La notte degli Oscar si è appena conclusa, con applausi fragorosi e qualche sorpresa inattesa. Ma dietro il luccichio delle statuette, c’è una domanda che pesa: quale direzione sta prendendo davvero il cinema? Non solo negli Stati Uniti, ma soprattutto qui in Italia, dove la sfida si fa più complessa. Il nostro cinema naviga tra luci e ombre, affrontando ostacoli nuovi ma anche aprendo porte a possibilità inedite. Federico Pontiggia, critico con una lunga esperienza, ha messo a fuoco questo cambiamento, osservando da vicino le trasformazioni del settore e le tendenze che potrebbero ridisegnarne il futuro.
Quest’anno agli Oscar si è vista una cosa chiara: poche pellicole hanno fatto incetta di premi. Non è un caso, ma il risultato di scelte precise da parte dei grandi studi. Le risorse – economiche e di marketing – si concentrano su un numero ristretto di film che diventano così i veri protagonisti della gara. Il problema? Si perde la varietà, la ricchezza di voci e di storie che invece dovrebbe essere il cuore di una manifestazione internazionale.
Dietro tutto questo c’è anche l’aumento esponenziale dei costi delle campagne promozionali, che taglia fuori film più piccoli o meno noti. Così si crea una specie di oligarchia dei contenuti, dove la diversità si assottiglia e il panorama si fa più monotono. Anche il cinema americano sta cambiando, producendo meno opere che puntano davvero agli Oscar, e spesso scegliendo registi affermati o autori come Ryan Coogler, che mescolano generi come horror, thriller e fantastico.
L’horror non è più solo un genere. Sta diventando un modo di raccontare sempre più diffuso e flessibile. Mescolato con altri stili, è diventato uno strumento potente per parlare di temi forti: autodeterminazione, razzismo, forme moderne di schiavitù. La sua presenza nei grandi film premiati dimostra che il cinema ha cambiato registro, facendo dell’orrore un mezzo per riflettere su problemi reali.
Dal punto di vista narrativo, l’horror funziona anche come filtro rassicurante di drammi sociali: offre uno schema prevedibile che aiuta a gestire la complessità e la durezza della realtà. Negli ultimi anni, si è trasformato in un thriller che regala allo spettatore una sorta di catarsi emotiva, un sollievo rispetto alle tensioni della vita quotidiana. Questa doppia anima, tra denuncia e evasione, ha portato l’horror a una nuova centralità.
Paul Thomas Anderson ha dominato la cerimonia portandosi a casa tre premi importanti: miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura non originale. Un trionfo forse prevedibile, ma che segna una svolta nella carriera di un regista spesso nominato ma mai premiato prima. La vittoria di Anderson si inserisce in una tendenza di Hollywood a usare gli Oscar per celebrare carriere più che singoli capolavori, come successo recentemente con Scorsese e DiCaprio.
Dietro a questo successo c’è anche un investimento economico notevole, attorno ai 16 milioni di dollari, sostenuto dalla Warner Bros. La presenza di una major in queste operazioni sottolinea quanto il gioco di mercato e promozione sia cruciale per conquistare i riflettori internazionali. Per Anderson, l’Oscar diventa così un sigillo che rilancia l’attenzione sul suo lavoro più recente.
Timothée Chalamet, giovane promessa di Hollywood, ha vissuto una stagione di premi complicata. Il suo valore artistico resta intatto, ma questa volta non è riuscito a conquistare il riconoscimento ufficiale. Non si tratta di un calo nelle capacità, ma piuttosto di una gestione dell’immagine pubblica poco efficace. La sua comunicazione, a tratti troppo “bullo”, ha finito per allontanare colleghi e pubblico, oscurando la sua autenticità.
A soli trent’anni, con già tre nomination agli Oscar, Chalamet resta uno dei volti più promettenti. Il problema sta nel saper riorganizzare la propria immagine, con un supporto migliore da parte di agenti e uffici stampa, per tornare a essere una stella luminosa nel firmamento internazionale.
