BOB DYLAN & THE BAND
di Michele Murino

Nell'arco di tempo che andò dalla fine degli anni sessanta alla metà degli anni settanta "The Band" si impose all'attenzione del pubblico (ma soprattutto della critica) come uno dei fenomeni più rilevanti nel campo della musica rock.
La storia del gruppo ha inizio nel 1958 ed è legata al cantante Ronnie Hawkins (il Bob Dylan del film "Renaldo and Clara"), un musicista dell'Arkansas, ed il suo batterista Levon Helm, suo corregionale.
Ad essi si aggiunsero il pianista Willard Jones ed il bassista Jimmy Evans.
Nacquero così Ronnie Hawkins & The Hawks che si esibivano soprattutto in Canada.
Il pianista Willard Jones abbandonò il gruppo ben presto ed Hawkins fu costretto a cercare un sostituito che individuò in Scott Cushnie, amico di Robbie Robertson con il quale suonava in una band, che si disse disposto ad entrare negli Hawks solo se Robbie fosse stato preso con lui.
Così Robertson entrò nel gruppo. Suonava il basso e prese il posto di Jimmy Evans, il bassista precedente. Naturalmente ben presto Robbie cambiò di ruolo fino a diventare il grandissimo chitarrista che tutti conoscono, protagonista - ad esempio - del famoso tour inglese del '66 insieme a Bob Dylan.
A sostitutirlo al basso arrivò Rick Danko. Poi fu la volta di Richard Manuel al piano.
A questo punto "The Band" era quasi composta interamente. Mancava solo un membro che arrivò di lì a poco, Garth Hudson (un musicista con background classico, per questo capace di leggere le partiture) che entrò nel gruppo come organista.
"Ronnie Hawkins & The Hawks", questo il nome iniziale scelto dal gruppo, cominciarono così a portare in giro i loro spettacoli di rock'n'roll in un periodo in cui questo genere musicale sembrava morto.
Ronnie uscì poi dal gruppo che divenne "Levon and the Hawks" e poi "The Canadian Squires". I contorni di quella che sarebbe stata "The Band" cominciarono a delinearsi sempre più nettamente. Così come la loro musica e le loro canzoni che si orientarono sempre più in direzione di un ambiente rustico, con storie antiche, che facevano proprio il retaggio della Vecchia America. Cio' che sembrò in realtà un paradosso in un'epoca di folk/rock e di psichedelia e fece del gruppo un caso del tutto atipico nel panorama della musica del tempo dominata da tematiche "hippy", misticheggianti, orientaleggianti (Beatles in testa).
Robbie Robertson ed i suoi invece andarono a ripescare gli stilemi della musica "povera" degli U.S.A., quella delle ballate appalachiane o quella delle canzoni degli stati del Sud intrise di religiosità e di temi "da sermone". La bravura dei musicisti, la loro versatilità, la capacità di utilizzare strumenti diversi e spesso inusitati in quel genere, e la presenza di un organista del calibro di Garth Hudson, conferirono alle loro canzoni anche un retroterra classico che ne fecero talvolta dei brani accostabili alla tradizione della musica sacra.
La storia degli Hawks, ormai orfani del fondatore Ronnie Hawkins, cambiò dopo l'incontro con Bob Dylan (essi furono presentati al genio di Duluth da John Hammond, Jr.).
Dylan cercava musicisti che lo affiancassero sul palco. Era l'estate del 1965 ed una segretaria di Toronto di nome Mary Martin, che lavorava per il manager di Bob Dylan, Albert Grossman, suggerì a Dylan che gli Hawks potevano essere il gruppo giusto per accompagnarlo sul palco nel suo primo tour elettrico.
La scelta di Dylan cadde inizialmente su Robbie Robertson e Levon Helm che suonarono con lui a Forest Hills in un concerto del 1965. Poi, quasi come naturale conseguenza vista l'amicizia che li legava, l'intero gruppo divenne la backing band di Bob Dylan.
