Il red carpet di Cannes si è appena ritirato, lasciando dietro di sé una scia di applausi fragorosi e polemiche accese. La 79ª edizione del Festival si è chiusa con la cerimonia finale, affidata ancora una volta a Eye Haïdara, che aveva aperto le danze il 12 maggio. Settimana dopo settimana, si è giocata una partita a colpi di emozioni, scelte artistiche e scontri di idee. Tra riconoscimenti meritati e decisioni che hanno fatto discutere, la kermesse francese non ha smesso di alimentare domande, spingendo a riflettere sul confine sottile tra cinema e politica.
Cristian Mungiu torna sul podio con Fjord, aggiudicandosi la Palma d’Oro e bissando il successo di 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni del 2007. La giuria, guidata dal sudcoreano Park Chan-wook e composta da volti noti come Chloé Zhao e Demi Moore, ha scelto un racconto che affronta il conflitto tra valori tradizionali e modernità. Il film segue la famiglia Gheorghiu, evangelici rumeni trasferitisi in Norvegia, dove fede e cultura si scontrano con le istituzioni locali, soprattutto quando emergono accuse di abusi su una figlia.
Una storia che mette a fuoco uno scontro culturale ed etico, specchio di un’Europa in trasformazione. Mungiu riprende tematiche già care, come nel precedente R.M.N., scavando nel rapporto tra conservatorismo e società contemporanea. Sul palco insieme a lui gli attori principali, tra cui Sebastian Stan. Nel suo discorso, il regista ha invitato a riflettere sul tempo, ricordando che solo gli anni diranno quali film resteranno nel cuore.
Ma non tutti hanno applaudito. La vittoria di Fjord ha sollevato critiche: qualcuno ha definito il film “troppo politico” e meno incisivo rispetto agli standard cui Mungiu aveva abituato il pubblico.
Le critiche più dure sono arrivate soprattutto da stampa inglese e americana. Il Guardian ha bollato Fjord come un’opera “troppo costruita”, preferendo indicare Minotaur di Andrey Zvyagintsev come il vero capolavoro del festival. Il film, accolto con entusiasmo fin dall’inizio, ha conquistato il Grand Prix.
Zvyagintsev, noto per la sua dura opposizione al regime di Putin, ha usato il palco di Cannes per lanciare un appello diretto al presidente russo, condannando la guerra in Ucraina e chiedendo la fine delle sofferenze. Un momento intenso e fortemente politico, che ha colpito pubblico e addetti ai lavori.
La critica ha sottolineato come Zvyagintsev, esiliato da tempo, rappresenti una voce coraggiosa contro autoritarismo e violenza, mantenendo al contempo un alto livello artistico capace di parlare al cuore degli spettatori.
Uno degli episodi più chiacchierati è stata la scelta di assegnare il premio per la miglior regia a due registi molto diversi tra loro. Da un lato Paweł Pawlikowski con Fatherland, che racconta il ritorno di Thomas Mann in Germania dopo la Seconda guerra mondiale; dall’altro The Black Ball, dei registi spagnoli Javier Calvo e Javier Ambrossi, noti come “Los Javis”, con un racconto coraggioso sul mondo queer e Penélope Cruz nel cast.
I tre registi hanno condiviso un unico premio, sottolineando così il valore paritario di due progetti radicalmente differenti. Con ironia, Pawlikowski ha commentato la “confusione” della consegna, mentre il conduttore Xavier Dolan ha scherzato auspicando più trofei in futuro.
Questa doppia vittoria mette in luce la volontà della giuria di premiare la diversità e la pluralità delle voci, anche a costo di dividere il pubblico.
Un filo conduttore si è visto anche nelle categorie degli attori: entrambi i riconoscimenti principali sono andati a coppie. Per il miglior attore, Emmanuel Macchia e Valentin Campagne sono stati premiati per Coward, storia d’amore tra due soldati belgi durante la Prima guerra mondiale. Tra le attrici, doppia vittoria per Virginie Efira e Tao Okamoto, protagoniste di All of a Sudden, che esplora un intenso legame tra due donne in contesti diversi.
Non è un caso che questi premi si leghino a opere che affrontano tematiche LGBT+. La giuria ha mostrato chiaramente attenzione verso storie che parlano di identità, diversità e inclusione, con un linguaggio cinematografico fresco e accessibile.
Anche dietro le quinte non sono mancati momenti di tensione. La posizione dominante di Vincent Bolloré su Canal+, storico partner di Cannes, ha suscitato proteste nel mondo del cinema. Una lettera aperta contro il suo controllo ha raccolto migliaia di firme, soprattutto da parte di personalità francesi, che denunciano interferenze politiche e commerciali a rischio della libertà artistica.
In questo clima, la cerimonia di chiusura è stata sobria, con pochi discorsi politici, eccezion fatta per quelli di Zvyagintsev e Pawlikowski, che ha ribadito l’importanza della resistenza culturale. Tilda Swinton, presente per la premiazione, ha sottolineato l’impegno del festival nel difendere la speranza e la varietà culturale in un mondo sempre più complicato.
Le Palme d’Oro onorarie sono andate a Barbra Streisand , Peter Jackson e John Travolta, momenti di festa meno attraversati da tensioni.
Il festival ha assegnato premi a opere diverse, confermando la varietà del cinema mondiale. Oltre alla Palma d’Oro e al Grand Prix, la miglior regia è stata condivisa da Pawlikowski e “Los Javis”, mentre Emmanuel Marre ha vinto la miglior sceneggiatura con Notre Salut, che racconta la storia di un funzionario durante l’occupazione di Vichy.
Il Premio della Giuria è andato a The Dreamed Adventure di Valeska Grisebach, film che ha diviso la critica. Tra i corti, ha trionfato l’argentino For The Opponents di Federico Luis. Nella sezione Un Certain Regard ha vinto Everytime di Sandra Wollner, con menzioni speciali per opere prime e giovani attori.
Le sezioni parallele hanno premiato titoli come La Gradiva e I See Buildings Fall Like Lightning, mentre la Queer Palm è andata a Teenage Sex and Death at Camp Miasma di Jane Schoenbrun, segno di un’attenzione sempre più forte verso narrazioni queer.
Un festival che, tra tensioni politiche e grandi nomi, cerca di tenere viva la sua vocazione a raccontare la complessità culturale del nostro tempo.
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