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da "L'Espresso" del 16 Luglio 1978 |
A Londra, a Rotterdam, a Dortmund, a Norimberga, a Parigi
ha cantato, dopo
10 anni d'assenza, il mito vivente della musica di protesta
americana del
Sessanta. Un successo? Un fiasco ? Nè l 'uno nè
l'altro: solo un mezzo trionfo sull ' onda del ricordo di molte speranze
frustrate.
E in Italia? Non ha voluto venire
In altri termini, sarà l'urlatore sublime di messaggi
passionatamente confusi o il cantastorie della catarsi, nelle georgiche
e negli amori terrestri? Il gruppo degli
orchestrali, mentre si aspetta la comparsa del grande
Dylan, lascia perplessi.
Risultano in gran parte ignoti, tranne, ci sembra, Steven
Soles, il più virtuoso e scalmanato dei suoi menestrelli, poi David
Mansfield, il violinista esagitato da festa quacchera, e l'inconfondibile
Steve Douglas, con il suo sassofono ed il suo fagotto melodrammatico da
complesso tardo romantico, a Berlino.
Si mormora attorno che Dylan li paga appena trecento
dollari alla settimana, un'inezia, il che significa che, pur di racimolare
denaro, egli si sta comportando proprio come Chuck Berry, che piombava
solo in una qualsiasi capitale e reclutava musici sul posto, senza badare
ai talenti, pur di pagarli sotto prezzo.
Sarà così; e, comunque, gli orchestrali
raccogliticci accordano gli strumenti e, mentre si levano i primi accordi
di quel ronibo quasi ultrasonico di cui si lamentava il povero Brando,
Dylan finalmente sbuca da dietro un tendone.
Lo salutano un bisbiglio ed uno scalpiccio, poi uno stridere
di voci e, si direbbe, di denti, però assai più contenuto
del1'urlio che s' alza quando appaiono alla ribalta, a Parigi, una Mirelle
Mathieu, la melensa e stucchevole cantante di filastrocche dei sobborghi,
o un Yves Montand, che Salvador Dali paragonava a Mitterrand per quei suoi
occhi umidi sempre di lacrime proletario-esistenziali. La folla acclama,
emette qualche grido ma non troppi, e Dylan s'inchina appena, comincia
subito a cantare e a suonare.
E' il lillipuziano di sempre (un metro e cinquantatre
centimetri di statura), con quella sua faccia di fanciullo perseguitato,
anche se spruzzata dai peli della barba rada.
E' sempre alieno da atteggiamenti manierati, o meglio
si mantiene rozzo e semplice ad arte, come la Piaf, il passerotto della
drammaturgia populista. Veste tutto di nero, sobriamente, salvo le saette
bianche che gli guizzano sui calzoni e porta in testa la famosa capigliatura
giallastra, una specie di parrucca da mago del dissenso.
Eppure, a parte l'aspetto, è un Dylan inedito,
ma definirlo sconcerta.
Le prime canzoni ci lasciano dubbiosi, sia perche mai
udite prima, sia perchè
belline, un po' prolisse e scandite dalle cadenze d 'uno
swing gradevole, impeccabile.
Questo concerto è un revival di sogni non tutti
realizzati, anzi illusori. Si pensa
ai drogati cronici, ad esempio (Dylan cantava: «
tutti dovrebbero bucarsi, mi
sentirei meno solo... »), agli adolescenti dispersi
nell'Estremo Oriente perchè Bob li indusse a rotolare sulle strade
del mondo come delle "rolling stones";
ed anche ai vietnamiti oggi amministrati da Hanoi, a
dir poco ancora storditi dal nuovo regime una volta liberati da Thieu e
dai "boys" dell'esercito Usa, l'infame.
Chissà che effetto farebbe a costoro un'ipotetica
tournee del cantautore zigzagante per i gulag.
Comunque, nella penombra del Pavillon de Paris, riaffiorano
gli affanni
e gli entusiasmi (dipende) della grande vertigine degli
anni Sessanta, la melopea dissenziente diffusa allora da Dylan e che cullò
le menti di quanti fanciulli avvertirono orrido vivere nell 'Occidente
sovrasviluppato, esoso, brutale e, malgrado tutto, governato secondo le
norme, si spera inamovibili, d'un liberalesimo ignoto altrove.
Ma torniamo all'indimenticabile "Tambourine".
E' quando si riviene invasi dal dubbio, un' ombra di
delusione insinuandosi nella coscienza. Non è più il canto
d'una volta, quello che inchiodava le orecchie come un flamenco.
Le parole sono le stesse, la melodia, per quel che arriva
alle orecchie frastornate, assomiglia, ma la voce del cantante, bassa e
quasi vellutata, soffonde nel tutto un'aura di pace e di tenerezza mai
sentite prima.
