Maggie's Farm
intervista
PAOLO VITES

E' davvero un onore per noi pubblicare la seguente intervista che Paolo Vites ha voluto gentilmente concederci e per la quale lo ringrazio infinitamente.
Per quei pochi dylaniani che non lo conoscessero (ma è possibile ciò?) dico che Paolo Vites è autore di numerosi ed autorevoli scritti su Dylan e sulla musica in generale.
Ricordiamo tra gli altri:

- numerosi articoli per Jam Magazine

- Paolo Vites - Jim Morrison - Oltre la leggenda - Arcana Editrice

- Clinton Heylin - Jokerman, vita e arte di Bob Dylan (il volume è completato dalla postfazione di Paolo Vites che riassume brevemente sei anni di intensa attività, in gran parte svolta sui palcoscenici di tutto il mondo)

- Paolo Vites - The Verve - Una sinfonia dolce amara - Arcana Editrice

- Paolo Vites - Bruce Springsteen, il fiume e altre storie - Arcana Editrice

- Paolo Vites - Rock & politica 1968/1998 - 30 anni di canzone di protesta - Arcana Editrice

- Paolo Vites e Pierre Daguerre - Peace in Porretta - Dieci anni di sweet soul music - Prefazione di Peter Guralnick

- Paolo Vites - Stories From A Never Ending Concert - Edizioni Penguin's

- Rolling Thunder (fanzine)

Ed ora, via con l'intervista.
Michele Murino


Maggie's Farm: Molti critici musicali datano l'inizio del fenomeno Rock con l'ascesa di Presley (1954) e altri ritengono che sia definitivamente tramontato con l'avvento del punk (1977). Secondo te oggi è possibile stilare un bilancio di quegli anni?

Paolo Vites: Qui ci vorrebbe un libro intero e a questo proposito sono felice di annunciare al vostro sito l’uscita, il prossimo marzo, dell’edizione italiana di  Mystery Train, il più bel libro mai scritto sulla musica rock, di Greil Marcus, con traduzione a cura del sottoscritto. E’ un libro imperdibile per chiunque voglia capire cosa sia il rock, e spiegherà meglio di qualunque cosa possa dire io.
Personalmente non credo che il rock sia morto nel 1977: vogliamo dimenticare i Nirvana, uno dei gruppi rock più importanti di tutti i tempi? Forse è morto con la morte di Kurt Cobain, allora, visto che ormai non si produce praticamente più nulla di originale. Il rock è una forma stilistica molto limitata e oggi ci sono in giro migliaia di copie carbone di quanto già fatto in passato, e non sto parlando dei grandi nomi, ma anche all’interno di movimenti cult come l’alternative country, dove si fa il verso a quanto fatto trent’anni fa da Neil Young o Gram Parsons, o il punk, dove si ripete la lezione di gente come i Ramones.

Maggie's Farm: Quanto ha inciso, per te, il rock sul costume e nella cultura della società occidentale di allora ed in quella di oggi? Voglio dire: il rock è stato un fenomeno culturale vero è proprio o è stato solo una sorta di "colonna sonora" di quegli anni e quindi un fenomeno effimero?

Paolo Vites: Il rock è stato probabilmente la forza culturale più importante del Novecento: l’impatto di Elvis o dei Beatles non è paragonabile a nessun altro movimento artistico del secolo, ha letteralmente influenzato e cambiato la società del secolo scorso (appunto il Novecento), creando mode, correnti di pensiero, costumi assolutamente inediti. Che cosa si sia fatto di tutta questa novità, poi, è un altro paio di maniche...)

Maggie's Farm: Si è molto discusso su quanto la musica americana ed inglese abbia influenzato il cantautorato italiano. Mentre Dylan riscopre le proprie radici il nostro cantautorato non sembra sentire quest'esigenza. Mi sembra che il solo De André, con lavori come Creuza de ma e Nuvole ha avuto il coraggio di affondare nelle proprie radici. Forse che quell'influenza esterna si sia dimostrata, nel tempo, anche punto debole del cantautorato italiano?

Paolo Vites: Sinceramente seguo davvero poco la musica italiana per dare giudizi in merito. Mi sembra che però oggi ci siano diversi gruppi che fanno riferimento alla tradizione popolare italiana, dagli Agricantus ai Modena City Ramblers. Il cantautorato invece, come dice la domanda, non credo esista più dagli anni Settanta.

