Un sogno oltre la vita
Dieci note intorno a “Vanilla Sky”

di Michele Salimbeni

Breve saggio in dieci parti in esclusiva per Maggie’s Farm

© Michele Salimbeni 2003

1. La Paura e l’Angoscia
2. Dakota Building
3. Nuvole elettriche – “Vanilla Sky” e Bob Dylan
4. Apri gli occhi
5. Il sogno (lucido) – Cinema e Surrealismo
6. La Maschera
7. Ogni minuto
8. Il doppio (Il tema nascosto)
9. Una moderna storia d’amore
10.La Paura e l’Angoscia

Nota per chi non ha ancora visto il film: la lettura di questo saggio anticipa molti dettagli della storia

Parte seconda
se non avete letto la prima parte cliccate qui


4.Apri gli occhi


“My dream was lengthened after life”
William Shakespeare
“Riccardo III”, atto I - scena quarta


A questo punto è importante sapere che “Vanilla Sky” non nasce da un soggetto originale ma è il remake del film spagnolo “Abre los ojos” diretto da Alejandro Amenabar nel 1997 e ambientato a Madrid invece che New York.
La prima cosa che ascoltiamo nel film di Crowe è Penelope Cruz (attrice presente in tutte e due le pellicole) che dice “apri gli occhi” in spagnolo. Questo crea un legame con il film originale. Una specie di staffetta.
Per certi versi “Vanilla Sky” è un “film-fotocopia” senza però avvicinarsi alle esagerazioni del remake di “Psycho” diretto da Gus Van Sant.
Il film di Cameron Crowe ripropone oltre alla storia anche intere sequenze simili a quelle girate da Amenabar (per esempio la scena iniziale in una Times Square deserta è girata dal regista spagnolo nel centro di Madrid con lo stesso movimento di macchina nella parte finale della sequenza).
Anche la struttura narrativa della sceneggiatura basata sul flashback è simile all’originale. Ma in ogni caso non mancano sostanziali differenza tra le due pellicole.
La più sostanziale ed evidente è nel finale. La pellicola spagnola termina in un modo molto più ambiguo lasciando allo spettatore uno stato di ansia profondo più singolare. David Aames infatti si getta dal grattacielo e la sua caduta nel vuoto termina prima dell’impatto in un mortale schermo nero. E’ assente nel film spagnolo l’ultima inquadratura dell’occhio, a tutto schermo, che si apre nuovamente.
Gli effetti di spaesamento del film sono più riusciti, calibrati ed emozionanti nel film spagnolo.
In comune invece le due pellicole, oltre all’attrice Penelope Cruz,  hanno una forza narrativa per immagini ed un talento registico al limite del virtuosismo che però quasi mai risulta purtroppo in sintonia con la storia narrata e sembra rimanere per la maggior parte del film un’esercitazione di stile fine a se stessa. Due appuntamenti mancati che comunque si completano a vicenda fondendosi uno dentro l’altro e formando così una singolare opera in due atti. Due facce della stessa moneta. Doppi cinematografici in ogni caso affascinanti.

Anche se i due film sono pieni di citazioni cinematografiche, non sono le stesse. Amenabar sembra citare ossessivamente, per tutta la durata del suo film, Alfred Hitchcock e in particolare “Vertigo” con il suo tema ricorrente del “Doppio” (che affronteremo più avanti poiché è un tema centrale anche per il film di Crowe) e con la presenza delle due donne. Amenabar cita inoltre anche pellicole classiche come “Il fantasma del Palcoscenico”.
L’unico momento, invece, in cui Cameron Crowe ricostruisce vagamente un’atmosfera alla Hitchcock è nella sequenza dell’incidente in auto. Questa scena, girata a Riverside Drive in soli due giorni, precede un momento chiave del film. L’impatto crudo, agghiacciante, seguito da un silenzio sconcertante ed irreale lascia spazio al secondo sogno. Qui David Aames “vive” ciò che vorrebbe fosse accaduto dopo l’incidente. Il suo volto non è sfigurato e in un parco, che ricorda “Bella di giorno” di Luis Bunuel, incontra Penelope Cruz.
Presto scopriremo però che le cose non sono esattamente quello che sembrano.

Questo è uno dei temi fondamentali dei due film.
Ogni conoscenza – sosteneva Platone – è un ricordo e sul ricordo si basa il meccanismo associativo delle idee.
La realtà è modificata dalla visione. Dalla percezione personale, sensoriale ed emotiva del ricordo. Il ricordo non sempre rappresenta fedelmente la realtà come una fotografia. Questo è uno dei segreti e degli archetipi misteriosi dell’arte cinematografica, arte fondata sulla visione e quindi suscettibile alle percezioni non oggettive dello “stato d’animo”.
Quando i ricordi, però, non coincidono più con la visione della realtà subentra, tornando ad Heidegger, l’angoscia.
L’angoscia, come specifica Kierkegaard, non è paura ma un sentimento rivolto verso l’interno. Verso l’inconscio. Verso la libertà. E’ qui che allora subentra in aiuto il Surrealismo.