I membri di "The Band" (che allora però erano ancora - e lo sarebbero stati per alcuni anni - The Hawks) si ritrovarono ad affrontare un grosso problema quando si unirono a Dylan dal momento che passarono da un pubblico che si divertiva e ballava al ritmo della loro musica r&b e r'n'r ad un pubblico che li fischiava (e soprattutto fischiava Dylan) per partito preso (dopo il famoso tradimento di Newport '65 Dylan aveva abbandonato il folk di impegno sociale e le canzoni acustiche per il rock e l' "elettricità").
Il gruppo di Robertson e soci seguì Dylan in tour in Australia ed Europa ma Levon Helm lo abbandonò ben presto stufo di essere fischiato in continuazione.
Legato a "The Hawks" è ad esempio l'episodio entrato ormai di diritto nella mitologia del rock e avvenuto alla Free Trade Hall di Manchester nel 1966 quando il pubblico cominciò a contestare Dylan e la band non gradendo i pezzi elettrici e contestando Dylan (il crimine in questione era stato il "tradimento" di Dylan, il rinnegato vendutosi al sistema per far soldi e diventato nel giro di un anno e di un paio di album - i due capolavori Bringing It All Back Home e Highway 61 Revisited - una rockstar con tanto di occhiali scuri, abbigliamento "punk" ed atteggiamenti da divo e che aveva, a dir loro, rinnegato gli ideali ed i vecchi amici dell'ambiente folk pur di arricchire e diventare un'icona della musica rock).
Gli spettatori di Manchester cominciarono a gridare, fischiare, battere lentissimamente le mani in segno
di protesta chiedendo che Dylan mandasse a casa la band (cioè Robbie e soci) e suonasse i suoi pezzi
con la sola chitarra acustica come era avvenuto nella prima parte dello spettacolo (lo show infatti era costituito da una prima parte acustica con il solo Dylan ed una seconda parte elettrica in cui Bob era accompagnato dagli Hawks).
Finchè uno spettatore più intraprendente degli altri si rivolse direttamente a Dylan gridando a pieni
polmoni il celebre insulto: "Judas!!!", entrato anch'esso di diritto nella storia e nella leggenda del Rock.
Bob, dopo aver mugugnato alcune velenose frasi tra i denti: "I don't believe you!"... "You're a liar!" (Non ti credo... Sei un bugiardo) si voltò furioso sibilando di suonare al massimo del volume (la frase testuale fu "Play fuckin' loud" ossia "Suonate fottutamente forte") rivolto a Robbie Robertson and The Hawks, dietro di lui, frementi sui loro strumenti e che diedero inizio alla torrenziale "Like a rolling stone".
Il tutto può essere ascoltato nel doppio album "The bootleg series vol. 4" con l'intero concerto di Manchester.
Ecco Paolo Vites al riguardo: "Alla Free Trade Hall di Manchester Bob Dylan e The Band si lanciarono in un brano rimasto per sempre inedito, un rock'n'roll vibrante e passionale, Tell Me Mama. E cominciavano i fischi. Molti abbandonavano la sala. Nella tradizione concertistica inglese, poi, gli 'attivisti', cominciarono, tra un brano e l'altro, un serrato battere di mani che corrispondeva ai molto più proletari fischi di americana tradizione. Addirittura, come si racconta nel libro "Like The Night", una ragazza si alzò dal suo posto per consegnare un fogliettino allo stesso Dylan. C'era scritto: “Manda a casa il gruppo e suona da solo". Ma Dylan continuava imperterrito. “La più grande frustrazione” racconta Robertson “era di essere consapevoli di aver suonato della grandissima musica ed essere accolti dai fischi. Alla sera, in albergo, riascoltavamo le registrazioni ed eravamo scioccati dalla musica che eravamo riusciti ad ottenere. Ma quelli fischiavano...”.
Inoltre era dura stare dietro a Dylan che era solito improvvisare sul palco, cambiare le canzoni, le tonalità, gli accordi, problema che solo con il tempo e l'affiatamento fu superato.
Il legame con Bob Dylan fece finire The Band nell'orbita del manager di Bob, Albert Grossman.
Dopo il tour Dylan si ritirò a Woodstock dove iniziò a lavorare al suo film documentario relativo al tour europeo dal titolo "Eat the document".
