. Non cercano premi, ma puntano a raccontare storie potenti, a volte scomode, altre volte intime, che riflettono il presente con uno sguardo originale. Tra registi navigati e nuovi talenti, emerge un’Italia che indaga il passato, la fede, i legami familiari con una sincerità che colpisce. La selezione promette di scuotere, emozionare e far riflettere, senza rincorrere la gloria dei premi principali.
Anche nel 2026 la selezione Fuori Concorso conferma il suo ruolo di spazio aperto alla Mostra veneziana. Qui trovano posto film che sfuggono a definizioni rigide, mescolando generi, storie politiche e racconti denso di emozioni personali. Questo spazio flessibile permette di ospitare opere che, per complessità stilistica o contenuti, difficilmente troverebbero spazio nei concorsi tradizionali.
Tra gli undici titoli si attraversano affreschi storici, thriller psicologici e road movie che raccontano vite sospese tra memoria e presente. A livello internazionale, ci sono autori noti e una varietà di voci artistiche capaci di passare da toni cupi a quelli più leggeri, esplorando realtà poco raccontate. Un esempio è “The Basics of Philosophy” di Paul Schrader, con Jack Huston e Sofia Boutella: la storia di un professore alle prese con un passato tormentato, che si confronta con i fantasmi di un’esistenza piena di rimpianti.
Dall’altra parte, “Un bon avocat” di Tristan Séguéla si immerge in un thriller legale ambientato nel mondo giudiziario. Un avvocato, alle prese con una dipendenza, si affida a un giovane assistente con motivazioni oscure. Laurent Lafitte e Mélanie Laurent danno vita a personaggi tesi, tra inganni e strategie.
Nel panorama internazionale emergono film che affrontano grandi temi storici e conflitti contemporanei. “Let Us Through Dear Ancestors” di Lav Diaz racconta il periodo coloniale nelle Filippine tra XVI e XVII secolo. Con la sua consueta lentezza meditativa, Diaz mette in luce il peso del dominio spagnolo, con la costruzione forzata di infrastrutture religiose e la dura vita della gente comune. Un ritratto profondo e poco visto sul grande schermo.
Il thriller giapponese “Arrested Memory” di Sabu è un racconto teso e personale. Il protagonista è un investigatore che indaga sulla scomparsa del figlio di un imprenditore, ma lotta contro una grave perdita di memoria che mette a rischio l’indagine. L’ambientazione tra Giappone e Taipei arricchisce l’atmosfera internazionale del film.
La politica torna protagonista in “Jupiter” di Alexandre Smia, che racconta una crisi futuribile: un presidente francese si trova a gestire un ultimatum nucleare dalla Russia. Con Denis Ménochet e André Dussollier, il film ha un taglio realistico che invita a riflettere sulle tensioni geopolitiche attuali.
Non mancano titoli dal tono più intimo e originale. “A Place to Be” di Kornél Mundruczó è una storia di viaggio che unisce una donna anziana e un uomo più maturo in un percorso da Chicago a New York per restituire un piccione da gara smarrito. Ellen Burstyn, 92 anni, è protagonista insieme a Taika Waititi e Pamela Anderson in un racconto che si costruisce attorno a dettagli minuti e un’amicizia inattesa.
Tra i più movimentati, “Father Joe” di Barthélémy Grossmann, scritto da Luc Besson, racconta di un prete vendicatore interpretato da Kiefer Sutherland. Il personaggio ruba ai narcotrafficanti per aiutare i più deboli, mentre Al Pacino è un boss della droga spietato. La tensione tra i due promette momenti di grande intensità, con un mix di azione e ironia nera.
Anche “No Paradise If You Are Killed by a Woman” di Halkawt Mustafa si muove su territori duri e necessari. Ambientato durante l’assedio di Mosul, segue una cecchina peshmerga di origini curde tornata dalla Svezia per combattere e ritrovare la sorella rapita dall’ISIS. Un film che racconta coraggio e sofferenza con un linguaggio che unisce action e realismo drammatico.
Il Fuori Concorso si conferma così doppio: da un lato intrattenimento con volti noti, dall’altro un cinema impegnato su conflitti, identità e resistenza.
L’Italia porta al Lido tre film diversi, che affrontano temi profondi con uno sguardo attento ai dettagli umani. Giovanni Veronesi con “Dio ride” ci porta nel Seicento. La storia segue Fra Leopoldo, un frate che immagina un Dio vicino alla gente e capace di sorridere, messo sotto pressione dall’Inquisizione che considera questa visione eretica. Pierfrancesco Favino, Silvio Orlando e Carlo Cecchi danno forza a un racconto carico di tensioni spirituali e politiche.
Gianni Amelio presenta “Nessun dolore”, ambientato a Roma. Alessandro Borghi è un libraio segnato dalla morte di un giovane immigrato clandestino. La storia si muove tra colpa e accoglienza, nel cuore di una città che cambia e si apre a nuove vite. Valeria Golino e Valerio Mastandrea completano una narrazione che mescola fragilità e speranza.
Mario Martone chiude il trittico italiano con “Scherzetto”, dove Toni Servillo interpreta un illustratore di successo che torna a Napoli per prendersi cura del nipote di cinque anni. Il loro rapporto, a tratti difficile, trasforma alcune stanze dell’appartamento in un piccolo universo dove passato e presente si intrecciano. Il film esplora memoria, tempo e legami familiari con uno sguardo che va oltre la singola casa.
La selezione di Venezia 2026 mostra così un Fuori Concorso vivo e variegato, che non è solo un contorno, ma una vetrina importante per le diverse forme e linguaggi del cinema di oggi.
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