Si dirà che questo non è più quel
Bob Dylan e si dirà nondimeno una sciocchezza, perche è tipico
di questo omino scarmigliato, dolce ed aspro, disorientare i suoi fans,
distruggere il proprio idolo per imporne un altro, nel caso assai meno
travolgente.
Si prendanò le celeberrime "Tangled Up in Blue"
e "I Want You", canzoni ruggenti e rapinose che ora egli pronuncia rispettivamente
come una lenta cantata dei tempi della conquista del West o come un madrigale
di sinistra. Oppure, gli altrettanto famosi folk-songs "Masters of War"
o "I Don't Believe You", oggi straziati da furibonde sonorità elettriche
e ieri più mollemente scanditi.
Siamo pur sempre nel cuore del "rock", perchè
voce e strumenti ondeggiano e rombano in una stessa tremenda vibrazione
armonica ed orchestrale ma, d'improvviso e grazie a Dio, come in un dramma
di Shakespeare, dopo le burrasche, le strida ed i cozzi spietati, ecco
una provvidenziale spiaggia di poesia.
Cioè, nel caso assai più modesto di Dylan,
ecco le morbide parentesi d'una sorta di meditazione, i merletti di note,
le fusioni sapienti di suoni, i gorgheggi ineffabili.
Il nuovo Dylan, per concludere, si rivela essere un professionista
consumato quando sussurra o grida parole prive del pur minimo senso, attuale
eppure passato, come la liberazione del Sud-Est asiatico (si fa per dire),
l'invito al vagabondaggio, ora che tutti sono partiti per sempre o ritornati,
l' amore che si fa senza che egli lo esiga come un bene negato da chissà
chi ("Chiudi gli occhi e chiudi la porta ", bellissimo) o predichi contro
una caccia alle streghe non più praticata.
Persi in questo parco delle rimembranze (le file di poltrone
tremano, si accende
una selva di fiammiferi e di accendisigari nel buio,
come dei fuochi fatui in
un camposanto di tracotanze e di speranze), anche noi
ci alziamo in piedi, pronti a filare per primi, più che per sussulto
nostalgico, appena Bob attacca l'aria esaltante e, per i più vecchi,
amara di "Like a Rolling Stone", il canto in lode dei pellegrini minorenni
verso l'India e magari I'Himalaja.
Cerchiamo spasmodicamente la via d'uscita, mentre imperversano
gli stupendi "Blowin' in the Wind", "Just Like a Woman", "All Along the
Watchower" sinchè, tornando a riveder le care stelle, le orecchie
orribilmente offese vengono colpite da lontano dal lanciante e patetico
"Forever Young", dedicato
dal vivo ai figlioli che, non è escluso, diverranno
capitani d'industria, congressmen o cacciatori di daini nel Michigan.
GIANCARLO MARMORI
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di FERNANDA PIVANO |
Nel 1965 la rivista "Esquire" fece un'inchiesta nelle
università americane per stabilire quale fosse la personalità
più gradita in quel tempo, e il risultato furono i nomi di John
Kennedy, Bob Dylan e Fidel Castro.
Due mesi dopo il "New York Times" dedicò una pagina
ai giovani intellettuali col titolo: "E' Bob Dylan l'erede di Faulkner
e di Hemingway".
Erano i tempi (per la verità non molto diversi
da adesso) che Dylan viaggiava senza bagaglio, con un sacco e una chitarra,
raccontando viaggi e amori, cantando alla pace e alla libertà, personificazione
della collera e della solitudine, denunciatore della bomba atomica e della
segregazione razziale, già famoso a 24 anni di una celebrità
sbalorditiva e pericolosissima.
All'epoca aveva fatto il gran rifiuto della chitarra
classica per scegliere le vie della chitarra elettrica e del rock ma la
via della poesia non aveva da sceglierla:
l'aveva addosso e basta, fin da principio bardo dell'uomo
che nella vita non riesce mai a sedersi a bere un bicchier d'acqua in pace,
senza essere perseguitato da ingiustizia e dolore, da tradimento e menzogna,
da retorica e demagogia.
Era un bardo giovane per giovani e i giovani, quelli
al di sotto dei trent'anni (gli unici, diceva, di cui ci si potesse fidare)
gli risposero con idolatria e venerazione. Bob Dylan già eroe e
portavoce di una generazione rispose all'idolatria con fastidio: detestava
le etichette, disse, voleva essere libero; proprio come dice di volerlo
essere adesso, 37 anni (ormai al di là dell'età di
cui ci si può fidare), col viso ingrassato o forse
soltanto gonfiato dal cortisone, medicinale endemico d' America, ma sempre
coi capelli ricci e gli occhi celesti socchiusi sulle disperazioni del
mondo, caparbio a dire che le ovazioni creano una barriera tra lui e il
pubblico perchè gli mettono addosso un'etichetta.
