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40 anni di canzoni |

da "Bob Dylan 1962/2002 - 40 anni di canzoni"
Paolo Vites
Blood On The Tracks
(Columbia, 1975)
Tangled Up In Blue / Simple Twist Of Fate / You’re A Big Girl Now / Idiot Wind / You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go / Meet Me In The Morning / Lily, Rosemary And The Jack Of Hearts / If You See Her, Say Hello / Shelter From The Storm / Buckets Of Rain
Pubblicato il 17 gennaio 1975
Registrato agli studi A&R di
New York dal 16 al 19 e dal 23 al 25 settembre e agli studi Sound 80 di
Minneapolis il 27 e 30 dicembre 1974
Foto di copertina di Paul Till
Note di copertina (nell’edizione
originale) di Pete Hamill
Dipinto nel retro copertina di
David Oppenheim
Nota: la seconda edizione ha un
diverso dipinto sempre di Oppenheim e nessuna nota di copertina; una terza
edizione ha il primo dipinto e le note di copertina, mentre l’edizione
su cd ha solo il secondo dipinto
Posizione più alta raggiunta
nelle classifiche americane: n. 1.
Musicisti: Bob Dylan (voce, chitarra e armonica); Eric Weissberg, Ken Odegard, Charles Brown III, Barry Kornfeld, Chris Weber (chitarra); Tony Brown, Bill Peterson (basso); Richard Crooks, Bill Berg (batteria); Paul Griffin, Greg Imhofer (tastiere); Buddy Cage (pedal steel).
“Povera America. Terra dove i poeti muoiono. Eccetto Dylan.
Lui è rimasto, di fronte a noi ed è rimasto vero. Non è
il solo, naturalmente; non è il solo, adesso. Ma di tutti i nostri
poeti Dylan è quello che ha preso, in modo più evidente,
il mare in tempesta e lo ha messo in un bicchiere”.
Così Pete Hamill nelle note di copertina di Blood
On The Tracks (edizione originale; il suo scritto è candidato al
Grammy nella sezione delle note di copertina e la Columbia, che l’ha eliminato
per sostituirlo con un dipinto di Dave Oppenheim, fa prontamente marcia
indietro ristampando il disco con le “liner notes” originali, cosicchè
esistono tre edizioni di Blood On The Tracks: una con le sole note, una
con il solo dipinto e una con tutte e due, mentre la ristampa su cd, fino
ad oggi, ha soltanto il dipinto).
A ventisei anni dalla sua pubblicazione si discute ancora
se Blood On The Tracks sia il migliore disco di Bob Dylan, o quanto meno
l’unico degno di stare accanto ai suoi capolavori degli anni Sessanta.
I colleghi di Dylan lo amano alla follia, tanto che Keith Richards ha spesso
commentato: “Se solo Dylan ci desse un altro Blood On The Tracks”.
Per arrivare a tanto Dylan, finalmente giunto a quel
“nuovo mattino” che sta cercando sin dal 1970, è dovuto tornare
a New York, o quantomeno tornare a respirarne l’aria. Terminato il tour
con The Band (al cui proposito Dylan esprimerà solo pareri negativi,
dicendo che è stato solo una inutile ricerca del tempo perduto),
nel febbraio ’74 prova a riallacciare i rapporti con la scena del Village.
Dylan è tornato a viverci nel ‘71, precisamente in MacDougal Street,
la casa che sarà al centro dell’attenzione di AJ Weberman, uno psicopatico
autonominatosi “dylanologo” e leader del “movimento di liberazione di Bob
Dylan” (il cui slogan era “Free Bob Dylan, power to the people”) che frugherà
nei bidoni della spazzatura alla ricerca di prove del fatto che il cantante
si è venduto al sistema, terrorizzerà la moglie e i figli
con incursioni nel giardino di casa e organizzerà addirittura sit-in
davanti all’abitazione. Il tutto si risolverà con un (sacrosanto)
tentativo di aggressione da parte di un Dylan esasperato, che, incrociato
Weberman in Elizabeth Street, nel Village, verrà trattenuto a stento
dall’infliggergli un autentico pestaggio.
Per via dell’aria di paranoia pura che si respira al
Village, nel ’73 Dylan si è trasferito, come abbiamo visto, nella
più confortevole Malibu, in California. Ma, curiosamente, nella
primavera del ’74 torna, da solo, a New York, dove frequenta, “cinque giorni
alla settimana per due mesi, dalle otto di mattina alle quattro del pomeriggio”,
come racconta lui stesso, i corsi di pittura dell’eclettico pittore Norman
Raeben, un personaggio che sugli allievi esercita il fascino di un guru.
L’influenza di questo corso, secondo lo stesso Dylan, sarà enorme,
più a livello lirico che pittorico: “Mi insegnò a fare in
modo conscio quello che prima facevo inconsciamente. Avevo incontrato maghi,
ma questo era più potente di ogni mago che avessi conosciuto. Guardava
dentro di te e ti diceva che cosa eri. E non faceva trucchi”. Di più:
“Tornai a casa dopo quell’esperienza e mia moglie non riusciva più
a capirmi. Fu lì che il nostro matrimonio cominciò ad andare
a pezzi. Non capiva di cosa stessi parlando e io non riuscivo a spiegarmi”.
