UN GIORNO TUTTO SARA' CALMO

Azione scenica ispirata a Bob Dylan
Un progetto di Alessandro Carrera, Benedicta Froelich, Michele Murino, Michele Salimbeni

Regia Michele Salimbeni

Drammaturgia
Alessandro Carrera
Benedicta Froelich
Michele Murino
Michele Salimbeni


TRACCIA DUE

Percorsi difficili
di Benedicta Froelich e Michele Murino

Personaggi:

Il Bambino
Il Folksinger
L’Hobo
Il Controllore
Il Giudice Albert
Judas
Isis
Lo Zingaro
Il Salvato
L’Inafferrabile
 
 

§§§




Un bambino in piedi di fianco a due rotaie, come perse nel nulla. Aspetta di vedere il treno all’orizzonte. Il treno tarda ad arrivare. Annoiato si china a strappare l’erba ai suoi piedi, finché non scorge da lontano la locomotiva. Si alza sulle punte dei piedi per salutare il macchinista con il berretto.

Voce narrante fuori campo

“Quand’ero piccolo mi inginocchiavo
Vicino alle rotaie della ferrovia
E strappavo dei ciuffi d'erba con tutte le radici
Passavo ore a contare i fili d’erba
Mentre le mani si macchiavano di verde
Aspettavo di udire il rumore
Dei vagoni pieni di acciaio che arrivavano dalle miniere
Allora i binari avrebbero vibrato ed io mi sarei morso il labbro
Trattenendo il fiato,
Ascoltando il doloroso fischio del treno...”
 

Interno della carrozza passeggeri di un treno. In uno scompartimento, seduto in un posto ad angolo e unico passeggero, vi è un giovane uomo (il Folksinger), che indossa lo stesso berretto del bambino della scena precedente.

Ha l’aria di sentirsi fuori posto sul treno. Tira fuori dalla giacca una penna, continuando però a frugare nelle tasche, in cerca di qualcos’altro che non trova. In quel momento, però, entra in scena un altro passeggero, saltato al volo sul treno in corsa, arrampicandosi sulla scaletta di ferro in coda all’ultimo vagone.
L’uomo, un hobo, ha l’aria magra e molto vissuta e porta una chitarra a tracolla sulla schiena. Si guarda intorno con aria incerta e guardinga, visibilmente affannato, finché non si siede in un posto vicino, dal quale vede in faccia il Folksinger e dal quale riesce a tenere sotto controllo il resto del convoglio.

Al suo ingresso, il Folksinger alza la testa e lo osserva con aria stupita e curiosa, senza staccargli gli occhi di dosso.

 Hobo
   (continuando a guardarsi intorno)
   Amico, fammi un segno se vedi il controllore!

Il Folksinger
   (guardandolo con più attenzione)
    Senza biglietto?

Hobo

   Mai avuto bisogno di biglietto in vita mia.
   Perché, tu ce l’hai?

Il Folksinger
  (dopo una breve pausa)
   Credo di sì, anche se non ho ancora capito dov’è diretto questo treno…

C’è un attimo di silenzio: il Folksinger nota che l’Hobo sta estraendo del tabacco da un sacchettino che ha preso dalla giacca, e si fa coraggio.

Il Folksinger

   Ha una scatola di fiammiferi?

L’Hobo si rolla una sigaretta con tranquillità, alza un sopracciglio e lo squadra, come a voler chiedere “Perché dovrei darla proprio a te?”

Il Folksinger
  (come a voler rispondere ai pensieri dell’Hobo)
   Mi serve per scrivere… ho perso il mio taccuino.

L’Hobo inaspettatamente sorride e gli passa il 'matchbox'.
Il Folksinger lo prende in mano grato, come se si trattasse di qualcosa di prezioso.
Fa per scriverci sopra qualcosa con la penna ma si interrompe, la mano a mezz’aria.

Il Folksinger
   (Dopo un attimo di silenzio, con la penna ancora in mano)
    Lei non sa dove siamo diretti?

Hobo

   Tu dove vuoi andare?

Il Folksinger

    E lei da dove viene?

C’è un momento di silenzio tra i due.

Il Folksinger
  (guardandosi intorno, un po’nervoso)
   Sono su questo treno da una vita e ancora non ho visto nessuno, nemmeno il controllore…

Il Folksinger fa una pausa. L’Hobo lo guarda di sottecchi, mettendosi in bocca la sigaretta spenta.

