Il 5 settembre Venezia ospiterà un documentario che promette di scuotere il modo in cui pensiamo al giornalismo televisivo. Robert Pattinson, volto inesperto per un ruolo così controverso, è il protagonista di “Primetime”, firmato Lance Oppenheim. Il film racconta la storia di Chris Hansen, giornalista di Dateline NBC, e del suo programma “To Catch a Predator”, diventato famoso per mettere in trappola adulti sospettati di cercare contatti con minori online. Ma dietro le telecamere e le domande serrate si celano dubbi pesanti: fino a che punto il giornalismo può spingersi senza oltrepassare la linea sottile che separa l’informazione dalla giustizia fai-da-te? La pellicola non offre risposte facili, ma riapre un dibattito più che mai attuale.
“Primetime” è il primo film di finzione di Lance Oppenheim, finora noto soprattutto per i suoi documentari. La scelta di raccontare la storia di Chris Hansen mette sotto i riflettori un caso che ha fatto epoca nella tv americana tra il 2004 e il 2007. Il film, prodotto da A24 con Ari Aster tra i produttori, ha come protagonista Robert Pattinson nei panni del giornalista, offrendo un volto familiare ma in una veste inedita. La pellicola cerca di mostrare il delicato equilibrio tra il ruolo del cronista e le conseguenze di una narrazione che sfiora il reality senza dimenticare la gravità delle accuse.
Nel trailer spicca subito una scena ormai diventata iconica: Hansen che, con voce calma ma ferma, dice “Perché non si siede lì?”. Quella frase, ormai un marchio di fabbrica, apre il sipario su un meccanismo teso, una casa allestita come un set, telecamere pronte a riprendere ogni mossa. È qui che si concentra tutta la tensione: il confronto tra il sospettato e il giudizio del pubblico che guarda da casa. Il film prova a mostrare come realtà e spettacolo si intrecciassero con indagini e dilemmi morali.
“To Catch a Predator” si basa su un meccanismo semplice ma efficace. Un adulto entra in una chat pensando di parlare con un ragazzino o ragazzina di 12-15 anni. In realtà, dall’altra parte c’è un adulto-esca che registra ogni messaggio e conversazione. Se il sospetto accetta di incontrare il presunto minorenne, viene accompagnato in una casa allestita per le riprese. Varcata la soglia, si trova davanti Chris Hansen, che gli fa domande dirette, cercando risposte davanti a un pubblico invisibile ma pronto a giudicare.
In alcuni casi, con la polizia presente, l’arresto è immediato. In altri, soprattutto nelle prime puntate, le forze dell’ordine non c’erano e i sospettati venivano lasciati andare, mentre il materiale raccolto veniva poi consegnato agli investigatori. Questo ha scatenato non poche polemiche, mettendo sotto accusa la legittimità e i metodi del programma. Il confine tra indagine, tv e spettacolo si è scontrato con i principi del diritto e dell’etica giornalistica.
“To Catch a Predator” ha fatto ascolti record e conquistato il grande pubblico negli Stati Uniti. Ma ha anche raccolto critiche forti da esperti, giornalisti e osservatori dei media. Il nodo del discorso era sempre lo stesso: fino a che punto può spingersi un programma che mescola indagini, polizia e show?
Il caso più discusso è quello del 2006 in Texas. Louis Conradt, vice procuratore della contea di Rockwall, è stato protagonista di un’operazione congiunta tra tv e polizia. Pochi istanti prima dell’irruzione, si è tolto la vita. Il fatto ha scosso profondamente il mondo della tv e della giustizia. Il programma è stato sospeso e le polemiche sull’etica di “To Catch a Predator” sono esplose con forza, mettendo in discussione il ruolo delle telecamere e la pressione sui sospettati. Hansen ha poi continuato a lavorare su format simili, come “Hansen vs. Predator” nel 2015 e “Takedown with Chris Hansen” dal 2022, collaborando più strettamente con le forze dell’ordine e aggiornando le tecniche investigative.
Nel frattempo, Chris Hansen non ha ancora visto “Primetime”. Come ha raccontato a Fox News, si è recato negli uffici di A24 per una proiezione privata, ma gli è stato chiesto di firmare un accordo che lui ha giudicato troppo stringente. Il documento riguardava i diritti sul suo nome, immagine e marchio professionale. Hansen ha rifiutato di firmare e così la produzione gli ha negato la visione del film.
Una fonte vicina ad A24 ha spiegato che quella clausola è una normale misura per proteggere il contenuto e evitare spoiler. Hansen ha escluso qualsiasi interesse economico legato al film: non è stato pagato né consultato durante la realizzazione. “Sono solo un giornalista,” ha detto, “e non capisco i complicati meccanismi di Hollywood. Ma so come scoprire le cose.” Una frase che racconta molto del suo stile diretto e crudo e che alimenta il dibattito già acceso intorno al film, diventato un caso prima ancora di uscire.
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