E' questo un passaggio importante, che segnala i primi
elementi di crisi di un matrimonio che si sta avvicinando al decimo anno
e da cui sono giunti ben quattro figli. Ma, dal punto di vista artistico
la frequentazione di Raeben segna per Dylan una nuova fase nell’esperienza
di scrittore: “Mi insegnò a formulare una linea narrativa non in
termini di struttura temporanea consequenziale, ma mischiando insieme passato,
presente e futuro in modo da ottenere un focus unico sul soggetto in questione”.
Tutto ciò emergerà in modo evidente nelle canzoni raccolte
su Blood On The Tracks. La nuova fase segna inoltre la fine della sterilità
creativa cominciata subito dopo John Wesley Harding e l’addio definitivo
alle immagini visionarie che lo hanno reso celebre negli anni Sessanta
e di cui restava qualche traccia proprio in John Wesley Harding.
A maggio Dylan ritrova al Village il vecchio amico/rivale
Phil Ochs: il grande cantautore è da tempo vittima di una forte
dedizione all’alcol, eppure si sta dando da fare per organizzare un concerto
di beneficenza per le vittime del colpo di stato di destra in Cile. Momento
altamente politicizzato a cui Dylan, stranamente, decide di partecipare,
forse più per riallacciare i rapporti con i vecchi amici (al concerto
partecipano anche Dave Van Ronk e Arlo Guthrie, tra gli altri) che per
convinta adesione politica. Il livello artistico della serata (tenuta il
9 maggio al Felt Forum di New York) è ben documentato da quella
foto in cui si vede Dave Van Ronk con un enorme bottiglione di vino, sul
palco insieme a Dylan e agli altri. E' l’esibizione di un gruppo di reduci
ubriachi e stonati, in cui Dylan (come del resto gli altri) massacra brani
come Deportees, North Country Blues e Blowin’ In The Wind. Non è
questo ciò che Dylan va cercando e per ora il ritorno a New York
sembra suggerire solo incubi e fantasmi.
Il 20 giugno viene pubblicato il doppio dal vivo Before
The Flood, documentazione del tour con The Band, che segna anche la fine
del suo rapporto con la Asylum. Il 2 agosto ’74 Dylan firma il nuovo contratto
con la Columbia: è il ritorno a casa del figliol prodigo.
A luglio alcune riviste pubblicano gossip su una probabile
fine del rapporto tra Dylan e Sara: i giornali parlano di una relazione
con la ex moglie del musicista John Sebastian (ex Lovin’ Spoonful), e anche
di una relazione con una executive della Columbia, Ellen Bernstein. Non
ci sono prove di tale relazione (ma d’altro canto Dylan riuscirà
addirittura a tenere segreto un matrimonio, quello con Carolyn Dennis,
durato ben sei anni), sta di fatto che la Bernstein è la donna dietro
a Blood On The Tracks, quantomeno dal punto di vista discografico, in quanto
presente a tutte le session e, in un certo senso, produttore esecutivo.
Dylan smentirà apertamente che il disco abbia a che fare con la
crisi del suo rapporto matrimoniale (“Ai tempi ero ancora sposato, come
avrei potuto comporre canzoni che parlano di separazione e di divorzio?”,
giustificherà piuttosto banalmente), ma dichiarazioni come quella
del figlio Jakob faranno trapelare il vero contenuto di Blood On The Tracks:
“Amo la musica di mio padre, naturalmente; mi piace ascoltare dischi come
Highway 61 o Blonde On Blonde. Ma album come Blood On The Tracks non riesco
ad ascoltarli. Quello è mio padre e mia madre che vanno in pezzi.
Quale figlio vorrebbe ascoltare un disco del genere?”.
A metà luglio Dylan si ritira nella sua fattoria
nel Minnesota in compagnia dei figli, ma, ancora una volta, non della moglie.
E' qui che prendono corpo gran parte delle canzoni di Blood On The Tracks
scritte, come vuole la leggenda, su un piccolo libretto di appunti dalla
copertina rossa. Ci sono anche canzoni (intitolate Belltower Blues, There
Ain’t Gonna Be Any Next Time, Where Do You Turn?, It’s Breakin’ Up, I Don’t
Want No Married Woman, Ain’t Funny) che non è mai stato possibile
ascoltare, benchè registrate durante le session dell’album, mentre
mancano ancora Buckets Of Rain e Meet Me In The Morning che verranno composte
in seguito in studio.
Il 22 luglio Dylan va a vedere gli amici Crosby, Stills,
Nash & Young che si esibiscono a Minneapolis. Dopo il concerto, in
albergo, canta a Stephen Stills e al bassista Tim Drummond una decina delle
canzoni appena composte. Entrambi rimangono a bocca aperta. Ad agosto si
reca a trovare nella sua casa di San Francisco il vecchio amico Michael
Bloomfield, l’eroe di Like A Rolling Stone. Ha intenzione di chiedergli
di partecipare alle future incisioni, ma quando esegue il materiale nuovo,
in una impossibile accordatura in Re, senza dargli il tempo di imparare
il minimo necessario, Bloomfield perde la pazienza e gli dice che non se
ne fa niente.
Il 16 settembre, finalmente, Dylan decide di entrare
in studio: su suggerimento dell’onnipresente Ellen torna al leggendario
Columbia Studio A di New York, adesso ribattezzato A&R Studios, quello
che ha visto nascere i suoi capolavori degli anni Sessanta. Responsabile
tecnico è Phil Ramone, apprezzato produttore sin dai primi Sessanta
e negli anni Settanta l’uomo dietro alla riuscita di There Goes Rhymin’
di Paul Simon, ma è Dylan, di fatto, a produrre. E' il vecchio John
Hammond a chiamare Ramone solo il giorno prima: “Dylan è in città”,
gli dice al telefono, “e abbiamo bisogno di catturare qualcosa di magico
da parte sua”. In un modo o nell’altro ci riusciranno. I fantasmi di pochi
mesi prima sono scomparsi per lasciare il posto ad alcune delle più
brillanti visioni musicali e liriche della carriera di Dylan: New York
è riuscita nella missione.