Maggie's Farm: Sia nella prefazione al libro di Marcus, "La repubblica Invisibile", che nell'introduzione all'intervista dello stesso Marcus, non ti sei dimostrato tenero con la critica musicale italiana. Riccardo Bertoncelli afferma che la critica musicale è pervasa della sindrome di "Epstein", cioè tende a scoprire i Beatles ogni settimana. Come spieghi tutto ciò? Forse che i critici non sono riusciti a ritagliarsi un ruolo emancipato dai gusti musicali della massa?

Paolo Vites: Questo è un argomento triste... Personalmente, non credo esista una critica musicale in Italia, così come non esista una industria discografica e non esista una scena musicale. Siamo solo dei replicanti, viviamo a immagine e somiglianza di quanto avviene in Inghilterra e in America, con la differenza che il mercato musicale in Italia è assai limitato quindi con scarsa circolazione di soldi, il che rende tutto ancor più patetico. Non voglio dilungarmi in argomenti da addetti ai lavori, ma ci sono troppe imbarazzanti connessioni tra la critica musicale e l’industria discografica per poter permettere il nascere di una seria critica rock in Italia e come dicevo prima troppi pochi soldi in ballo. Come poter scrivere un serio libro di critica musicale ad esempio, quando un qualunque editore ti paga con quattro lire? Quando lo scrivi? Di notte? In America un Greil Marcus si piglia tre anni per scrivere un libro, tre anni in cui l’editore ovviamente lo finanzia. Ma non voglio accusare l’editore, perché so benissimo che un libro musicale in Italia vende quattro copie, per cui è tutto un cane che si morde la coda.

Maggie's Farm: Ti sorprende che, a distanza di 35 anni e mezzo dalla sua pubblicazione, Desolation Row sia la canzone più amata, secondo un nostro mini sondaggio nel sito Maggie's Farm, dai Dylaniani italiani? Non è che quelle immagine visionarie ed il cinismo dei personaggi raccontati da Dylan siano la rappresentazione lucida del nostro tempo?

Paolo Vites: Sì, mi sorprende abbastanza, anche se Desolation Row è una delle mie preferite in assoluto.
Ho paura che il motivo di tante preferenze sia dovuto alla grande forza lirica della canzone, cioè si privilegia l’aspetto testuale.
Se fosse così, credo allora che il più grande capolavoro di Dylan a livello di testi sia invece It’s Allright Ma (I’m Only Bleeding), uno dei più grandi vertici della poesia americana di tutto il Novecento e, molto più di Desolation Row, la rappresentazione lucida del nostro tempo.
In Desolation Row, a parte i grandi ritratti di figure emblematiche che rappresentano varie tipologie di esseri umani, c’è un solo momento di consapevolezza sociale, cioè quando Dylan dice “Everybodys ask / which side are you on”, “Tutti chiedono / da che parte stai” che era un slogan comune negli anni Sessanta, quando il movimento contro la guerra in Vietnam chiedeva ai giovani di schierarsi, e Dylan qui sottintende ancora una volta le polemiche per la sua cosiddetta rinuncia al politico di poco tempo prima.
In It’s allright mà (I'm only bleeding) c’è invece una lucidissima descrizione della moderna società dei consumi e del materialismo spinto, del successo personale a tutti i costi, che lascia i più disorientati e smarriti, cioè una profetica e perfetta descrizione della società dei giorni nostri.
Desolation Row, a livello lirico, mi è sempre sembrata un po’ forzata, un tentativo di stupire, liricamente, rifacendosi in modo a tratti pedissequo a certe cose di T.S. Eliot, ad esempio.
Infine pochi sanno di come nel 1965, quando Dylan eseguiva dal vivo Desolation Row, sia pubblico che Dylan stesso scoppiavano spesso a ridere, intendendo quel brano come una grande commedia umoristica; a quanto pare anche lo stesso Dylan la intendeva così.

Maggie's Farm: Che cosa ne pensi dell'album John Wesley Harding? Ti faccio questa domanda perché a me non è piaciuto per anni... Poi, riascoltandolo, ultimamente, ho scoperto che è forse uno dei migliori lavori di Dylan, soprattutto sul piano musicale.

