"CHRONICLES - Vol.1"
di Paolo Vites
Quando ho visto Chronicles, dopo averlo sfogliato, sono andato dalla commessa della libreria per chiederle se non aveva una copia che non fosse “rovinata”.
“No, guardi, sono tutti così”, mi ha detto mostrandomi una pila di volumi.
Mi hanno spiegato che il taglio della carta tutto diseguale è stato fatto apposta, per dare al libro un’aria “vintage”. A parte che i libri del 1700 e 1800 non sono comunque tagliati così male, che cosa voleva dimostrare l’editore? Che Bob Dylan è una vecchia mummia di qualche secolo fa? Bah...
Anche la font usata (un carattere bold, cioè in grassetto) è una boiata: non si usa mai in editoria una font in grassetto, è di difficile leggibilità.
Se superate tutto questo e conoscete sufficientemente bene l’inglese, Chronicles è un grande libro.
Con tutta la stima per l’amico Carrera che sicuramente avrà fatto un formidabile lavoro di traduzione, il consiglio è quello di leggerlo anche in inglese. E', credo, lo stesso discorso che vale per i testi delle canzoni ma qui vale ancora di più: volete perdervi il gusto di leggere esattamente come scrive Bob Dylan? Cioè il gusto di scoprire l’uso delle parole, delle espressioni che usa Bob Dylan? Ad esempio non so come farà Carrera a tradurre espressioni come “Norman was a trip”, quando Dylan parla del cuoco del Cafè Wha?. Certo, si può dire “Norman era uno sballo” ma scoprire che Dylan usa proprio la parola “trip”, un termine coniato verso la fine dei Sessanta dai frichettoni che “si fumavano l’impossibile”, oggi piuttosto in disuso ma comunque sempre molto “cool”, è uno dei piaceri della lettura di questo libro in lingua originale.
Oppure il bellissimo dialogo con Sun Pie, il misterioso personaggio incontrato durante un giro in motocicletta nel bayou, durante le session di Oh Mercy. Un dialogo sicuramente fittizio (c’è molta fiction in questo libro che per il sottoscritto più che una autobiografia è un bellissimo romanzo, dimostrazione di quale gigantesco scrittore sia Bob Dylan) ma che, letto in inglese, rivela spunti sorprendenti: “Their consciences”, dice Sun Pie, “were vile and depraved”. Vi ricorda qualcosa? Oppure: “Does your conscience bother you”, dice ancora l’uomo. “It doesn’t matter, a man’s conscience is useless, clear or guilty”. E altri piccoli particolari, sparsi qua  e là (“il predicatore”, la giovanissima moglie) che messi tutti insieme vi diranno che da questo incontro, fittizio o reale che sia stato, Bob Dylan trase l’ispirazione per comporre Man In The Long Back Coat. In italiano queste sfumature potrebbero andare perse.
L’inglese di Dylan è chiaro e diretto, lo stile semplice e accattivante, a tratti davvero umoristico, nella vena del miglior Woody Allen e sono felice di vedere confermata la mia idea che le persone più divertenti in America sono gli ebrei. Bob Dylan e Woody Allen ne sono la riprova, gli ebrei americani hanno un senso dell’umorismo formidabile.