Il Folksinger

   …Anche se ricordo che qualcuno, una volta, mi ha detto di stare lontano dai controllori…

Hobo
   (ironico)
    Forse perché non hai mai avuto a che fare con i vigilantes…
   (fa una pausa, guardandosi intorno e notando che lo scompartimento è vuoto)
    …Ricordo che ai miei tempi, in un vagone del genere ci si stava ammassati anche in quaranta…
    E ti garantisco che non era piacevole…
   (sorride, scuotendo la testa)
    … Ma adesso i treni non portano più giocatori d’azzardo né viaggiatori di mezzanotte, come accadeva un tempo…

Il Folksinger
(dissimulando un certo interesse)
   … Ne ha visti parecchi?

Hobo

   Ho visto tantissime cose, e tantissima gente… gente logorata, consumata a furia di viaggi infernali… vecchi relitti, che in un angolo dimenticato di qualche vagone merci esalavano l’ultimo respiro di una vita tormentata, vissuta a metà e per metà buttata via… e ho salutato le loro anime che prendevano il diretto per l’altro mondo con un urlo simile all’eco di un fischio nella nebbia…

Improvvisamente si sente il fischio della locomotiva.

Hobo
  (coprendosi le orecchie come se provasse dolore)
   Lo odio, questo suono lugubre…

Il Folksinger guarda l’Hobo con un’aria tra l’inquieto e il meditabondo, quasi studiando le reazioni sul viso dell’altro. Il fischio della locomotiva si interrompe.

Hobo
    (si toglie le mani dalle orecchie e torna a rilassarsi)
     … Però, amico, posso dirti questo: le cose cambieranno. Finirà il tempo in cui i vigilantes ci fanno scendere dal treno a suon di manganelli, per metterci in fila e umiliarci davanti alla gente… e tutto questo mentre noi... noi abbiamo ancora nelle orecchie il fischio terribile della tempesta di polvere, e davanti agli occhi il fienile spazzato via e il contadino che grida “Dio, ti prego!”…
    (abbassa lo sguardo)
     … il tempo di raccogliere frutta per meno di un dollaro al giorno, e morire di silicosi nelle miniere… o non avere più una casa al mondo, e in un attimo nessun altro nome se non “profugo”…

Il Folksinger

    … e magari vedersi dimezzato il turno di lavoro perché in Sudamerica la gente lavora per un centesimo, e il sindacato sta già tramontando…

L’Hobo, d’improvviso, si blocca e, tenendo gli occhi fissi oltre la spalla del Folksinger, si sporge dal suo sedile guardando in lontananza il controllore che si avvicina dalla testa del convoglio. Si alza di fretta e si dirige verso la stessa direzione da cui è entrato, per saltare di nuovo dal treno in corsa.

Il Folksinger
   (sporgendosi verso l’Hobo che corre via)
    Ehi! Non se ne vada! Non mi ha ancora detto dov’è diretto questo treno!

Hobo
   (voltandosi mentre corre via)
    Mi meraviglia che proprio tu mi faccia una domanda simile… dovresti saperlo: è diretto verso la gloria!

L’Hobo salta dal treno.
Il Folksinger rimane per un attimo interdetto, poi inizia a scribacchiare qualcosa sul suo pacchetto di fiammiferi. Soddisfatto, legge ad alta voce:

     “Percorsi difficili,
     strade di battaglia,
     sentieri di vittoria,
     percorrerò”

Il treno è ancora in movimento ma sta rallentando verso la stazione.
Il Controllore, un uomo di mezza età in uniforme, entra in scena e passa velocemente accanto al Folksinger, diretto nella direzione in cui è sparito l’Hobo.

Il Folksinger
  (alzando gli occhi dalla scatola di fiammiferi e gridandogli dietro)
   Aspetti! Almeno lei, mi vuol dire dove siamo diretti?

Il Controllore
   (tra i denti, voltandosi per un attimo verso di lui, senza fermarsi)
    Non le piacerebbe saperlo!

Il controllore sparisce verso la coda del vagone mentre il treno si ferma con stridìo di freni.

Sale un uomo dagli occhiali scuri, un po’ciondolante, con un completo giacca e pantalone stretto sul corpo magro e nervoso. Si dirige verso il sedile occupato precedentemente dall’Hobo.
Il Folksinger, che sta rileggendo quello che ha scritto, alza gli occhi e rimane un attimo interdetto dall’atteggiamento di superiorità dell’uomo.
Il nuovo arrivato si siede al solito posto di fronte al Folksinger e subito si mette in bocca una sigaretta ancora spenta. Poi si tasta con nervosismo la giacca, seccato.