Paolo Vites: John Wesley Harding è innanzitutto un disco fondamentale nella carriera di Dylan e nella storia del rock, gusti musicali a parte.
Ha rappresentato la rottura con la sua avventura nel rock più anfetaminico e innovativo per un ritorno inaspettato alle radici della musica americana, il country blues.
Un ritorno che ai tempi, quando il grande pubblico non sapeva nulla della sua famosa estate a Big Pink con The Band a produrre i basement tapes, apparve uno spiazzamento totale e inconcepibile.
Era stato proprio Dylan a lanciare la stagione del rock psichedelico con Blonde on Blonde, rock che quando uscì JWH era in piena esplosione, e adesso si metteva a fare country blues.
Si trattava di una di quelle grandi sfide che Dylan (e i migliori artisti rock) ha sempre usato per sfidare il suo pubblico, trovarne uno nuovo e mantenere se stesso vitale e creativo in modo impagabile).
Il disco comunque (così come il suo successore Nashville Skyline) ebbe  una importanza fortissima per la nascita del cosiddetto country rock: a quei tempi, qualunque cosa facesse Dylan, era guardata dai musicisti come “la strada da seguire”. “Se Dylan fa country blues allora dobbiamo fare così”.
E’ per questo che nacquero dischi come Sweetheart Of The Rodeo dei Byrds o gruppi come i Flying Burrito Brothers e poi gli Eagles.
JWH è stato il disco che ha inaugurato la stagione del country rock, che questa musica possa piacere o meno.
Ci sono molte belle canzoni in JWH, a parte il capolavoro All along the watchtower; la mia preferita è The Ballad Of Frankie Lee and Judas Priest, e mi piace molto anche I Pity The Poor Immigrant.
Tecnicamente, lo trovo un po’ debole (la chitarra di Dylan è spesso “scordata” o accordata in modo sbagliato rispetto all’armonica e alla sua stessa voce, e gli arrangiamenti, per i miei gusti personali, sono fin troppo spartani. Ma il disco fu registrato in soli tre giorni, alla “buona la prima”.
Bisogna ricordare che Dylan chiese a Robbie Robertson e a Garth Hudson di aggiugnere delle parti strumentali, ma loro gli risposero che il disco era perfetto così).
Anche a livello lirico, contiene alcune delle cose migliori di Dylan.

Maggie's Farm: Quanto è stato importante, secondo te, un produttore come Daniel Lanois per Dylan?

Paolo Vites: Daniel Lanois è stato sicuramente importantissimo per Dylan, ma anche Dylan è stato importante per Lanois.
Nel 1989 Lanois, dopo la fama ottenuta lavorando con gli U2, aveva tentato una carriera discografica solista che si rivelò (nonostante un ottimo disco) un vero fallimento commerciale.
Il lavoro fatto con Dylan gli portò nuova fama, così come nel 1997, con Time out of mind che addirittura gli fece vincere un Grammy come miglior produttore.
Bob Dylan ha sempre avuto un pessimo rapporto con i produttori (“Per me un produttore deve essere soltanto uno che capisce i problemi tecnici, deve stare alla consolle, non deve interferire”, ha detto una volta Dylan, salvo dare prova di essere un pessimo produttore lui stesso quando ha fatto praticamente da solo, vedi Knocked Out Load o Down In The Groove).
Anche con Lanois ci sono stati dei problemi (durante le session di Time Out Of Mind si dice siano quasi  arrivati a fare a cazzotti e lo stesso durante Oh Mercy).
Il merito migliore di Lanois è stato quello di avere messo Dylan a suo agio, specialmente in Oh Mercy, dandogli una location perfetta e tranquilla, con tanto di camera per dormire al piano superiore degli studi, musicisti pronti a registrare anche alle tre del mattino, cioè quando Dylan si sentiva pronto per farlo, e nessuno stress.
I problemi di Dylan con i produttori però si sono rivelati anche quella volta puntuali, avendo egli deciso di tralasciare dal disco due capolavori come Series Of Dreams e Dignity, che invece Lanois voleva includere.
Lo stesso è avvenuto con Time out of mind, anche se qui Lanois ha messo pesantemente mano nel suono del disco, stravolgendolo rispetto a come era stato registrato: una intervista con Jim Dickinson, presente in studio, dice di come il disco avesse in origine un sound del tutto diverso, e di come lo stesso Dylan sia rimasto sorpreso del prodotto finale.
Credo comunque, per quanto io ami il sound di Lanois, che la bontà di un disco di Dylan dipenda  esclusivamente dalla bontà delle canzoni che lui ha pronte in quel momento; il merito del produttore del caso è riuscire a mantenere alto l’interesse di Dylan a registrare quelle canzoni, che in studio, a partire dagli anni Ottanta, è sempre stato minimo, in alcuni casi addiruttra inesistente.

