FABIO TREVES
& LA TREVES BLUES BAND
a cura di Michele Murino e Corrado Ori Tanzi

A osservarlo sembra un D'Artagnan venuto fuori da un road movie di Hal Hartley, un incrocio tra Zorro e Willie De Ville trascinato sul palcoscenico da Corrado D'Elia. Ma lui da una vita suona l'armonica, anzi con ogni probabilità quando 54 anni fa spalancò per la prima volta gli occhi sul mondo aveva il suo bel strumento nella manina. Fabio Treves è il blues. O meglio: in Italia Fabio Treves è il blues per eccellenza. Per carità, insieme a Ciotti, Toffoletti e (pochi) altri musicisti che scavano nell'anima con il loro strumento soffiando fuori la musica del diavolo e con il portafoglio bello intonso per anni, quasi fosse appena uscito dalla pelletteria sotto casa. E quando smette i panni del musicista (ma è possibile farlo?), si mette il pastrano del divulgatore musicale in radio o nei festival (di lui a Milano si ricorda ancora la sua impronta in uno strepitoso "Rock Targato Italia" datato 1987). 

La sua band, la Treves Blues Band, oltre a Fabio Treves alla voce e all'armonica, vede Tino Cappelletti al basso, Alessandro Gariazzo alla chitarra e Massimo Serra alla batteria (Gariazzo e Cappelletti anche alla voce). Il gruppo - che è di fatto la band storica del blues italiano - tra poco più di un anno festeggerà 30 anni di carriera. Era il 1975, infatti, quando uscì l'ormai mitico album dal titolo "Treves Blues Band" per l'etichetta Red Record. E da allora si sono pian piano andati aggiungendo molti tasselli alla discografia del gruppo, dischi autoprodotti ed autogestiti, curati con amore da Fabio e dai suoi amici, al di fuori dei circuiti della discografia maggiore, quella delle grosse case discografiche. Da "The Country in the City" del 1978 alla collaborazione con il grande Mike Bloomfield del 1980 con il live registrato a Torino ("TBB & Mike Bloomfield - Live"), dal disco "Two" del 1980 al successivo "3" del 1985. Fino al "Sunday's Blues" del 1988 (con una guest star come Pick Withers dei Dire Straits), "Jumpin" del 1992 e "Blues Again" del 2001, tra gli altri.
Attualmente il gruppo sta lavorando ad un nuovo album di prossima uscita.

Fabio Treves, al di là della sua attività con la TBB, è stato ed è uno degli armonicisti più richiesti dai maggiori artisti italiani ed ha suonato nei dischi di cantanti quali Mina, Adriano Celentano, Pierangelo Bertoli, Ivan Graziani, Riccardo Cocciante ed Angelo Branduardi tra gli altri (oltre ad aver suonato dal vivo con Frank Zappa a Milano e Genova nel 1988 !!!)

Treves ha anche scritto due libri con argomento "blues": "Guida al Blues" (1978 - Edizioni Gammalibri) e "Blues Express" (1989 - Edizioni Multiplo)

Lo abbiamo incontrato per una chiacchierata. Lui, la sua musica, la scena italiana. E Maestro Bob ovviamente...


Fabio Treves con Joan Baez e John Hammond

Maggie's Farm
intervista
FABIO TREVES
a cura di Salvatore Esposito, Michele Murino
(grazie a Corrado Ori Tanzi)


MAGGIE'S FARM: Partiamo scavando nel passato. Com'è nato il tuo amore per il blues?

FABIO TREVES: Sin da piccolo ho cominciato ad ascoltare buona musica, in casa, essendo mio padre un grande appassionato di Jazz tradizionale… a ritroso sono arrivato ad apprezzare i grandi bluesmen del passato: da Leadbelly a Blind Lemon Jefferson, però si ascoltavano anche Woody Guthrie, Pete Seeger e i primi Folksingers americani. Poi arrivarono i primi gruppi inglesi che, a loro volta, portavano un miscuglio di pop, beat  e blues, e scattò una prima scintilla di passione per il Blues…

MF: Ed il primo disco che ricordi, da questo punto di vista?...

FT: Il vinile che mi avvicinò definitivamente alla musica del diavolo fu: John Mayall & the Bluesbreakers, featuring il giovane Eric Clapton, del 1966.