Dei cinque capitoli il mio preferito è il secondo, The Lost Land, dove Dylan parla del suo arrivo a New York e della vita di tutti i giorni in attesa di incidere il suo primo disco e di “capire come scrivere canzoni che fossero diverse da quelle di tutti gli altri”.
In brevi dichiarazioni (mezza pagina, al massimo una), sempre in modo molto “incidentale”, Dylan parla di alcuni dei personaggi dell’epoca, da Dave Van Ronk a Bob Neuwirth. Lo fa sempre con grande commozione, con grande rispetto e pagando loro il giusto tributo, quasi volesse, dopo tanti anni in cui ha ignorato quei vecchi amici, scusarsi per la maleducazione.
Ma quello che appassiona di questo capitolo è vederlo in quel piccolo appartamento di Ray e della sua fidanzata, dove Dylan alloggia, arrivare a casa alle luci dell’alba dopo serate passate nei locali del Greenwich, osservare dalla finestra le strade di New York piene di neve, prepararsi un caffè e sognare il suo futuro. Vederlo frugare fra gli scaffali, parlare dei libri che vi trova, mettere su un disco di jazz e sentirlo parlare di quella musica. Accendere la radio e sentire Ricky Nelson che canta e mettersi a parlare della sua musica. E' bellissimo. E' come essere dentro un piccolo film: Dylan permette di vedere gli oggetti, lo vedi muoversi nelle stanze e intanto senti i suoi pensieri che riflettono del mondo com’era in quei primi anni Sessanta, della musica, della gente. C’è molto di Jack Kerouac e di Woody Guthrie (lo scrittore) nello stile di Dylan.

Il capitolo New Morning è quello che mi ha colpito di meno, forse perchè ne avevo letto già gran parte nelle anticipazioni, forse perchè New Morning a me interessa molto poco e poi si sapeva già quasi tutto della genesi di quel disco. Certo, le caustiche dichiarazioni sugli hippie a cui avrebbe voluto sparare nel sedere (che hanno fatto incazzare molti “politicamente corretti”) fanno sbellicare dalle risate. Troviamo qui poi l’unico accenno, in una riga e mezzo, alla moglie Sara, definita come un essere praticamente perfetto, mentre Carolyn Dennis sarà citata molte volte nel capitolo Oh Mercy (sempre con l’espressione “Mia moglie”).

Oh Mercy invece è un altro splendido capitolo. Ci sono alcune pagine sinceramente che ho capito poco, non tanto per l’inglese ma per quello che Dylan cerca di sostenere a proposito del bisogno di trovare un nuovo stile espressivo dopo che negli anni 80 si era ormai sentito un relitto del passato, con le “mie canzoni che ormai erano diventate come portarsi in giro della carne andata a male”. Sinceramente sembra che si diverta a prendere in giro il lettore, con impossibili dichiarazioni sull’aver trovato un “nuovo modo di interpretare le canzoni”, così come sul suo stile chitarristico, mutuato da quello del bluesman Lonnie Johnson. Aspetto di leggere la traduzione in italiano per capire se ho male interpretato io l’inglese o se davvero quello che Dylan dice è solo aria fritta.
C’è poi tutto il racconto di come sono nati, canzone per canzone, i brani di Oh Mercy e stupisce vedere che furono in gran parte composti prima i testi e solo in seguito le musiche, mentre il racconto delle sedute di registrazione di Oh Mercy è un po’ noioso.
Ma anche qui quello che è splendido è come Dylan racconta la sua vita di tutti i giorni a New Orleans (con due bellissime paginette in cui descrive in modo decisamente alla Kerouac la città), girando a notte da solo per i suoi cimiteri, oppure andando in giro in moto con la moglie per il bayou, fermandosi in un bed & breakfast (!) eccetera. Quello che emerge è davvero il ritratto di un uomo normalissimo, non una rockstar, non un eccentrico artista, non un folle o che so io. Insomma, uno che passa per la cucina di casa sua, vi trova il figlio con la fidanzata che stanno cucinando del pesce, alza il coperchio della pentola e chiede “Come è venuta la salsa di whisky?”.

E con l’ultimo capitolo si torna ai primi anni Sessanta. Mi piace tantissimo questa scelta di andare avanti e indietro nel tempo in modo così onirico e visionario. Certo, lo stile non è sempre impeccabile, ci sono molte ripetizioni e passaggi come detto un po’ noiosi. Nessuno ha evidentemente fatto opera di editing, hanno preso tutto quanto Dylan ha dato loro e l’hanno stampato: e chi si sarebbe sentito il coraggio di fare dell’editing a Bob Dylan?
Ma il divertimento è assicurato. L’unica paura è che questo “volume one” resti l’unico.
Paolo Vites




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