Silvia Monti se n’è andata a Lugano, ieri, 11 agosto, a 80 anni. Un volto che, negli anni ’60 e ’70, ha segnato il cinema italiano con una presenza intensa, anche se la sua carriera è stata relativamente breve. Dietro quel nome, Silvia Cornacchia, si nascondeva una donna riservata, capace di muoversi tra generi diversi con una naturalezza che pochi riuscivano ad avere. Rifugiata nella tranquillità svizzera insieme al marito Carlo De Benedetti, ha lasciato un’eredità fatta di fascino e quel velo di mistero che ancora oggi accompagna il ricordo di quegli anni turbolenti, ma carichi di creatività e passione. La sua scomparsa segna la fine di un’epoca, forse ormai distante, ma mai dimenticata.
Nata a Bassano del Grappa il 23 gennaio 1946, Silvia Monti è stata uno dei volti femminili più interessanti del cinema italiano tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta. Sullo schermo si distingueva per un mix di grazia, ironia e tensione che le permetteva di muoversi con disinvoltura tra generi diversi. Negli anni d’oro della commedia all’italiana, del noir e del thriller, passava con naturalezza dal ruolo di femme fatale a quello di donna comune.
Quegli anni erano un periodo frenetico per il cinema italiano, dove produzioni di vario tipo si susseguivano rapidamente, spesso mescolando registri e atmosfere senza soluzione di continuità. Chi lavorava in questo ambiente doveva essere rapido e adattabile, qualità che Silvia affinò collaborando con registi come Alberto Lattuada e Lucio Fulci. Proprio Fulci la volle nel 1971 per “Una lucertola con la pelle di donna”, un thriller anticonvenzionale e ancora oggi considerato un cult.
Sempre nel 1971 partecipò a “Il corsaro nero” di Lorenzo Gicca Palli e a “Giornata nera per l’ariete” di Luigi Bazzoni. Entrambi i film, pur diversi, raccontano quella stagione del cinema italiano che puntava a sorprendere con atmosfere intense e riflessive, mantenendo alta la tensione narrativa. Nel 1972 fu poi la volta di “Afyon – Oppio” di Ferdinando Baldi, un film che mescola spionaggio e azione, elementi molto graditi all’epoca dal pubblico italiano e internazionale.
Silvia Monti si fece notare per una recitazione sobria, lontana da facili cliché. Il suo volto, riconoscibile ma mai invadente, è rimasto impresso in chi ha amato quel periodo in cui il cinema era fatto di sperimentazioni rapide e di un rapporto diretto con il pubblico delle sale.
Il 1974 segna una svolta nella carriera di Monti. Quell’anno recitò al fianco di Alberto Sordi in “Finché c’è guerra c’è speranza”, una commedia amara in cui Sordi veste i panni di un commerciante d’armi alle prese con le contraddizioni morali dell’Italia del boom economico. Anche se il suo ruolo era secondario, l’attrice riuscì a lasciare un segno per la sua presenza e profondità.
Il lavoro con Sordi le diede spazio in una pellicola di grande spessore, che spiccava per la critica sociale tagliente e la capacità di raccontare un’epoca attraverso la satira. Ma fu proprio in quegli anni che Silvia Monti decise di lasciare il cinema. Il suo addio fu discreto, senza annunci o clamori: un allontanamento graduale, in linea con la sua natura riservata e il crescente disinteresse verso la vita pubblica.
Quel ritiro segnò la fine di una carriera che avrebbe potuto ancora crescere. Forse sentì di aver detto tutto con pochi ruoli, o forse la stanchezza di un ambiente competitivo e spesso invadente prese il sopravvento. Scelse allora di vivere lontano dalle luci, privilegiando una vita privata fatta di normalità e discrezione.
Silvia Monti trascorse gli ultimi decenni della sua vita a Lugano, in Svizzera, lontano dai riflettori e dal clamore che avevano segnato la sua giovinezza artistica. Qui visse insieme a Carlo De Benedetti, suo marito dal 1997, noto imprenditore ed editore italiano. Prima di lui era stata sposata con il conte Luigi Donà dalle Rose, figura importante nella trasformazione turistica della Sardegna nord-orientale; il loro matrimonio durò 25 anni, fino al 1994.
La scelta di stabilirsi a Lugano non fu casuale. La città, conosciuta per la qualità della vita e la tranquillità, era un rifugio perfetto per chi, come lei, aveva deciso di staccarsi dalla scena pubblica. Qui trovò pace, circondata dagli affetti e lontana da occhi indiscreti.
Gli ultimi anni furono segnati da una malattia neurodegenerativa, affrontata con grande riservatezza. La sua condizione le impedì di frequentare gli ambienti che un tempo erano stati il suo mondo. La famiglia rispettò il suo desiderio di tenere privato questo dolore, mostrando però un affetto profondo.
Il ricordo di Silvia Monti vive anche attraverso un gesto concreto: una raccolta fondi promossa dal nipote Edoardo sulla piattaforma GoFundMe. L’iniziativa sostiene il Centro Dino Ferrari dell’Università degli Studi di Milano e dell’Ospedale Policlinico, impegnato nella lotta contro le malattie neurologiche e neuromuscolari.
Edoardo ha voluto sottolineare il valore umano di sua zia, descrivendola come “una donna unica per bellezza e intelligenza”. Parole che vanno oltre l’aspetto esteriore, raccontando la delicatezza e la mente brillante che l’hanno accompagnata per tutta la vita.
Legare il ricordo a una causa di ricerca è un modo rispettoso per onorare una figura che ha scelto la riservatezza, ma anche un invito a continuare la battaglia contro malattie che colpiscono ancora tante persone.
Silvia Monti lascia un’eredità cinematografica breve ma intensa, traccia di un’epoca in cui il cinema italiano raccontava storie forti e varie. Il suo volto resta negli occhi degli appassionati, che la ritrovano in retrospettive e programmazioni pomeridiane, un ricordo discreto ma vivo di un tempo di creatività e coraggio.
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