MF: Nel tuo sito, www.trevesbluesband.com, racconti di una Telecaster del '58 come tuo primo strumento. Quando e come è nato il tuo amore per l'armonica?

FT: Come tanti, negli anni del liceo, sognavo di avere una band per esibirmi su di un palco vero, per fare colpo sulle  compagne di scuola, per uscire dall’omologazione che imperversava, per poter urlare la “mia” voglia di libertà. La chitarra era uno strumento ideale e allora le Fender erano sì costose ma accessibili… ero negato, capii che era meglio darsi ad un altro strumento, tentai con un sax alto con risultati ancora più “cacofonici”… poi nella primavera del 1965 andai al Palalido di Milano per ascoltare i leggendari Who; prima di loro si esibirono i Primitives, capitanati da Paul Bradley (Mal)... era veramente in gamba con l'armonica e mi innamorai… no, non di lui, ma dell’armonica, nel senso dello strumento, che secondo me è lo “strumento principe” nel blues. Anche con la prima Hohner ero un disastro, ma ho cercato di convincermi che dovevo suonare proprio quello strumento, che tra l’altro in quel periodo era molto di moda.

MF: Tra le tante tue collaborazioni illustri vanti una bella schiera, molto varia peraltro, di musicisti italiani. Qual è il tuo rapporto con la nostra musica?

FT: Sono contento che molti colleghi nell’arco di parecchi lustri mi abbiano chiamato nei loro dischi per avere la mia armonica, anche se quasi mai erano pezzi ”blues”, ma per me è un motivo di vanto, perché evidentemente riesco a farmi apprezzare  anche in altri generi musicali… L’aspetto interessante è che quelli che mi hanno cercato sono quasi sempre musicisti che stimo e apprezzo da sempre.

MF: Cosa hai provato nell'aprire un concerto di artisti come Charlie Mingus, Peter Tosh, James Cotton e Stevie Ray Vaughan?

FT: Mi sono emozionato parecchio… quanto pubblico e che grandi persone erano quelli che ho conosciuto dietro al palco!

MF: Di recente ci è capitato tra le mani un tuo splendido disco, "Sunday's Blues", ricco di ospiti illustri come Chuck Leavell, Pick Withers e Dave Kelly, cosa ci racconti di quelle session?

FT: E’ un disco al quale sono particolarmente legato, i musicisti che hanno partecipato erano innanzi tutto amici, il feeling che si è creato era bellissimo, per la prima volta ho potuto apprezzare la semplicità e la bravura di Chuck... mi sembrava impossibile suonare con uno dei miei grandi idoli... uah il tastierista degli ALLMANN BROTHERS... e poi il tecnico del suono era il carissimo  e compianto Paolo Panigada (Feiez di Elio & Le Storie Tese) grandissimo musicista e amico vero.

MF: Hai partecipato con la tua Band a vari Festival Blues in America. Che aria si respira da quelle parti?

FT: Per noi italiani è sempre una esperienza incredibile poter calcare lo stesso palco di vere e proprie leggende. Tenete presente che là tutti, ma dico tutti non se la tirano affatto, mangi allo stesso catering, usi gli stessi camerini e i tecnici, bravissimi, sono sempre gli stessi per tutti. Prove non se ne fanno, il blues e il rock a Memphis o Chicago sono di casa e ogni buon fonico sa come ci si deve comportare.

MF: In Italia è diverso?...

FT: Qui da noi ci sono musicisti che si credono al di sopra di tutto e tutti, solo perché vendono un po’ di dischi e vanno in televisione.

MF: Sempre a proposito di Festival Blues, spesso sei stato impegnato nell'organizzazione di tali eventi in Italia. Personalmente miri più a rivalutare il blues nostrano o punti direttamente sui grandi nomi americani?

FT: Quando posso cerco di valorizzare anche i giovani emergenti, ma il blues è soprattutto passione, voglia di lavorare duro, capacità di sopportare anche molte difficoltà, accettare di andare ed essere spesso controcorrente, e il panorama italiano, seppur ricco non è ancora, tranne pochi esempi, al livello di americani o inglesi… e poi gli organizzatori spesso sono troppo “esterofili”.

MF: Fabio Treves in Italia, per gli amanti del blues, è una sorta di mito; se fossi vissuto in America saresti nel Gotha della musica dell'anima. Come hai vissuto questo "svantaggio" legato al tuo luogo di nascita, ma anche questa sorta di mito tutto italiano che si è creato attorno alla tua figura?