Judas

   Merda! Non ho da accendere…

Si ferma per un attimo, guardando il Folksinger.

Judas

   Ehi, sbarbatello, hai dei fiammiferi?…

Il Folksinger
  (con un’aria tra il risentito ed il diffidente gli porge la scatola che teneva ancora in mano)
   Oh… Sicuro… Tenga!

Judas, con aria un po’indolente, si accende la sigaretta dopo aver preso un fiammifero dalla scatola. Tira una profonda boccata e fa per restituire la scatola al Folksinger, quando l’occhio gli cade su quello che c’è scritto sopra.

Judas
   (leggendo tra sé e sé la strofa sulla scatola):
   Cos’è ‘sta roba?  Cosa sei, un poeta, tu... ?

Il Folksinger
   (imbarazzato)
   Scrivo qualcosa, di tanto in tanto…

Judas

    Vittoria… Vittoria? In realtà non c’è miglior successo del fallimento…

Il Folksinger, a disagio e non sapendo cosa rispondere, assume un’aria imbarazzata, mentre riprende la scatola che l’altro gli porge.

Judas

   … Ma forse di questo a te non importa poi tanto…

Il Folksinger

   Non mi importa… di cosa?

Judas

   Beh, del successo… compiacere uno, compiacere l’altro…
  (stringendosi nelle spalle)
   … meglio sparire in un tombino, allora.
   Io ci ho dormito accanto, sai? Ai tombini... voglio dire. Ho visto il sudiciume dei cordoni dei marciapiede e li ho abbracciati, e li ho respirati e li ho amati, e li ho usati come metro per misurare la bellezza… e ho capito che nelle loro crepe potevo nascondere il sangue delle mie ferite e il dolore delle mie vittorie.

C'è un attimo di silenzio tra i due: il Folksinger, sempre più a disagio, si rigira la scatola tra le mani mentre l’altro continua a fumare con indifferenza.

Il Folksinger

    Non credo di capire… non ancora, almeno…
   (con tono vagamente esitante, facendosi d’un tratto coraggio e distogliendo lo sguardo da Judas)
    … ma visto che lei sembra sapere tutto… Di certo saprà anche dov’è diretto questo treno…

Judas si abbassa gli occhiali scuri, inclina leggermente la testa e guarda il Folksinger con sufficienza.

Il Folksinger
   (con soggezione)
   …Nemmeno il controllore ha voluto dirmelo…

Judas
   (guardandolo con aria tagliente)
    Non hai certo bisogno di un controllore per capire in che direzione viaggia il tuo treno!

Judas schiaccia a terra la sigaretta e si alza con disinvoltura dal sedile, come preparandosi a scendere dal treno - che si avvicina alla fermata -  e guarda fisso negli occhi il Folksinger.

Il Folksinger

    Ma…

Judas
   (si china verso il Folksinger, come se avesse paura di essere udito da orecchie estranee)
    …Credimi, faresti meglio a stare attento: guarda che qui sta succedendo qualcosa, e tu non sai cosa…
   (dopo una breve pausa, fissandolo negli occhi, con tono malizioso)
    … o forse lo sai?

Judas scende dal treno. Il Folksinger lo segue con gli occhi, senza riuscire a spiccicare una parola. Poi, dopo un attimo di perplessità, scrive sul pacchetto un’altra frase, che legge tra sé e sé:

“Stai all’occhio ragazzo, insabbiano tutto”

Il treno riprende la sua corsa e il Folksinger continua a concentrarsi sul suo pacchetto di fiammiferi e su quello che ha scritto.
Si ode il rumore di una porta scorrevole che si apre: entra, proveniente da un altro scompartimento, una ragazza bruna, dai capelli lisci e i piedi scalzi, che indossa una gonna lunga. Si dirige verso il Folksinger.

Isis
    (indicando timidamente il solito sedile davanti al Folksinger)
     Scusa… È libero?

Il Folksinger
   (alzando gli occhi di colpo con aria enfatica, quasi senza accorgersi della ragazza)
    Libero? Sono forse liberi gli uccelli dalle catene del cielo?

I due si guardano per un attimo, e il Folksinger sorride imbarazzato.

