"Time out of mind» è il quarantunesimo album
di Bob Dylan ed è il suo primo lavoro elettrico in studio
dall'ormai lontano 1990, quando ci aveva lasciato, con
un po' di amaro in bocca, con l'irrisolto «Under
the red sky».
Irrisolto perchè arrivava dopo lo splendido «Oh
mercy», il disco della resurrezione dylaniana, che cacciava via i
fantasmi di una decade, gli anni ottanta, tutto sommato abbastanza deludente.
Inutile dire quanta attesa c'era attorno a questo ritorno
elettrico, dopo le due parentesi acustiche, splendida la prima («Good
as I been to you»), più che buona la seconda («World
gone wrong») e dopo il brillante «MTV Unplugged».
Ma di canzoni nuove neanche l'ombra, dal 1990 ad oggi,
solo vecchi classici rivisitati con la chitarra ed una rilettura più
moderna di alcuni dei suoi brani più famosi.
Poi, d'improvviso, la malattia, che seguiva una serie
di strane voci sul fatto che Bob non era contento del disco e che lo avrebbe
riinciso per l'ennesima volta.
Una malattia grave, si parlava quasi di morte, una malattia
che sembrava avesse dovuto porre fine alla vita del più grande musicista
della nostra epoca.
Ma la vita ha vinto sulla morte, e Dylan è di
nuovo tra noi.
Le recensioni dei suoi recenti concerti americani sono
più che positive, ci parlano di un Dylan pimpante che dà
il meglio di sè stesso, vestito da cowboy, vitale come pochi si
ricordano.
ED ORA IL DISCO
«Time out of mind» è un disco intenso,
forte, profondo, amaro: è una riflessione sulla vita e sulla morte,
un'amara diaspora su quanto ci circonda, sulla quotidianità.
Ci sono delle aperture melodiche, ma sono poche, mentre
la maggior parte delle canzoni, fortemente influenzate dal blues, si dipana
attraverso una musicalità ermetica ed interiore, quasi che Dylan
stia dialogando con il suo io, piuttosto che rivolgersi al vastissimo pubblico
che ancora lo segue.
Se «Oh mercy» era intenso e «Under
the red sky» tutto il suo opposto, questo disco mostra ancora più
forza, più profondità.
Forse è anche più bello di «Oh mercy»,
i suoi arrangiamenti sono più semplici, le canzoni talvolta anche
«già sentite», ma quello che rende grande «Time
out of mind» è la sua unitarietà, il suo essere opera
a tutto tondo, senza sbavature, senza concessioni.
Dylan è tornato, è di nuovo tra noi.
E per fare questo salto di qualità il vecchio
Bob si è affidato ancora una volta a Daniel Lanois, che così
bene aveva lavorato per «Oh mercy», e si è circondato
di musicisti abbastanza atipici: infatti, oltre al canadese, troviamo la
chitarra di Duke Robillard, il farfisa organ di Augie Meyers (Sir Douglas
Quintet e Texas Tornados), il piano di Jim Dickinson (musicista di Memphis,
molto legato a Ry Cooder), mentre la steel guitar è nelle mani capaci
di Cindy Cashdollar (ex Asleep at the Wheel e John Herald Band).
LE CANZONI
«Love sick» è una ballata lenta, cantata
con voce aspra, in cui tastiere e steel sfilacciano il suono sino all'entrata
potente della chitarra.
È una canzone attendista, che sembra sempre sul
punto di aprirsi ma non si apre mai, continuando a ruotare su una tematica
triste ed interiore, che rafforza però il suo pathos, la sua forza.
Bella la parte strumentale centrale, più dolce
rispetto a quella cantata, con il piano di Dickinson che detta legge.
«Dirt road blues» sembra fuoriuscita da un
vecchio vinile degli anni sessanta, con quell'organo liquido ed il ritmo
tipico di certe composizioni del primo Dylan elettrico.
È un blues urbano cantato con voce quasi filtrata:
aspro e secco, tagliente e diretto.
Meyers lavora di fino con il suo farfisa d'altri tempi
e conferisce alla canzone una sua peculiarità.
È un «talkin' blues» targato '90.
«Standing in the doorway» è tra le
mie preferite. È una composizione lenta, sfiorata dal country, che
si avvicina vagamente alle composizioni del periodo «Nashville skyline».
Bella la voce di Bob, splendida la resa armonica, grazie
alla steel della Cashdollar ed al resto della strumentazione, molto misurata.
