D&R con D.A. Pennebaker
Lunedì, 26 Febbraio 2007 - Di CAROLINA A. MIRANDA
da "Time"

Quando il regista D.A. Pennebaker si mise in viaggio con Bob Dylan nel 1965 per filmare un documentario sul tour inglese del musicista, era inconsapevole del fatto che stava per fare la storia.
Per esempio, Pennebaker sapeva a stento chi fosse Dylan.
Per di più, non avrebbe mai potuto prevedere che il suo documentario Spartano in bianco e nero, che evitava le tecniche narrative tradizionali, allo stesso modo in cui rifuggiva da una storia e dalle interviste, sarebbe stato acclamato come il più grande documentario rock di tutti i tempi.
Quarant'anni dopo il suo debutto, Bob Dylan: Don't Look Back è stato con cura rimasterizzato e sarà pubblicato questa settimana in un doppio dvd (che contiene un sacco di extra che vale davvero la pena di vedere) da Docurama. Pennebaker, che ha diretto anche dozzine di altri documentari molto noti, tra cui Monterey Pop ed il candidato all'Oscar The War Room, ha chiacchierato con l'inviata del TIME Carolina A. Miranda a proposito della conversazione di Dylan che avrebbe voluto filmare ed a come il film quasi rischiò di non essere mai proiettato.

TIME: Il documentario testimonia l'ultimo tour acustico di Dylan. Avevi capito che stavi catturando su pellicola un momento così significativo della sua carriera?

Pennebaker: Veramente no. Ignoravo completamente la cosa. Non lo sapevo che stava per lasciare i concerti acustici. Sapevo che stava trascinando avanti la cosa con un po' di monotonia. Per lui era davvero una noia dover andare sul palco ogni sera mentre il resto di noi se ne stava seduto in giro a divertirsi nella green room.

L'anno dopo hai anche filmato Dylan per un film inedito dopo che aveva messo su una band ed aveva iniziato a suonare in elettrico.

Oh, sì. E si stava divertendo davvero un sacco. Saltava intorno come un grillo. L'intero scenario era cambiato all'istante. Era un genere di musica diverso.

Si divertiva anche se il pubblico lo fischiava per non essere rimasto fedele alle sue radici folk?

Non gliene importava. Voleva divertire se stesso. Se la gente voleva gridargli "Giuda," era parte del divertimento. Inoltre c'era un sacco di gente alla quale piaceva qualsiasi cosa egli facesse. Dylan voleva essere un (Jack) Kerouac di successo: un totale populista romantico in un'epoca in cui fondamentalmente
tutto - film, musical, opere letterarie - erano rinchiusi nei confini intellettuali. Dovevi essere un tipo di scrittore o l'altro. Dylan non amava le etichette.

Gran parte del film è dedicato a Dylan che si accapiglia con la stampa. Perchè credi che fosse così scorbutico con i giornalisti?

Quelle anime candide, venivano inviate ad intervistarlo e non sapevano quasi nulla di lui. Dylan faceva diventare l'intera cosa una specie di circo. Si divertiva. Ma non mi è mai sembrato che fosse particolarmente meschino in quelle interviste.

Però c'è una scena nella quale Dylan fa una prolissa recriminazione dei mezzi di informazione con il corrispondente della rivista TIME, Horace  Judson. Se devo essere onesta, non avrei voluto essere nei panni di Judson.

Ho l'articolo che [Judson] scrisse. Era un pezzo davvero buono su Dylan. Pensai che Dylan alla fine fosse stato abbastanza gentile. Quando mostro il film a qualcuno, specialmente ai ragazzini, vogliono vedere in quella scena qualcuno che si scaglia contro TIME. Ma non è così. Dylan si stava scagliando contro l'intero sistema dei mezzi di comunicazione contro cui la gente si scagliava già da un sacco di tempo. Non ho mai pensato che fosse stata una cosa meschina.

Ci sono stati dei momenti che hai trascorso con Dylan e che non sei riuscito a catturare su pellicola ma che ti sarebbe piaciuto filmare?

Certo, quando [il cantante pop] Donovan ha incontrato per la prima volta Dylan nella sua camera. Avevo la cinepresa ma Dylan mi disse "Non voglio che tu filmi nulla di questo". Così non filmai. Donovan suonò una canzone, che aveva il motivo di "Mr. Tambourine Man", ma con parole diverse. Dylan non reagì. Si limitò ad ascoltare. Alla fine, Donovan si rese conto che tutti noi eravamo lì seduti che ci trattenevamo a stento. Poi disse [a Dylan], "Beh, ti ho sentito cantare questa cosa da qualche parte e pensavo che fosse una canzone tradizionale, così pensai che potessi appropiarmi del motivo." Dylan rispose: "Ci sono state un sacco di canzoni che la gente mi ha accusato di aver sgraffignato, ma questa non è una di quelle." E lasciò andare la cosa. Fu un momento molto divertente. Sarebbe stato bello riuscire a riprenderlo, ma con questo tipo di regia cominci a capire che ti stai perdendo il 90 per cento di quello che succede quando è troppo tardi.