Il Folksinger

    Ah, il sedile?… Sì, certo, si sieda pure.

Isis si siede con eleganza e i due rimangono in silenzio a squadrarsi per un attimo.

Il Folksinger

   Che strano…

Isis

   Cosa?

Il Folksinger

    Lei ha l’aria familiare… è inspiegabile, ma mi sembra quasi di conoscerla da sempre…
   (fa una breve pausa, continuando a osservarla)
   … come se provassi nostalgia di qualcosa che non c’è mai stato… qualcosa che aspetto da molto tempo.

Isis

    Io una volta conoscevo un uomo… un uomo che arrivava a spezzarsi il cuore in pubblico, su un palco... Ma credo che il suo cuore non sia mai stato veramente spezzato... Non quanto quello di chi lo circondava, almeno.

Il Folksinger

    È stato molto tempo fa?

Isis
   (ignorando la domanda)
    Forse per lui non sono mai stata nulla di più che una sorella... Ma ho ancora i punti cuciti addosso... sotto un tatuaggio a forma di cuore.

Il Folksinger

   Curioso… sembra quasi che mi stia parlando di qualcuno che dovrei conoscere… o per lo meno, di cui dovrei ricordarmi…

Isis

   Lasciamo perdere i ricordi… sappiamo entrambi che cosa portano.

L'uomo la guarda in silenzio per un attimo, un po’scosso.

Il Folksinger

    Può darsi… la mia esperienza è limitata e denutrita, ma lo so, so bene che con alcuni ricordi si può imparare a convivere, e con altri no…
   (si ferma per un attimo, assorto)
    … ma io spero che per lei… per noi… non sia così…

Isis
   (guardandolo con un’espressione di affetto e dolore allo stesso tempo)
    Non preoccuparti per me, ragazzo… accendi un altro fiammifero, ricomincia da capo. Che aspetti?

La donna si alza di colpo dal sedile e senza aggiungere altro si allontana. Il Folksinger rimane come agghiacciato, senza muoversi. Poi scrive una nuova frase:

“Ogni volta che ho ferito una donna
 l’ho fatto senza volerlo”

Si fa d’improvviso il buio totale e la scena viene avvolta per un attimo dall’oscurità, finché una luce di colpo illumina un altissimo scranno. Seduto su di esso vi è un uomo di una certa età, dall’aria minacciosa e spietata, vestito con un mantello da giudice. E' lo stesso uomo visto in precedenza... il Controllore del treno (ma ora egli è il Giudice Albert).

Voce fuori campo:

Un falso orologio tenta di segnare il mio tempo
Per avvilirmi, distrarmi e infastidirmi
E la polvere delle dicerie mi ricopre...

Come spinto da qualcuno, il Folksinger si ritrova, suo malgrado davanti all’enorme scranno del giudice. Questi lo guarda dall’alto in basso, con aria disgustata.

Giudice Albert
   (con fare inquisitorio)
    Finalmente! L’udienza può cominciare!
   (schiarendosi la voce)
    Lei è a conoscenza delle accuse che pendono sul suo capo, giusto? Ha qualcosa da dire a sua discolpa?

Il Folksinger
   (confuso e turbato, guardandosi intorno senza capire)
    Quale udienza? Io…

