Nel cuore della Chicago degli anni Trenta, tra il grigiore opprimente della Grande Depressione, prende vita una rilettura insolita della sposa di Frankenstein. Maggie Gyllenhaal, dietro la macchina da presa, mescola senza timori epoche e generi, trascinando lo spettatore in un noir che sembra guardare tanto al passato quanto al presente. Il film sorprende per la sua audacia visiva, ma a tratti si perde in una narrazione frammentata, dove momenti intensi si alternano a passaggi meno convincenti. Un viaggio irregolare, che affascina e confonde allo stesso tempo.
Frank, la creatura che tutti conosciamo come Frankenstein, torna in una città che nel Novecento è stata simbolo di modernità e crisi insieme. È la Chicago degli anni Trenta, segnata dalla Grande Depressione, il luogo dove Frank chiede alla dottoressa Euphronious di creare per lui una compagna. Lei, scienziata fuori dagli schemi, accetta la sfida. Usando tecniche che ricordano gli esperimenti del barone Frankenstein originale, dà vita a una giovane donna morta in circostanze misteriose. Nasce così la Sposa, una creatura senza ricordi, con un destino tutto da scoprire.
La storia si allontana dai soliti cliché dell’horror per immergersi in un mondo fatto di tensioni sociali, violenza e criminalità. Frank e la Sposa si muovono in una città dove polizia, gangster e detective tengono tutti sotto controllo. In questo contesto la loro relazione prende forma come un legame fuori dalle regole, un rapporto costruito tra due emarginati, diversi da tutto e da tutti.
L’atmosfera è quella di un noir pulsante, che rielabora suggestioni classiche in chiave moderna, seguendo il percorso di una coppia e i conflitti che la circondano. Al centro c’è il desiderio di trovare un’identità, un posto nel mondo — temi che danno forza e intensità al racconto.
Il film si nutre di citazioni letterarie e cinematografiche. L’apparizione di Mary Shelley, creatrice di Frankenstein, inserisce subito uno sguardo meta-narrativo, quasi come se l’autrice osservasse con curiosità questa sua nuova versione. Un ponte tra passato e presente, tra mito romantico e decostruzione moderna.
Non manca nemmeno Bartleby, il celebre personaggio di Herman Melville, che torna sotto forma di una frase ripetuta più volte dalla protagonista: “I would prefer not to”. Una risposta semplice, ma carica di un rifiuto sottile e rivoluzionario. È la chiave per capire la Sposa: un essere che non vuole piegarsi alle regole della società. Il film alterna questi momenti di riflessione profonda a scene visivamente potenti, mantenendo un equilibrio delicato ma coinvolgente.
Questo intreccio di riferimenti tiene insieme elementi molto diversi, dall’horror gotico alla letteratura americana di critica sociale. Il miscuglio rende il film stratificato, anche se a volte non facile da seguire. Il legame con i grandi modelli letterari accompagna tutta la storia, offrendo spunti di riflessione sull’identità e sulla possibilità di ribellarsi alle norme imposte.
Sul piano visivo, il film punta a un mix intrigante di stili: l’immaginario del cinema horror classico si fonde con tocchi moderni e aperture verso il sogno. Chicago è una città opprimente, avvolta dal fumo, dove la criminalità domina e le tensioni sociali sono palpabili. Questo scenario cupo fa da sfondo alle vicende di Frank e della Sposa, figure oscure ma simboliche.
Tra le sequenze spuntano momenti surreali, in cui il protagonista si ritrova dentro vecchi musical di Hollywood. Questi passaggi creano una dimensione onirica, come a suggerire che il cinema possa essere una fuga dalla durezza della realtà. La regia si muove libera, alternando richiami alla New Hollywood con un tocco contemporaneo.
Il contrasto tra toni e scenari rinnova i cliché del gotico e dell’horror senza rinunciare alla modernità. Il risultato è un impasto visivo che disorienta, che non vuole accontentarsi di raccontare una storia tradizionale ma spinge a cercare significati nascosti. Frank e la Sposa diventano così quasi leggende metropolitane, simboli di un mondo spietato che li rende inquietanti presenze permanenti.
Maggie Gyllenhaal mette in campo molte tematiche, dal mito di Frankenstein al rapporto tra due emarginati. Il film affronta anche questioni sociali come l’identità e il ruolo della donna, sfiorando il femminismo. Ma questa ricchezza è anche un limite: non tutti i fili narrativi vengono sviluppati con la stessa cura, alcune storie restano solo accennate e poi si perdono.
Il racconto appare a tratti frammentato, con sottotrame che sembrano aspettare uno sviluppo mai arrivato. Il ritmo oscilla tra sequenze vivaci e momenti più lenti, con una tensione che a volte si disperde tra le tante suggestioni. Il film cerca di fare troppo, di andare oltre un unico genere, ma questa ambizione si traduce in un’opera che si definisce più per la voglia di sperimentare che per la chiarezza del racconto.
Questa instabilità può disorientare, ma al tempo stesso dà al film l’aria di un laboratorio artistico. La regista sembra voler giocare con il mito di Frankenstein, piegandolo alle sue esigenze senza curarsi troppo di rispettare i modelli tradizionali. La storia scorre libera, tra momenti di forte drammaticità e scene che sembrano esercizi di stile.
In fondo, questa rilettura del mito incuriosisce soprattutto per il modo in cui lo mette sotto una nuova luce, offrendo una lettura personale e ricca di sfumature.
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