5.Il sogno (lucido) – Cinema e Surrealismo

Andrzej Zulawski


“Nous nous trouvions au milieu d’une
sombre foret, massive comme un
forteresse, mais nous
n’etions pas seules »
Andrzej Zulawski, La foret forteresse

« …un’ombra più buia dell’ombra
della notte e nobilmente avvolta
nei drappeggi di una fastosa
eloquenza”
Joseph Conrad, Cuore di tenebra

“So che sembra che mi stia muovendo
ma sono sempre fermo”
Bob Dylan

Tutto ruota intorno ai Sogni.

Il film è il sogno di una moderna storia d’amore che David Aames sta vivendo.
Una racconto sull’amore perduto ed “eterno”.
I passaggi dalla realtà al sogno sono sottili e labili come nel più illustre “Bella di giorno”.
Tutto il film può addirittura sembrare un sogno. Inconsistente. Fragile. Un sogno (lucido), disarmante, primordiale, abbagliante e sconcertante come la voce di Robert Johnson, bluesman che la leggenda vuole, abbia  fatto un patto con il diavolo.
I sogni sono alla base del Surrealismo.
Sogno o seconda realtà. Seconda possibilità che viene offerta al protagonista. Altra realtà che ci viene offerta con semplicità anche a noi spettatori, astanti. “Ogni minuto della nostra vita è buono per rivoluzionare tutto” dice Penelope Cruz al protagonista del film e indirettamente allo spettatore.
I sogni sono più importanti della materialità.
Tutto il film sembra essere costruito nella mente del protagonista. Vi sono anche in questo caso diversi indizi. L’adesivo sulla macchina che riporta una data che non esiste. Oppure la scritta “Vivi il sogno” su di una lavagna all’interno del penitenziario e il poster di Martin Luther King con la celebre frase “ho un sogno”.

L’ influenza del movimento surrealista è fondamentale per comprendere fino in fondo “Vanilla sky”. Breton, autore dei “Manifesti del Surrealismo”, affermava che non c’è niente di inammissibile, e, che ciò che vi è di più meraviglioso nel fantastico è che il fantastico non esiste. Tutto è reale.

Tutto è reale.
Penso a questo camminando per le strade di Varsavia. Tra i suoi grattacieli ed i suoi sorprendenti e numerosi parchi. E’ possibile attraversare tutta la città per decine di chilometri passando da un parco all’altro.
Tutto è reale.

Varsavia città simbolo. Personificazione della Storia. Annientata, distrutta completamente dai nazisti, ricostruita dalla gente e successivamente oppressa da decenni di dittatura. Città-foresta. Dove tutto è reale e al tempo stesso astratto. Città-chiave per comprendere la nostra storia e il nostro passato.
E’ la quarta volta che vado a Varsavia, la città di Frederic Chopin, Joseph Conrad, Czeslaw Milosz. La città del pianista di Roman Polanski, dove hanno abitato Andrzej Wajda e Isaac B. Singer e naturalmente anche la città di Andrzej Zulawski che, insieme a Veruschka, sono andato a trovare per qualche giorno.

Raccontare lo spirito della città è praticamente quasi impossibile. Bisognerebbe vederla  e “viverla”.
Andrzej Zulawski invece c’è riuscito molto bene con i suoi libri. In particolare con “Selva Fitta” che purtroppo da noi non è mai stato tradotto.

Il libro di Zulawski si apre con una citazione dal Moby Dick di Hermann Melville dove si accenna all’identità che  “tornerà a te, nell’orrore”.
Il protagonista, figlio di un poeta e diplomatico, compie un periplo labirintico tra i quartieri di Varsavia che diventa l’occasione per un viaggio nella memoria. Durante il tragitto in autobus dalla tenuta di Andrzej Waida a Sourdes al centro di Varsavia dove si trova l’abitazione del padre, il protagonista torna indietro nel tempo dalla sua infanzia passata con i suoi fratellastri per le sedi diplomatiche dell’est all’adolescenza trascorsa nella capitale polacca, dove racconta di essere coinvolto nell’omicidio del figlio adolescente di un importante attivista polacco, Boleslaw Piasecki.
Inizialmente il fratello del protagonista è accusato dell’omicidio, ma poi si scopre che il colpevole è lui.
Il libro è un ritratto eccellente della Varsavia degli anni cinquanta e sessanta, del suo ambiente intellettuale-artistico che Zulawski descrive come principato di Varsavia composto da intellettuali tragici, buffoni, artisti votati alla collaborazione stalinista, starlette dai facili costumi e dandy nichilisti. Un libro dove i protagonisti non sono solo gli uomini ma anche la città, le sue strade e il clima di quegli anni passati: “Nous nous trouvions au milieu d’une sombre forêt, massive comme un forteresse, mais nous n’etions pas seules”.