Dylan chiede personalmente di avere in studio con lui
l’ottimo chitarrista Eric Weissberg e il suo gruppo, i Deliverance, freschi
del grande successo ottenuto con la colonna sonora del film omonimo (in
Italia Un tranquillo weekend di paura) contenente il brano, arcinoto nei
Settanta, intitolato Duelling Banjos. Neanche a dirlo, sarà un disastro.
La collaborazione durerà infatti un solo giorno, il primo: “Fu pazzesco”,
dirà Weissberg. “Non riuscivi a guardargli le dita, perchè
suonava con una accordatura che non avevo mai visto prima (l’accordatura
aperta in Re, nda). Non gliene poteva fregare di meno del sound o di quello
che avevamo appena fatto. Eravamo nella confusione totale perchè
pretendeva di insegnarci un pezzo nuovo mentre un altro veniva fatto suonare
in sottofondo. Dicevo, tra me e me: ricordati, Eric, questo tizio è
un genio, e forse questo è il modo di lavorare dei geni. Ma se fosse
stato qualcun altro e non Bob Dylan, me ne sarei andato su due piedi senza
pensarci due volte”.
Il 16 settembre vengono comunque registrati diversi brani,
tra cui diverse take di Tangled Up In Blue e prime prove di Simple Twist
Of Fate, If You See Her Say Hello, Lily, Rosemary And The Jack Of Hearts,
Call Letter Blues (che sarebbe poi diventata Meet Me In The Morning), You’re
A Big Girl Now e brani rimasti a tutt’oggi sconosciuti, come i già
citati Belltower Blues o Ain’t Funny.
Il 17 Dylan abbandona i Deliverance e fa venire in studio
solo il loro bassista, Tony Brown. Il quale non avrà meno problemi:
“Bob non fa prove, Bob crea e basta”, racconta Phil Ramone. “Il bassista
mi guardava come a dire: che cazzo fate? Potete scrivermi gli accordi,
mi volete aiutare? Non serve a niente, gli dicevo, perchè tanto
non rifarà una canzone per due volte allo stesso modo. Una volta
cambierà una sequenza di accordi, un’altra volta passerà
al verso successivo saltando il ritornello”.
C’è un altro musicista presente il 17, ed è
un ritorno notevole, il tastierista Paul Griffin, presente alle storiche
session di Highway 61. In quel giorno si lavora a una nuova prova di You’re
A Big Girl Now. La sera, in studio, si presenta una persona speciale, un
certo Mick Jagger, e la seduta finisce a base di alcol e vecchi blues.
Il 18, sempre con i soli Brown e Griffin, Dylan registra
Shelter From The Storm e You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go, poi
interrompe la session per andarsene al Bottom Line a vedere un concerto
dei Little Feat.
Il 19 settembre è il giorno più fruttuoso:
arrivano Lily, Rosemary And The Jack Of Hearts, Simple Twist Of Fate, Buckets
Of Rain (che non è altro che un rimaneggiamento del brano del folksinger
e vecchio amico Tom Paxton, Bottle Of Wine) e, soprattutto, l’epica Idiot
Wind.
Il 23 settembre, su suggerimento di Ellen Bernstein,
in studio si aggiunge Buddy Cage, valente suonatore di pedal steel del
gruppo country rock californiano dei New Riders Of The Purple Sage che
hanno da poco pubblicato una bella ripresa di You Angel You di Dylan nel
loro album Brujo. Sulla traccia base di Call Letter Blues incisa con i
Deliverance, Dylan reincinde un’altra parte vocale con nuove liriche; nasce,
infine, un nuovo titolo, Meet Me In The Morning. Con l’abrasivo apporto
della pedal steel hendrixiana di Cage, sarà l’unico brano registrato
con tutti i Deliverance ad apparire sul disco finale. Anche a You’re A
Big Girl Now viene aggiunta una parte di pedal steel. Le session terminano
il 25: “(Dylan) lavora in modo istintivo”, dirà Ellen Bernstein.
“Il livello di energia, in quelle session, era tremendamente alto perchè
con lui non si torna e ritorna sullo stesso pezzo decine di volte finchè
l’energia scompare. Fu tutto incredibilmente immediato e molto emozionante”.
Per essere stato il soggetto di almeno una canzone, You’re Gonna Make Me
Lonesome When You Go, Ellen deve saperne qualcosa del tasso di emotività
che Dylan mette in quelle registrazioni. “Blood On The Tracks fu un momento
catartico per Dylan”, dirà Phil Ramone”. “Quello era un momento
traumatico per lui, per via dei suoi problemi relazionali, e in quelle
canzoni si stava mettendo a nudo”.
Il disco è pronto: la Columbia commissiona al
giornalista Pete Hamill le note di copertina e il disco viene dato alle
stampe in mezzo milione di copie. Ma Dylan, ascoltato ancora una volta
il risultato, blocca tutto. Non è sicuro che sia quello il disco
che vuole, ma si accorda con la Columbia, in ogni caso, a far sì
che il disco, se non alla fine di ottobre come concordato, esca subito
dopo Natale. Festività che Dylan va a passare con la madre e i suoi
parenti più stretti nella sua fattoria in Minnesota. Parenti stretti
che, naturalmente, includono anche il fratello minore, David. Personaggio
assolutamente discreto che compare nella saga dylaniana solo nell’episodio
di Blood On The Tracks, David Zimmerman vi appare però in modo decisivo.
