Bob Dylan
di Massimo Bassoli e Peppe Videtti

"La cosa strana con gli anni settanta è che sono quasi finiti e nessuno ha ancora capito cosa sia successo"
Bob Dylan,
Maggio 1978


Parigi - 3, 4, 5, 6 e 8 luglio. Pavillon de Porte Pantin

"E' stato difficile organizzare il concerto di Dylan a Parigi - mi aveva detto uno degli organizzatori del KCP di passaggio a Roma - perchè è stato lui stesso a stabilire i prezzi dei biglietti per le cinque serate. Lui deve rientrare di una certa cifra e si regola in proporzione. Per evitare i 75 franchi gli abbiamo proposto di fare una sola serata per 100.000 persone in uno stadio. Ha rifiutato. Ha deciso di fare Norimberga perchè lì, prima di lui, c'è passato uno altrettanto famoso. Così tutta la stampa di sinistra in Francia ha criticato l'organizzazione per il prezzo del biglietto (circa 14.000 lire), incitando i giovani a non intervenire. E in effetti non ci sono state molte prevendite".
Dylan non passava da Parigi dal 1966. Anche senza un numero elevato di prevendite il Pavillon è stato gremito per le cinque serate. L'ultima (sabato 8 luglio) era riservata al pubblico delle province francesi. Dodici anni sono tanti per un'assenza. Dylan aveva paura di un audience praticamente sconosciuta: "Un'ora prima dell'inizio del primo set - ci ha detto Gemin del KCP - è stato a truccarsi nel camerino. Si rifaceva il volto ogni istante. Fard, matita... E' entrato con gli occhiali scuri, chiedendo che il servizio d'ordine fosse al massimo efficiente. Dopo la fine della prima parte è tornato dietro le quinte allarmato: "Il pubblico è assente. Lontano. Lasciate che si avvicinino al palco".
Nella seconda parte c'è stata più comunicazione, più partecipazione.


Mr TAMBOURINE MAN

La band è entrata in scena: 9 musicisti e tre coriste. Una bianca, le altre due afro. Un breve flash strumentale di Forever Young ha introdotto l'uomo. Dylan ha raccolto la sua chitarra. L 'aria semplice di un folk-singer. Difficile credere che sia cambiato da... sempre. Il viso bianco. Le guance colorate. La matita sotto gli occhi. E un trucco grossolano. Quasi una maschera da teatro. Niente glitter. È una band solida quella che l'accompagna. La stessa di «Street Legal". Parte con un R&R spedito. Colmo. Ritmato. Con largo spazio alla sezione ritmica, scandita dalla percussionista Bobbie Hall.
Baby Please Stop Crying catalizza subito l'attenzione sull'ultimo lavoro. Dylan si muove appena. Non ha coreografia. Non fa un minimo gesto che non sia quello di un ragazzo super-timido e super-impacciato. Al massimo batte un piede a tempo e si volta verso la band per i consueti segnali.
Mr. Tambourine Man è il primo grido al passato. Il primo grosso boato dell'audience. 1965: «BRINGING IT ALL BACK HOME". Il 25 luglio di quell'anno Dylan apparve a Newport con una chitarra elettrica in mano. Lo fischiarono. Molto pubblico legato alla folk-music lo abbandonò, ma c'era tutta una generazione rock che stava crescendo. La sua audience diventerà enorme. Mr. Tambourine Man fu ripresa dai Byrds in una versione elettrica e amplificata. Lì si vuole che sia nato il folk-rock. Nel Tour '78 Hey Mr. Tambourine man play a song for me... non è più nella versione da strada. Freaks con la chitarra in ogni angolo del mondo. È un suono R&B. Niente soul. R&B di marca sintetica. Se non quando le voci di Helena Spring, Jo Ann Harris e Carolyn Dennis hanno assunto il timbro devastante e cosmico delle Sweethearts of Soul o delle Raelettes. Shelter from the Storm sembra quasi guadagnare in questa nuova veste. Si capisce che Dylan vuole finalmente costruire una MUSICA intorno ai suoi testi. E recupera tutti i connotati
ritmici: dal R&B al R&R. «Nella prossima tournee avrò tre batteristi».
Armonica: It's All Over Now Baby Blue.
Dylan stringe l'armonica tra le labbra. È come il soffio del risveglio. Il secondo
enorme boato della platea. Le prime mani che si levano dalle file davanti. Le luci (accendini e fiammiferi) che scintillano sulle gradinate. L'uomo si copre con gli occhiali scuri. O il ricordo è troppo doloroso. O è troppo doloroso il confronto.
Con Tangled up in Blue Dylan scopre finalmente la sua voce. La sua VOCE.
L'atmosfera si fa intima. Non si sente che l'organo di Alan Pasqua. L'aria è densa di religione. La sua Voce è carezzante. Violenta. Forte. Fortissima. È la sola cosa che sia rimasta davvero intatta. Sacra.