FT: Grazie dei complimenti, ma credo che per molti giovani e non io sia diventato un punto di riferimento nel blues anche per la mia cocciuta ostinazione nella diffusione di questa musica, che non è solo musica, ma è una vera e propria “filosofia di vita”… Spesso mi immagino un’altra vita negli States, ma poi ritorno qui, dove ci vuole, comunque, più coraggio e passione.

MF: Fu dura all'inizio farti "accettare"?...

FT: Mi ricordo i primi passi, 30 anni fa... mi vengono in mente le stroncature dei critici “puristi”, l’ostracismo della tv, Rai o Mediaset non credo faccia differenza, le tante nottate passate a parlare di blues con i grandi personaggi della musica moderna: Muddy Waters, Jimi Hendrix, SRV, Bloomfield, Sting e centinaia d’altri... Credo che la gente mi abbia apprezzato anche come l’eterno “indipendente”... uno che si fa i dischi, se li promuove e se li vende… Certo facendo una fatica immane, ma senza chiedere niente a nessuno, senza mai aver preso una tessera di partito, sempre disposto ad andare là dove c’è “voglia” di blues.

MF: Di recente è stata lanciata una serie interessantissima di film sul blues, con le relative ottime colonne sonore. Cosa ne pensi?

FT: Ci volevano, nell’anno del blues questi contributi di grandi firme del cinema… serviranno senz’altro a far capire meglio lo spirito del blues… ma alla televisione o per radio ne avete sentito parlare? Ahimè tutti sanno il nome di quel deficiente che sta dietro ai giornalisti durante le dirette, tutti sanno come si chiama la vincitrice del Grande Fratello, ma pochi sanno chi era Robert Johnson. "La televisiun la gha na forsa de leun" cantava anni fa Jannacci.

MF: La situazione è "nera", da questo punto di vista?...

FT: Sì, purtroppo viviamo periodi molto bui, bisogna tirarsi su le maniche e lavorare, lavorare ed ancora lavorare… sembra immane lo sforzo, ma io ci credo….

MF: Negli anni ottanta hai inciso un disco live con Mike Bloomfield, uno dei più grandi chitarristi blues, che per noi dylaniani rappresenta veramente un mito per aver eseguito uno dei più strepitosi e semplici riff del rock in Tombstone Blues; puoi raccontarci questa tua esperienza?

FT: Ci vorrebbero pagine intere per raccontare cosa ho provato nel conoscere un grande amico come lui... mi riprometto di scrivere qualcosa per il “trentennale” della TBB.

MF: Che tipo era Bloomfield?...

FT: Era una persona deliziosa, disponibilissima e un grande musicista, amico di tantissimi bluesmen di colore che lui stesso ha aiutato economicamente in prima persona, purtroppo se ne è andato troppo presto, complici droghe e alcool… Sono felice che nel prossimo cd ci sia un inedito di 23 anni fa che vede Mike al piano ed il sottoscritto all’armonica.

MF: Cosa si prova ad aver suonato con gente come lui?

FT: Io ero al settimo cielo e quando lui mi ha detto che si divertiva a suonare con me, mi sono commosso un casino.

MF: Bloomfield ci porta alla mente, come detto prima, Bob Dylan. Come vedi il menestrello di Duluth come bluesman alla luce anche degli ultimi suoi lavori?

FT: Bob ha sempre amato il blues, quello rurale e quello nevrotico delle città, è stato lui stesso a celebrarlo su dischi e dal vivo, dal blues è partito e nel blues continua a navigare, lunga vita!

MF: Cosa hai provato nel sentire dischi come Bringing It All Back Home, Highway 61 Revisited o ancora Blonde On Blonde, per parlare di quelli più dichiaratamente blues?

FT: Avevo 15/16 anni, come potevo non sentirmi tutt'uno con quelle parole e quella musica!?

MF: Come vedi Dylan come chitarrista? Spesso si è cimentato con alterne fortune alla lead guitar...

FT: Ci sono musicisti che danno per quello che dicono e sono molto più di tecnici e virtuosi incredibili… Lui per primo spesso ha scherzato sul suo modo di essere chitarrista.