Il Giudice Albert
   (batte con forza il martelletto sul banco di fronte a sé)
    Imputato, ascolta!
    Tu credevi, giudicandola, di porti al di sopra della Legge… senza accorgerti che nel momento stesso in cui puntavi l’indice diventavi tu stesso colpevole, oggetto e vittima del tuo giudizio! Ma non è solo questa la tua colpa, perchè la tua esigenza di potere rientra in quei binari che noi stessi abbiamo tracciato per te. Anzi, le tue parole ed i tuoi atti hanno reso più forte il nostro potere…
   (il Giudice giunge le mani sorridendo sornione)
    … Raccontavi la favola secondo cui per essere onesti bisogna vivere al di fuori della Legge, mentre tu stesso ti muovevi all'interno di quella stessa Legge, asservito a quello stesso Potere che fingevi di voler far crollare come le Torri di Babilonia. Quella Legge ti appartiene. Quella Legge intoccabile, che ti ha seguito dalla nascita, senza che tu ne fossi consapevole. La Legge che ti ha creato, e che tu hai rinnegato, abbandonandone i disegni, sconvolgendone i piani, quando hai smesso di combatterla. Il tuo buonsenso, il tuo individualismo, le tue paure sono state la tua colpa… come la tua presunzione di potercela fare da solo, la tua scelta di non combattere ma di ignorare, di risolvere con un gesto solitario, umano, inafferrabile, le domande che tu stesso avevi posto. La Legge può accettare di esser combattuta, non ignorata. La tua colpa è stata quella di abbandonare i tuoi sentieri di vittoria quando hai capito che non esiste miglior successo del fallimento. Ma quando il Potere si accorge che non hai bisogno di lui, farà in modo che tu ne abbia. E se si accorge che fai di tutto per essere come sei, farà di tutto per omologarti.
   (ridacchiando sotto i baffi, come a lasciarsi andare per un attimo a una sorta di falsa confidenza nei confronti della sua vittima)
    …Sii sincero davanti a questa corte, imputato... Quando è stato, quando ti sei reso conto la prima volta che nulla sarebbe durato abbastanza a lungo o abbastanza poco da renderti davvero felice? Che non saresti mai stato immune da quelle stesse calunnie, da quelle stesse colpe e demoni che ti impegnavi a denunciare, e che rifuggivi con tutta la gloria rabbiosa che provavi dentro di te... Sei fuggito, sapendo che non saresti mai riuscito a distanziarli, che ti avrebbero sempre pedinato; da allora hai viaggiato solo, uno sconosciuto davanti alla tua coscienza tradita... mantenendo quell'ingenua convinzione secondo cui "coloro nei quali non si può avere fiducia devono cadere". Allora hai evitato e disprezzato la felicità, così breve ed effimera, come avevi già fatto con il pregiudizio, e hai contato i tuoi rimpianti combattendoli come nemici invisibili non appena mostravano la loro faccia... Senza renderti conto che, nell'istante in cui predicavi, diventavi il tuo stesso nemico!
   (Il Giudice sorride, come a compatire il suo imputato)
    …Così hai adulato e allo stesso tempo maledetto il destino, e da esso alla fine, sei stato guidato... E ingannato. Hai continuato a sperare che la verità non morisse…
   (citando in modo sarcastico le parole del Folksinger)
    “Una nobile verità è un credo sacro”… invece non era altro che sabbia e polvere… una semplice definizione, una parola dal senso distorto, come "uguaglianza", "bene" e "male"... una parola per colpa della quale non hai ascoltato il richiamo della tua stessa fortuna, troppo impegnato a credere di avere qualcosa da proteggere. In verità hai soltanto combattuto il nemico dentro di te, finché entrambi non siete caduti lungo la strada.
    Ora dici che il tuo viaggio non è stato piacevole, e rimpiangi che il tuo tempo non sia abbastanza lungo... E ancora non sai dove hai sbagliato, e ancora ti chiedi, vedendo le tue mani legate, chi le ha legate, perché e quando è successo.

La luce cambia ancora, e il Folksinger sparisce inghiottito dal buio mentre una luce illumina, di tutta la scena, solamente il giudice Albert sul suo altissimo scranno.

Giudice Albert
   (scuote la testa, estraendo dal mantello un enorme orologio da taschino)
    Non ce la fa a capire… e del resto, perché dovrebbe anche solo provarci?
   (guardando il quadrante dell’orologio)
    Il tempo è scaduto…
    Alla luce delle testimonianze raccolte e delle prove qui prodotte, il verdetto non potrà che essere uno…

Improvvisa, cala di nuovo l’oscurità e un attimo dopo, quando torna la luce, il Folksinger, assopito, è ancora seduto al suo solito posto nello scompartimento ferroviario.
Un uomo vestito in  abiti sgargianti, con un cappello piumato a falda larga e la faccia dipinta di bianco, è in piedi di fianco a lui e lo scuote per le spalle.

Lo Zingaro

    Ehi, amico! Tutto bene?

Il Folksinger si sveglia di soprassalto, apre gli occhi visibilmente turbato e guarda il suo interlocutore.

Lo Zingaro

    Sembra che tu abbia avuto un incubo…

Il Folksinger
   (stordito)
    Grazie per avermi svegliato…
   (guardando meglio in faccia l’uomo che gli sta davanti)
   …anche se non sono sicuro di essere davvero sveglio…

Il nuovo arrivato, senza dire nulla, occupa il solito sedile di fronte al Folksinger.

