Per la prima volta dal 2017, nessun film italiano figura nella selezione ufficiale del Festival di Cannes. Un vuoto che ha subito scatenato reazioni, tra sorpresa e preoccupazione, nel mondo del cinema nazionale. Thierry Frémaux, direttore artistico del festival, ha cercato di calmare gli animi, sottolineando che semplicemente non sono arrivati “film meritevoli di concorso”. Ma questa assenza non è un caso isolato: riflette problemi più profondi, legati a un sistema produttivo italiano che fatica a tenere il passo, alle prese con sfide strutturali di non poco conto.
Per la prima volta in anni, nessun film italiano figura né nella competizione principale né nelle altre sezioni ufficiali come Un Certain Regard. Nel 2017 l’Italia era comunque presente, anche se fuori concorso, con Fortunata di Sergio Castellitto. Oggi invece si rischia una totale sparizione del cinema italiano nel festival più importante al mondo. Le sezioni parallele come la Quinzaine des Cinéastes e la Semaine de la Critique non erano ancora definite all’annuncio, ma la speranza di vedere titoli italiani era poca, vista la mancanza di proposte di rilievo.
Questa assenza rompe una tradizione consolidata e mette in luce una crisi che non riguarda solo la qualità artistica dei singoli film, ma problemi più profondi legati alla produzione e al sostegno delle istituzioni. Non è un vuoto casuale, ma il segno di un sistema incapace di far emergere nuovi talenti capaci di competere a livello internazionale, fatta eccezione per qualche nome storico ormai noto.
Il motivo ufficiale più evidente riguarda Nanni Moretti, uno dei registi più attesi, il cui film Succederà questa notte è arrivato troppo tardi per essere valutato. L’adattamento di un romanzo di Eshkol Nevo, con Jasmine Trinca e Louis Garrel, non è stato quindi inserito in selezione.
Ma questo ritardo è solo la punta dell’iceberg. Critici come Luca Barnabè sottolineano un problema ben più profondo: il cinema italiano porta a Cannes sempre gli stessi nomi – Bellocchio, Garrone, Moretti, Martone, Alice Rohrwacher, Sorrentino – e quando nessuno di loro ha un progetto pronto, l’Italia sparisce. Il ricambio generazionale è praticamente fermo, e la produzione nazionale fatica a far emergere nuove voci capaci di farsi strada sui grandi palcoscenici internazionali.
La mancanza di investimenti per sostenere i giovani registi si traduce in un rinnovamento artistico e produttivo molto limitato. Le nuove leve spesso non trovano né fondi né visibilità per competere con produzioni straniere più forti. Così, la selezione dei festival resta appannaggio di pochi autori storici, un meccanismo fragile che rischia di crollare al minimo intoppo.
Nonostante l’assenza di film italiani in concorso, qualche segnale dell’Italia si trova comunque nel programma. Due titoli in gara sono coproduzioni italiane: The Unknown di Arthur Harari, con Ascent Film, e Fatherland di Pawel Pawlikowski, prodotto da Our Films. Anche nella sezione Un Certain Regard c’è una coproduzione italiana, mentre tra le proiezioni di mezzanotte spicca Roma elastica di Bertrand Mandico, sostenuto da Rai Cinema.
Sul fronte artistico, ci sono italiani sparsi in produzioni straniere: Monica Bellucci nel film francese Histoires de la nuit di Léa Mysius, Isabella Ferrari in Roma elastica e lo scrittore Erri De Luca che recita in un film francese in concorso. Sono presenze importanti, ma frammentate e lontane dall’essere protagoniste come un tempo.
Questa situazione conferma la difficoltà del cinema italiano a farsi sentire con una voce forte e unitaria a livello internazionale. Le coproduzioni aiutano, ma non bastano a compensare la mancanza di una produzione italiana autonoma e solida.
L’assenza a Cannes arriva in un momento di forte tensione nel settore. Registi, produttori e attori sono in protesta contro le politiche governative che hanno tagliato drasticamente i finanziamenti al cinema indipendente. Il movimento #siamoaititolidicoda ha chiamato a boicottare i David di Donatello, in programma il 6 maggio su Rai 1. Tra i firmatari c’è anche Alessandro Gassmann.
Le critiche puntano il dito contro il sottosegretario alla cultura Lucia Borgonzoni e il ministro Guido Giuli, accusati di penalizzare i fondi pubblici. Si contesta anche l’uso dei 300 milioni del PNRR destinati a Cinecittà, che sembrano più rivolti a trasformare gli studi romani in un hub per produzioni americane e internazionali piuttosto che a sostenere il cinema italiano.
Questo cambio di rotta ha avuto un impatto pesante sul comparto indipendente: i fondi selettivi sono passati da 91,5 milioni nel 2025 a meno di 42 milioni nel 2026. Nel frattempo, il tax credit per le produzioni straniere è quasi raddoppiato, da 42 a 100 milioni. Questo squilibrio ha indebolito la capacità delle produzioni italiane autonome di realizzare opere competitive e ha provocato anche ritardi nella produzione.
L’assenza a Cannes è solo la punta di un problema più ampio. Da tempo il cinema italiano soffre di mancanza di profondità produttiva e di rinnovamento. Il sistema si regge su pochi nomi storici e va avanti finché questi registi hanno progetti pronti. Ma quando non è così, il rischio è il vuoto.
In più, i finanziamenti pubblici privilegiano le coproduzioni internazionali e le grandi produzioni straniere che girano a Cinecittà, invece di sostenere le nuove voci italiane. Questo danneggia non solo la creatività, ma anche il ruolo culturale del cinema nazionale.
Altri settori culturali dimostrano che servono investimenti mirati per i giovani e un sistema in grado di valorizzare proposte di qualità, senza affidarsi solo a poche eccezioni. Per ora, quella capacità manca e il cinema italiano paga il prezzo nei festival internazionali.
Il futuro del cinema italiano a Cannes dipende dalla capacità di rinnovarsi e di sostenere i giovani cineasti. Frémaux ha detto che l’Italia tornerà, ma la sfida è più grande di un singolo anno o di una selezione. Serve un lavoro di sistema, a partire da un sostegno reale alle nuove generazioni.
Moretti, con il suo film non presente a Cannes, sarà a Venezia, e si attendono nuovi titoli dalle giovani leve per le prossime edizioni. Ma questo non risolve il problema di fondo: un settore che produce quasi solo eccezioni, investe poco sui giovani e favorisce le produzioni estere difficilmente tornerà protagonista.
L’assenza italiana a Cannes 2026 è un segnale d’allarme per un settore vitale ma in crisi, che ha bisogno di riforme e investimenti per ritrovare il posto che merita sulla scena mondiale.
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