L'usignolo ha una spina in gola
da "L'Espresso"
del 16 Luglio 1978

A Londra, a Rotterdam, a Dortmund, a Norimberga, a Parigi ha cantato, dopo
10 anni d'assenza, il mito vivente della musica di protesta americana del
Sessanta. Un successo? Un fiasco ? Nè l 'uno nè l'altro: solo un mezzo trionfo sull ' onda del ricordo di molte speranze frustrate.
E in Italia? Non ha voluto venire



Parigi. Cinque concerti invece di sei, per difetto di prenotazioni, fanatismo mitigato delle folle, stampa sovente scettica, e pure accidiosa, questo per dire che la tournee a Parigi di Bob Dylan non la si può definire un successo strabiliante e tanto meno paragonabile a quello ottenuto dallo stesso dodici anni orsono, all'Olympia, con la sconvolgente "Band". Dopo le apoteosi, sempre un poco crepuscolari, di Rotterdam, Dortmund e Londra e, pare, giapponesi ed australiane, egli ha dunque strappato questo mezzo trionfo al Pavillon de Paris, uno dei colossali capannoni che Baltard elevò alla Porte de Pantin e dove ci siamo recati anche noi un poco nolenti e comunque guardinghi, non fosse che
temendo di assistere innocenti allo sfascio del bel capannone, da parte dei fans, o di uscirne coi timpani lesi come capita agli artiglieri, a causa d'un rock diffuso a tutto volume.
Ricordavamo, a proposito, l'invereconda reazione di Marlon Brando, reduce appunto da un concerto di Dylan: « Salvo il decollo d'un jet », balbettò, « mai e poi mai in vita mia ho udito un rumore più assordante ».
Dopo una lunga attesa ci assicurano un posto privilegiato, esposto cioè alla violenza delle onde sonore. Compriamo il programma (15 franchi), una Coca"Cola (6 franchi) e calcoliamo che un fan che abbia acquistato il biglietto
(75 franchi, noi essendo stati invitati) ha speso quasi ventimila lire. Non è molto per godersi Dylan redivivo, bisogna però disporre della somma, oppure risolversi a versarla. E, perche poi? Per sentire un cantautore ptestigioso d'altri tempi e, ancor peggio, per sollevarlo dai dissesti finanziari?
La stampa aveva insistito su questa sua ragione di ricalcare le scene, dopo gli anni del ritiro con l'amatissima moglie Sarah ed i figli, come fosse da escludere che un divo persegua I'intento di accumulare denaro e non solo di estasiare le masse, come faceva Savonarola. Per divorziare dalla moglie Sarah, Dylan ha dovuto sborsarle circa sei miliardi di lire italiane e nel fiasco del suo film "Renaldo and Clara" ha perso un miliardo della stessa valuta, senza contare il liquido inghiottito per rabberciare e puntellare il suo splendido cottage californiano che, si racconta, slitta inesorabilmente verso il mare.
Donde la sua tempestiva risurrezione. Ha percepito un miliardo e ottocentomila lire grazie ad un nuovo contratto con l'agenzia di diffusione, ha incassato un miliardo e trecentomila lire dalle tournees in Giappone e in Australia, tre miliardi a Londra (contando che guadagna pressappoco 800 mila lire al minuto, quand'è in scena) e altre somme sbalorditive durante il giro europeo.
Ma questa catasta di biglietti è insufficiente a sanare il suo bilancio.
Gli toccherà perciò cantare e suonare, da ossesso, finchè dura la fama, domani in Medio Oriente, in Africa, in Islanda e chissà dove.
Intanto, quando le luci si spengono all 'interno di questo hangar gigantesco, gremito da non dire e quasi spaventevole per un'atmosfera di meeting di estremisti, o almeno di veterani d'una setta ancora pericolosa, quando sul palco spuntano già i musicanti dell'idolo d'un tempo (e un ondeggiare di teste, un fremito e come un nitrire scorrono sulla platea e sulle gradinate scoscese), anche noi ci chiediamo quale Dylan ci comparirà davanti questa volta.
Ci domandiamo se sarà il folk-singer delle origini, o il ben più ispido rocker del 1965, se non, addirittura, l'acid-rocker dell'affascinante "Blonde on Blonde", oppure è infine il molto più elegiaco e cordiale usignolo del "Country and Western".