La canzone prende corpo, cresce lentamente, entra sottopelle
e non ne esce più: il ritornello è sicuramente toccante,
e la voce di Bob raggiunge qui uno dei vertici espressivi.
Raramente ha cantato così bene.
Il racconto si dipana attraverso quasi otto minuti, con
la band che segue il leader parola dopo parola, e la canzone cresce, nota
dopo nota.
«Million miles» è ancora influenzata
dal blues.
Passo lento, strascicato, giro tipico, con una chitarra
quasi sonnolenta che entra di soppiatto (bravo Robillard, con il suo tocco
jazzy).
L'organo segue la voce, aspra ed amara, e la canzone,
uno struggente racconto su un amore ormai perduto, prende tempo: non è
di facile fruitura, non la si fischietta dopo il primo ascolto, ma bisogna
sentirla più volte per apprezzarla veramente.
«Tryin' to get to heaven» è più
aperta.
Classica ballata pianistica, dalla melodia insinuante,
tutta giocata sulla voce, questa volta meno tetra, meno aspra, e sulle
tastiere gran lavoro del binomio Dickinson-Meyers: «Trying to get
to heaven» diventa indispensabile dopo il terzo ascolto.
C'è sempre una tristezza latente, ma la forza
del suono e la bellezza della melodia, vincono qualunque remora e lasciano
intravedere un Dylan vivo e vegeto, capace ancora di farci sobbalzare,
di emozionarci, di toccarci nel profondo.
«'Til I fell in love with you» è,
ancora una volta, un retaggio degli anni sessanta.
Tempo sincopato, voglia di blues, voce di nuovo acida,
organo e batteria in evidenza ed una canzone che, pur non immediata, cresce
lentamente.
Dickinson la chiude con un assolo limpido.
«Not dark yet» è, per contro, molto
pessimista.
Splendido lento, ben sostenuto da una grande melodia,
ci regala nuovamente il Dylan del periodo «Blood on the tracks».
La canzone, una composizone ad ampio spettro, in cui
la melodia gioca un ruolo fondamentale, è lavorata sull'organo di
Meyers e su una coralità strumentale di grande intensità.
L'ascolto e l'ascolto e, una volta terminata, l'ascolto
ancora.
Sarà che Dylan ce l'ho nel cuore sin dagli anni
sessanta, ma chi è in grado di toccare ancora nel profondo e con
tanta intensità?
Anche il titolo gioca su questa profonda tristezza, su
questa latente malinconia, su questa nuova speranza, su questo equilibrio
interiore ritrovato: la vita che vince sulla morte, è una frase
che ricorre nella mia mente, non è mia, è di un caro amico,
ma è vera, reale. L'incedere lento e maestoso della strumentazione
è puro Dylan, ai suoi vertici creativi.
«Cold irons bound» è fredda, glaciale,
notturna.
È una ballata scura, in cui la chitarra e la ritmica
la fanno da padroni, con la voce, sempre molto ben impostata e mai stanca,
che racconta l'ennesima storia senza speranza.
C'è ancora una retaggio degli anni sessanta, c'è
ancora quella voglia di essere controcorrente, fuori dagli schemi.
C'è lo spettro (musicalmente parlando) dell'ultimo
Tom Waits, con le sue atmosfere scure, con il suo sferragliare degli strumenti.
Potrebbe fare da colonna sonora per un bel film noir
(ma ne fanno ancora, oggi, di bei film noir?).
«To make you feel my love» l'abbiamo già
ascoltata, qualche settimana fa, da Billy Joel.
Ma, buon Dio, quale differenza!
Dylan ci regala una interpretazione da manuale, di questo
racconto scuro, che parla di un amore lontano e sfortunato.
Il piano di Jim Dickinson batte le sue note vibrando,
mentre la voce, molto intensa, scandisce i versi: è un dialogo a
due profondo e toccante.
Era da tempo che Dylan non ci faceva sentire un brano
di questa portata, con buona pace per il signor Joel.
«Can 't wait» è un breve racconto,
scuro come la notte, tetro, con batteria ed organo in evidenza: una fuga
dal mondo delle ombre, una fuga disperata.
Ancora un brano moderno, influenzato dal poeta della
notte; anche nell'uso della voce, più roca del solito. Se Wim Wenders
si decidesse a fare un bel giallo, magari in bianco e nero, seguendo il
vecchio Hawks o certe raffinatezze di Lang o di Huston, questa canzone
sarebbe perfetta come colonna sonora.