BALLAD OF A THIN MAN

« Something's Happening / But f you don 't know what it is».
Dylan grida a occhi chiusi « Do you mister Jones?». Agosto 1965: «HIGHWAY 61 REVISITED». Era la chiave della nuova era: «Sta succedendo qualcosa/ma non sai cosa». Fu un momento definitivo per Dylan. Dopo l'ncidente di Newport tutti si aspettavano una svolta. Cosicchè per molti "Highway 61" risultò un disco inascoltabile. Ma quelle centinaia di persone forse non valevano i milioni che avevano trovato il nuovo eroe.
Fu l'investitura definitiva. C'era Desolation Row lì dentro. Dylan fu immediatamente assunto in senso ideologico. Le sue canzoni in senso universale. Fu ache - evidentemente - l'inizio di un equivoco. Dylan - è chiaro - esprimeva anzitutto la propria individualità. Alla stessa maniera in cui intona e si erge a nuovo interprete della sua Maggie's Farm.
Lascia la Fender, prende il microfono in mano e si avvicina al pubblico. Una versione quasi disco di Maggie's Farm che zittisce il pubblico. Il significato è ancora quello di Newport.
Ma il pubblico è già in pace quando Dylan canta «How does it feel?/ To be without a home/Like a complete unknown/Like a Rolling Stone». C'è qualcosa che non funziona tra Dylan e il pubblico, anche se in definitiva il Pavillon ha fatto sold-out nelle cinque serate. A momenti di grande entusiasmo si succedono lunghi lassi di tempo in cui la comunicazione è scarsa.
Al massimo ognuno si muove sulla sedia ascoltando del R&B. Ma in questo senso sono le tre coriste e la percussionista che danno molto ritmo e colore. Almeno da Like a Rolling Stone in poi l'intensità comincia a salire. Il pubblico intona a mille voci. E si fa più forte quando con I Shall Be Released Bob Dylan chiude la prima parte del suo show, abbandonando il palco prima dei suoi musicisti, senza averli ancora presentati al pubblico.


IT AIN'T ME BABY

E' poco lo spazio che Dylan concede al suo ultimo «Street LegaI». O è il pubblico parigino che lo atterrisce. O si diverte a rifare le vecchie cose con la nuova band. E' probabile. La seconda parte del con:erto è più tirata. Più misurata. Soprattuto più entusiasmante. Per tutto il primo set sono stato lì sotto a ripetermi: «è Dylan! Possibile che non senti un brivido?». Saranno state le facce di quei vecchi sessantottini che mi stavano intorno. Ma il brivido non l'ho sentito fino alla fine. Sì un bel concerto. Tredici persone sul palco a fare una musica che non capita tutti i giorni di ascoltare. Ma Dylan era uno dei tredici sul palco. Niente di più, oltre a essere il cantante.
"True Love Tends to Forget" è il secondo dei tre brani di «Street Legal» che Dylan ha regalato al pubblico parigino (che non si è rammaricato di nulla - ma neppure ha goduto molto). Dylan ovviamente è rientrato per ultimo. Quando la band aveva finito di intonare una strumentale di Rainy Day Women.
Terza esplosione del pubblico. Dylan resta solo in scena. Con un fascio di luce.
L'acustica. E l'armonica. È il folk-singer di It Ain 't Me Baby. Agosto 1964: «ANOTHER SIDE OF BOB DYLAN». Il suo quarto album. L'ultimo registrato con l'esperienza del folk-singer alle spalle. Già Dylan odiava il ruolo di guru della canzone popolare che gli avevano attribuito. « Vattene dalla mia finestra/vattene alla velocità che vuoi/ non sono io l'uomo che vuoi, babe/ non sono io l'uomo che ti serve/tu dici che sei in cerca di qualcuno/che non sia mai debole".


