Forse per l’ultima volta
 

racconto breve di
Michele Salimbeni



 
 

E’ ora così densa di quei fantasmi, l’aria
Goethe, Faust

 

Oh, sister, when I come to knock on your door,
Don't turn away, you'll create sorrow.
Time is an ocean but it ends at the shore
You may not see me tomorrow
Bob Dylan, Oh Sister
 

Forse per l’ultima volta. Prima che la voce svanisca. Prima che la luce si disciolga nel buio. Prima di fissare i lineamenti del  tuo viso nella retina. Prima che il tuo nome riecheggi lontano. E il tuo ricordo sia nebbia. Prima di vedere l’angelo dritto contro il sole indicare il corso d’acqua, splendente come vetro. Prima del diluvio. Delle raffiche impazzite di vento. Del passaggio monotono delle ore. Prima dell’attesa. Forse per l’ultima volta.

Avvolta in un manto di sangue.

Non c’è più notte, non c’è più bisogno della luce della lampada né di quella del sole. Luce permanente. La città è completamente deserta. Solo muti edifici. Solo occhi silenziosi.

Devo scegliere una direzione. Una qualsiasi. Al crocevia vedo un gruppo di persone che si raduna per assistere a un’esibizione di artisti di strada. Un funambolo si appresta a camminare su una fune sospesa tra due edifici. La gente osserva in silenzio con lo sguardo inchiodato verso l’alto. Da una finestra dell’edificio esce il funambolo. Indossa una maschera nera che rappresenta una scimmia. Avanza lentamente sulla fune tenendosi in equilibrio con l’asta. Tra la folla un uomo anziano inizia a urlare frasi apparentemente senza senso. Il funambolo continua ad  avanzare. Per un attimo sembra perdere l’equilibrio. Si ferma. Si volta con fatica verso la finestra dalla quale è uscito. Ora è apparsa un'inquietante figura. Stranamente indossa una maschera uguale alla sua. Per un attimo il tempo sembra fermarsi. Gli spettatori trattengono il fiato. Poi lo strano personaggio lentamente inizia a togliersi la maschera ma il funambolo non riesce a vederne il volto poiché in quel momento perde del tutto l’equilibrio e precipita nel vuoto. Il corpo cade violentemente vicino a me. Il funambolo in fin di vita sussurra le sue ultime parole: “Sapevo da un pezzo che il diavolo mi avrebbe fatto lo sgambetto. Ora mi trascina all’inferno”. Lo guardo dritto negli occhi. Mi chino e replico: “La tua anima morirà prima ancora del corpo”. Poi  mi allontano tra la gente. Guardo per l’ultima volta in alto, verso la finestra, e mi sembra di vedere l’angelo dritto contro il sole.

Poi il sogno.
Una stazione ferroviaria. Cammino con una valigia ben stretta in mano. Sul binario vedo una ragazza. Quando il treno entra in stazione la guardo negli occhi. Solitudine. Disperazione. Il dolore mi soffoca da non riuscire a chiedere aiuto. Solo lacrime. Tutto questo sentimento è vuoto, vano. Quando il treno mi passa a fianco le sue luci mi ipnotizzano. Colori accesi. Blu. Rosso. Inquietudine. Pensieri. Il treno si è appena fermato con il suo caratteristico stridore quando una forte esplosione raschia l’immagine. Cancella tutto.

Quando il sogno si dissolve leggo su di un giornale di un virus batteriologico che porta inspiegabilmente le persone al suicidio. Solo i bambini sembrano esserne immuni. In particolare l’articolo riporta la notizia di una persona che, colta da un improvviso apparente attacco di follia, si dilania con un paio di forbici, nella vasca da bagno.
Esco di casa e mi dirigo in Teatro. Le prove dello spettacolo iniziano.  Gli attori sono sul palcoscenico. Ascolto una delle battute più volte: “Se un giorno avrai bisogno della mia vita, vieni e prendila”.
Chiudo gli occhi. Torna la ragazza del sogno. Lei questa volta  sorride. E’ difficile incontrarla per la strada. Nel sogno, invece,  sembra che mi sia stata accanto da sempre. Che abbia camminato nel sole e guidato ombra. Parla. Non Parole. Suoni. Forme di libertà. La sofferenza divora come un esercito di scorpioni.  Incontri. Rivelazioni. Allora mi vengono in mente le parole di un filosofo: “Voglio imparare sempre di più a vedere il necessario nelle cose come fosse quel che v’è di bello in loro – così sarò uno di quelli che rendono belle le cose”.
Esco di corsa dal Teatro. Attraverso la città vuota.  Ora solo strade deserte e  muti edifici. Dalle vie vedo comparire un gruppo di bambini supersititi. Silenziosamente si allontanano dalla città. Li seguo e osservo mentre mano nella mano si immergono nel mare fino a sparire. Respiro. La brezza marina mi rinfresca il volto. Sono vivo. Anche se non più bambino. Guardo le onde che si infrangono sul bagnasciuga. Non c’è più nessuno. Il tempo si è fermato sulla riva. Penso alla ragazza del sogno. Rifletto. Necessità di luce che mi disseti. Per un attimo mi chiedo se lei si sarà salvata.

Avvolta in un manto di sangue.

Forse per l’ultima volta. Prima che la voce svanisca. Prima che la luce si disciolga nel buio. Prima di fissare i lineamenti del  tuo viso nella retina. Prima che il tuo nome riecheggi lontano. E il tuo ricordo sia nebbia. Prima di vedere l’angelo dritto contro il sole indicare il corso d’acqua, splendente come vetro. Prima del diluvio. Delle raffiche impazzite di vento. Del passaggio monotono delle ore. Prima dell’attesa. Forse per l’ultima volta.

Olbia, primavera 2004



 



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