Chiude il disco la chilometrica «Highlands»,
più di sedici minuti (ed il disco supera abbondantemente i settanta).
È un racconto, un lungo racconto, una storia di
vita, che si dipana su una tematica fondamentalmente triste: sembra quasi
di leggere una novella di Cormack McCarthy.
Una batteria fluida, l'organo liquido, la chitarra lontana
e la voce: la voce, che quasi parla, anza racconta, mentre la musica la
segue circondandola di sonorità cicliche.
Non è un brano facilmente assimilabile, ma ha
una sua forza epica, una sua interiorità vibrante che la avvicina
a racconti senza tempo come «Desolation row» o «Sad eyed
lady ofthe lowlands».
Lentamente il brano prende corpo, il blues è sempre
importante, sviscerato in mille scaglie sonore, che danno corpo ad una
composizione di indubbio fascino.
Dylan nomina Neil Young e lascia fluire la sua voce in
un racconto fiume di cui mi piacerebbe molto conoscere il testo: «...
I woke up this morning... I look to you... I listen Neil Young...White
clouds, swing down low... My heart is belonging... Must be holiday, long
time ago... I don't do sketches on me... Lost love... Down in busy street...
Everything is the same, there no easy other way to go Some things are lies...
Forget trouble... Someday just ask me, the sun is beginning to shine on
me... ».
Gran disco quindi.
Non un disco facile, non una manciata di canzoni da fischiettare,
ma una serie di composizioni solide che fanno pensare, che ci obbligano
ad ascoltare con attenzione, che visualizzano senza mezzi termini il mondo
che ci circonda, che mettono a nudo i sentimenti.
Paolo Carù
"TIME OUT OF MIND"
un grande disco per l'inverno che dobbiamo attraversare
Ottobre è alle porte e l'aria autunnale aleggia
nelle strade, mai come in questo momento abbiamo bisogno di dischi caldi
e accoglienti, mai come in questo momento, poco distratti dagli eventi
esterni, abbiamo bisogno di calore.
Stupisce che un artista come Dylan giunto ormai al quarantunesimo
(!) album sia in grado di darci tutto quello di cui abbiamo bisogno così
come trent'anni fa (e noi lo immaginiamo sempre seduto di fronte al pianoforte
di nero vestito alla ricerca dell'accordo perduto).
Questo nuovo album come avrete appreso da alcuni indizi,
non ultima la copertina della nostra rivista, tende al capolavoro ma l'album
non è costituito solo da buone canzoni; no, non basta, tutte le
canzoni che compongono questo album hanno la capacità di coinvolgere
l'ascoltatore grazie all'interpretazione magistrale e vissuta dell'artista.
Dylan modella attraverso le parole gli stati d'animo
che accompagnano i suoi pensieri: «Time out of mind» non è
un disco maturo, è un disco vissuto e dolente. Noi ci immaginiamo
il suo interprete che si avvicina al microfono tenendo una mano sul cuore
per tamponare una ferita ancora aperta, mentre macchie di sangue colorano
lo spazio vicino all'asta del microfono.
I testi sono ricchi di luoghi «visivi» ombre,
strade, porte che diventano luoghi d'addio, treni, stazioni e tra queste
melanconie - è senza dubbio l'album più blues del Nostro
- si evidenzia una nota amara del vivere quotidiano, associata ad una vecchiaia
che si sente prossima, a una lenta trasformazione fisica, al pensiero di
aver bisogno di qualcuno che ci possa confortare nei momenti difficili,
momenti che «sentiamo» approssimarsi.
Splendido al solito il lavoro di produzione di Daniel
Lanois che si è immerso con impegno nella poetica dylaniana riuscendo
ad estrarre il meglio da questo poeta (il più grande poeta del Novecento,
secondo Allen Ginsberg; forse non il più grande ma certo tra i personaggi
di questo secolo). Partecipano in sala d'incisione oltre a Dylan e a Lanois,
che suona diversi strumenti, Jim Dickinson, Augie Meyers e Cindy Cashdollar
e il bravo Duke Robillard.
