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Valerio Mastandrea a Venezia 2026: il valore e le sfide dei padri imperfetti in La Città dei Vivi

Il Lido si tinge di tensione e silenzi carichi di dolore. Valerio Mastandrea sale sul palco della Mostra del Cinema di Venezia con La città dei vivi, opera intensa di Edoardo Gabbriellini che spicca nella sezione Orizzonti. Nel film, è il padre di Luca Varani, il giovane romano vittima di un delitto che ha scosso l’Italia nel 2016. Ma il suo ruolo non si limita a raccontare un fatto di cronaca. C’è un universo interiore fatto di paternità fragile, di lutto che piega ma non spezza. Mastandrea dona al personaggio una profondità rara, con quella calma che sa parlare direttamente al cuore, trasformando la tragedia in un racconto umano e toccante.

Un ruolo che scava nel privato dietro la tragedia pubblica

Mastandrea si è trovato davanti a un personaggio raro per lui: un padre realmente esistito, inserito in una vicenda di cronaca che ha fatto parlare tutta Italia. Il film non si limita a raccontare la morte di Luca Varani, ma cerca di illuminare le pieghe più nascoste della sua vita e quella della sua famiglia. Gabbriellini punta l’obiettivo sulle zone d’ombra, sulle tensioni quotidiane, sulle fragilità che hanno preceduto la tragedia.

L’attore ha spiegato di non voler imitare a tutti i costi una realtà già nota. Ha scelto di entrare nel cuore della storia, cercando la verità dietro le parole del copione, evitando il rischio della rappresentazione vuota o sensazionalista. A interpretare Luca è Emanuele Maria Di Stefano, che mostra un percorso tormentato, segnato da solitudine e scelte difficili.

Mastandrea ha confessato di trovarsi più a suo agio lontano dai film di cronaca, perché spesso rischiano di essere troppo freddi o superficiali. Invece, La città dei vivi si addentra in quegli spazi privati dove spesso l’informazione non arriva: il cuore della famiglia, le fragilità nascoste tra genitori e figli. Ed è proprio questo sguardo interno che fa del film una storia da seguire con attenzione.

Paternità e fragilità: le parole sincere di Mastandrea

Parlare di paternità, soprattutto dopo una tragedia simile, non è mai facile. Mastandrea lo fa con parole semplici e dirette. “Credo nei padri difettosi,” dice senza giri di parole. Ammette limiti e incertezze, riconoscendo che essere genitori non è una scienza esatta, non esistono manuali da seguire. La domanda che sottolinea è dura: come si fa a capire quando un figlio sta per prendere una strada pericolosa? E come reagire quando i segnali si perdono?

L’attore rifiuta l’idea di un controllo ossessivo sui figli — quella “attenzione” che a volte diventa sorveglianza più che cura. Preferisce parlare di “osservare”:* un’attenzione discreta, fatta anche di ascolto dei silenzi, di rispetto per la solitudine che accompagna l’adolescenza. È in questo spazio incerto e fragile che i genitori devono restare, senza invadere.

Nel racconto di Mastandrea affiora anche una nota personale: ricorda sua madre, che lavorava tutto il giorno ma sapeva essere presente quando lui aveva bisogno di parlare. Da qui nasce la sua idea di genitorialità, vista come un percorso di crescita e scoperte continue, senza schemi rigidi. “Non c’è un vademecum,” ripete come un mantra, perché essere genitori è un mestiere da imparare ogni giorno, con errori e contraddizioni.

Tra Mastandrea e Gabbriellini: un legame che va oltre il cinema

Nel percorso di La città dei vivi c’è anche un rapporto solido e di lunga data: quello tra Mastandrea e il regista Edoardo Gabbriellini. Non è la prima volta che lavorano insieme, come avevano già fatto in Padroni di casa. Al Lido hanno raccontato di un’intesa cresciuta nel tempo, fatta di confronto e fiducia, indispensabile in un mestiere complesso come il cinema.

Mastandrea ha scherzato sul fatto che condividono “una sola cosa”, ringraziando il caso per questo, ma ha spiegato come entrambi siano arrivati al loro lavoro senza strade facili o privilegi. Hanno dovuto lottare per trovare la propria voce artistica, per capire cosa amano e cosa no. La definizione “fratelli di latte” rende bene quell’atmosfera di amicizia e fiducia che li lega.

Il film non è dunque solo cronaca, ma un racconto che mette sotto la lente i rapporti umani, le tensioni familiari, e quello che resta quando il clamore si spegne. A Venezia questo sguardo ha toccato chi guarda, senza sensazionalismi, offrendo invece un ritratto umano intenso e profondamente toccante.

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