MF: Visto che sei un armonicista, insistiamo ancora su Bob, chiedendoti come lo vedi come armonicista. Molti dicono che non sappia suonare né chitarra, né piano, né armonica, ma che tutto nasca da un'inspiegabile magia...

FT: Idem come sopra, bastano poche note dell’armonica di Dylan per farti sognare o farti venire la pelle d’oca, ci sono armonicisti, ne conosco una cifra, che suonano per ore e non riescono a trasmettermi niente, sono solo persone bravissime a fare esercizi più o meno inutili…

MF: Dunque è una questione di "feeling"...?

FT: Sì. Il cuore ed il feeling sono per me più importanti di quante “scale” pentatoniche fai in un minuto…

MF: Il blues è stata definita la musica del diavolo; in Street Legal di Bob Dylan del 1978, si respira soprattutto nei testi questo rapporto mistico tra la musica e una sorta di esoterismo. Quanto c'è di vero in quest'affermazione?

FT: Penso molto, leggende metropolitane a parte.

MF: Bob Dylan ha spesso sostenuto di essersi ispirato a Robert Johnson; notevoli sono alcune cover. Ricordiamo una splendida Milk Cow Blues eseguita durante le session di Freewhelin' e una particolare versione elettrica di Little Queen Of Spades, eseguita durante le prove del Never Ending Tour del 1988; come vedi questo rapporto Dylan-Robert Johnson?

FT: Purtroppo non mi reputo un “dylanologo” doc, ma so per certo, l’ho già detto prima, che lui ha sempre amato profondamente, nonché vissuto in prima persona il blues.

MF: "Love & Theft", l'ultimo album di Dylan, è un tributo alla musica tradizionale americana. Cosa pensi di questo disco e di pezzi dichiaratamente blues come Honest With Me, Summer days e Cry A While?

FT: Tutto il bene possibile, ed è una riconferma che, anche dopo una vita di esperienze, successi, collaborazioni e riconoscimenti, si può ancora dire tanto, in primis, ai giovani, tornando al buon vecchio caro blues.

MF: Da Dylan facciamo un salto ancora in Italia. Come vedi la scena blues nostrana?... Si ha la strana impressione che si sia troppo annacquato, almeno quello mainstream, Pino Daniele docet. Cosa ne pensi?

FT: No, io credo che ci sia un bel fermento ed un nuovo o rinnovato interesse per il Blues, certo Pino si è perso nei meandri di tentativi troppo commerciali… di Adelmo preferisco, per pudore, non parlare neanche...

MF: Chi citeresti allora?...

FT: I vecchi leoni come Tolo Marton, Roberto Ciotti o Rudy Rotta che continuano a portare alto il vessillo del blues.
Inoltre sono nati parecchi siti che si occupano di questa musica e tra tutti vorrei citarne due “sudisti”, www.bluesandblues.it di Lecce e www.spaghettiblues.it di Napoli.

MF: Ed a livello di manifestazioni dedicate al blues?

FT: Continuano a proliferare i Festival e sempre più spesso Pro Loco e feste di paese hanno sposato la tesi della musica blues, questa è una mia precisa esperienza professionale assolutamente non confutabile. C’è poi la rivista “Il Blues”, che si pubblica a Milano, grazie alla passione di Marino Grandi & famiglia che, nonostante i tempi e le difficoltà, continua la sua avventura e la sua scommessa da più di vent’anni, e con i tempi che corrono scusate se è poco.

MF: E dal punto di vista dei media?

FT: C’è la trasmissione “Blues express” su Radio Rock fm che da dieci anni presenta novità, ospiti in diretta e rarità in vinile. Insomma sono ottimista per quanto riguarda il “pianeta blues”, un po’ meno per il pianeta musica in Italia…

MF: Grazie per la disponibilità, Fabio...

FT: Grazie a voi per l’ospitalità, speriamo di risentirci e vorrei dirvi che il BLUES FA BENE AL CORPO E ALLO SPIRITO… Blues alle masse... le masse con il Blues... Auguri dal vostro fedele… Blues Armonica Treves…


La Treves Blues Band: Fabio Treves, Massimo Serra, Tino Cappelletti, Alessandro Gariazzo


tutte le foto di questa pagina sono tratte da
www.trevesbluesband.com
il sito ufficiale della Treves Blues Band

Blues Friends: intervista a Fabio Treves e recensione - Clicca qui



 
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