Norimberga

In altri termini, sarà l'urlatore sublime di messaggi passionatamente confusi o il cantastorie della catarsi, nelle georgiche e negli amori terrestri? Il gruppo degli
orchestrali, mentre si aspetta la comparsa del grande Dylan, lascia perplessi.
Risultano in gran parte ignoti, tranne, ci sembra, Steven Soles, il più virtuoso e scalmanato dei suoi menestrelli, poi David Mansfield, il violinista esagitato da festa quacchera, e l'inconfondibile Steve Douglas, con il suo sassofono ed il suo fagotto melodrammatico da complesso tardo romantico, a Berlino.
Si mormora attorno che Dylan li paga appena trecento dollari alla settimana, un'inezia, il che significa che, pur di racimolare denaro, egli si sta comportando proprio come Chuck Berry, che piombava solo in una qualsiasi capitale e reclutava musici sul posto, senza badare ai talenti, pur di pagarli sotto prezzo.
Sarà così; e, comunque, gli orchestrali raccogliticci accordano gli strumenti e, mentre si levano i primi accordi di quel ronibo quasi ultrasonico di cui si lamentava il povero Brando, Dylan finalmente sbuca da dietro un tendone.
Lo salutano un bisbiglio ed uno scalpiccio, poi uno stridere di voci e, si direbbe, di denti, però assai più contenuto del1'urlio che s' alza quando appaiono alla ribalta, a Parigi, una Mirelle Mathieu, la melensa e stucchevole cantante di filastrocche dei sobborghi, o un Yves Montand, che Salvador Dali paragonava a Mitterrand per quei suoi occhi umidi sempre di lacrime proletario-esistenziali. La folla acclama, emette qualche grido ma non troppi, e Dylan s'inchina appena, comincia subito a cantare e a suonare.
E' il lillipuziano di sempre (un metro e cinquantatre centimetri di statura), con quella sua faccia di fanciullo perseguitato, anche se spruzzata dai peli della barba rada.
E' sempre alieno da atteggiamenti manierati, o meglio si mantiene rozzo e semplice ad arte, come la Piaf, il passerotto della drammaturgia populista. Veste tutto di nero, sobriamente, salvo le saette bianche che gli guizzano sui calzoni e porta in testa la famosa capigliatura giallastra, una specie di parrucca da mago del dissenso.
Eppure, a parte l'aspetto, è un Dylan inedito, ma definirlo sconcerta.
Le prime canzoni ci lasciano dubbiosi, sia perche mai udite prima, sia perchè
belline, un po' prolisse e scandite dalle cadenze d 'uno swing gradevole, impeccabile.
Questo concerto è un revival di sogni non tutti realizzati, anzi illusori. Si pensa
ai drogati cronici, ad esempio (Dylan cantava: « tutti dovrebbero bucarsi, mi
sentirei meno solo... »), agli adolescenti dispersi nell'Estremo Oriente perchè Bob li indusse a rotolare sulle strade del mondo come delle "rolling stones";
ed anche ai vietnamiti oggi amministrati da Hanoi, a dir poco ancora storditi dal nuovo regime una volta liberati da Thieu e dai "boys" dell'esercito Usa, l'infame.
Chissà che effetto farebbe a costoro un'ipotetica tournee del cantautore zigzagante per i gulag.
Comunque, nella penombra del Pavillon de Paris, riaffiorano gli affanni
e gli entusiasmi (dipende) della grande vertigine degli anni Sessanta, la melopea dissenziente diffusa allora da Dylan e che cullò le menti di quanti fanciulli avvertirono orrido vivere nell 'Occidente sovrasviluppato, esoso, brutale e, malgrado tutto, governato secondo le norme, si spera inamovibili, d'un liberalesimo ignoto altrove.
Ma torniamo all'indimenticabile "Tambourine".
E' quando si riviene invasi dal dubbio, un' ombra di delusione insinuandosi nella coscienza. Non è più il canto d'una volta, quello che inchiodava le orecchie come un flamenco.
Le parole sono le stesse, la melodia, per quel che arriva alle orecchie frastornate, assomiglia, ma la voce del cantante, bassa e quasi vellutata, soffonde nel tutto un'aura di pace e di tenerezza mai sentite prima.
Si dirà che questo non è più quel Bob Dylan e si dirà nondimeno una sciocchezza, perche è tipico di questo omino scarmigliato, dolce ed aspro, disorientare i suoi fans, distruggere il proprio idolo per imporne un altro, nel caso assai meno travolgente.
Si prendanò le celeberrime "Tangled Up in Blue" e "I Want You", canzoni ruggenti e rapinose che ora egli pronuncia rispettivamente come una lenta cantata dei tempi della conquista del West o come un madrigale di sinistra. Oppure, gli altrettanto famosi folk-songs "Masters of War" o "I Don't Believe You", oggi straziati da furibonde sonorità elettriche e ieri più mollemente scanditi.
Siamo pur sempre nel cuore del "rock", perchè voce e strumenti ondeggiano e rombano in una stessa tremenda vibrazione armonica ed orchestrale ma, d'improvviso e grazie a Dio, come in un dramma di Shakespeare, dopo le burrasche, le strida ed i cozzi spietati, ecco una provvidenziale spiaggia di poesia.
Cioè, nel caso assai più modesto di Dylan, ecco le morbide parentesi d'una sorta di meditazione, i merletti di note, le fusioni sapienti di suoni, i gorgheggi ineffabili.