BLOWING IN THE WIND

L'uomo è vestito di nero. La bocca soffia nel microfono Blowing in the Wind.
Maggio 1963: «FREEWHEELIN' BOB DYLAN». È il disco di Dylan che esce dopo il concerto trionfale alla Town Hall nell'aprile dello stesso anno. È anche l'anno in cui incontra Joan Baez al festival di Monterey: saranno loro le due star. Blowing in the Wind è stata appena lanciata da Dylan che subito diventa un hit nell'interpretazione di Peter, Paul & Mary. Sono gli anni della canzone di protesta più tipica di Dylan; da A Hard Rain 's Gonna Fall, a Masters of War.
Al Pavillon Blowing in the Wind è stato un altro di quei boati irregolari del pubblico.
AlI Along the Watchtower è un breve flash tiratissimo. Come se l'avesse riproposta tenendo presente l'esperienza di Hendrix.
Gennaio 1968: «JOHN WESLEY HARDING». A livello poetico è la svolta di
Dylan. Non ci sono canzoni di protesta dal piglio immediato. Soltanto liriche che riflettono i dubbi della propria esperienza umana. Musicalmente invece l'album è quasi un ritorno alle semplicità. Ad anticipare le esperienze country di «Nashville Skyline».
«Dev'esserci un modo di uscire di qui/disse il giullare al ladro/c'è troppa
confusione/ non riesco ad avere un attimo di pace/ gli uomini d'affari bevono il
mio vino/gli uomini con l'aratro scavano la mia terra/nessuno lungo la linea/co-
nosce il valore di tutto ciò ». (AlI Along the Watchtower).
Uno dei momenti più belli ed emozionanti di questo Dylan Tour '78 è stata l'esecuzione di It's Alright Ma (I'm Only Bleeding). E infine la chiusura: : I'II Be your Baby Tonight.
«Parole di disillusione miagolano come pallottole
Mentre dei umani prendono la mira
Fabbricano ogni cosa: da fucili giocattolo che scintillano
A crocefissi color carne che splendono nel buio
È facile vedere senza guardare lontano
Che non c'è molto di veramente sacro
(It's Alright Ma (I'm Only Bleeding)


THE TIMES THEY ARE A CHANGING

Bob Dylan rientra per l'ultimo saluto e per cantare le sue due preferite, Forever
Young è la versione corale di una preghiera. Di un augurio. È l'unica volta che
Dylan quasi-sorride. A questo pubblico che ama pensarlo sempre giovane, infiammato e pazzo per sempre; un pubblico ipnotizzato che si raccoglie intorno alla scena. Mille fiammelle che si muovono nella sala... May You Stay Forever Young.
Neanche ha finito il brano che già gridano encore!!! È The Times They Are A-Changing che chiude.