Il Folksinger
   (con imbarazzata esitazione)
    …Cosa si è messo in faccia? È un attore, lei?

Lo Zingaro
   (dopo un attimo di enigmatico silenzio)
    Siamo tutti prigionieri di una commedia… ci trucchiamo e indossiamo buffi abiti, attori in una storia che è tutto ciò che abbiamo… ma nulla cambia, dentro di noi… né quello che è stato, né quello che sarà…

Il Folksinger
   (con fare un po’sostenuto)
    E lei che ne sa di quello che sarò? Io non indosso nessuna maschera!

Lo Zingaro

    La prima maschera è quella attraverso la quale puoi guardare.

Il Folksinger

    Mi scusi, ma non riesco a seguirla… piuttosto… è una vita che viaggio su questo treno, e ancora non so dove sto andando…

Lo Zingaro

    E credi che abbia importanza? Il tempo è un oceano, e finisce alla riva…

Il Folksinger
   (piuttosto seccato)
    Beh, se proprio non vuole rivelarmi nulla, può anche dirlo in modo più chiaro…

Lo Zingaro

    …C’è chi dice che è un peccato sapere troppo e sentire troppo… forse hanno ragione, o forse è tutto un semplice scherzo del destino, come quello che fa muovere questo treno…

Lo Zingaro si alza dal sedile.

Il Folksinger
   (facendo un gesto come a trattenere l’uomo)
    Insomma... lei cosa sa di questo treno?

Lo Zingaro
   (allontanandosi)
    Soltanto quello che, prima o poi, uno di noi dovrà sapere…

Il treno giunge alla fermata successiva.
Lo Zingaro, senza nulla aggiungere, si dirige verso la testa del vagone e sparisce alla vista. Il Folksinger rimane per un attimo girato verso di lui, lo sguardo fisso nella direzione in cui si è allontanato, senza sapere cosa dire. Poi torna a girarsi e si mette a scrivere qualcosa leggendo a voce alta:

“Tutti indossano una maschera
per nascondere quel che si cela dietro i loro sguardi”

Il treno è ancora fermo. Entra nello scompartimento un uomo sui quarant’anni, vestito in abiti semplici, ma eleganti (un gilet e pantaloni bianchi). Ha un’aria seria, gli occhi truccati con il rimmel, e porta una croce al collo.

Il Salvato

    È proprio buffo… la fine del tempo è appena iniziata…

Il Folksinger
   (alza la testa verso di lui, guardandolo con aria stranita)
    Come ha detto, scusi?

Il Salvato
   (prendendo posto al solito sedile davanti al Folksinger)
    …Spero che tu sia pronto per il Giudizio… sei l’unico che può decidere se essere tra coloro che si salveranno.

Il Folksinger

    Quale giudizio? Sono già stato giudicato una volta, e mi è bastato….

Il Salvato
   (scuotendo la testa)
    …Credimi, amico... Hai ucciso la tua vanità, ma hai sotterrato il tuo buonsenso. Non avrai molto tempo per pensare, ma se solo lanci una rapida occhiata allo specchio potrai scorgere chiaramente degli occhi che ti fissano, dietro la tua testa…

Il Folksinger
   (turbato)
    Parla per parabole, lei? Cos’è questa storia della salvezza?

Il Salvato

    Puoi anche ridere della salvezza… per quanto mi riguarda, io non mi aspetto di essere salvato.
    Ad ogni modo, ora stai vivendo in tempi pericolosi, ragazzo, lo sai? Riceverai un sacco di delusioni.
    Se credi che quello che sta accadendo adesso sia brutto - aspetta  e vedrai. E se credi che ora sia dura - aspetta e vedrai.

Il Folksinger
   (con una certa soggezione)
    Cosa intende dire?.. Mi spaventa… Vorrei solo sapere dov’è diretto questo treno!

Il Salvato

    Che domande… si va verso l’Armageddon. Non le senti le campane che stanno suonando per i pochi eletti, le stesse che
    giudicheranno i molti quando il gioco volgerà al termine?
   (indicando il finestrino)
    E non le vedi quelle nuvole nere che si addensano all’orizzonte?

Il Folksinger
   (guardando verso il finestrino)
    Qualunque cosa voglia dire… io… io non  ci credo.

Il Salvato
   (con aria severa)
    Se non credi nemmeno che ci sia un prezzo da pagare per questo dolce paradiso, ricordami di mostrarti le cicatrici...