Il concerto di Norimberga, quarta tappa della tournée europea di Bob Dylan.
Per fornire l'amplificazione necessaria ai 75mila spettatori sono stati necessari 150mila watt.

Il nuovo Dylan, per concludere, si rivela essere un professionista consumato quando sussurra o grida parole prive del pur minimo senso, attuale eppure passato, come la liberazione del Sud-Est asiatico (si fa per dire), l'invito al vagabondaggio, ora che tutti sono partiti per sempre o ritornati, l' amore che si fa senza che egli lo esiga come un bene negato da chissà chi ("Chiudi gli occhi e chiudi la porta ", bellissimo) o predichi contro una caccia alle streghe non più praticata.
Persi in questo parco delle rimembranze (le file di poltrone tremano, si accende
una selva di fiammiferi e di accendisigari nel buio, come dei fuochi fatui in
un camposanto di tracotanze e di speranze), anche noi ci alziamo in piedi, pronti a filare per primi, più che per sussulto nostalgico, appena Bob attacca l'aria esaltante e, per i più vecchi, amara di "Like a Rolling Stone", il canto in lode dei pellegrini minorenni verso l'India e magari I'Himalaja.
Cerchiamo spasmodicamente la via d'uscita, mentre imperversano gli stupendi "Blowin' in the Wind", "Just Like a Woman", "All Along the Watchower" sinchè, tornando a riveder le care stelle, le orecchie orribilmente offese vengono colpite da lontano dal lanciante e patetico "Forever Young", dedicato
dal vivo ai figlioli che, non è escluso, diverranno capitani d'industria, congressmen o cacciatori di daini nel Michigan.
GIANCARLO MARMORI