Il canto di Dylan è intenso e partecipe come non
mai e non si può rimanere insensibili a queste canzoni così
ricche di emozioni: undici canzoni compongono l'album e tutte undici hanno
una bellezza particolare. È stato bravo Lanois ad assecondare Dylan,
tutti i brani hanno una durata media di cinque-sei minuti fino a raggiungere
l'apice con la conclusiva «Highlands» che supera i sedici minuti,
d'altronde Dylan fin dai tempi di «Like a rolling stone» ci
aveva abituato a governare lo spazio di una canzone attraverso i suoi tempi
musicali.
Al solito lontano dalle mode e dalle scene musicali,
Dylan come un animale ferito, ha ripreso a viaggiare per il mondo, come
se questo vagare ininterrotto fosse l'unico rimedio al male di vivere.
Nei testi ricorrono a volte citazioni autobiografiche
ed una lieve ironia circonda poi alcune canzoni, studiamone assieme le
più significative.
L'album si apre con la splendida «Love sick»
e la strofa introduttiva merita di essere riportata:
«I'm walking through the streets that are dead
Walking, walking withyou in my head
My feet are so tired
My brain is so wired
And the clouds are weeping
Did I hear someone tell a lie
Did I hear someone distant cry
I spoke like a child
you destroyed me with a smile
While I was sleeping
I'm sick of love...»
( «Cammino attraverso le strade deserte/cammino cammino pensando sempre a te/i miei piedi sono stanchi/la mia testa confusa/e anche le nuvole in cielo sono cariche di tristezza/ho sentito qualcuno dire una bugia/ho sentito qualcuno gemere in lontananza/adesso mi comporto come un ragazzo/ma tu mi hai distrutto con un sorriso/mentre stavo dormendo/sono ammalato d'amore).
Ma il testo possiede anche una forza «visiva» quasi cinematografica: «I see the lovers in the meadows I see I see silhouttes in the window I watch them till they've gone and they leave me hanging to the shadow I'm sick of love I hear the clock tick This kind of love I'm love sick»
( «Ho visto gli amanti nei prati/Ho visto i loro profili alle finestre/Li ho osservati finchè non mi hanno lasciato/Immerso nell'ombra /Sono ammalato d'amore/Sento il ticchettio dell'orologio/Per questo tipo d'amore/sono ammalato d'amore).
A parte le assonanze tra «meadow», «window»
e «shadow» anche la rima tra «clock tick» e «Love
sick» è molto musicale.
Il brano termina, come spesso accade nella vita reale
e nelle più efferate soap opera tra maledizione e speranze: «I
wish I never met you I'm sick of love I'm trying to forget you Just don't
know what to do I'd give anything to be with you»
«Vorrei non averti mai incontrato/sono ammalato d'amore/e sto cercando di dimenticarti/Non so proprio come fare/Darei tutto per stare con te).
Grande testo ed intensa interpretazione: ottimo brano
d'apertura a cui segue «Dirt Road Blues» un pregevole blues
elettrico, forse il brano più sereno di questa raccolta. Robillard
e amici si divertono nel suonarla.
Già con il terzo brano, anch'esso tendente alla
meraviglia, Dylan confessa il suo stato d'animo. La canzone si intitola
«Standing in the doorway» e anche qui molte le immagini e gli
elementi autobiografici, descritti con lieve ironia.
Eccovi I'incipit:
«I'm walking through
Those summer nights
the jukebox playing alone
yesterday everything was going too fast
today it's movin' too slow...»
( «Cammino in queste notti estive/un jukebox suona solitario/ieri tutto correva troppo velocemente/oggi tutto mi sembra troppo lento...)
«I got no page to turn
I got nothing left to burn
don 't know if I saw you
If I would kiss you or kill you...»
(«non ho pagine da girare/non ho nulla da bruciare/non so se rivendendoti/ti bacerei o ti ucciderei...).
Oltre all'immagine del jukebox che solitario suona per
le strade deserte è bellissima la strofa dove il protagonista racconta
il suo stato d'animo verso la donna amata «se ti incontrassi potrei
baciarti o ucciderti» (da leggere o rileggere «Frammenti di
un discorso amoroso» di Roland Barthes, Einaudi editore, fine della
citazione colta).
E in questo brano «il fantasma del loro vecchio
amore» evocato dal protagonista ritorna a far sentire le sue pene
e l'interprete non dimentica certo quando «You left me standing/in
a doorway crying/under the midnight moon» (Mi hai lasciato/piangendo
sull'uscio di casa/al chiarore della luna di mezzanotte).