Il Folksinger
   (duro)
    Io ho già pagato il prezzo della solitudine… per lo meno, ora non ho più debiti.

Si sente il rombo di un tuono, segno che si prospetta pioggia nella direzione verso cui il convoglio sta andando. Il treno si ferma alla nuova stazione.
Il Salvato si alza dal suo posto e scende.

Il Folksinger torna a guardare il suo pacchetto di fiammiferi, e vi scrive sopra il suo nuovo verso:

“Non ti aspettare alcuna salvezza. In nessun tempo, in nessun luogo, da nessuna parte.”

Sale nello scompartimento un uomo sulla cinquantina, dall’aria intensa e piena di dignità, con indosso un completo scuro vagamente d’altri tempi. Si siede nel solito sedile davanti al Folksinger.

L’Inafferrabile
   (guardandosi distrattamente intorno)
    Allora, quanto manca all’arrivo?

Il Folksinger
   (imbarazzato)
    Lo sta chiedendo alla persona sbagliata, temo… non so neanche da quanto tempo viaggia questo treno.

L’Inafferrabile
   (guardando il paesaggio fuori dal finestrino)
    Già… ieri tutto andava troppo veloce, oggi si muove troppo piano…

Il Folksinger

    È in viaggio da molto?

L’Inafferrabile
   (continuando a seguire il filo dei propri pensieri, lo sguardo fisso sul finestrino)
   … Forse mi prenderanno o forse no, ma non stanotte… e non dovrà essere qui, su questo treno.

Il Folksinger
   (con una vena d’ironia)
    Come?... Non mi dirà che anche lei è senza biglietto...? Ma allora sono io l'unico ad averlo, su questo treno!

L’Inafferrabile

    Per la verità, non riesco neanche a ricordare da cosa scappavo quando sono venuto qui...

Il Folksinger
   (un po’esasperato)
    Allora neanche lei sa dove siamo diretti?

L’Inafferrabile

    Ci sono cose nella vita che è troppo tardi per imparare...
    Anch’io ho viaggiato sul treno di mezzanotte, ma forse mi sono perso da qualche parte... devo aver fatto un po’ di svolte sbagliate... o forse, semplicemente, ho l’impressione di muovermi, ma in realtà sono fermo…

L’Inafferrabile si alza e si dirige verso il finestrino mentre il treno continua la sua corsa.

Il Folksinger
   (con lo sguardo rivolto a terra)
    Io… vorrei solo sapere dove sto andando…
   (un attimo di pausa)
    …o forse, in fondo, non ha poi molta importanza… forse è vero che non c’è uscita in nessuna direzione…

L’Inafferrabile
   (voltandosi verso il Folksinger)
    …Tranne quella che non puoi vedere con i tuoi occhi.

Un momento di silenzio tra i due.

L’Inafferrabile
   (rivolto al Folksinger ma continuando a fissare con sguardo perso il finestrino del treno)
    È quasi il tramonto, ormai... Tra un attimo, dopo la galleria, vedrai lo splendido spettacolo del Grand Canyon, prima dell’ultima fermata... Non perdertelo per nulla al mondo…

In quel preciso momento si ode un rumore sordo e il treno si oscura completamente, passando in una galleria.
Appena il buio si dissolve e il treno esce dal tunnel, il Folksinger non c’è più: al suo posto, ora c’è solo l’Inafferrabile, seduto esattamente dove un attimo prima c’era il Folksinger.
L’Inafferrabile attende la fermata successiva, scrivendo una nuova frase.

“La festa e' finita, e c'è sempre meno da dire
Mi sento come un prigioniero in un mondo di mistero
So che non è ancora buio, ma lo sarà presto”

Il treno si avvicina alla stazione: L’Inafferrabile, amareggiato, si alza e si avvicina alla porta del vagone per scendere dal treno: fa scorrere la porta e, stupito, si trova davanti l’Hobo, che dalla banchina gli blocca la strada.

L’Inafferrabile

    Io… io l’ho già vista, o almeno credo… Cosa ci fa qui?

L’Hobo

    Dipende…  non vuoi più sapere dove va questo treno?

L’Inafferrabile

    Sono stanco… Non ho più voglia di correre.

L’Hobo

    Lo so bene… anch’io ho fatto un viaggio davvero duro…

L’Inafferrabile

    Ma lei dov’è diretto?

