Articoli tratti da "Il Mattino" di Napoli

03/01/2005
Evento rock in libreria

Appuntamento giovedì 13 alle 18.30 in tutte le Feltrinelli d’Italia: il Dylan day festeggia l’arrivo in libreria dell’edizione italiana di «Chronicles vol. 1», evento editoriale che sarà sottolineato a Roma da Giancarlo Susanna, Roberto Cotroneo e Tito Schipa jr. (autore dell’album di traduzioni «Dylaniato»), a Napoli da Federico Vacalebre, Michele Murino e la Maggie’s Farm Southern Band, formazione legata al preziosissimo sito www.maggiesfarm.it, mentre è ancora da conoscere il cast dell’appuntamento milanese. Recentemente la rivista «Rolling Stone» ha scelto «Like a rolling stone» di Dylan come la canzone più bella di tutti i tempi, davanti a «(I can’t get no) Satisfaction» dei Rolling Stones.


03/01/2005
Gli annali di Dylan un’autobiografia in forma di ballata

Bob evita ogni gossip e si racconta, dalle folksong alle accuse di tradimento per la svolta elettrica

Federico Vacalebre - Nessuna concessione ai gossip, ma neanche all’esegesi della sua produzione che tanto avrebbe gradito il popolo dei devoti dylaniani e dylaniati. Ora che Feltrinelli pubblica la traduzione di Alessandro Carrera di «Chronicles volume 1» (240 pagine, 16 euro) diventa decisamente più agile tuffarsi nell’universo di sua maestà Robert Allen Zimmermann, noto al mondo come Bob Dylan. Carrera facilita il lavoro al lettore, risolvendo con chiarezza e semplicità espressioni gergali e riferimenti culturali non sempre facili da comprendere nella lingua originale. Che non è quella delle canzoni dell’uomo che mise l’arte nel juke-box, né il flusso di coscienza dei suoi talking blues o di «Tarantula», romanzo che comincia con l’epitaffio del suo autore. Ma resta contorta quanto preziosa, usata per comporre una lunga ballata, che passa senza soluzione di continuità dalla storia personale a quella patria, dai tempi che dovevano cambiare alle canzoni che sono cambiate grazie a lui, dal passato remoto al Greenwich Village, a quello più vicino di «Oh mercy», l’album del 1989 prodotto da Daniel Lanois a, cui viene dedicato un lungo capitolo. Come nella più classica delle folksong a cui Bob rivolge nel testo più di un peana, il primo volume delle «Chronicles» dylaniane procede per strappi, salti temporali, collegamenti mentali, dando per scontato che sia il tono della narrazione stessa a spiegare di chi e che cosa si sta parlando. Gli strani personaggi incontrati nei sotterranei newyorkesi, dove il giovane Bob compie il suo apprendistato emotivo e artistico, sono importanti quanto i miti della cultura americana (e non solo) incontrati. Da un lato il lottatore George il Fenomeno, «letterati con la barba nera, intellettuali dalla faccia cupa, ragazze eclettiche e non esattamente il tipo della brava mogliettina», «un rabbino che portava una pistola, una ragazza con i denti in fuori e un grosso crocifisso tra i seni, personaggi di ogni sorta, tutti in cerca di un intimo calore». Dall’altra, Woody Guthrie, Harry Belafonte, Cisco Houston, David Van Ronk, Cecil Taylor, Johnny Cash, Archibald MacLeish, Joan Baez, David Crosby, la Band, Tom Petty, i Grateful Dead, Bono... Il rivoluzionario che non volle guidare nessuna rivoluzione e per questo si travestì persino da reazionario mostra la propria ansia di nuovo che parte però dalle radici folk, riconfermandosi parte di una tradizione importante, a cui Dylan si richiama tutt’oggi. Tra le pagine sfilano i nomi di Castro, Kennedy, Ho Chi Minh, Malcom X, Kerouac, i Beatles, Che Guevara e di canzoni che fanno fatto la storia, ma «Political world» ha ben più spazio di «Blowin’ in the wind», forse nemmeno citata. Mister Tamburino sfugge alla propria leggenda passandole accanto, confessando depressioni, voglie di fermare il mondo e di scendere, desideri di pensione, ripulse per il proprio mestiere trasformatesi in quel tour de force-sfida al destino che è diventato il suo «neverending tour». Reclama per sé il diritto di sottrarsi a stilemi che lui stesso ha imposto e paragona la propria svolta elettrica a quella del Miles Davis di «Bitches brew», ma anche alla bossa nova di Joao Gilberto & Co. Spiega nella maniera più oscura possibile come e perché decise di rimettere mano al proprio canzoniere reiventandolo dal vivo sera dopo sera, melodia dopo melodia, brevettando in scena il format del concerto-quiz. Parla della ballata folk come di «un sogno che si cerca di rendere vero», di uno strano paese in cui bisogna entrare, del reame degli archetipi, di «un paradiso che dovevo lasciare, così come Adamo aveva dovuto lasciare il giardino. Era troppo perfetto». Il primo volume degli annali dylaniani finisce qui, con un America pronta a dare alle fiamme bandiere a stelle e strisce, reggiseni e cartoline precetto. E con Bob che abbandona il branco che lo voleva leader per esplorare «un mondo tuonante, dagli spigoli taglienti come fulmini...» che «non solo non era retto da Dio, ma non era retto nemmeno dal diavolo». Chissà se «Chronichles 2» ripartirà da qui. E quando.


 Robert Johnson. «Se non avessi ascoltato quel disco di Robert Johnson alcune centinaia di miei versi non ci sarebbero».

