
Quando nel 2014 John Wick ha fatto il suo ingresso nelle sale, ha riscritto le regole del cinema d’azione. Keanu Reeves, con i suoi movimenti precisi e una tensione palpabile, ha trasformato ogni scena di combattimento in un piccolo capolavoro di ritmo e intensità. Da allora, tanti hanno tentato di replicare quella magia, ma spesso il risultato è sembrato solo una pallida imitazione, priva di quella scintilla che ti tiene incollato allo schermo. Poi è arrivato Sisu, un film che non si limita a rincorrere quell’eredità, ma la reinventa, portando una nuova energia e un approccio fresco che scuote davvero il genere.
L’eredità di John Wick: la sfida di fare action con un’anima
John Wick ha fissato un nuovo standard nel cinema d’azione: combattimenti coreografati al dettaglio e una cura quasi maniacale per ogni movimento. Da lì sono partiti film come Atomica Bionda, Nobody e Extraction. Questi titoli hanno cercato di tornare a un’azione più “vera”, fatta di scontri sporchi, faticosi, dove si sente la fatica e il rischio. Più umani, insomma, rispetto all’immagine dell’eroe invincibile.
Però, nonostante la violenza più concreta – colpi che fanno male, cadute dolorose, sudore e fatica visibile – spesso resta la sensazione di una imitazione. Un tentativo di copiare senza portare nulla di nuovo. L’azione perde freschezza e rischia di essere solo un’ombra della rivoluzione che John Wick aveva portato sul grande schermo. La vera sfida è creare qualcosa di diverso, con una propria voce, capace di raccontare storie nuove attraverso la violenza.
Sisu: l’action che racconta la resistenza in un’epoca spietata
Sisu, uscito nel 2022, si muove su un terreno completamente diverso rispetto al mondo elegante e criminale di John Wick. Il film è ambientato nella Finlandia del 1944, negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale, e segue Aatami Korpi, un ex soldato che vive isolato tra le montagne. Quando un gruppo di nazisti scopre che lui ha trovato dell’oro, inizia una caccia spietata.
Il bello di Sisu sta nella sua semplicità narrativa: non ci sono trame complicate o giochi di potere, solo un uomo deciso contro un gruppo di soldati nemici. Questa chiarezza lascia spazio a un racconto intenso di tenacia e forza di volontà. La sua resistenza diventa quasi una leggenda, una figura eroica radicata in un tempo e in un luogo ben precisi.
Anche l’ambientazione contribuisce a creare l’atmosfera: paesaggi duri, ambienti grezzi, lontani da quell’estetica patinata dei film di spie o gangster. L’azione qui è senza fronzoli, concentrata sulla sopravvivenza e su scontri fisici crudi e veri.
La violenza di Sisu: un’azione che si sente sulla pelle
Sisu prende qualche spunto da John Wick, ma lo fa a modo suo, con intensità e originalità. Il film costruisce piano piano il personaggio di Aatami Korpi, lasciando emergere la sua natura silenziosa e decisa prima di lanciarsi nelle scene d’azione. Quando arriva la violenza, è senza filtri: armi improvvisate, pugni duri, combattimenti corpo a corpo feroci e oggetti di uso comune trasformati in strumenti di difesa.
Ogni colpo pesa, ogni ferita fa male davvero. La fatica si vede, si sente. I combattimenti non sono coreografati alla perfezione, ma sono sporchi, imprevedibili, e proprio per questo più realistici e coinvolgenti. L’eroe prende botte, ma continua a combattere, mostrando un’umanità fatta di resistenza, non di invincibilità.
La violenza in Sisu non è mai fine a sé stessa: ogni scena contribuisce a costruire la leggenda del protagonista, inserita in un contesto storico che la rende ancora più concreta e significativa.
Sisu e il sequel: la strada per un franchise tutto nuovo
Il seguito, Road to Revenge, ha confermato la direzione presa dal primo film. Anche se le scene d’azione sono meno numerose, diventano più spettacolari e realistiche, mantenendo alta la tensione sul protagonista. È un buon equilibrio tra quantità e qualità, che mostra una chiara idea dietro la saga.
La vera forza di Sisu è non voler essere un semplice clone di John Wick. Prende qualche elemento chiave – la tensione narrativa, la costruzione del mito del personaggio, la violenza fisica intensa – ma li mette in un contesto tutto suo. Parla di guerra, sopravvivenza e resistenza, non di criminalità o vendette personali.
Sisu dimostra che anche in generi molto battuti si può creare una saga con un’identità forte, senza rinunciare a scene d’azione di qualità e a una storia che tiene il pubblico incollato. Una lezione preziosa in un cinema dove spesso l’originalità lascia il posto alla copia.