Ma ecco la parte più autobiografica:
«I eat when hungry
drunk when I'm dry
and live my life on a square
and even if the flesh falls off my face
I know someone will be there to care
and it always mean so much
even the softest touch...»
( «Mangio quando ho fame/Bevo quando ho sete/E la mia vita trascorre con monotonia/Ed anche se la mia pelle è cadente/So che qualcuno si prenderà cura di me/ed anche il gesto più semplice/significherà sempre qualcosa per me...).
E un Dylan intimista, autobiografico che sente il peso
degli anni e sente l'arrivo dell'inverno della vita: tra i brani migliori
di questo notevole album.
«Million miles» è un blues urbano
anzi è un underground blues cupo e sordo che narra un'ennesima lontananza
affettiva dove «lui» cerca di avvicinarsi ma «milioni
di miglia» lo separono da «lei»:
«You took the silver, you took the gold
you left me standing in the cold
people ask about you, I didn 't tell
anything I know
well I'm tried to get closer but
I'm still million miles from you»
«Hai preso l'argento e l'oro/e mi hai lasciato al gelo/la gente mi chiedeva di te e io non sapevo cosa dire/ho cercato di starti più vicino/ma sono ancora milioni di miglia lontano da te).
Un brano, questo, ricco di rumori, di suoni sporchi, un brano che sarebbe piaciuto a Tom Waits.
«Tryin' to get to heaven» è una dolce e lenta composizione, ritmata a colpi d'ironia nel riff delle strofe finali quando il protagonista dichiara i suoi intenti: «Vorrei raggiungere il Paradiso prima che chiudano la porta».
Voliamo sempre molto alti e ci alziamo ancora di più con il blues elettrico di «Till i fell in love with you» dove ritroviamo una strofa apparsa molte volte sui quotidiani per annunciare l'uscita di quest'album:
«Boys in the street
beginning to play
girls like birds
flying away
when I'm gone
you will rememher my name
I'm gonna win my way
til the end of day
yet I just don 't know what I'm gonna do
I was alright til I fell in love with you»
(«I ragazzi in strada/iniziano a giocare/le ragazze come uccelli/volano via/quando anch'io me ne sarò andato/ricorderete il mio nome/per adesso sto vincendo/fino al termine della giornata/ancora adesso non so cosa sto facendo/stavo bene/finchè ero innamorato di te).
E anche questo brano sembra davvero scritto con il sangue talmente è ricco d'amarezza, di brutti presagi sulla vecchiaia, sulla morte, sugli amori passati ed è bellissima la strofa finale:
«Well I'm tired of talkin'
I'm tired of trying to explain
my attempts to please ya
They were all in vain»
(«Sono stanco di parlare/sono stanco di cercare di spiegare/i miei tentativi di rendermi piacevole ai tuoi occhi/tutto tempo sprecato).
Devo ammettere che il verso «I'm tired of trying
to explain» mi ha riportato alla memoria un brano di Van Morrison
dall'eloquente titolo «Why must I always explain» da «Hymns
to the silence», scusate il parallelismo ma non son riuscito a reprimerlo.
Sembra quasi che il Dylan attuale ami nascondere tra le canzoni d'amore,
strofe che illuminano il suo pensiero sulla vita, sulla morte, e sul significato
stesso di vivere.
Dylan non ha mai nascosto il suo bisogno di spiritualità
ed anche in questi brani oltre a «God», «Heaven»
ed altri elementi si nasconde una reale ricerca spirituale; provate a leggere
questa frase cercando di non immaginare una donna amata come soggetto finale
ma una entità suprema:
«I've been hit too hard
and see too much
nothing can heal me now
but your touch
I just don 't know what I wanna do
it was alright til I fell in love with you»
«Sono stato percosso molto rudemente/e ho visto troppe cose/ma niente mi può guarire/se non il tuo tocco/non so che cosa ho in mente di fare/stavo bene finchè avevo il tuo amore»).