 Brecht-Weill. «Jenny dei pirati» è annoverata da Bob tra le fonti principali di ispirazione per la sua scrittura.

Arthur Rimbaud. Suze Rotolo fece conoscere il poeta a Dylan, che lesse la lettera «Je suis un autre»: e «le campane si misero a suonare».

Woody Guthrie. È il maestro assoluto di Dylan, che non riuscì, però, a incidere i suoi brani inediti, recuperati poi da Billy Bragg con i Wilco.


03/01/2005
VERSI & MUSICA
Quelle canzoni che parlavano chiaro e nuovo
 

Per gentile concessione della casa editrice Feltrinelli pubblichiamo uno stralcio di «Chronicles volume 1». Bob Dylan Avevo avuto un incidente di moto ed ero rimasto ferito, ma mi ero rimesso. La verità era che volevo uscire da quella corsa dissennata. Il fatto di avere dei figli mi aveva cambiato la vita e mi aveva più o meno segregato da tutti e da tutto quello che succedeva. A parte la mia famiglia, non c’era niente che fosse di reale interesse per me, e vedevo la cose attraverso occhiali differenti. Anche le orribili notizie della cronaca, l’assassinio dei Kennedy, di Martin Luther King, di Malcolm X... Non li vedevo come figure di rilievo che erano state assassinate, ma come padri le cui famiglie erano state colpite. Nato e cresciuto in America, terra della libertà e dell’indipendenza, avevo sempre rispettato i valori dell’eguaglianza e della libertà ed ero deciso a educare i miei figli negli stessi ideali. Alcuni anni prima Ronnie Gilbert, uno dei Weavers, mi aveva presentato a uno dei folk festival di Newport dicendo: «Ed ecco a voi... Prendetelo, sapete chi è, è vostro». All’epoca non avevo capito che le implicazioni di quell’introduzione erano inquietanti. Nessuno aveva mai presentato Elvis in quel modo. «Prendetelo. è vostro!» Era da pazzi parlare in quel modo... io non appartenevo a nessuno, né allora né adesso... Io non avevo fatto altro che cantare canzoni che parlavano chiaro e che esprimevano la forza di realtà nuove. Avevo poco in comune, e ne sapevo ancora meno, di una generazione della quale avrei dovuto essere la voce. Me ne ero andato dalla mia città solo dieci anni prima e non stavo facendo da megafono alle opinioni di nessuno. Il mio destino percorreva la sua strada qualunque cosa la vita gli portasse, e non aveva niente a che fare con l’essere il simbolo di una qualche forma di civiltà. Restare fedeli a se stessi era l’unico imperativo. Io ero un cowboy, non un pifferaio magico... Sul serio, io non ero niente di più di quello che ero, un musicista folk che aveva scrutato in una nebbia grigia con occhi accecati di lacrime e aveva composto canzoni fluttuanti in un alone luminoso. Ora tutto mi era scoppiato in faccia e mi penzolava sopra la testa. Io non ero un predicatore capace di fare miracoli... Joan Baez aveva inciso una canzone di protesta su di me che veniva molto trasmessa per radio, insistendo che io uscissi di casa, prendessi il comando e mi mettessi alla guida delle masse, che diventassi un avvocato difensore, che comandassi la crociata. Mi invocava dalla radio come se io fossi stato richiamato in servizio. E i giornali non mi lasciavano in pace. Ogni tanto dovevo farmi forza e concedere un’intervista, così almeno non buttavano giù la porta. Di solito le domande cominciavano con: «Possiamo parlare un po’ di quello che succede?». «Certo, di che cosa?» I giornalisti mi mitragliavano di domande e io gli ripetevo di non essere un portavoce di niente e di nessuno e che ero solo un musicista... Poi un articolo avrebbe fatto il giro delle strade con il titolo. «Il portavoce nega di essere un portavoce». Mi sembrava di essere un pezzo di carne gettato ai cani. Il «New York Times» pubblicava interpretazioni deliranti delle mie canzoni. «Esquire» fece uscire un mostro a quattro facce in copertina, la mia insieme a quella di Malcolm X, Kennedy e Castro. Ma che assurdità era? Mi sembrava di essere al limite della terra. Se qualcuno aveva qualche buon consiglio o un suggerimento da offrire, purtroppo non si faceva avanti. Quando mi aveva sposato, mia moglie non aveva idea di quello che le sarebbe capitato. Nemmeno io, a dire il vero, e adesso eravamo in una situazione senza via d’uscita. Una cosa era sicura: che i miei testi avevano toccato un nervo mai toccato prima, ma se le mie canzoni si riducevano alle parole allora perché Duane Eddy, il grande chitarrista di r’n’r, ne aveva registrato un album di versioni puramente strumentali? I musicisti l’avevano sempre saputo che nelle mie canzoni c’era qualcosa di più che non le sole parole, ma la maggior parte della gente non fa il musicista.... Qualunque cosa fosse la controcultura, io ne avevo vista abbastanza. Ero stufo del modo in cui i miei testi venivano estrapolati, il loro significato sovvertito a scopo di polemica, come ero stufo di essere stato promosso a Grande fratello della ribellione, Grande sacerdote della protesta, Zar del dissenso. Duca della disobbedienza, Duce degli scrocconi, Kaiser dell’apostasia, Arcivescovo dell’anarchia, Pezzo da novanta - ma di che diamine stiamo parlando? Definizioni orribili, comunque le si voglia considerare. Tutte parole in codice per dire Fuorilegge.



Da "Il Mattino" di Lunedì 3 Gennaio 2005


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