Il nostro cinema si trova oggi a un crocevia difficile, dove mancano risorse ma soprattutto un progetto chiaro e una strategia organizzata per le campagne internazionali. La scelta del film italiano per gli Oscar di quest’anno ne è un esempio: un titolo senza distribuzione negli Stati Uniti, una mossa che riduce quasi a zero le possibilità di successo.
Senza coordinamento e sostegno, il cinema italiano perde visibilità nel mondo. Nel 2026, la nostra presenza ai grandi premi si è limitata a qualche ricordo, come l’omaggio a Claudia Cardinale, e a una candidatura nella categoria canzone originale legata a un documentario musicale. Così rischiamo di diventare un museo di vecchie glorie, senza un vero slancio verso il futuro.
Lo streaming ha cambiato profondamente il modo di distribuire e vedere i film, aprendo molte porte ma anche creando nuove sfide. Un film di qualità, se ben fatto, può funzionare sia in sala sia sulle piattaforme digitali. Lo dimostrano produzioni italiane come Esterno Notte di Marco Bellocchio o L’Arte della Gioia di Valeria Golino, che hanno saputo muoversi tra i due mondi senza perdere valore.
Ma non sempre è così. Carlo Verdone, per esempio, dopo il suo ultimo film al cinema nel 2018, ha scelto di puntare quasi esclusivamente sul mercato streaming, anche a causa delle chiusure imposte dalla pandemia. Questa scelta mostra quanto oggi gli autori debbano essere flessibili per conciliare il desiderio di cinema tradizionale con le nuove forme di fruizione.
Nel panorama italiano spiccano diversi registi emergenti con idee e prospettive interessanti. Gipo Fasano, Lorenzo Quagliozzi, Tommaso Santambrogio, e soprattutto Alice Rohrwacher, già più volte riconosciuta a livello internazionale, sono una linfa preziosa. Il problema non è tanto la qualità, quanto la mancanza di un sistema che li sostenga con continuità.
Anche Laura Samani e Carolina Cavalli stanno contribuendo a portare freschezza e diversità al cinema italiano. Senza dimenticare le opere prime come Altri Cannibali di Francesco Sossai, che ha dimostrato una chiara identità autoriale. Servono spazi dove questi registi possano sperimentare senza la pressione di un successo immediato, accettando anche gli errori come parte del percorso.
Il dibattito sul cinema in Italia sta cambiando, spostandosi verso nuovi mezzi e forme di comunicazione. Programmi televisivi come MovieMag su Rai hanno fatto un lavoro importante, offrendo un’informazione seria e competente per dieci anni, senza scendere a compromessi. Restano punti di riferimento per chi vuole capire e apprezzare la qualità del cinema italiano.
Ma l’ascesa dei social media ha rivoluzionato la conversazione, spesso a scapito della complessità. La critica professionale si distingue dagli influencer proprio per la capacità di offrire giudizi approfonditi e motivati, un ruolo fondamentale per mantenere viva la cultura del cinema.
I prossimi David di Donatello saranno un banco di prova per il cinema italiano e la sua capacità di riconoscere davvero il valore delle sue opere. Un’attenzione particolare andrà a film come Le città della pianura di Francesco Sossai, uno dei titoli più importanti della stagione. Evitare errori nel processo di selezione sarà cruciale per non perdere ulteriore terreno a livello internazionale.
Secondo Federico Pontiggia, il futuro della critica cinematografica è incerto. Il mercato editoriale è in crisi profonda e la professione rischia di trasformarsi da lavoro retribuito a un sapere diffuso ma senza sbocchi concreti. Questo cambiamento cambierà anche il modo in cui si parla e si fruisce il cinema, con figure tradizionali che lasciano spazio a una cultura più sparsa ma meno strutturata.
Il 2026 si annuncia quindi come un anno di passaggio per la settima arte, tra sfide importanti e la necessità di innovare. Il cinema italiano dovrà trovare risposte concrete per restare al centro del dibattito globale.
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