Richard Manuel e Rick Danko cominciarono ad andare a trovare Dylan regolarmente a casa sua per aiutarlo con il film.
Gironzolando a Woodstock Danko scoprì una casa dipinta di rosa (la celebre Big Pink) che si trovava nel mezzo di enorme distesa di campagna con un bellissimo laghetto al centro. Un posto delizioso. Danko, Manuel ed Hudson insieme con le proprie famiglie si trasferirono lì e Robertson poco lontano. Il posto era molto vicino al luogo in cui abitava Bob Dylan.
"Tutti ricordano quel periodo con grande tenerezza - dichiarò Danko - Era la prima volta da quando eravamo on the road che avevamo l'occasione di avere uno spazio per poter respirare, tempo per pensare a cosa fare. Era bellissimo non avere più la pressione del pubblico, avere il tempo e lo spazio per poter fare i nostri lavori di casa, per riflettere. Fu un grande periodo.".
"Potevamo andarcene nei boschi con Hamlet (il loro gigantesco cane) - ricorda Hudson - I boschi erano appena fuori dalla porta di casa...".
Ogni giorno Robertson, Danko, Manuel, Hudson e Bob Dylan si incontravano nel luogo che venne appunto ribattezzato Big Pink dal colore della facciata esterna della casa, e per due o tre ore al giorno scrivevano canzoni, buttavano giù idee, suonavano vecchi brani dimenticati dei generi più disparati ed ogni tanto registravano alcuni di questi brani su di un registratore a due piste posto nella cantina della casa.
Registrarono un'infinità di pezzi (inediti di Dylan come You ain't goin' nowhere, Crash on the levee e molti altri o vecchi brani riarrangiati) che diedero poi vita ai celebri Basement Tapes (parzialmente pubblicati ufficialmente in un doppio cd e reperibili integralmente solo su "The Genuine Basement Tapes", un cofanetto di cinque bootleg).

Big Pink
Il disco ufficiale, pubblicato nel 1975 e di cui si occupò in particolare Robbie Robertson, contiene oltre a canzoni di Bob Dylan e Band anche brani di questi ultimi e precisamente: Orange Juice Blues, Yazoo street scandal, Katie's been gone, Bessie Smith, Ain't no more cane, Ruben Remus, tutte scritte da Robertson e Manuel tranne il traditional Ain't no more cane. Scrive Alessandro Carrera su Maggie's Farm a proposito di questo album: "Si tratta di un doppio, registrato nel 1967, pubblicato ne1 1975, prodotto da Bob Dylan & The Band. L'anno di Blonde on Blonde è il momento di massima mitizzazione del personaggio Dylan che, terrorizzato dalla responsabilità che i mass-media hanno fatto gravare sulle sue spalle, va vicino più volte all'autodistruzione. Un gravissimo incidente motociclistico lo costringe a ritirarsi dalle scene. Per un anno produrrà canzoni privatamente, e le pubblicherà solo otto anni dopo. Un'altra transizione è in corso. Dylan ha paura del meccanismo che ha contribuito a mettere in moto. Quella disperata libertà, della cui esigenza si è fatto portavoce, lo spaventa. Scopre la insopportabilità dell'essere senza basi, senza sicurezze. Per il momento si libera con il nonsense. The Basement Tapes è pieno di divertissement, di giochi di parole, e nelle poche canzoni in cui Dylan ritorna alla «serietà» ricupera toni epici, una monumentalità di figure allegoriche che aveva abbandonato dal '64. «Un giorno o l'altro sarò liberato» dice I shall be Released, la canzone chiave dell'album. Liberato da che cosa? La liberazione non viene più da se stessi, dalla rifondazione della vita quotidiana, dall'amore. Essa deve venire dall'esterno, e in seguito sarà detto che giungerà come una rivelazione religiosa".
Ed ecco una dichiarazione di Robbie Robertson al riguardo: "Quando eravamo nel seminterrato di Big Pink e Dylan si metteva a cantare non capivo se Royal Canal l'avesse scritta lui o se fosse una vecchia
canzone folk. Non riuscivo a distinguere i pezzi che aveva scritto lui da quelli scritti da altri".
