What's going on in your show...
sera per sera Bob in concerto

 
a cura di Salvatore "Eagle"

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Stoccolma, Svezia
Globe Arena
11 Ottobre 2003

1.To Be Alone With You
2.It's All Over Now, Baby Blue (acustica)
3.Cry A While
4.Just Like Tom Thumb's Blues
5.It's Alright, Ma (I'm Only Bleeding) (acustica)
6.Boots Of Spanish Leather
7.Things Have Changed
8.Highway 61 Revisited
9.Love Sick
10.Tweedle Dee & Tweedle Dum
11.Every Grain Of Sand
12.Honest With Me
13.Don't Think Twice, It's All Right (acustica)
14.Summer Days

Bis:

15.Cat's In The Well
16.Like A Rolling Stone
17.Forever Young
18.All Along The Watchtower


COMMENTO: Bob e la sua band approdano a Stoccolma città storica e capitale della Svezia, per la seconda data del tour europeo; sede del concerto la bella Globe Arena. Il concerto parte subito bene con To Be Alone With You, in una versione ben diversa da quella presentata durante il concerto di
apertura del tour. Il cantato è quasi perfetto, le parole sono misurate e
quasi scandite, ottimo anche il suo lavoro al piano. Da menzionare anche
l'impegno della band che sembra aver ripreso il ritmo di marcia dei migliori
concerti del precedente leg, e lo dimostra la successiva It's All Over Now,
Baby Blue, proposta in versione acustica, dove prepotenti emergono gli
ottimi assoli di armonica di Bob. Bella anche Cry A While, che riporta alla
mente la bella performance che ne diede a Niagara Falls; qui si ripete, e in più la band si diverte in cambi di ritmo prepotenti.
Just Like Tom Thumb's Blues è la solita e solida versione che fa divertire il pubblico o meglio risvegliare da un certo torpore che lo pervade durante i primi pezzi. Il meglio della serata arriva con It's Alright, Ma (I'm Only Bleeding), Bob dimostra di non aver perso la forma e sforna una splendida performance acustica. In gran spolvero Larry e Freddie che danno il giusto "grip" alla canzone. Quando prende la chitarra si capisce che sta per eseguire Boots Of Spanish Leather in versione elettrica e infatti è così, la versione di
questa sera richiama quella già sentita il 9, ma questa volta però Bob fa di
meglio, cuce in pochi minuti alcuni ottimi passaggi chitarristici,
affascinando anche per la tensione e la passione nel cantato. Things Have
Changed fa scrosciare gli applausi, ma la performance è deludente, il pezzo
è ormai troppo inflazionato dal vivo e la band sembra stanca nel suonarla.
Stesso discorso per la successiva Highway 61 Revisited. Le cose cambiano nella successiva Love Sick, eccellente in ogni passaggio, buono anche il cantato di Bob che si fa sempre più drammatico in questa canzone. Tweedle Dee & Tweedle Dum, il solito pezzo per ballare sotto al palco, e Bob sembra apprezzare e così allunga un bel pò il brano tanto che si ha quasi la sensazione di essere tornati indietro di 8 anni. Every Grain Of Sand è magica, Bob canta alla grande e sforna una bella performance, ottimi anche i suo soli di armonica.
Honest With Me convince ma Bob ha fatto di meglio su questa canzone, così quasi senza accorgersene si passa ad un altro momento acustico con
Don't Think Twice, It's All Right; Bob comincia all'elettrica poi la posa e
dice a Tommy di prendere l'acustica, poi finisce per suonare il piano
durante la restante parte di canzone. Summer Days è ottima, forse una delle
migliori senza Charlie Sexton, grande lavoro di Larry e buono anche quello
di Tony che fornisce un bel groove come non si sentiva da tempo. I pezzi
finali riservano qualche sorpresa, oltre alla bella riproposizione di Cat's
In The Well, con un bridge completamente diverso, c'è Like A Rolling Stone, dove Freddie fa scintillare la sua chitarra. Poi la sopresa Forever Young, senza il noioso back-up di voci, impressiona per la sua nuova veste
strumentale più modulata e meno epica. Chiude tra fiacchi applausi con
All Along The Watchtower, che però ricorda più da vicino le versioni di un
paio di anni fa, piuttosto che qualcosa di non sentito.

Salvatore Esposito


 
 
L'avvocato del 

di Alessandro Cavazzuti

L’attacco con To Be Alone With You non è male. Decisamente roccheggiante, la voce sufficientemente intensa anche se già si delinea la tendenza tipica di Dylan degli ultimi tempi a spezzare di netto il fraseggio, dando quasi la sensazione di voler prendere fiato. Se sia una necessità o una scelta precisa è difficile a dirsi, anche se l’effetto non è tutto sommato dei più felici.

It’s All Over Now, Baby Blue rimane la versione arruffata e priva di ogni tensione degli ultimi anni. Sono così tanti i difetti di questo arrangiamento che a volerne citare alcuni non c’è che l’imbarazzo della scelta. 
Il ritmo totalmente fuori luogo, la batteria stessa che suona come un inutile sovrappiù, il piano di Dylan che svolazza a destra e a manca senza alcuna logica, le chitarre rumorose e pasticciate al limite del fastidioso. Tutti questi aspetti concorrono nel togliere alla canzone la drammaticità che dovrebbe invece costituirne l’essenza.