MA UNA VOLTA SEMBRAVA FAULKNER
di FERNANDA PIVANO

Nel 1965 la rivista "Esquire" fece un'inchiesta nelle università americane per stabilire quale fosse la personalità più gradita in quel tempo, e il risultato furono i nomi di John Kennedy, Bob Dylan e Fidel Castro.
Due mesi dopo il "New York Times" dedicò una pagina ai giovani intellettuali col titolo: "E' Bob Dylan l'erede di Faulkner e di Hemingway".
Erano i tempi (per la verità non molto diversi da adesso) che Dylan viaggiava senza bagaglio, con un sacco e una chitarra, raccontando viaggi e amori, cantando alla pace e alla libertà, personificazione della collera e della solitudine, denunciatore della bomba atomica e della segregazione razziale, già famoso a 24 anni di una celebrità sbalorditiva e pericolosissima.
All'epoca aveva fatto il gran rifiuto della chitarra classica per scegliere le vie della chitarra elettrica e del rock ma la via della poesia non aveva da sceglierla:
l'aveva addosso e basta, fin da principio bardo dell'uomo che nella vita non riesce mai a sedersi a bere un bicchier d'acqua in pace, senza essere perseguitato da ingiustizia e dolore, da tradimento e menzogna, da retorica e demagogia.
Era un bardo giovane per giovani e i giovani, quelli al di sotto dei trent'anni (gli unici, diceva, di cui ci si potesse fidare) gli risposero con idolatria e venerazione. Bob Dylan già eroe e portavoce di una generazione rispose all'idolatria con fastidio: detestava le etichette, disse, voleva essere libero; proprio come dice di volerlo essere adesso, 37 anni (ormai al di là dell'età di
cui ci si può fidare), col viso ingrassato o forse soltanto gonfiato dal cortisone, medicinale endemico d' America, ma sempre coi capelli ricci e gli occhi celesti socchiusi sulle disperazioni del mondo, caparbio a dire che le ovazioni creano una barriera tra lui e il pubblico perchè gli mettono addosso un'etichetta.
Alle ovazioni come quelle che sta raccogliendo a fiumi in questa tournee europea è abituato; ed è abituato anche ai fischi dei quali parla ridendo, per esempio quelli che lo accolsero all'isola di Wight, centomila presenti, la prima comparsa in pubblico dopo che si era rotto l'osso del collo in motocicletta nel 1966: allora si presentò vestito di bianco con la camicia gialla e la moglie Sarah (ora divorziata) incinta di uno dei cinque figli, e il pubblico si infuriò alla sua nuova voce e a canzoni che non contenevano nè cataclismi nè rivelazioni, sentendosi tradito come nel 1965 quando il cantante-poeta aveva aggiunto 1'elettricità del rock alla chitarra del folk. Aveva conosciuto i fischi anche nella tournee del 1966 a Londra e Parigi (a Parigi gli gridarono "go home") ma non se ne era preoccupato molto, anche perchè i fischi sono sempre stati pochi al confronto degli oceani di ovazioni che lo accolgono da quindici anni ogni volta
che compare, anche se sta lontano dalla scena e dal pubblico per anni, per otto anni prima di ricomparire nel 1974 per una tournee negli Stati Uniti di 42 giorni con 100 mila spettatori e 6 milioni di richieste di biglietti; dodici anni prima di ricomparire in questa tournee mondiale che comprende Giappone, Australia e Nuova Zelanda, ma non l' Italia.
In mezzo, in questi anni, ha vissuto in quella che lui chiama l'amnesia, scrivendo canzoni per film (per esempio Billy the Kid, tanto per cambiare la storia di un ladro buono perseguitato da uno sceriffo cattivo che finisce per ucciderlo) o accompagnando alla chitarra gli amici (per esempio il poeta Allen Ginsberg per un disco di poesie di William Blake).
Dalle aggressioni e persecuzioni dei suoi contestatori newyorkesi era fuggito in California, in un ranch sormontato da una cupola di rame sulle colline davanti a Malibu Beach (c'è chi ha pubblicato quanti milioni è costato, vecchia storia), forse costruito per i figli che però sono rimasti con la madre.
E intanto i contestatori si sono divertiti: come il giornalista Weberman, che si è dato un gran da fare, pare per una vendetta molto privata, a rovistare nella sua spazzatura e a pubblicare le scoperte (sinistre secondo lui, fatture dell'istituto di bellezza di Sarah e così via).
Bob Dylan non diede peso: non diede peso neanche alla contestazione pesante del Rock Liberation Front, quando questo Weberman, durante un'assenza di Dylan in Israele, organizzò una festa dell'anti compleanno del cantante Dylan davanti alla sua casa di MacDougal Street nel Village con David Peel che sven-
tolava due bandiere, quella nera col teschio e quella del Rock Liberation Front con un teschio e due foglie di cannabis incrociate. 1971, discorsi del tempo, 300 persone attirate anche dalla distribuzione gratuita di hot dogs.
L'idea era che Dylan non si curava più della gente perche stava vendendo l'anima per procurarsi eroina e poi dava denaro alla Lega per la Difesa Ebraica.
E intanto Abbie Hoffman, eroe di allora del teatro di strada, portò una torta da compleanno con aghi ipodermici al posto delle candeline, dicendo poi al microfono quanti dollari secondo lui guadagnava Dylan per poi usarli in investimenti di terreno. Eccetera, eccetera.
Dylan non diede peso, e non lo diede neanche quando lo accusarono di finanziare un'industria di napalm. Rideva, senza neanche fastidio, senza neanche dire « Chi se ne frega », soltanto alzando le spalle.
Quando si stancò di star fermo, nel 1976, noleggiò un paio di autobus del Greyhound e andò con gli amici e le famiglie in giro per l' America a girare un film: gli amici erano i vecchi eroi della cosiddetta "beat generation" e si portarono appresso le famiglie, con Allen Ginsberg che aiutava alle sceneggiature e la madre di Dylan che compariva sulla scena insieme a Joan Baez.
Girarono km. di pellicola che dopo un anno di lavoro di montaggio diventarono 4 ore di film, poi ridotto a un'edizione di due ore: e il pubblico lo vide a Cannes quest'anno, ma rimase deluso probabilmente perche sperava di vedere Joan Baez che faceva l'amore con Dylan, magari anche con Sarah, chi lo sa.
Tutti erano concentrati su questo problema e trascurarono la straordinaria inventiva del film: per esempio la scena di Dylan e Ginsberg che improvvisavano poesie e musica sulla tomba di Kerouac.
Erano lontani i tempi che Phil Ochs, in un'intervista su "Broadside" lo aveva
chiamato « Lsd in palcoscenico ».
Il mondo preistorico dell'Lsd era finito e restavano le tracce incancellabili dell'esperienza; restava la preoccupazione delle esperienze che potevano fare ora i figli adolescenti, forse meno innocue di quella dell'Lsd.
A quei tempi Dylan cantava canzoni di denuncia e di protesta ma sempre radicate ai tempi ricorrenti del canto popolare, la solitudine nel lavoro e nel nomadismo, i destini incalzanti che non si possono vincere perche la povertà non ha mezzi di difesa, gli amori sempre sfortunati dove le donne fuggono per lo più per interesse e comunque per disinteresse esistenziale, sempre in una specie di rituale religioso che gli viene forse dal rituale ebraico e dalla permanente aggressività e melanconia ebraica di fronte agli eventi della storia. Quelle canzoni le cantava con quella sua voce straordinaria un po' raschiante e un po' nasale ma sempre affascinante che lui sa usare con una padronanza straordinaria, quasi ipnotica, della scena.
Lo ricordo a Berkeley nel 1965 teso come una corda della sua chitarra, grigio in faccia fino a sembrare in coma, drogato fino all'insopportabile, esile e fragile fino all'evanescenza, in una di queste azioni di ipnotismo, con una folla in trance ad ascoltarlo.
E lui immobile, al contrario del suo idolatrato eroe Elvis Presley, e proteso verso il suo pubblico con lo spinello aggrappato all'ocarina e lui aggrappato, letteralmente, all'aria fumosa della sala.
Altro che ovazioni.
E di fischi e di contestazioni non si parlava proprio in un pubblico prehippie già vestito da hippie.
Cantava canzoni di denuncia e di protesta, poi cantò canzoni bucoliche d'amore, ora canta canzoni del "privato".
Queste cose le scrivono tutti i critici musicali, o così credono: cambiò poco dopo aver ricevuto la laurea ad honorem dall 'università di Princeton e si mise a cantare country and western, campagna e ovest, con la voce ridotta a un mormorio, la musica spoglia e l'attenzione rivolta ai problemi del destino, della morte e della libertà intesi come meditazione e non più come accusa: voce sofisticata, armoniosa e raffinata, tanto che qualcuno (John Wesley Harding) pensò che in quel disco la voce non fosse di Bob Dylan.
Alla gente sbalordita disse in un'intervista: « Non voglio più essere un portavoce... Voglio che tutto venga come cammino e come parlo »... « Non yoglio essere bloccato come una farfalla trafitta da uno spillo ».
 