Alle ovazioni come quelle che sta raccogliendo a fiumi
in questa tournee europea è abituato; ed è abituato anche
ai fischi dei quali parla ridendo, per esempio quelli che lo accolsero
all'isola di Wight, centomila presenti, la prima comparsa in pubblico dopo
che si era rotto l'osso del collo in motocicletta nel 1966: allora si presentò
vestito di bianco con la camicia gialla e la moglie Sarah (ora divorziata)
incinta di uno dei cinque figli, e il pubblico si infuriò alla sua
nuova voce e a canzoni che non contenevano nè cataclismi nè
rivelazioni, sentendosi tradito come nel 1965 quando il cantante-poeta
aveva aggiunto 1'elettricità del rock alla chitarra del folk. Aveva
conosciuto i fischi anche nella tournee del 1966 a Londra e Parigi (a Parigi
gli gridarono "go home") ma non se ne era preoccupato molto, anche perchè
i fischi sono sempre stati pochi al confronto degli oceani di ovazioni
che lo accolgono da quindici anni ogni volta
che compare, anche se sta lontano dalla scena e dal pubblico
per anni, per otto anni prima di ricomparire nel 1974 per una tournee negli
Stati Uniti di 42 giorni con 100 mila spettatori e 6 milioni di richieste
di biglietti; dodici anni prima di ricomparire in questa tournee mondiale
che comprende Giappone, Australia e Nuova Zelanda, ma non l' Italia.
In mezzo, in questi anni, ha vissuto in quella che lui
chiama l'amnesia, scrivendo canzoni per film (per esempio Billy the Kid,
tanto per cambiare la storia di un ladro buono perseguitato da uno sceriffo
cattivo che finisce per ucciderlo) o accompagnando alla chitarra gli amici
(per esempio il poeta Allen Ginsberg per un disco di poesie di William
Blake).
Dalle aggressioni e persecuzioni dei suoi contestatori
newyorkesi era fuggito in California, in un ranch sormontato da una cupola
di rame sulle colline davanti a Malibu Beach (c'è chi ha pubblicato
quanti milioni è costato, vecchia storia), forse costruito per i
figli che però sono rimasti con la madre.
E intanto i contestatori si sono divertiti: come il giornalista
Weberman, che si è dato un gran da fare, pare per una vendetta molto
privata, a rovistare nella sua spazzatura e a pubblicare le scoperte (sinistre
secondo lui, fatture dell'istituto di bellezza di Sarah e così via).
Bob Dylan non diede peso: non diede peso neanche alla
contestazione pesante del Rock Liberation Front, quando questo Weberman,
durante un'assenza di Dylan in Israele, organizzò una festa dell'anti
compleanno del cantante Dylan davanti alla sua casa di MacDougal Street
nel Village con David Peel che sven-
tolava due bandiere, quella nera col teschio e quella
del Rock Liberation Front con un teschio e due foglie di cannabis incrociate.
1971, discorsi del tempo, 300 persone attirate anche dalla distribuzione
gratuita di hot dogs.
L'idea era che Dylan non si curava più della gente
perche stava vendendo l'anima per procurarsi eroina e poi dava denaro alla
Lega per la Difesa Ebraica.
E intanto Abbie Hoffman, eroe di allora del teatro di
strada, portò una torta da compleanno con aghi ipodermici al posto
delle candeline, dicendo poi al microfono quanti dollari secondo lui guadagnava
Dylan per poi usarli in investimenti di terreno. Eccetera, eccetera.
Dylan non diede peso, e non lo diede neanche quando lo
accusarono di finanziare un'industria di napalm. Rideva, senza neanche
fastidio, senza neanche dire « Chi se ne frega », soltanto
alzando le spalle.
Quando si stancò di star fermo, nel 1976, noleggiò
un paio di autobus del Greyhound e andò con gli amici e le famiglie
in giro per l' America a girare un film: gli amici erano i vecchi eroi
della cosiddetta "beat generation" e si portarono appresso le famiglie,
con Allen Ginsberg che aiutava alle sceneggiature e la madre di Dylan che
compariva sulla scena insieme a Joan Baez.
Girarono km. di pellicola che dopo un anno di lavoro
di montaggio diventarono 4 ore di film, poi ridotto a un'edizione di due
ore: e il pubblico lo vide a Cannes quest'anno, ma rimase deluso probabilmente
perche sperava di vedere Joan Baez che faceva l'amore con Dylan, magari
anche con Sarah, chi lo sa.