A differenza degli altri romanzi dove l’autore usa nomi di fantasia in Selva fitta troviamo nomi reali delle persone che all’epoca facevano parte della vita di Zulawski, come Andrzej Waida e Roman Polanski.

Anche Varsavia ha un edificio maledetto come New York. Si tratta di un grattacielo dalle scintillanti vetrate color acquamarina che si trova al numero due di Plac Bankowy al centro della città. La torre blu, come è chiamata dagli abitanti di Varsavia, è un imponente edificio costruito sulle rovine di una sinagoga ebraica. Potrebbe essere l’equivalente del Dakota building di New York. Mentre passavo vicino al grattacielo improvvisamente ho pensato che “Vanilla Sky” poteva essere girato benissimo a Varsavia. C’è un legame misterioso tra queste due città.  La storia raccontata nel film non avrebbe perso nulla. Anzi l’ambientazione che offre la città avrebbe aumentato lo spaesamento, l’angoscia e l’inquietante dualità tra realtà e sogno del film poiché Varsavia, insieme a Berlino per anni divisa da un assurdo muro, rappresenta in maniera perfetta la dualità  e la schizofrenia del nostro tempo.
Andrzej Zulawski scrisse il suo film più importante, Possession, per la città di Varsavia. Ma per via della censura comunista non potè girarlo lì e spostò le riprese a Berlino.
Il film è uno choc metafisico ambientato a Berlino ovest, in una casa a ridosso del Muro che divide la città. Marc, dopo un lungo giro d’affari, torna a casa e viene lasciato dalla moglie Anna, maestra di danza. Scopre così che ha un amante, ma non si tratta del classico triangolo sentimentale: la donna sta vivendo una sua allucinata follia, creandosi una vita segreta dalla quale esclude con l’omicidio chiunque voglia penetrarvi. Anna si reca in un appartamento dove ha incontri e amplessi con un mostro tentacolare, da lei stessa partorito e da cui è totalmente dominata. È la lenta trasformazione di un incubo, un’ossessione che si materializza.

“Un film cruciale, perfettamente egoista e personale. Un film complesso perché la possessione va molto lontano. E’ successo a me ed ho sentito il bisogno di filmarlo. Avevo toccato il fondo. E’ uno stato odioso se non esiste un modo di scaricarsi dalle costrizioni terribili che la civiltà pone sulle spalle della gente. Dunque la possessione è un atto terapeutico”.


Isabelle Adjani in "Possession"

Possessione come atto terapeutico. Catarsi. Tornano in mente i numerosi viaggi di Zulawski ad Haiti per studiare da vicino i riti vudù, dove incontra Jerzy Grotowski lì per lo stesso motivo. Ad Haiti osservava i Praticanti di loa petro, seguaci di una Religione di possessione.

Possession è un film ricco di metafore e simboli. Parabola sulla disgregazione della famiglia, sull’alienazione urbana nell’uomo moderno, sulla possessione diabolica del male, sull’incubo della guerra, sulla ricerca di Dio. “Dio è in me” dice Anna nel film.

Che cosa so? Si chiedeva Montaigne esprimendo emblematicamente il suo pensiero scettico. Prima di tutto, le esperienze relative alla propria vita.

Nel film è chiaro il motivo sostanzialmente manicheo della contrapposizione dualistica tra Bene (anima) e Male (materia) tra Luce e Tenebre.

Nella religione manichea, fondata da Mani (216-177 d.C.), alla donna è assegnato un ruolo negativo. Mani fu decapitato dai sacerdoti di Zarathustra. Il Manicheismo è un pensiero caratterizzato da un profondo pessimismo storico, da un forte dualismo e lotta tra due entità.

Non uscire da te, scriveva Sant’Agostino, ritorna a te stesso. Nell’intimo dell’uomo alberga la verità. Nel film il Male è dentro di noi. Anna partorisce il mostro.
L’evoluzione del mostro/piovra si compie in quattro tappe: il parto nella celebre sequenza della metropolitana; l’informe cosa bluastra nell’appartamento vuoto; la cosa si coagula prendendo la forma del mostro tentacolare con cui la protagonista ha rapporti sessuali; mutazione e contaminazione dell’essere umano.

Chissà come sarebbe stato Vanilla Sky se il regista l’avesse girato ed ambientato a Varsavia ?


Fine seconda parte - continua

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L'AUTORE: Michele Salimbeni (Roma, 1966), regista cinematografico e teatrale.
Autore di cortometraggi che hanno fatto il giro di Festival nazionali e internazionali di cinema, ha lavorato come sceneggiatore e aiuto regista con Dario Argento, Sergio Citti, Sergio Stivaletti e altri. In teatro ha diretto opere tratte da Shakespeare, Dostoevskij, Nietzsche, Buñuel e Zulawski
www.michelesalimbeni.com



 
 
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