Anche in questa ambiguità risiede il fascino del brano ma non è ancora finita, l'ispirazione di Dylan vola davvero alta con la splendida «Not dark yet», dark sound, dark lyrics: una canzone che Nick Cave avrebbe ceratmente voluto scrivere. «Not dark yet» è una dolce e lenta ballata che ammalia per la malinconia che pervade tutto il brano: «Non è ancora buio ma lo sarà tra poco» ma non termina solo la giornata terminano i sogni, termina l'amore, termina la vita. Eccovi l'inizio:
«Shadows are fallin ,
and I've been here all day
it's too hard to sleep
time is running away
feel like my soul
has turned into steel
I've still got the scars
but the sun in my eyes
it's not even room enough
to be anywbere
it's not dark yet
but it's getting there»
(«Le ombre stano calando/ed io sono rimasto qui tutto il giorno/è difficile prendere sonno/il tempo corre in fretta/sento che la mia anima è diventata durissima/ho ancora le cicatrici/ma ho il sole nei miei occhi/non c'è spazio sufficiente/per essere altrove/non è ancora buio/ma lo sta diventando»).
Anche in questo brano molti gli elementi spirituali per un'altra canzone che si presta a diverse interpretazioni, anche in questo brano un senso di morte aleggia tra le liriche e queste tenebre incombenti rendono davvero «scuro» il suono e l'atmosfera del brano, toccante il finale:
«don 't even hear the murmur
of a prayer
it's not dark yet
but it's getting there»
«Non senti l'eco di una preghiera/non è ancora buio/ma lo sarà presto»).
«Cold irons bound», «Can't wait»
e «Highlands» confermano la grandezza compositiva del Dylan
versione 97 ed è splendido il tappeto sonoro creato da Lanois and
friends per farci gustare al meglio le liriche di questo grande poeta.
Purtroppo, e sottilineo purtroppo, il compact disc di
«Time out of mind» non conterrà i testi delle canzoni
è questa è una grande fesseria.
Spero davvero che la notizia sia inesatta perchè
privare delle liriche un album così intenso significa fare un pessimo
servizio all'ascoltatore che non pratica la lingua inglese. Fesseria, pura
fesseria.
Ho lasciato per ultima la canzone più breve della
raccolta «Make you feel my love», solo tre minuti e qualcosa,
niente di fronte ai sedici minuti di «Highlands» e poco di
fronte ai cinque/sei minuti delle altre canzoni qui raccolte.
Non è la più bella ma dimostra alcune cose.
Primo che Dylan è un grande compositore e un grande prestigiatore
di parole. Trascrivo la prima strofa per sottolinearne la bravura nel comporre
canzoni d'amore:
«When the rain is blowing in your face
and the whole world is on your case
I could offer you a warm embrace
To make you feel my love
When evening shadows and the stars appear
and there is no one there to dry your tears
I could hold you for a million years
ta make you feel my love...»
(Quando la pioggia bagna il tuo viso/e tutto il mondo ti appartiene/io potrei offrirti il mio caldo abbraccio/per farti sentire il mio amore... Quando appaiono le ombre notturne e le stelle/e non c' è nessuno che asciuga i tuoi occhi/io potrei cullarti per un milione di anni/per farti sentire il mio amore...»).
Il tutto è giocato su un ritmo circolare, con pochi
stacchi e con il verso «to make you feel my love» ripetuto
al termine di ogni strofa così da essere immediatamente memorizzato.
Intelligentemente il brano è di breve durata perchè
deve essere ricordato facilmente ma non può dilatarsi oltre misura
altrimenti diminuirebbe la sua forza emotiva.
Di questa canzone abbiamo il testo perchè il signor
Billy Joel nel suo recente «Greatest Hits vol. 3» ha introdotto
questo brano - evidenziato con bello sticker (Includes «To make...»)
sulla cover del CD.
Arrivo quindi al secondo punto e vorrei sottolineare
che: Billy Joel è un bravo cantante, possiede una bella voce, certamente
migliore di quella di Dylan ma... manca completamente il vissuto, l'aura
leggendaria, il mito (come si dice oggi) del protagonista.
Dylan ha una voce nasale, in questo album ancora più
cavernosa e scura - in linea quindi con le canzoni dell'album in oggetto
- ma grazie a lui, le canzoni prendono vita, si animano, «arrivano»
all'ascoltatore.
Il Dylan ferito, triste, con le cicatrici ben in evidenza,
il Dylan che sente la vecchiaia bussare alla porta ci racconta la sua vita,
Billy Joel racconta quella di Dylan e non è la stessa cosa: «Nobody
sings the blues as Blind Willie McTell» ma è vero anche che
nessuno canta le canzoni come sa fare Dylan.
Averne di album siffatti.
Un grande disco per l'inverno che tutti dobbiamo attraversare.
Guido Giazzi
da "Buscadero" n.184 dell'ottobre 1997
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