Tutti erano concentrati su questo problema e trascurarono
la straordinaria inventiva del film: per esempio la scena di Dylan e Ginsberg
che improvvisavano poesie e musica sulla tomba di Kerouac.
Erano lontani i tempi che Phil Ochs, in un'intervista
su "Broadside" lo aveva
chiamato « Lsd in palcoscenico ».
Il mondo preistorico dell'Lsd era finito e restavano
le tracce incancellabili dell'esperienza; restava la preoccupazione delle
esperienze che potevano fare ora i figli adolescenti, forse meno innocue
di quella dell'Lsd.
A quei tempi Dylan cantava canzoni di denuncia e di protesta
ma sempre radicate ai tempi ricorrenti del canto popolare, la solitudine
nel lavoro e nel nomadismo, i destini incalzanti che non si possono vincere
perche la povertà non ha mezzi di difesa, gli amori sempre sfortunati
dove le donne fuggono per lo più per interesse e comunque per disinteresse
esistenziale, sempre in una specie di rituale religioso che gli viene forse
dal rituale ebraico e dalla permanente aggressività e melanconia
ebraica di fronte agli eventi della storia. Quelle canzoni le cantava con
quella sua voce straordinaria un po' raschiante e un po' nasale ma sempre
affascinante che lui sa usare con una padronanza straordinaria, quasi ipnotica,
della scena.
Lo ricordo a Berkeley nel 1965 teso come una corda della
sua chitarra, grigio in faccia fino a sembrare in coma, drogato fino all'insopportabile,
esile e fragile fino all'evanescenza, in una di queste azioni di ipnotismo,
con una folla in trance ad ascoltarlo.
E lui immobile, al contrario del suo idolatrato eroe
Elvis Presley, e proteso verso il suo pubblico con lo spinello aggrappato
all'ocarina e lui aggrappato, letteralmente, all'aria fumosa della sala.
Altro che ovazioni.
E di fischi e di contestazioni non si parlava proprio
in un pubblico prehippie già vestito da hippie.
Cantava canzoni di denuncia e di protesta, poi cantò
canzoni bucoliche d'amore, ora canta canzoni del "privato".
Queste cose le scrivono tutti i critici musicali, o così
credono: cambiò poco dopo aver ricevuto la laurea ad honorem dall
'università di Princeton e si mise a cantare country and western,
campagna e ovest, con la voce ridotta a un mormorio, la musica spoglia
e l'attenzione rivolta ai problemi del destino, della morte e della libertà
intesi come meditazione e non più come accusa: voce sofisticata,
armoniosa e raffinata, tanto che qualcuno (John Wesley Harding) pensò
che in quel disco la voce non fosse di Bob Dylan.
Alla gente sbalordita disse in un'intervista: «
Non voglio più essere un portavoce... Voglio che tutto venga come
cammino e come parlo »... « Non yoglio essere bloccato come
una farfalla trafitta da uno spillo ».
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Si dice che indignato per aver dovuto rinunciare all'ultimo
dei sei concerti
di Parigi, per mancato afflusso di pubblico, Bob Dylan
abbia deciso di rom-
pere il contratto con il suo manager Gerry Weintraub.
Fu lui, infatti, durante
un'interminabile serie di telefonate da oltreoceano,
a decidere che i prezzi
dei biglietti europei sarebbero stati sui 15-18 dollari
l'uno (circa 15 mila lire),
cioè il prezzo normalmente praticato sul mercato
americano.
Tutto bene a Londra, dove la fama del "menestrello" persiste
con la durezza
e lo splendore del diamante, e nessun problema per l'organizzatore
inglese
Hardy Goldsmith: i 94 mila posti dell'Earl's Court, l'enorme
hangar alla peri-
feria della città adibito a sala da concerto,
sono andati esauriti in meno di tre
giorni. AI mercato nero si sono pagate le sedie anche
120-130 mila lire. Bene
anche in Germania: a Norimberga 75 mila posti sono stati
esauriti in un baleno,
con evidente soddisfazione dell'impresario Fritz Rau.
Ma in Francia monsieur
Koski, il responsabile della tournee parigina, pare non
abbia mai fatto sonni
tanto agitati come in questi giorni. Non solo ha dovuto
rinunciare al concerto
del 6 luglio, ma un bilancio dei cinque concerti tenuti
al Pavillon per la
grande rentree di Dylan e del suo gruppo (11 elementi
tra cui tre ragazze per
il coro) ha confermato le più pessimistiche previsioni
di Koski registrando circa tremila presenze in meno.
In Italia Dylan non è venuto. Ci passò
nel '62 e cantò una sera al Folk-studio
di Roma. Nessuno lo conosceva: a sentirlo c'erano non
più di venti persone.
ALBERTO DENTICE