Il 6 maggio, Rai 1 trasmetterà la cerimonia dei David di Donatello, ma quella che dovrebbe essere una festa del cinema italiano rischia di trasformarsi in un evento a metà. Flavio Insinna guiderà la serata insieme a Bianca Balti, ma sul palco ci sarà un silenzio diverso dal solito. Registi, attori e autori hanno deciso di disertare la kermesse, rispondendo a un appello di protesta contro scelte politiche e tagli ai finanziamenti che, a loro dire, soffocano il cinema indipendente. Così, la notte dei David si avvicina con un’ombra pesante: un premio prestigioso sotto assedio, e un settore in bilico tra rabbia e delusione.
Il movimento #siamoaititolidicoda ha lanciato un appello chiaro e deciso: i candidati ai David sono invitati a incontrare il presidente Sergio Mattarella al Quirinale la mattina del 6 maggio per chiedere maggiore attenzione per il cinema italiano. Poi, la protesta continua con l’invito a non partecipare alla cerimonia serale, per segnalare un netto dissenso verso le politiche attuali.
Tra i firmatari ci sono nomi di peso come Alessandro Gassmann, che ha già confermato, mentre Matilda De Angelis sta ancora decidendo. Registi famosi come Paolo Sorrentino, Giuseppe Tornatore, Marco Bellocchio, Nanni Moretti, Nicola Piovani, Francesca Archibugi e Pupi Avati hanno firmato una lettera aperta al governo, chiedendo un confronto che però tarda ad arrivare. Oltre duecento professionisti del settore si sono uniti a questa protesta, che va ben oltre le solite divisioni interne al mondo del cinema italiano.
Questa volta non si tratta di una semplice polemica: dietro ci sono dati concreti e scelte politiche che mettono a rischio il futuro della produzione audiovisiva nazionale. La serata del 6 maggio potrebbe essere molto diversa dal solito, in quella che dovrebbe essere la notte delle celebrazioni del cinema italiano.
Al centro della protesta c’è Cinecittà, il celebre complesso di studi cinematografici di Roma, che sta vivendo una trasformazione profonda. Grazie al PNRR, sono stati stanziati 232 milioni di euro per ampliare e modernizzare la struttura: cinque nuovi teatri di posa, la riqualificazione di quattro esistenti, potenziamento delle tecnologie digitali e una grande piscina per le riprese acquatiche.
Questi fondi, insieme a capitali privati, hanno fatto crescere la capacità produttiva di Cinecittà di circa il 60%, con un ritorno all’utile previsto già per il 2025, dopo anni di perdite. I ricavi sono saliti del 43%, arrivando a 30,5 milioni. L’amministratrice delegata Manuela Cacciamani ha mostrato con orgoglio questi numeri durante l’evento “Cinecittà Interno Giorno” di fine marzo 2024, sottolineando una fase di crescita economica senza precedenti.
Ma lo stesso giorno, oltre duecento professionisti hanno risposto con una lettera aperta. Il movimento #siamoaititolidicoda denuncia che questi investimenti finiscono per favorire quasi esclusivamente grandi produzioni hollywoodiane come “Assassin’s Creed”, “La Passione di Cristo: Resurrezione” di Mel Gibson e “Annibale” di Antoine Fuqua con Denzel Washington. Nel frattempo, il cinema indipendente italiano soffre per la scarsità di risorse e l’aumento dei costi per accedere ai set.
Il rischio, secondo i critici, è che Cinecittà si trasformi da laboratorio artistico a polo commerciale dedicato quasi solo a grandi produzioni straniere, lasciando poco spazio alle realtà italiane. Questa è la spina nel fianco della mobilitazione del 6 maggio.
Un altro motivo di scontro riguarda la ripartizione del Fondo Cinema e Audiovisivo per il 2026, approvata a febbraio. Il budget scende da 696 a 606 milioni, un taglio di 90 milioni, più del 10%. Un colpo duro per un settore che ha bisogno di stabilità e risorse certe.
Ma a complicare le cose è la distribuzione interna dei fondi. Il tax credit per le produzioni straniere che girano in Italia più che raddoppia, passando da 40 a 100 milioni di euro. L’idea è attirare grandi produzioni internazionali, con il beneficio di indotto, posti di lavoro e attività per le strutture.
Di contro, i contributi selettivi destinati al cinema italiano “vero”, quello che punta su cultura, arte e talenti emergenti, crollano da 91,5 a 41,7 milioni, quasi dimezzati. Per molti nel settore, è la prova che la strategia punta a fare dell’Italia un semplice set per produzioni straniere, a scapito dello sviluppo nazionale.
Manuela Cacciamani difende questa scelta con ragioni economiche: “ogni euro speso per produzioni straniere genera almeno il 60% di ritorno in Italia.” Sono numeri concreti, certo, ma non bastano a compensare il valore culturale del cinema indipendente, che ha bisogno di fondi per scrivere, realizzare e distribuire film, mantenendo viva la tradizione artistica italiana.
Non manca poi un’altra ferita aperta: nella prima selezione 2025 per i contributi selettivi, essenziali per finanziare i progetti italiani, non figura nemmeno una regista donna. Un fatto che pesa in un Paese che ha dato grandi maestre come Lina Wertmüller e Alice Rohrwacher.
Il movimento parla di “censura morbida”: non un divieto esplicito, ma criteri di selezione che di fatto escludono sistematicamente una parte importante del panorama creativo italiano. Così si creano discriminazioni strutturali che limitano la possibilità di raccontare storie al femminile e di valorizzare voci originali.
Questa mancanza getta ulteriore ombra sulla tensione generale, perché mette in discussione la trasparenza e l’equità del sistema di finanziamento, sollevando interrogativi profondi sull’identità culturale nazionale.
Il boicottaggio della cerimonia dei David di Donatello si presenta come un gesto simbolico potente, ancora in via di definizione. Se la sala resterà vuota, il messaggio sarà chiaro: una parte importante del settore non si riconosce più in una politica che privilegia le produzioni straniere a scapito del sostegno nazionale.
Dietro questa protesta c’è un problema strutturale che va oltre i nomi o le cariche: riguarda la filosofia con cui il cinema italiano viene finanziato e valorizzato. Le richieste di dimissioni di figure politiche come la ministra della Cultura Borgonzoni segnano una volontà di responsabilità, ma la vera sfida è un’altra. L’Italia deve scegliere se continuare a produrre cinema italiano autentico o limitarsi a offrire il proprio territorio come semplice set per produzioni straniere.
Il 6 maggio potrebbe essere un momento di svolta. Un settore artistico che reclama dignità e attenzione rischia di ritrovarsi davanti a una platea anomala e silenziosa, specchio di una crisi profonda che investe tutto il sistema culturale nazionale. Sarà un monito: serve fermarsi e riflettere sul futuro che si vuole davvero per il cinema italiano, tra investimenti, politiche pubbliche e tutela dell’identità artistica.
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