A lui, infatti, Bob chiede un parere sul disco che sta per uscire e David
è categorico: “Sarebbe meglio rifarlo”.
David, manager di alcuni artisti della locale scena di
Minneapolis, suggerisce al fratello di andare in studio, lì a Minneapolis,
con alcuni musicisti che avrebbe provveduto a trovare lui stesso, e provare
a incidere nuovamente le canzoni che a Dylan sembrano particolarmente inadeguate.
Il problema è che Dylan non ha la chitarra con cui ha registrato
a New York, una Martin modello 1937 0042, dotata di una piccola cassa,
conosciuta fra i musicisti come il “modello Joan Baez” perchè la
folksinger la usa abitualmente e la consiglia a Dylan: molto rara, molto
costosa e molto pregiata. David chiede a uno dei suoi artisti, Kevin Odegard,
che ha già suonato con Dylan in passato, di trovarne una, mantenendo
il riserbo su chi ne farà uso. Odegard ne trova una in un negozio
di strumenti musicali di proprietà di un certo Chris Weber che a
malavoglia affitta lo strumento, ma solo a patto di assistere alle registrazioni,
in modo da tenere sotto controllo la preziosa chitarra. Weber finirà
per suonare su Blood On The Tracks. David Zimmerman, intanto, ha contattato
la più rinomata sezione ritmica di Minneapolis, il bassista Billy
Peterson e il batterista Bill Berg, un affidabile duo capace di accompagnare
musicisti jazz come gruppi rock. Berg, che sta partendo per la California
per cercare fortuna come disegnatore per la Disney, accetta di fermarsi
in studio quando sa che si tratta di Dylan.
Così, in modo assolutamente informale, quasi casalingo,
e molto “low budget”, David mette insieme il cast di musicisti che devono
aiutare Bob a rifare Blood On The Tracks.
Eppure funziona. A differenza di quanto accade nei grandi
studi e con i musicisti di grido, Dylan si trova a suo agio con questi
personaggi, musicisti più per passione che per professione. Fa subito
amicizia con Chris Weber, parlano di chitarre e quando Dylan scopre che
Weber è anche un po’ cantautore, lo invita a suonargli le sue canzoni.
Il clima rilassato produce subito, il primo giorno, una nuova take di Idiot
Wind, più pregnante e ricca di urgenza di quella registrata a New
York, con Dylan che esegue personalmente l’overdub della parte di tastiere,
mentre una nuova versione di You’re A Big Girl Now è meno indolente
di quella precedente, con piacevoli interventi di chitarra flamenco e un
forte spirito jazzy, soprattutto nelle pregevolissime parti di pianoforte.
Il 30 si torna in studio e Dylan vuole affrontare Tangled
Up In Blue. Dopo averla suonata in chiave di Sol, Dylan chiede un parere.
“Passabile”, risponde senza convinzione Odegard. “Mi fulminò con
lo sguardo, sibilando: ‘Passabile’?”, racconta lo stesso Odegard, “nello
stesso modo in cui in Don’t Look Back fulmina con lo sguardo il povero
Donovan. Credetti di morire”. Ma Dylan dopo qualche istante, smaltita la
rabbia, acconsente: “Proviamola allora come dici tu”. Odegard consiglia
di farla in chiave di Fa e la cosa funziona splendidamente. Odegard è
responsabile anche del delizioso intro di chitarra che apre ogni nuovo
verso, un piccolo riff rubato a quello del brano Midnight Blues da un disco
dei Joy Of Cooking.
Decisamente ispirati, si lanciano in una nuova Lily,
Rosemary And The Jack Of Hearts, non prima dell’avvertimento di David Zimmerman:
“E' un brano un po’ più lungo del solito. Non fermatevi mai. Anche
se sembra finita, continuate a suonare”. Esattamente come ai tempi di Sad
Eyed Lady Of The Lowlands. Quindi tocca a If You See Her, dove è
Dylan stesso a suonare la parte di mandolino. E anche qui emerge una versione
molto più ricca melodicamente di quella originariamente registrata.
Le session sono finite. Dato che la Columbia ha già
stampato le copertine, i nomi di questi eroici musicisti di Minneapolis
che hanno dato a Dylan tanta fiducia nei propri mezzi, non vengono accreditati
e, molto più colpevolmente, i giusti crediti non vengono stampati
neanche nella seconda edizione dell’album, quella con il solo dipinto di
Oppenheim. Ma trovano un posto nella leggenda, così come da rivalutare
è il ruolo di David Zimmerman, che è stato, di fatto, il
produttore di Blood On The Tracks: oltre ai consigli al fratello e l’aver
trovato gli uomini giusti, molte idee musicali, come la parte di batteria
in Tangled Up In Blue, sono frutto della sua iniziativa.
