«Voglio il gelato alla fragola piuttosto che al cioccolato». Quante volte lo sentiamo dire, spesso senza pensarci? Quel “piuttosto che” usato al posto di “o” è ormai ovunque: dai dibattiti televisivi alle chiacchiere quotidiane. Ma proprio questa frase, così innocua all’apparenza, sta mettendo in crisi la chiarezza dell’italiano. A lanciare l’allarme sono Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, linguisti e divulgatori, nel loro ultimo libro pubblicato da Sperling & Kupfer. Basta ascoltare un’intervista o leggere un titolo per rendersi conto di quanto questo errore si sia diffuso, quasi senza che nessuno se ne accorgesse. Piccoli sbagli, certo, ma che diventano pesanti quando a commetterli sono politici, giornalisti o insegnanti.
Della Valle e Patota spiegano che “piuttosto che” ha solo due significati: uno comparativo, per indicare una preferenza , e uno avversativo, per escludere un’opzione . Il problema nasce quando lo si usa al posto di “o”, che invece dà una scelta aperta e indifferente. Dire “Mangerò carne piuttosto che pesce” vuol dire che preferisco la carne, non che scelgo casualmente tra le due. Se si vuole lasciare libertà di scelta, “piuttosto che” crea solo confusione e ambiguità.
Secondo gli autori, questa “moda” è nata negli anni Ottanta nel Nord Italia, con la tv. Conduttori e giornalisti hanno cominciato a usare questa espressione a sproposito, e in poco tempo si è diffusa nel linguaggio quotidiano. Un passaggio veloce e poco controllato che ha indebolito la chiarezza del messaggio, soprattutto in ambiti pubblici e istituzionali.
Il libro non si ferma qui. Della Valle e Patota mettono in luce altre storture comuni, soprattutto nel parlato e nello scritto di chi comunica in pubblico. Uno dei problemi più evidenti riguarda il congiuntivo, sempre meno usato o usato male, specie da politici e giornalisti. La perdita di questa forma verbale toglie precisione e ricchezza al discorso.
Un altro errore frequente riguarda gli accenti e gli apostrofi. Per esempio, “dà” con l’accento è la terza persona singolare del verbo “dare”, mentre “da’” con apostrofo è l’imperativo alla seconda persona. Spesso si confondono, e anche in testi ufficiali questa svista può minare la credibilità del messaggio.
Gli autori citano anche espressioni sbagliate ormai entrate nell’uso comune, come “facci” al posto di “faccia” — un errore famoso anche per la scena cult di Fantozzi. Questi “tormentoni” dimostrano come certi errori riescano a radicarsi nella cultura popolare, anche tra chi dovrebbe prendersi cura della lingua.
Della Valle e Patota ricordano che rispettare la grammatica non è solo una questione di tradizione, ma di rispetto verso chi ascolta o legge. Chi parla al pubblico — politici, giornalisti, insegnanti, personaggi dello spettacolo — ha il compito di farsi capire in modo chiaro e preciso. Anche un piccolo errore grammaticale può finire sotto i riflettori, mettendo in discussione autorevolezza e credibilità.
Non si tratta di puntare il dito contro chi non ha avuto una buona formazione linguistica, ma di richiamare chi lavora professionalmente con la parola. In questi casi, conoscere bene la lingua e usarla con cura è un dovere. La comunicazione pubblica non può permettersi di perdere qualità per colpa di errori evitabili.
Gli autori non vogliono difendere un purismo rigido né fermare l’evoluzione della lingua, che è naturale. Però non tutto ciò che cambia migliora la comunicazione. Spesso si tratta di cattive abitudini, poco riflettute, che si diffondono senza controllo, specie in ambito pubblico.
Il loro consiglio è semplice: quando ci sono dubbi, meglio fermarsi a riflettere e consultare dizionari o grammatiche, piuttosto che affidarsi al caso o all’istinto. Non serve essere esperti, basta un po’ di attenzione.
Nel libro si parla anche di “guastatori”, cioè chi infrange le regole con consapevolezza e incuranza, alimentando errori che si potrebbero evitare. Sbagliare è umano, dicono, ma ignorare la necessità di migliorare è una scelta che danneggia la lingua e la comunicazione di tutti.
Il modo migliore per invertire la rotta passa da un impegno costante nel rispetto della lingua, senza scorciatoie che confondono. Partire da errori come quello del “piuttosto che” usato male potrebbe cambiare davvero il modo di parlare e scrivere in Italia, oggi.
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