Quale fu la reazione di Dylan la prima volta che vide il film?

Quando lo completai, lui lo vide ad Hollywood in una proiezione tremenda. Dopo di che mi disse "Faremo un'altra proiezione ed io scriverò tutte le cose che devono essere cambiate". Naturalmente questo mi rese un po' triste. La sera dopo ci ritrovammo di nuovo e lui si sedette di fronte allo schermo con questo blocco di carta gialla. Alla fine del film guardai il blocco che teneva in mano e non c'era scritto sopra niente. Mi disse "Va bene così".

Il film rischiò quasi di non essere distribuito. Infatti, tu dichiari nel commento del DVD che un distributore lo aveva definito un "disastro." Come fu che alla fine il film uscì?

I distributori pensavano che fosse troppo indigesto per i cinema. Andai in un locale portandomi dietro due grosse bobine. Le diedi al proiezionista e arrivarono tre o quattro persone che si sedettero. Ma alla fine della prima bobina, quando furono riaccese le luci, se n'erano andati via tutti. Eravamo un po' scoraggiati. Un giorno mi chiamò un tizio e mi disse: "Mi piacerebbe dargli un'occhiata". Era il gestore di una catena di cinema porno disseminata lungo tutta la Costa Ovest. Alla fine della proiezione mi disse: "Sembra un film porno, ma non lo è. E' proprio quello che stavo cercando".
Così venne proiettato in questo cinema di San Francisco per buona parte dell'anno. I giornali cominciarono a recensirlo. La gente cominciò ad arrivare a frotte. Ben presto i cinema vennero a chiedercelo.

So che hai avuto simili problemi distributivi con Monterey Pop, il tuo film sul festival omonimo che presentava eccezionali esibizioni di Janis Joplin e Jimi Hendrix.

Sì. Lo feci proiettare in un cinema porno del Lower East Side [di Manhattan]. Fu il solo cinema che riuscii a trovare. Rimase in programmazione per un anno. La gente arrivava. In effetti la stessa gente veniva ogni Venerdì e si metteva a fumare erba nei gabinetti. Il tipo che gestiva il locale era felicissimo. Faceva soldi a destra e a manca. Non voleva fermarsi.

In quel film hai registrato il filmato ormai leggendario del primo grande concerto Americano di Hendrix. Qual era l'atmosfera tra il pubblico quando suonò?

John Phillips [dei Mamas and Papas] mi aveva avvisato: "C'è questo grande musicista blues che dà la sua chitarra alle fiamme". Io non sapevo cosa aspettarmi. Per alcune persone che erano presenti, la sua esibizione era solo rumore e la cosa lì fece arrabbiare. Nei primi tre o quattro minuti era solo rumore per me, concordo. Non sapevo cosa pensare. Sapevo che dovevamo riprendere tutto quello che faceva. Sapevamo che era qualcosa di diverso e che era qualcosa di sorprendente e storico.

Perchè eviti l'uso della narrazione e le interviste in camera nei tuoi film?

In realtà cerco di essere Ibsen. Questa è la mia speranza segreta: che in qualche modo possa trasformarmi in Ibsen. Ci sono cose che succedono in continuazione alla gente reale. Non hai bisogno di farli recitare o di scriverne le parti. Io cerco di fare un'opera non un qualcosa  di educativo.

C'è un detto in antropologia secondo il quale l'osservatore modifica il comportamento dell'osservato. Ti sei mai trovato in situazioni nelle quali hai sentito che la tua presenza influenzava davvero le cose?

Non spesso. E' il tuo atteggiamento nei confronti della cinepresa che determina ciò. Se tu metti su luci e trepiedi e hai tre assistenti che vanno avanti e indietro, allora la gente cerca di liberarsi di te quanto prima possibile. Ma se tu ti comporti in maniera opposta, se fai sì che la cinepresa sia la cosa meno importante nella stanza, allora la cosa è diversa. A volte io l'ho lasciata sul pavimento. Altre volte me la metto in grembo. Altre volte la metto sul tavolo e la accendo. Non è un grosso problema.

Qual è il prossimo argomento che affronterai?

Il mese prossimo faremo uscire una cosa che ho realizzato insieme ad Al Franken. E' una cosa meravigliosa perchè vedi questo delinquente personaggio da Saturday Night Live che cambia vita e si trasforma in una dinamo politica. Lo abbiamo filmato per oltre un anno e mezzo. Si intitola Al Franken: God Spoke. Non sono sicuro perchè abbia quel titolo. Ma gli si adatta bene e così tutti se lo ricordano.

Come sono i tuoi filmati casalinghi?

Credo che tutti i miei film siano una sorta di film fatti in casa! Solo che alcuni sono più costosi di altri.


traduzione di Michele Murino