Blood On The Tracks verrà salutato come un capolavoro
assoluto. Di fatto, le nuove versioni dei brani sono tutte superiori ad
eccezione, forse, di Tangled Up In Blue e di Idiot Wind, che sono quanto
meno sullo stesso livello. Joni Mitchell e Robbie Robertson, ad esempio,
dichiareranno di preferire le versioni newyorkesi, le originali. Ellen
Bernstein, poi, è assolutamente contraria all’utilizzo delle nuove
incisioni. Joel Bernstein, il tecnico delle chitarre di Dylan (in quegli
anni al lavoro anche con Neil Young) racconta: “Quando seppe che David,
il fratello di Bob, aveva detto che era meglio registrare nuovamente il
disco con un nuovo gruppo, fu scioccata. Pensava fosse una pessima idea”.
A meno di possedere un bootleg, è possibile ascoltare
alcune delle versioni originarie almeno in parte sul cofanetto The Bootleg
Series: si tratta di Tangled Up In Blue, Idiot Wind, If You See Her e Call
Letter Blues. La versione newyorkese di You’re A Big Girl Now era già
stata pubblicata nel cofanetto Biograph.
Si tratta ovviamente di giudizi assolutamente soggettivi,
in quanto tutte le versioni di questi brani sono ricche di fascino. Ma
nelle incisioni di New York, oltre ad avere versi molto più autobiografici
(specialmente la seconda), Tangled Up In Blue e Idiot Wind suonano più
spontanee, meno elaborate, ricche di urgenza e di un fuoco interiore che
brucia in Dylan, autentico “sangue gettato nei solchi”. Bello è
poi il suono della chitarra, dove l’accordatura aperta risalta in modo
particolare e ricorda quella tipica di artisti come Joni Mitchell o David
Crosby.
Tangled Up In Blue, ad ogni buon conto, andrà
incontro a infinite riscritture, un brano che è ancora oggi materia
viva nella mente e nella voce di Dylan, il quale continua a cambiarne i
soggetti, le scene e le parole: “La versione su Real Live”, dirà
Dylan nell’85 a Cameron Crowe, “è quella più simile a come
doveva essere la canzone. Non sono mai stato soddisfatto (di come è
venuta), credo che stessi cercando di farla assomigliare a un dipinto,
dove puoi vedere le parti diverse ma puoi anche vederne l’insieme. E' quello
che ho cercato di fare, con il concetto di tempo e il modo in cui i personaggi
cambiano dalla prima alla terza persona, e non sei mai sicuro se sta parlando
la terza persona o la prima. Ma se guardi alla cosa nel suo insieme, non
è importante. Nella versione di Real Live l’immaginazione è
migliore e molto più simile al modo in cui avrei voluto che fosse
quando la registrai”.
Tangled Up In Blue è ricca di immagini autobiografiche,
come la splendida descrizione dell’atmosfera vissuta da Dylan al Village
nei primi Sessanta, quando dice: “C’era musica nei cafè alla sera
/ E rivoluzione nell’aria”, salvo l’ingresso improvviso di Rimbaud, seppur
non citato direttamente - ma chi altri potrebbe essere (peraltro citato
direttamente insieme a Verlaine in You’re Gonna Make Me Lonesome) - a sovvertire
l’ordine temporale e logico della strofa (“Poi lui cominciò a trattare
con gli schiavi / E qualcosa dentro di lui morì”). La figura dell’artista
che lascia la sua musa per darsi a dubbi affari commerciali come la tratta
degli schiavi diventa una parodia di se stesso, visti i tanti riferimenti
fatti negli anni Sessanta alla poesia di Dylan come discendente direttamente
da quella di Baudelaire e Rimbaud, un riferimento al periodo di ritiro
a Woodstock, che in un certo senso coincise anche per Dylan con la morte
artistica.
Ma un verso certamente non è mai cambiato, nelle
migliaia di rese dal vivo che Dylan ha fatto fino ad oggi, una vera dichiarazione
di intenti per un uomo che non ha intenzione di arrendersi mai: “Tutta
la gente che conoscevamo / Ora è soltanto una illusione, per me
/ Ma io, io sono ancora on the road / Diretto verso un altro localaccio”.
Promessa mantenuta, dato che Dylan è oggi, da anni, costantemente
on the road, diretto a un altro posto dove suonare.
Idiot Wind, che raggiungerà l’apoteosi nella memorabile
interpretazione catturata su Hard Rain, il vertice assoluto dell’abilità
di Bob Dylan come performer, è un brano pieno di risentimento e
rabbia latente: verso critici e scrittori (“Si inventano storie sulla stampa”),
verso la moglie (“Sei un’idiota, bambina”), verso se stesso (“Siamo degli
stupidi: è un miracolo che riusciamo a sopravvivere”), ricca di
fascino melodico sottinteso, soprattutto nei ritornelli epici che suonano
anche come una dedica all’America (“From the Grand Coulee Dam to the Capitol”).
If You See Her, nella sua prima registrazione, suona
troppo scarna e melodicamente priva di sussulti, mentre nella versione
di Minneapolis è di una bellezza struggente difficilmente rintracciabile
in altre canzoni dylaniane.
You’re A Big Girl Now è fantastica in qualunque
versione la si ascolti: quella crepuscolare, resa languida dal suono della
pedal steel, e quella più ruvida, quasi jazzata, di Minneapolis.
E' proprio questo il brano che fa dire a Dylan che Blood On The Tracks
non ha nulla a che fare con i suoi problemi matrimoniali: “Ho letto che
questa canzone dovrebbe parlare di me e di mia moglie. Vorrei che la gente
mi chiedesse le cose prima di andare a stampare sui giornali quello che
viene loro in mente. Questi interpreti (di me) sono, a volte, degli stupidi
stronzi ingannatori. (Questa canzone) potrebbe parlare di chiunque tranne
che di mia moglie, va bene?”.
