Nel cuore di Palermo, estate 2012, due ragazzi si muovono tra strade assolate e pomeriggi infiniti, sospesi tra giochi improvvisati e silenzi pesanti. È lì che Giovanni Tortorici ha scelto di ambientare “Ketticé”, il suo secondo lungometraggio presentato al Locarno Film Festival. Giulio e Ketty, amici legati da un legame complesso, attraversano un’adolescenza segnata dall’assenza di guide e dalla distanza degli adulti. Sullo sfondo, una città che pulsa ma non parla, un tempo che scorre lento e fragile. Monica Bellucci veste i panni della madre di Giulio, aggiungendo profondità a un racconto che non indulga in nostalgie, ma punta dritto a mostrare la verità cruda e sincera di quel passaggio difficile chiamato crescita.
“Ketticé” si svolge in una città che sembra essersi fermata nel tempo. Giulio, un sedicenne chiuso nel suo mondo fatto di scuola e famiglia, vive un’esistenza fatta di silenzi e limitazioni. L’incontro con Ketty rompe questa routine: lei è un soffio di libertà, un’apertura verso un modo di vivere più fluido e meno definito. Attraverso la loro storia, il film racconta un’Italia immersa nel berlusconismo, un periodo in cui molti giovani si trovano senza riferimenti solidi. Questo clima pesa sulle case, sulle scuole, sui cortili dove i ragazzi cercano spazi per affermarsi, spesso senza modelli stabili a cui guardare. Tortorici evita ogni retorica nostalgica: il racconto resta lucido, critico, e restituisce una fotografia vera, a tratti dura, di quell’adolescenza.
Monica Bellucci interpreta una madre stanca, intrappolata in un ruolo che la schiaccia. È una donna che fatica a mantenere l’ordine in una casa ormai disgregata. La madre di Giulio è distante, incapace di comunicare davvero, spesso sopra le righe, tra urla e silenzi carichi di tensione. I suoi gesti, come quando impugna un coltello senza mai arrivare a minacciare davvero, parlano di una rabbia trattenuta e di un dolore profondo. Bellucci ha definito questa esperienza sul set come una sfida nuova, apprezzando il modo chiaro e deciso con cui Tortorici ha guidato il lavoro. La sua figura è il simbolo di una donna che vede la famiglia e la società intorno a lei sgretolarsi, e il film mette in luce con forza la difficoltà di trovare un linguaggio comune tra genitori e figli, oscillando tra momenti grotteschi e altri più amari.
Dopo l’esordio con “Diciannove”, Tortorici allarga il suo racconto con “Ketticé”, che diventa una storia più corale. Qui il peso delle strutture esterne — scuola, famiglia, Stato — si fa sentire più forte, modellando il mondo interiore di Giulio. Le regole imposte dagli adulti, il controllo che si esercita durante i pranzi o nelle piccole interazioni quotidiane, disegnano confini rigidi che il ragazzo cerca di superare. L’amicizia con Ketty è una via di fuga, una forma di protezione in un ambiente soffocante. Ketty porta con sé difficoltà personali ma anche una libertà di comportamento che attira Giulio, aprendo per lui nuove strade di vita. La presenza della nonna, interpretata dalla vera nonna del regista, aggiunge un ulteriore elemento di autorità tradizionale: il suo sguardo severo è la testimonianza di un potere generazionale che si tramanda e che alimenta le tensioni in famiglia.
Il casting di “Ketticé” non è stato convenzionale: con il sostegno anche di Luca Guadagnino, la produzione ha scelto la strada dello street casting, entrando nelle scuole di Palermo per scoprire ragazzi con modi di fare e di parlare autentici. Salvatore Gallina e Rachele Testagrossa, trovati così, sono riusciti a dare vita a personaggi credibili e spontanei. Monica Bellucci ha sottolineato quanto fosse intensa e sincera la loro interpretazione. Rachele porta sullo schermo espressioni genuine del dialetto palermitano, una lingua viva e lontana da ogni artificio. Il regista conferma che alcune scene, come le risse tra ragazze, riflettono la realtà quotidiana di Palermo. Salvatore Gallina ha ammesso di ritrovare in Giulio molti aspetti di sé, soprattutto nei momenti di isolamento. Secondo gli interpreti, il racconto dell’adolescenza resta attuale, nonostante i cambiamenti tecnologici e linguistici, e mette in luce le tensioni profonde che ancora dividono giovani e adulti.
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