Savannah, Georgia
Savannah Civic Center
Martin Luther King Jr. Arena

7 Maggio 2006

01. Maggie's Farm
02. She Belongs To Me
03. Tweedle Dee & Tweedle Dum
04. Positively 4th Street
05. Stuck Inside Of Mobile With The Memphis Blues Again
06. Love Sick
07. Watching The River Flow
08. Cold Irons Bound
09. Don't Think Twice, It's All Right
10. Highway 61 Revisited
11. Just Like A Woman
12. Summer Days

Bis:

13. Like A Rolling Stone
14. All Along The Watchtower

La band:

Bob Dylan - tastiere, armonica
Stu Kimball - chitarra
Denny Freeman - chitarra
Donnie Herron - violino, banjo, pedal steel, lap steel
Tony Garnier - basso
George Recile - batteria


Proseguiamo il nostro andirivieni tra Georgia e North Carolina e stasera torniamo nel "Peach State" per uno degli ultimi concerti di questo Bob Dylan Show.
La nostra meta è la cosiddetta "The Hostess City", ovvero Savannah, una città che sorge nella Chatham County e che fu fondata dal Generale James Oglethorpe nel 1733 in una zona in cui si erano insediati gli indiani Yamacraws.
Qui a Savannah sono stati girati tra gli altri i film The Gift e Forrest Gump.
Entriamo nella Martin Luther King Jr. Arena del Savannah Civic Center e notiamo che purtroppo non è piena; diciamo che un 70 per cento dei posti sono occupati (su un totale di circa 5300).
Come di consueto lo show si apre con il grande Merle Haggard il cui set continua però a risultare come sempre troppo corto, per quanto dannatamente straordinario. Merle stasera ha parole di elogio per la città di Savannah che, dice, è un posto davvero speciale per lui (e mentre lo dice non sembra ruffiano ma sincero). Stasera lo vediamo anche al violino in un brano, quasi in duetto con il suo violinista regolare.
Forse come omaggio a Johnny Cash, stasera Haggie canta Folsom Prison Blues. Cash è stata una grossa influenza per Merle e quando Johnny era in prigione negli anni '50 Haggard era tra il pubblico in tre dei concerti che Cash tenne a San Quintino.
Per quanto riguarda Bob, anche lo show di stasera non è niente di speciale, come già quello di Asheville, ma è comunque buono. Forse la stanchezza comincia a farsi sentire in questa parte finale del tour, anche se va detto che la sua prova vocale è ancora decisamente convincente.
Quello che convince sempre più è l'organo. Sentiamo al riguardo Peter Radiator: "Il suo modo di suonare l'organo è isterico. E' stato il vertice dello show, per me. Quel sound vintage è molto più bello di quello da vecchio piano che Dylan era solito produrre in passato e che tendeva ad essere sepolto nel mix."
Anche stasera la setlist è prevedibile e a questo punto non ci resta che sperare che Bob si stia riservando le sorprese per il tour europeo... magari per quando verrà sulle coste della "Sunny Italy"... :o)
La folla stasera è rumorosa e scalmanata e anche oggi - ahinoi! - ci sono molti che sono venuti a vedere più che altro Merle e restano a vedere Dylan solo per un po'.
Sentiamo ancora Peter. Che te ne pare di questa band, Pete?
"Devo dire che Donnie Herron è in maniera evidente il più versatile musicista sul palco e si è conquistato un posto di riguardo come spalla di Bob, lo si vede da come si guardano e si parlano durante lo show, lo si vede anche dalla posizione di Don rispetto a Dylan e dalle jam tra pedal steel e organo cui ogni tanto danno vita... Però in questo tour mi sembra che abbia meno assoli rispetto a quello dell'anno scorso..."
Si parte con Maggie's Farm. Sentiamo James Lundy. Che te ne pare di questo inizio, Jim? "Uno dei miei professori del liceo, un vecchio padre gesuita, disse una volta in una diatriba sulla musica rap (eravamo nel 1982) che una canzone non è una canzone se non si può fischiettarne il motivo. Beh ho pensato a questo mentre Bob cantava Maggie's Farm, un brano che non aveva un motivo fino ad oggi. Sono rimasto sbalordito! Non solo Bob l'ha cantata con una voce che sembrava quella di 15 anni fa, ma ha persino reinventato un motivo per la canzone, un motivo che si poteva fischiettare!"
Voce di 15 anni fa?
"Sì. Dopo il concerto di Charleston con Willie Nelson dello scorso anno ero convinto che la voce di Dylan fosse ormai completamente andata. Era roca e danneggiata in maniera allarmante. E non intendo dire solo roca ma ROCA. A volte cantava e non veniva fuori niente se non aria. Mi faceva venir mal di gola solo ad ascoltarlo. Ma stasera sta cantando con la stessa voce che ricordo quando l'ho visto per la prima volta nel 1990. Come ha fatto a trasformare quella che sembrava una voce ormai irrimediabilmente compromessa im una voce bella come quella di adesso? Che ci sia stato l'intervento di un chirurgo?"
Lo show prosegue con  She Belongs To Me, Tweedle Dee & Tweedle Dum e Positively 4th Street.
Dopo una ordinaria Stuck Inside Of Mobile With The Memphis Blues Again arriva uno dei brani migliori della serata, Love Sick con Donnie che fa un egregio lavoro al mandolino elettrico e Bob che appare sempre più bravo con il suo "Vincent Price Sound" all'organo.
Poi è la volta di Watching The River Flow, in cui Bob regala uno splendido assolo di armonica, e di Cold Irons Bound che è stata una delle perle della serata, un brano completamente riscritto e la voce di Dylan è sembrata migliore che in Time out of mind.
Ecco una conferma da parte di Peter: "Ad un certo punto della canzone ho pensato tra me che era la miglior performance live che avessi mai visto nella mia vita e non penso che sia un'esagerazione. Una canzone che vale da sola il biglietto d'ingresso..."
Purtroppo un po' di upsinging fa la propria comparsa stasera e lo si nota soprattutto in Don't Think Twice it's Alright, ma Bob si fa perdonare con altre mirabilia all'armonica.
Il set si chiude con le due scatenate H61 e Summer Days inframmezzate dalla karaoke-version di Just like a woman. Anche stasera nessuna novità nei bis, ed è ormai fin troppo chiaro che sarà così fino alla fine di questo tour.
Usciamo dalla Martin Luther King Jr. Arena fischiettando... indovinate cosa? :o)
Michele Murino



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