L’Hobo

    Cos’è più importante, da dove vieni o dove stai andando?
   (dopo una breve pausa)
    Non è forse la direzione che hai preso più importante di tutto?
    Più importante anche di tutte le battaglie che hai perso o perderai prima di vincere la guerra?

L’Inafferrabile

    Io... non sono più tanto sicuro di volerla vincere, questa guerra. Se soltanto qualcuno rimettesse indietro le lancette per   me…
   (fa un gesto simbolico con la mano)
    … Vorrei solo tornare alla collina, accanto ai binari...
    Quando avevo le mani macchiate di verde, e sapevo sempre la verità...

C’è un attimo di silenzio tra i due.

L'Hobo
   (sorride e distoglie lo sguardo dall’Inafferrabile per guardarsi intorno)
    Guarda questo luogo… mi piace… è più bello di tutti i posti in cui sono stato in vita mia…
   (fa una pausa, voltandosi di nuovo verso l’Inafferrabile)
    …ma non è il tuo posto, né il tuo momento.

L’Inafferrabile porta lo sguardo a terra.

L’Hobo

    Hai ancora qualcosa di mio, se non sbaglio…

L’Inafferrabile lo guarda con fare interrogativo.

L’Hobo
   (indicando la giacca dell’Inafferrabile)
    Non ricordi i tuoi sentieri di vittoria?

L’Inafferrabile si tocca istintivamente la giacca e tira fuori il pacchetto di fiammiferi: quasi stupito, rilegge tra sé quello che c’è scritto sopra ed è come se prendesse coscienza di quello che è stato, dei suoi sogni di gioventù.

L’Inafferrabile
   (come a ricordare con tristezza una cosa ormai troppo lontana)
    Sì… ma sembra tutto così distante. Ormai, ai miei occhi, quello che rimane sembra essere soltanto potere, avidità e corruzione…
   (fa una pausa)
    E poi… non posso comprare un’emozione. E non si può ripetere il passato.

L’Hobo
   (con aria convinta e sorridente)
    Certo che si può. A volte il passato è una cosa del futuro.

Un fischio, o qualcosa del genere, fa capire che il treno sta per ripartire.

L’Inafferrabile
   (sporgendosi dal gradino della carrozza)
    Perché non sale con me?

L’Hobo

    Ormai sono sparito in una luce antica, che non è quella del giorno…

L’Inafferrabile

    Mi dica ancora qualcosa, la prego! Una volta per tutte: qual è la destinazione di questo treno?

L’Hobo

     Te l’ho già detto… quando ci siamo incontrati la prima volta!

L’Inafferrabile

     Quando? Quand’ è stato che ci siamo incontrati?

Il treno inizia a sbuffare, sta per muoversi: l’Inafferrabile rimane in piedi sul gradino del vagone, sporto verso l’Hobo.

L’Hobo
   (gridando verso l’Inafferrabile)
    Come, non ti ricordi? All’inizio del viaggio…

L’Hobo segue per un attimo la carrozza e, subito dopo aver pronunciato l’ultima frase, mentre il treno se ne va, agita il berretto verso l’Inafferrabile, come faceva il bambino.

L’Inafferrabile riprende il suo solito posto nello scompartimento. Ha un’aria diversa, la faccia tradisce una sensazione di appagamento.

Voce fuori campo:

“Così, è di nuovo inverno
E questo significa che aspetterò fino a primavera
Per tornare dove mi inginocchiavo
A sentire il treno della miniera cantare
No, la prossima volta sarà diverso
Perchè il treno potrebbe essere già là quando arriverò
E potrei attendere ore che i vagoni si muovano
Ma poi, quando sarà svanita l'eco della locomotiva,
Mi chinerò a contare i fili d’erba
Ma invece di strappare anche la terra,
la carezzerò come un’amica
Poi mi rialzerò
Andando per la mia strada
E canterò la mia canzone come un ribelle selvaggio,
Perchè questo è quello che sono e non lo posso negare
Ma almeno saprò come non ferire,
Non farmi strada con la forza,
Non far soffrire,
E Dio lo sa, non provarci nemmeno”

Un attimo dopo entra nello scompartimento un bambino, lo stesso visto nella prima scena.

Il Bambino
   (avvicinandosi timidamente e indicando il solito posto davanti all’Inafferrabile)
    Scusi, signore… è libero?

L’Inafferrabile
   (alzando la testa verso il bambino)
    Sì… sono libero, adesso.



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