Il 5 agosto 1962, Marilyn Monroe fu trovata senza vita nel suo appartamento di Los Angeles. Aveva solo 36 anni, ma già allora la sua morte sollevò dubbi e sospetti. A distanza di cento anni dalla sua nascita, il fascino di Marilyn non accenna a svanire, così come i misteri che la circondano. Tra le tante teorie, una nuova ipotesi scuote le certezze: e se a spegnere la stella di Hollywood fosse stato un errore medico?
Negli ultimi tempi, Marilyn era lontana dai riflettori e dalla gloria che aveva conosciuto. Dopo essere stata esclusa da diversi film, l’attrice affrontava una profonda depressione. L’isolamento diventava sempre più evidente, mentre la sua condizione emotiva peggiorava. Questi aspetti sono confermati da varie testimonianze e reportage.
Non solo la mente, anche il corpo dava segnali di crisi. Marilyn assumeva quantità crescenti di farmaci prescritti dal suo medico personale, Hyman Engelberg. Tra questi, l’idrato di cloralio, un sedativo potente ma rischioso, soprattutto se combinato con altri medicinali come il Nembutal, un barbiturico. La convivenza di queste sostanze nelle settimane precedenti la sua morte potrebbe aver avuto conseguenze fatali.
Le indagini successive hanno evidenziato un dato preoccupante: quasi 830 dosi di farmaci somministrate in due mesi. Una quantità che fa pensare a una gestione medica confusa, se non addirittura superficiale. Tra la pressione psicologica, i medicinali e la perdita del controllo sulla sua fama, si intreccia una trama complicata intorno alla scomparsa della star.
Andrew Wilson, autore del libro “I Want To Be Loved By You”, ha cercato di fare chiarezza tra le tante ipotesi. La sua tesi mette in dubbio la versione ufficiale del suicidio, suggerendo che la morte di Marilyn possa essere stata causata da un errore del medico Engelberg. Secondo Wilson, il medico avrebbe sottovalutato i rischi della combinazione di farmaci e somministrato dosi troppo elevate in un momento delicato.
Nel libro si solleva anche il sospetto di ritardi dopo la scoperta del corpo. La governante avvertì la psichiatra Ralph Greenson, che dovette entrare forzando una finestra nella stanza dove si trovava Marilyn. Engelberg arrivò solo dopo, mentre la polizia fu chiamata circa un’ora dopo il decesso. Un ritardo significativo, soprattutto considerando l’importanza pubblica della vittima.
Wilson racconta anche di un medico sotto pressione personale, alle prese con una separazione, che potrebbe aver commesso errori gravi. Le autorità, secondo lo scrittore, non avrebbero dato sufficiente peso a questa ipotesi. La versione del suicidio resta ufficiale, ma alcuni elementi sollevati nel libro mettono in dubbio questa conclusione.
Marilyn Monroe è stata molto più di una stella del cinema: è stata un simbolo di un’epoca, con tutte le contraddizioni che questo comporta. Ha lottato per staccarsi dall’immagine di “bionda ingenua” costruita dalla stampa, cercando indipendenza personale e artistica.
La sua carriera ha conosciuto alti straordinari e momenti difficili. Anche dopo la sua morte, l’interesse per la sua figura non si è mai spento, così come la curiosità su ciò che si nascondeva dietro quel volto celebre. La sua storia è fatta di successi e cadute, di una vita vissuta intensamente ma segnata da misteri irrisolti.
Il libro di Wilson riapre un dibattito che mette in discussione quanto si è sempre creduto, puntando i riflettori su un possibile errore umano dalle conseguenze tragiche. Un monito a riflettere sull’importanza della cura e della responsabilità, soprattutto quando si ha a che fare con chi vive sotto i riflettori.
La morte di Marilyn Monroe resta un caso aperto, capace di suscitare interesse e interrogativi. Tra teorie, speculazioni e fatti accertati, il suo nome continua a vivere nella cultura popolare, alimentando fascino e rispetto per un’icona senza tempo.
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