Call Letter Blues è identica a Meet Me In The
Morning, salvo che questa ultima è molto, molto meglio, con una
performance vocale di Dylan spiritata e grintosa e lo splendido intervento
di Buddy Cage alla pedal steel.
Di Simple Twiste Of Fate non conosco altre versioni,
ma tali sono la perfezione e l’intensità raggiunte da Dylan che
non c’è bisogno di altro. E' un brano quasi cinematografico, il
set di un’impossibile storia d’amore, un incontro fugace e nascosto fra
due amanti, con chiari riferimenti alla relazione adulterina con la Bernstein,
parole sputate con vette di lirismo incantevole e un intervento di armonica
devastante. Lo stesso vale per la lunga ed epica Lily, Rosemary And The
Jack Of Hearts: un altro film, questa volta western, con una lunga galleria
di personaggi e un rubacuori che vince su tutti, il Jack Of Hearts, che
potrebbe essere Dylan stesso.
Di Shelter From The Storm si è invece potuto ascoltare
in tempi recenti una prima versione, inclusa nel film di Cameron Crowe
Jerry Maguire, che sembra avere più raffinatezza e incisività
di quella pubblicata su Blood On The Tracks, che sembra invece svogliata,
confusa, senza una direzione precisa.
Anche quei due gioiellini di semplicità folkie
che sono You’re Gonna Make Me Lonesome e Buckets Of Rain rimangono così
come sono, senza alternative, e sono fotografate per l’eternità
nella loro ammaliante semplicità.
C’è un’altra outtake, registrata il 23 settembre
a New York, che è stato possibile conoscere grazie a Biograph, anche
se Roger McGuinn l’aveva già incisa a metà anni Settanta.
E' Up To Me, un po’ troppo simile però a Shelter From The Storm
e forse per questo scartata.
Disco fascinosissimo, che ha influenzato, esattamente
come fecero i suoi album della prima metà degli anni Sessanta, un’intera
nuova generazione di musicisti, ricco di soluzioni melodiche impeccabili
e soprattutto di performance vocali che sono tra i vertici della vocalità
dylaniana, Blood On The Tracks rappresenta perfettamente Dylan e la sua
età. E' la versione cruda, amara, “sanguinante” della crisi del
progetto matrimoniale che, per milioni come lui, aveva rappresentato lo
“shelter from the storm”, il rifugio già invocato dai Rolling Stones
di Gimme Shelter nel ‘69 da quella “tempesta” che gli anni Sessanta avevano
scatenato sull’America, solo per rivelarsi essere più pericoloso
e mortale di ciò da cui avevano creduto di sfuggire. “La vita è
triste, la vita è una fregatura / Tutto quello che puoi fare è
fare ciò che devi / Fai ciò che devi, e cerca di farlo bene”,
canta non a caso Dylan nella strofa conclusiva dell’ultimo brano di Blood
On The Tracks, Buckets Of Rain.
Mentre il decennio in corso si sta popolando sempre più
dei nuovi menestrelli dalla faccia triste (uno su tutti, James Taylor)
che cantano sommessamente la crisi delle grandi utopie di solo qualche
anno prima ma anche la crisi e la difficoltà delle relazioni stabili
fra i due sessi andando regolarmente al vertice delle classifiche di tutto
il mondo, Dylan scende sul loro stesso terreno e li sbaraglia, dimostrando
che, con il minimo sforzo, se solo ne ha voglia, è ancora il più
grande di tutti: negli anni Sessanta ha messo in fila Beatles e Rolling
Stones non appena si è impegnato, per un paio di dischi e una facciata,
a fare del rock’n’roll. Adesso dimostra che come cantautore intimista e
semi acustico, beh, anche lì non ce n’è per nessuno.
Dopo il “sangue nei solchi” ci sarà una sola altra
rivoluzione nella musica rock capace di spazzare via tutto, e sarebbe stata,
di lì a un paio di anni, quella del punk. Ma Dylan, allora, non
sarà più in concorrenza con nessuno. Lui è diretto
a un “tempo fuori dalla mente”. Che se la vedano gli altri, perchè
Blood On The Tracks, rimane, piaccia o no, come l’ultimo esempio di sfida
al mondo da parte di Dylan. Dopo sfiderà solo se stesso.
Per saperne di più:
Bob Dylan, Biograph (Sony, 1985)
The Bootleg Series Vol. 1-3 (Sony,
1991)
Come scritto in precedenza, il
primo cofanetto contiene la versione newyorkese di You’re A Big Girl Now,
mentre il secondo contiene le versioni della medesima serie di session
di Tangled Up In Blue, Idiot Wind, If You See Her Say Hello e la prima
stesura di Meet Me In The Morning, con il titolo quest’ultima di Call Letter
Blues.
Per chi volesse andare ancora più
a fondo, si consiglia il bootleg Blood On The Tapes.
Le cover imperdibili:
Jerry Garcia Band, Simple Twist Of Fate (da Jerry Garcia
Band, 1991)
Dodici minuti di assoluto lirismo musicale. Jerry Garcia,
da sempre grande estimatore di Dylan, ha suonato dal vivo, da solo o con
i Grateful Dead, un’infinità di suoi brani. Questa versione magica,
con alcuni assolo di chitarra da antologia, merita la palma di migliore
interpretazione. Nello stesso disco c’è anche una resa di Tangled
Up In Blue, meno bella però.
