No Direction Home di Martin Scorsese, film–documentario
che ripercorre i primi anni della vita e della
carriera di Bob Dylan, è stato senza dubbio uno
degli eventi musicali più attesi del 2005. Il regista di
Taxi Driver, come forse gli appassionati di rock &
blues sapranno, non è in realtà nuovo ad esperimenti
di questo genere, avendo già diretto nel lontano
'78 il celebre The Last Waltz (concerto–evento che
segnò il definitivo addio alle scene di The Band,
il gruppo che dal '66 al '74 accompagnò Dylan in giro
per il mondo nelle sue scorribande dal vivo) e, appena
qualche anno fa, The Blues – from Mali to
Mississippi, altro interessante e non meno riuscito documentario
con il quale lo stesso Scorsese ha
voluto rendere il suo personale tributo all'antica musica
degli schiavi neri, il blues appunto.
Il risultato di quest'ennesima fatica “cinematografica”
del regista italoamericano è tuttavia, se possibile,
ancor più straordinario rispetto agli altri due
pur illustri predecessori.
Da vero appassionato qual'è, Scorsese ci prende
per mano e ci guida, in un affascinante viaggio di oltre
tre ore, alla scoperta dei tanti momenti “topici” della
vita e della carriera di uno dei più straordinari
interpreti dei nostri tempi, quel Robert Allen Zimmerman
da tutti universalmente conosciuto, sin dai
primi anni '60, come Bob Dylan. Un documentario che non
è, si badi, solo un semplice e sentito omaggio
a colui che qualcuno ha definito il “più grande
scrittore rock” vivente, ma, di più, la rappresentazione di
un'epoca, un viaggio a ritroso nel tempo alla riscoperta
delle più profonde radici della musica moderna,
americana e non.
E' un viaggio, questo di Scorsese, che parte da molto
lontano e che, dalle miniere di Hibbing (la piccola
città del Minnesota dove il giovane Dylan trascorse
la sua infanzia e buona parte della sua
adolescenza), snodandosi attraverso le più importanti
e cruciali tappe della carriera del cantautore
americano, arriva e si conclude con il famoso incidente
motociclistico del luglio del '66, episodio
quest'ultimo quanto mai “provvidenziale” che, costringendo
lo stesso Dylan ad un forzato ritiro dalle
scene di quasi due anni, varrà paradossalmente
a salvargli la vita.
Sullo sfondo di tutto ciò i tanti personaggi e
compagni di viaggio (dalla “storica” fidanzata Suzie Rotolo
al poeta della beat generation Allen Ginsberg, dall'amata–odiata
Joan Baez al “padre putativo” Woody
Guthrie, dal mitico produttore della Columbia John Hammond
all'outlaw per antonomasia della musica
country, il compianto Johnny Cash) che hanno segnato
la prima parte di una carriera ormai
ultraquarantennale, ma soprattutto lui, Bob Dylan, che,
vincendo per una volta la sua proverbiale
idiosincrasia verso i microfoni, decide di mettersi in
gioco in prima persona come mai aveva fatto prima
di allora, rispondendo, tra una sequenza e l'altra del
documentario, a tutte le domande del
regista–intervistatore.
E' un Dylan inedito, ironico, insolitamente disponibile,
più umano, per certi versi “atipico” (se mai parola
del genere può essere impiegata a proposito di
Bob Dylan) e a tratti, direi, quasi irresistibile quello che
fa capolino qua e là dal documentario di Scorsese.
Sarà forse l'approssimarsi alla fatidica soglia dei
sessantacinque (li compirà il prossimo 24 maggio)
con il suo inevitabile fardello di preoccupazioni ma, al
tempo stesso, di saggezza e ritrovata serenità,
sarà forse la serietà del progetto e la “non invadenza” del
regista, sarà quel che sarà, ma un Dylan
così rilassato e sorridente non lo si era proprio mai visto.
Tra i momenti più “spassosi” del film–documentario
ci piace ricordare, oltre alle testimonianze di due
straordinari protagonisti del Village come Dave Van Ronk
(molto divertente quella sul “furto”, da parte
del giovane Dylan, della “sua” House Of The Rising Sun)
e Liam Clancy dei Clancy Brothers, quello a
dir poco esilarante con cui si apre il secondo dei due
dischi, che vede Bob impegnato, tra una pausa e
l'altra del suo tour britannico, in un autentico “pezzo
di teatro” davanti ad un cartello che recita
testualmente: “compravendita di animali & uccelli
su commissione”.
Tra i momenti “topici”, non si possono invece non menzionare
il primo “tradimento elettrico” della storia
del folk (consumatosi, davanti ad un esterrefatto Pete
Seeger, in quel di Newport nell'estate del '65) e
(soprattutto) il più feroce scambio di battute
tra il pubblico (“Judas!”) e un artista (“I don't believe you /
you're a liar”) che la storia del rock ricordi. Grazie
al paziente lavoro di Scorsese e di Steve Berkowitz
(il responsabile del dipartimento Legacy della Columbia
Records, che ha condotto per l'occasione la più
approfondita indagine negli “archivi dylaniani” finora
mai effettuata), oggi è finalmente possibile
ammirare in qualità digitale, a distanza di quasi
quarant'anni da quella notte di Manchester che cambiò
per sempre il corso del rock, la celebre sequenza che
vide protagonisti, da un lato un giovane Dylan
all'apice della sua stagione “anfetaminica”, dall'altro
buona parte del suo pubblico di aficionados, e che,
nel bootleg di quello straordinario concerto poi “legalizzato”
trentadue anni dopo dalla Columbia,
precedeva immediatamente l'esecuzione forse più
“tirata” e incazzata di Like a rolling stone (una delle
canzoni–manifesto insieme a Blowin' in the wind e Subterranean
homesick blues della poetica
dylaniana) che a memoria d'uomo si ricordi.
Inutile dire, in conclusione, che la fotografia (che
vede alternarsi, nelle varie sequenze del
film–documentario, ora il bianco e nero ora il technicolor)
è (ma poteva essere diversamente con un
maestro come Scorsese dietro la cinepresa?) semplicemente
straordinaria.
Lavori così curati (sono addirittura ben 24 i
sottotitoli disponibili!) se ne sono visti, a mio avviso, davvero
pochi in questi ultimi anni. Ecco perché (nella
speranza che Dylan, la Columbia e Scorsese decidano di
dare prima o poi un seguito a questa riuscitissima prima
parte) questo No Direction Home di Martin
Scorsese, che siate o meno degli appassionati di Bob
Dylan, è un documentario assolutamente
imperdibile. Alla prossima!
Bob Smith
da "Vulcano" - 2006