Gennaio 1964: « THE TIMES THEY ARE A-CHANGING». È il terzo album dell'eroe della contestazione di quegli anni. È già sulle pagine di Life e Newsweek. E di cambiamenti ne ha segnati da allora! Fino a quest'ultimo. A due anni e mezzo da «Desire» c'è già un abisso. Come stasera che è stato un interprete. Grande. Quando gli arrangiamenti erano tali. Una merda. Quando l'enorme gruppo schiacciava le sue cose più poetiche, come One More
Cup of Coffee.
Ora, mentre la band si ritira, passano tra il pubblico a vendere un programma con una splendida foto di Annie Leibovitz in copertina. Neanche questo è gratis. 15 Franchi. Quasi tutti comprano un album fotografico di Bob Dylan. La mania del souvenir o del collezionismo, con i 75 franchi del biglietto fanno 90. Una cifra, per un concerto di R&B!!!
«Ho cantato le mie canzoni: pagate i miei debiti, il mio film e il mio divorzio». Qualche mese fa ha detto al giornalista di L.A. Times: «Costa caro divorziare in California».


LA FIERA DELLA VANITÀ

È stato un avvenimento. Il ritorno di Dylan in Europa è stato seguito con estrema attenzione da tutta la stampa in genere.
Tutti ne hanno parlato, le redazioni ed i redattori più lontani e disinformati circa
l'argomento sono stati costretti a documentarsi e la saga dei luoghi comuni da
carta stampata è puntualmente giunta.
Noi, a cui - come rivista musicale - spetterebbe di diritto abbiamo deciso il
"non-scrivere" nei confronti di Dylan.
Abbiamo rifiutato tutte le analisi, le retrospettive, le definizioni. Non abbiamo sbagliato.
Nella fiera della vanità fatta di titoli di giro, occhielli etc. abbiamo anche letto che il poster di Dylan non è più tra quello di Marx ed il Che nella stanza di un giovane, speriamo non si riferiscano a quello che prima o poi gli dedicheremo noi. Una campana opposta, forse in questo caso il termine è un po' irriverente, è di Francesco De Gregori, per la cui presenza sulla scena musicale si possono attribuire forti responsabilità a Dylan, che ha affermato:
"Non è un rinnegato, come molti lo accusano". Ecco è per questo che abbiamo
scelto di non dire molto. Nel bene o nel male, in positivo o in negativo si finisce
sempre con il salire in cattedra, martello alla mano, e giudicare; i buoni ed i cattivi, vero Edoardo?
Ma chi siamo noi per giudicare, noi che poi nei confronti dei fenomeni scaturiti
dalla scena culturale americana abbiamo sempre dimostrato di non capire nulla
ostinandoci a filtrare ideologicamente tutti gli avvenimenti, facendo diventare
guerriglieri quelli che neanche suppongono ci sia stata una seconda guerra
mondiale.
Se Dylan non sta più tra Marx ed il Che è solo perche le puntine per affiggerlo -
ironia della sorte - non hanno retto. Non c'è altro significato, perche non c'era
neanche al momento dell'affissione. Ma si potrebbe parlare anche della sua "incoerenza", del fatto che è ebreo, dei presunti finanziamenti ad Israele, della moglie, dei figli, della violenza; o senza scendere così nel personale - non era politico? - si potrebbe parlare del costo del biglietto, dello Zig-Zag di lame sui pantaloni o del trucco accurato, neanche tanto, che ha sfoggiato per l'intero concerto. Ma no, non accettiamo queste argomentazioni, le lasciamo a chi ancora ragiona in termini di "Modello", a chi ritiene sia giusto farsi schiacciare dal proprio passato, a chi non sa che esiste anche la libertà di essere considerato un "rinnegato".
Noi ci prendiamo il disco e lo ascoltiamo, così normalmente come per un qualsiasi altro prodotto di vinile nera. Cercando qualcosa di coinvolgente, qualcosa che ci piaccia, qualcosa da ricordare nel momento opportuno. Beh! fatalità ci riusciamo. La semplicità disarmante di Baby Stop Crying, ne è esempio.
"Sei stata male così a lungo e so a cosa
stai pensando e non ho bisogno di essere
un dottore per vedere che stai impazzendo d'amore".
Ci si ritrovano tutti nella storia, a tutti qualcosa si rimuove, ed allora?
Allora non dovremmo mai dimenticarci che la lucidità è un dono che difficilmente si acquista per caso e rarissimamente si perde, può cambiare interessi e direzioni, ma resta sempre tale. 


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è  una produzione
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