Indigo Girls, Tangled Up In Blue (da The Times They Are
A-Changin’, Volume 1, 1991)
Le due “ragazze indigo” hanno riportato in auge la miglior
tradizione della folk music negli anni Ottanta e Novanta. Questa loro resa
di Tangled si caratterizza per la robustezza rock e lo splendido apporto
della slide guitar.
Cassandra Wilson, Shelter From The Storm (da Belly Of
The Sun, 2002)
La jazz vocalist di colore, probabilmente la più
dotata ed espressiva cantante emersa dalla musica americana negli ultimi
dieci anni, rilegge il brano in modo soffuso, emozionante e decisamente
bluesy (ma anche con accenti jazzy).
Paolo Vites
da "Bob Dylan 1962/2002 - 40 anni di canzoni"
Alessandro Cavazzuti
1988
Il 1988 apre una nuova era nell’approccio
live di Dylan. Non più accompagnato da gruppi di nome (come nei
due anni precedenti), niente più coriste (dopo averle utilizzate
per dieci anni, con l’eccezione del 1984), Dylan si presenta sul palco
con una formazione essenziale: basso (Kenny Aaronson), batteria (Chris
Parker), e chitarra (G.E. Smith). Questa impostazione sarà mantenuta
(con l’aggiunta successiva di una seconda chitarra) fino ad oggi.
Inizia quello che i fan (e non
solo) chiamano il Never Ending Tour, definizione, peraltro, sempre rifiutata
da Dylan. Al di là delle etichette rimane il fatto che dall’88 ad
oggi abbia eseguito una media di cento concerti l’anno. Il 1988 è
uno dei miei preferiti. Gli arrangiamenti sono essenziali, immediati, senza
fronzoli; il suono è duro, energico, le performance vocali sono
intensissime, spesso splendidamente sopra le righe. Per la prima volta
nella sua carriera Dylan si fa accompagnare da una seconda chitarra nell’esecuzione
dei brani acustici.
Berkeley, Greek Theater
10 giugno 1988
Terzo concerto del tour e senza
dubbio uno dei migliori. Fin dall’attacco con Subterranean Homesick Blues
l’energia che si sprigiona è tremenda. La chitarra di Smith è
essenziale, efficace e Dylan, dal canto suo, è inesorabile, intenso,
la voce è dura e ispiratissima. Potrei ascoltare questa versione
di Joey mille volte e la voglia non mi passerebbe. G.E. comanda le operazioni,
volgendosi spesso verso il batterista (come si osserva nel video del concerto),
detta i ritmi e dà l’impressione di essere totalmente preso dal
mood che si sta creando. Dylan è immobile davanti al microfono,
la sua voce trafigge da quanto è potente e inesorabile. Adrenalina
pura, che continua a scorrere con Absolutely Sweet Marie, poi ancora con
Tangled Up In Blue, in cui è Dylan, stavolta, a trascinare la band
in una versione molto tirata, dove si distingue l’ottimo lavoro al basso
di Aaronson. San Francisco Bay Blues è puro divertimento, Lakes
Of Pontchartrain (un tradizionale) è cantato con passione e grande
attenzione. Gates Of Eden in versione elettrica è maestosa, con
un ottimo lavoro di Parker alla batteria. Da segnalare, tra l’altro, la
presenza di Neil Young alla chitarra solista per tutta la seconda parte
del concerto.
Cincinnati, Riverbend
22 giugno 1988
Di questo concerto apprezzo l’approccio
un po’ meno aggressivo, rispetto alla maggior parte degli altri ma non
per questo meno d’impatto. La vis comunicativa di Dylan è intatta.
Wild Mountain Thyme è un vero capolavoro, in cui la voce evocativa
e malinconica fa tornare alla mente la versione eseguita più volte
nel ‘75 con Joan Baez. L’interpretazione di Ballad Of A Thin Man è
intensa quanto beffarda, decisamente sopra le righe. Barbara Allen è
forse ancora più ispirata della (pur bellissima) versione del primo
luglio a Long Island (di cui parleremo oltre). Il modo in cui Dylan esegue
You’re A Big Girl Now è fuori da ogni regola e difficile da descrivere.
Malinconico all’inizio (senti quasi il lamento di un uomo ferito), poi
gradualmente più aggressivo, fino a suonare quasi clownesco nell’ultima
strofa. Genio assoluto.
(Disponibile su nastro o cd-r).
Long Island, Jones Beach
1 luglio 1988
Questo concerto costituisce un
ottimo esempio del nuovo approccio live di Dylan, molto diretto ed essenziale.
G.E. Smith costruisce le melodie che Dylan costantemente aggredisce con
la voce, spesso stravolgendole. L’unicità di questo concerto risiede
nel set acustico. Mama You Been On My Mind è sorprendente, Hattie
Carroll è un altro capolavoro. Barbara Allen è delicata,
i versi accarezzati dolcemente dalla voce di Dylan.
Hollywood, Greek Theater
4 agosto 1988
Davanti al pubblico di Los Angeles,
Dylan e la band offrono un’esibizione di altissimo livello. Hallelujah
(di Leonard Cohen) è splendida, avvolgente, con la chitarra di Smith
che offre a Dylan l’adeguato tappeto sonoro. Misurata e quasi dolce It’s
Alright Ma (I’m Only Bleeding). Ogni verso di Lakes Of Pontchartrain è
cantato con cura e un senso di rispetto verso questo genere di canzone
tradizionale. Dylan ne eseguirà non poche nel corso di questo tour.