Cry A While è la cosa migliore che ho sentito, anche perché qui il sound sporco non ci sta per niente male, e lo stesso dicasi per la voce, più cavernosa che mai, ma capace di arrivare allo stomaco, potente e intensissima.

Tom Thumb’s Blues è sicuramente una bella sorpresa. Qui Dylan trova forse il miglior fraseggio vocale di tutto il concerto. Niente di stellare, per carità, però riesce ad essere incisivo al punto giusto. 
Per una volta, siamo di fronte ad una linea vocale (piacevolmente sopra le righe) mantenuta grosso modo per tutta la canzone, naturalmente con le dovute deviazioni tipicamente dylaniane, ma nondimeno coerente quanto basta per dare personalità alla canzone. In pratica, quello che in generale manca alle interpretazioni che Dylan ci sta offrendo negli ultimi tempi, magari intense ma di certo scostanti, eccessivamente caricate, che non lasciano il segno perché prive di personalità.

Dopo una partenza molto incerta, It’s Alright Ma si riprende ma non decolla mai veramente. Vale lo stesso discorso, anche se in misura minore, fatto per Baby Blue. La performance di Dylan, e qui anche quella della band, non riescono a rendere al meglio la drammaticità della canzone. Mancano i crescendo di cui questa canzone ha bisogno come del pane, il sound è abbastanza caotico e unidimensionale.  

Lo stesso suono arruffato lo sento in Things Have Changed, che peraltro Dylan ultimamente canta con un certo pathos, ma il sound è veramente approssimativo.

Highway 61 è la solita versione, potentissima e trascinante, dove George Receli la fa da padrone assoluto, guidando la band con grande personalità, soprattutto negli stacchi che intermezzano le strofe. 
Ciò che sorprende sono i licks alla chitarra di Koella, che suonano decisamente troppo ‘dylaniani’. Da un chitarrista di ottima tecnica come lui ci si aspetterebbe qualcosa di meglio.

Boots of Spanish Leather viene decisamente ritoccata rispetto alla classica versione acustica di sempre. Intanto Dylan suona la chitarra elettrica e non è cosa da poco vista la dedizione totale nei confronti della tastiera manifestata negli ultimi tours. 
Il fraseggio all’acustica (presumibilmente di Larry Campbell) è molto promettente, peccato che venga presto sommerso dalla batteria e dalle schitarrate di Dylan all’elettrica. La verità è che non si capisce dove vogliano andare a parare, con questa versione. 
E’ evidente la ricerca di un sound e di un’atmosfera diversi, magari anche più raffinati, ma Dylan la canta come sempre e l’effetto è stridente. Il sound nel complesso è niente piu che caotico. Di sicuro la canzone ha bisogno di qualche rehearsal in più, su questo non ci piove. La band dà l’impressione di essere a metà del guado, tesa verso qualcosa di nuovo ma pronta a tornare al sicuro verso le vecchie armonie. Mi auguro che sia cosi e che la canzone venga sviluppata a dovere nei concerti a venire..

Love Sick soffre della sindrome di Baby Blue e It’s Alright Ma, priva di misura, troppo caricata, anni luce dalle versioni anche solo di 4-5 anni fa.

Dopo l’ascolto dei primi due minuti di Every Grain Of Sand mi sentivo quasi a disagio. Non si poteva certo dire che fosse una brutta versione, cantata discretamente, suonata bene. Eppure qualcosa non tornava. Poi, proseguendo nell’ascolto, mi sono reso conto che Dylan la cantava come se chiedesse di essere ascoltato, quasi sentisse di voler dimostrare qualcosa. Dubito che sia effettivamente così ma l’impressione era quella. Ancora una volta, manca nei fraseggi vocali un denominatore comune, quel quid che leghi fra loro i versi dando omogeneità alla performance. Presi uno alla volta hanno il loro effetto, anche piacevole, ma nell’economia della canzone l’impressione generale è che Dylan prenda mille strade diverse, slegate una dall’altra e destinate a non incontrarsi mai.

Ciò per cui temevo di più, mentre mi accingevo ad ascoltare questi mp3, era lo stato della sua voce. 
Dopo aver sentito i concerti americani di quest’estate, non si poteva non essere preoccupati. La voce sembrava veramente andata, più simile a una grattugia che a qualsiasi altra cosa. E Dylan, facendo leva sul suo enorme mestiere, cercava di nascondere questa ineluttabile tendenza ricorrendo all’approccio ‘istrionico’, sopra le righe, spesso eccessivamente carico. Approccio cui evidentemente si sta abituando, almeno a giudicare dalla performance di Stoccolma.
Per il momento le corde vocali, pur se a fatica, sembrano resistere. C’è da chiedersi in che condizioni saranno quando Dylan sbarcherà in Italia fra poco meno di tre settimane. O, ancora peggio, fra un mese quando il tour attraverserà la Manica per concludersi in Gran Bretagna.
Speriamo bene...

Alessandro Cavazzuti


 
MAGGIE'S FARM

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