La Maggie's Farm Southern Band con Michele Murino (terzo da sinistra) alla Feltrinelli di Napoli

Evento editoriale ieri in Italia per la presentazione di "Chronicles", l'autobiografia di Bob Dylan edita da Feltrinelli. Tre le città coinvolte in contemporanea: Roma, Milano e Napoli, dove se n'è parlato alla Feltrinelli di Piazza dei Martiri con il giornalista del "Mattino" Federico Vacalebre, Michele Murino e Salvatore Esposito, questi ultimi del sito internet di Dylan (e autori di "Bob Dylan", di prossima pubblicazione da Editori Riuniti). Presente anche la Maggie's Farm Southern Band, formata da appassionati di Dylan, conosciutisi attraverso Internet.
Il libro ha in copertina la dicitura "volume 1" ma secondo Vacalebre non è detto che vedranno la luce un volume 2 o 3. "E' un libro strano - ha spiegato il giornalista - come tutte le cose di Dylan. Non ha un inizio nè una fine e non svela le cose che ci si aspetterebbe, ma chi lo leggerà troverà cose mai dette in altri libri". Un libro imprevedibile insomma, tranne che per un particolare: quando Dylan parla della sua svolta "elettrica". Inoltre, continua Vacalebre, "è un libro dove non ci sono sesso, nè rivoluzione perchè se c'è una certezza è proprio il rifiuto di Dylan ad essere il portavoce di un movimento e di quell'America che attraverso di lui cercava di inventarsi una sinistra". Teoria confermata dalle stesse parole di Dylan durante l'intervista concessa di recente alla rete americana CBS, dopo 19 anni di silenzio, di cui durante la conferenza sono andati in onda alcuni stralci: "Era come ritrovarsi in un racconto di Edgar Allan Poe, quando sentivo ciò che gli altri dicevano di me".
Un Dylan camaleontico e inafferrabile anche per Murino: "Si tratta di un'autobiografia, è vero, ma non in senso tradizionale. Piuttosto, è il racconto in forma romanzata di eventi ed incontri che gli sono rimasti impressi".
Al termine, l'esibizione della Maggie's Farm Southern Band in alcuni dei grandi successi del menestrello: da "Don't think twice" a "Like a rolling stone", passando per "Leopard skin". Interamente composta da musicisti napoletani, la band è un punto di riferimento importante dei Dylaniani napoletani. Ma non l'unico: quando De Andrè tradusse "Romance in Durango" di Dylan, per il ritornello scelse infatti di affidarsi proprio al dialetto napoletano.

Eugenio Spagnuolo 


Da "Il Mattino" di Venerdì 14 Gennaio 2005


E' UNA PRODUZIONE
TIGHT CONNECTION