Tra le altre, la già citata Barbara Allen, Eileen Aroon (riarrangiata
originariamente dai Clancy Brothers), I’ll Be Around (anche questa eseguita
in questo concerto).
(Disponibile su nastro o cd-r).
New York, Radio City Music Hall
17 ottobre 1988
Siamo agli ultimi concerti del
tour: la voce di Dylan è più roca, ha perso un po’ di brillantezza,
ma non certo incisività e intensità. Questo è probabilmente
il migliore dei cinque concerti newyorchesi alla Radio City Music Hall.
L’energia si sprigiona soprattutto nei brani elettrici. Subterranean Homesick
Blues è tirata come poche altre volte, quasi Dylan voglia mettere
subito in chiaro cosa c’è da aspettarsi per il resto del concerto.
Bob Dylan’s 115th Dream è fulminante, senza pause, con G.E. che
detta i tempi indiavolati delle strofe. Wagoner’s Lad (tradizionale) è
un altro esempio della profonda dedizione di Dylan verso questo genere
di canzoni. Dopo un’intensa Don’t Think Twice, It’s Alright, Dylan non
smette di suonare e introduce, con Smith, gli accordi di Knockin’ On Heaven’s
Door, aprendola in versione acustica, per trasformarla in elettrica in
corso d’opera, con un crescendo irresistibile.
(Disponibile in versione completa
su nastro o cd-r, in versione incompleta in cd).
Atri concerti raccomandabili:
11 giugno, Mountain View (disponibile
su nastro o cd-r)
20 luglio, Columbia (disponibile
su nastro o cd-r)
19 ottobre, New York
Alessandro Cavazzuti
da "Bob Dylan 1962/2002 - 40 anni di canzoni"
In una carriera, discograficamente parlando, cominciata
esattamente quarant’anni fa e che si snoda attraverso oltre trenta album
di canzoni in studio più numerosi dischi dal vivo e diverse compilation
spesso arricchite di preziosi inediti, Bob Dylan, parafrasando la sua When
I Paint My Masterpiece, non
ha ancora dipinto il suo capolavoro.
Ne ha disseminati parecchi, e alcuni di essi hanno cambiato
per sempre la faccia della musica popolare del Novecento, ma la sua musa
è ben lungi dall’aver detto l’ultima parola.
Perché quella di Bob Dylan è una scommessa
per la vita, non il mero calcolo commerciale di un musicista come la storia
del rock ce ne ha dati a centinaia, più o meno bravi.
Ripercorrere l’opera discografica di Bob Dylan, come
questo libro si prefigge per la prima volta in Italia analizzando uno per
uno tutti i suoi dischi in studio, raccontandone la genesi attraverso una
documentazione storica rigorosa, anedotti e testimonianze dei diretti protagonisti
(Dylan incluso), è un affascinante viaggio attraverso la storia
dell’America, dai primi anni Sessanta ai giorni nostri.
Dalla marcia su Washington guidata da Martin Luther King,
a cui Dylan prese parte, all’esplosione di una coscienza musicale e poetica
che mise in ombra persino i Beatles, approdando al “ritiro nel privato”
proprio mentre intorno a lui esplodeva la rivoluzione ‘acida’ dei figli
dei fiori, passando attraverso la crisi dei rapporti di coppia e quindi
nella riscoperta di un patrimonio spirituale universale, fino alle umoristiche
visioni, ma ricche di inquietanti presagi,
del suo ultimo album, l’acclamato Love & Theft (uscito
in una data che nessuno dimenticherà mai più, l’11 settembre
del 2001, rivelando un tempismo degno di un Nostradamus), Bob Dylan non
ha mai smesso di cantare l’America e il suo ruolo di uomo in cerca della
verità all’interno di essa.
Biografia, analisi musicale, anedottica: questo libro
è un approccio diverso e appassionato all’uomo che, giustamente,
è stato messo a fianco di nomi come Jack Kerouac, Allen Ginsberg
e Walt Whitman nel ruolo scomodo ma esaltante di espressione più
alta e sincera dell’America moderna.
Un’appendice che seleziona, su circa 2mila documentazioni,
i cento migliori concerti dal vivo di Bob Dylan, contribuisce a fornire
un ritratto completo
dell’artista, che spesso sul palco ha mostrato di trovarsi
più a suo agio che nelle fredde mura di uno studio di registrazione.
Paolo Vites è nato a Lavagna (Genova) e vive a
Milano.
Ha fondato e diretto la fanzine dedicata a Bob Dylan
Rolling Thunder; ha collaborato con le principali riviste specializzate
musicali italiane, con diversi
quotidiani e con la rivista americana On The Tracks.
È stato direttore della collana Ritratti per la
casa editrice Tarab di Firenze.
Ha pubblicato diverse monografie (Jim Morrison, Bruce
Springsteen, The
Rolling Stones, The Verve) per Arcana; ha collaborato
all’Enciclopedia Rock Anni Novanta di Arcana, al Dizionario del Pop Rock
di Baldini & Castoldi e al
libro 100 dischi ideali del rock (Editori Riuniti, 2000)
ed è il curatore dell’album United Artists For The Poet (Columbia,
1991).
È autore di "Bob Dylan: Stories From A Never Ending
Concert" (Penguins Edition, 1994) che è catalogato anche alla Hibbing
Public Library di Hibbing, Stati Uniti (la città dove Dylan ha trascorso
la sua adolescenza).
Dall’ottobre 1996 fa parte della redazione della rivista
musicale specializzata JAM.