 
 
 
C'è un miliardo nella chitarra

Si dice che indignato per aver dovuto rinunciare all'ultimo dei sei concerti
di Parigi, per mancato afflusso di pubblico, Bob Dylan abbia deciso di rom-
pere il contratto con il suo manager Gerry Weintraub. Fu lui, infatti, durante
un'interminabile serie di telefonate da oltreoceano, a decidere che i prezzi
dei biglietti europei sarebbero stati sui 15-18 dollari l'uno (circa 15 mila lire),
cioè il prezzo normalmente praticato sul mercato americano.


La nuova "Band" di Dylan: Billy Cross (chitarra), Ian Wallace (batteria) e al microfono Steven Soles

Tutto bene a Londra, dove la fama del "menestrello" persiste con la durezza
e lo splendore del diamante, e nessun problema per l'organizzatore inglese
Hardy Goldsmith: i 94 mila posti dell'Earl's Court, l'enorme hangar alla peri-
feria della città adibito a sala da concerto, sono andati esauriti in meno di tre
giorni. AI mercato nero si sono pagate le sedie anche 120-130 mila lire. Bene
anche in Germania: a Norimberga 75 mila posti sono stati esauriti in un baleno,
con evidente soddisfazione dell'impresario Fritz Rau. Ma in Francia monsieur
Koski, il responsabile della tournee parigina, pare non abbia mai fatto sonni
tanto agitati come in questi giorni. Non solo ha dovuto rinunciare al concerto
del 6 luglio, ma un bilancio dei cinque concerti tenuti al Pavillon per la
grande rentree di Dylan e del suo gruppo (11 elementi tra cui tre ragazze per
il coro) ha confermato le più pessimistiche previsioni di Koski registrando circa tremila presenze in meno.
In Italia Dylan non è venuto. Ci passò nel '62 e cantò una sera al Folk-studio
di Roma. Nessuno lo conosceva: a sentirlo c'erano non più di venti persone.
ALBERTO DENTICE


le foto e le didascalie di questa pagina sono quelle originali del servizio dell'Espresso
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