Maggie's Farm: Secondo te,  il periodo religioso è stato una parentesi nel percorso artistico di Dylan oppure già si avvertivano, precedentemente, dei segni in tal senso (tesi che leggo spesso nelle biografie). Se è cosi perché, quando uscì, l'album Slow Train Coming colse di sorpresa sia il pubblico che la critica?

Paolo Vites: In Bob Dylan la componente religiosa è sempre stata fortemente presente, sin dall’inizio. Forse è più opportuno parlare di “periodo cristiano”, che è stato quello (tra il 1979 e il 1981) ad accendere più dibattito e critiche. Slow Train Coming infatti sorprese pubblico e critica per l’accettazione, da parte dell’ebreo Bob Dylan, della fede cristiana e per un linguaggio in tal senso estremamente esplicito.
A dire il vero non sorprese così tanto il pubblico, in quanto Slow Train Comin è uno dei dischi di Dylan più venduti di tutta la sua carriera, ma spiazzò parecchio i critici, specialmente in Italia, dove una forte componente marxista ha sempre governato la critica musicale e culturale in generale.
Per costoro, cristiano fa rima con reazionario, per cui Dylan era improvvisamente diventato un nemico.

Maggie's Farm: Dylan, apparentemente, sembra avere un atteggiamento distaccato con il pubblico. Se, però, si analizzano le sue biografie si nota, invece, un suo rapporto più che attivo con il pubblico.
Penso ai primi concerti con il pubblico folk, al tour del 1966, alla Rolling Thunder Revue, al tour evangelico e al Never Ending Tour.
Non è il caso di rivedere l'immagine che si ha del Dylan introverso e saccente nei confronti del pubblico e rilevare, invece, che il suo atteggiamento è stato, a suo modo, molto più confidenziale e diretto di quanto appaia?

Paolo Vites: Sicuramente. Il Dylan degli anni sessanta e settanta era estremamente loquace. Poi ha smesso, specie dopo i famosi gospel speech, i discorsi di carattere religioso che faceva nei tour del ‘79 e 80, perché stanco che le sue parole venissero riportate in modo distorto dai mass media. Ricordo poi con molto piacere i divertenti commenti e i lunghi monologhi che faceva nel 1986 durante il tour americano con Tom Petty. Poi si è chiuso in un mutismo praticamente totale...

Maggie's Farm: Oggi le compilation dei Beatles vendono milioni di dischi; lo stesso Dylan negli ultimi tre anni è ricoperto di attenzioni che non riceveva da tempo. Nei locali s'incomincia a suonare i classici del Rock come accadeva con il Blues. Cosa vuol dire tutto questo, secondo te? Che il Rock incomincia ad essere ricercato, ricordato e celebrato come se fosse entrato nella nostra memoria collettiva?

Paolo Vites: Tutte le onorificenze che Dylan sta ricevendo da qualche anno mi imbarazzano fortemente. Se un brano banale (per me) come Things Have Changed riceve una nomination agli Oscar e vince un Golden Globe, un brano come Knockin’s On Heaven’s Door (per rimanere alle colonne sonore) cosa avrebbe dovuto vincere, allora???
Oggi il mondo ufficiale sta cercando di ripagare ai torti fatti ai grandi del rock in passato, quando i
Dylan o i Santana (un altro che viene sommerso da premi esagerati) venivano bellamente ignorati, se
pensiamo che dischi come Blonde on blonde, o Blood on the tracks non hanno mai ricevuto un Grammy.
Si sta cercando di pagare un debito e sì, in questo modo, di chiudere i conti con una grande stagione del rock, mandando in pensione con tante onorificenze i suoi più grandi esponenti, come Bob Dylan.

Maggie's Farm: Beh, naturalmente noi di Mf propendiamo per il saldo dei vecchi debiti perchè è giusto dare a Cesare quel che è di Cesare... Quanto poi a "mandare in pensione" Bob... beh, questo è tutto un altro discorso...


Intervista a cura di Antonio Schiattarella e Michele Murino

Avete voglia di fare altre domande relative a Bob Dylan o alla musica in generale a Paolo Vites? Inviatele come sempre a spettral@tin.it e, compatibilmente con la disponibilità ed il tempo del gentile Paolo, potremmo in futuro presentare una seconda intervista su queste pagine.
Napoleon in rags.