Robertson va anche oltre aggiungendo una frase che mette in luce un ulteriore aspetto relativo a questa
capacità di Bob di far sue le canzoni di altri, di personalizzarle, di far sembrare che ne fosse lui l'autore.
Robertson dice infatti: "Non mi piaceva molto quella roba che Dylan mi faceva ascoltare (le covers dei
Basement Tapes). Ma quando a cantarle era lui, quelle canzoni mi piacevano davvero".
"The Band" divenne dunque un gruppo che si conquistò una particolarissima scena in cui - abbinati ad un tipo di musica originalissima e non conforme alle mode - faceva propri i messaggi legati ai solidi valori morali dell'antico modo di vivere americano, valori quali il rispetto per il luogo di appartenenza, per la famiglia, per la casa e tutti i pregi della quotidianità, della semplicità di una vita vissuta all'insegna dell'amore per la campagna, per la natura, per i boschi ed i grandi spazi della Nazione Americana. Temi "rustici", "rurali" strettamente collegati ad un discorso alquanto conservatore (ma senza una valenza dichiaratamente politica) fatto di Patria, famiglia e libertà.
"Ci ribellavamo alla ribellione - disse provocatoriamente Robertson - Qualsiasi cosa succedesse. Se tutti andavano ad Est allora noi andavamo nel West...".
Con il manager di Dylan, Albert Grossman, i cinque firmarono allora un contratto per la Capitol Records. Il gruppo registrò un paio di demo perchè Grossman li utilizzasse per convincere una casa discografica a metterli sotto contratto. "Erano due demo orribili - ricorda Robertson - con un sacco di problemi di suono".
Tuttavia bastarono. Grossman cercò di proporli inizialmente alla Warner Bros ma il presidente della Casa Discografica, Mo Ostin, era fuori città e Grossman aveva fretta di concludere un contratto per i suoi pupilli. Così si rivolse alla Capitol che accetto subito di firmare il contratto. Contratto sul quale inizialmente il gruppo venne chiamato col nome di "The Crackers". Successivamente però Robertson e soci presero ufficialmente il nome di "The Band".


E' il periodo di un grande disco come "Music From The Big Pink" che fu una conseguenza diretta del lavoro sui Basement Tapes. Venne pubblicato nel 1968 e fu un disco rivoluzionario, qualcosa di mai sentito prima, un cocktail di gospel, rock'n'roll, blues e folk con l'aggiunta di musica classica e rythm n' blues.
Fu un disco Epocale. The Band e la Tradizione Americana. I cinque musicisti al top (il piano di Manuel!!! L'organo di Hudson "alla Bach"!!! Tutto al massimo) alle prese con gli stili più differenti dal country al blues in un periodo in cui dominava la psichedelia. Epico. La creatività dei compositori Robertson e Manuel è straordinaria in questo album in cui bisogna segnalare soprattutto il gospel di To Kingdom Come, la grande ballata The Weight, il vero capolavoro del disco (riproposto anche da Aretha Franklin che ne fece un gran pezzo soul), diventato un classico, e Chest Fever. Tutte canzoni di Robertson.
"The Weight" tra l'altro era presente nel film "Easy Rider" (ma non nel disco con la colonna sonora per motivi contrattuali), ed era un brano in parte ispirato dall'opera del regista spagnolo Luis Bunuel.
Richard Manuel è presente sul disco con la bella In A Station e con We Can Talk.
Da segnalare anche le covers di Bob Dylan "I shall be released" (con il falsetto di Richard Manuel a rendere unica questa versione e con le armonie del coro quale esempio perfetto del caratteristico stile vocale di "The Band", con Manuel sui toni alti, Helm in quelli bassi e Danko nel mezzo) , "This Wheel's on fire" ed un altro grandissimo brano come "Tears of rage" ancora di Dylan ma con la collaborazione di Manuel.
Richard la interpreta con grande emozione nella voce trasmettendo un senso di angoscia davvero unico.
In copertina l'album presentava singolarmente un dipinto di Bob Dylan (ne parlo più giù in questo saggio) e sul retro la celebre foto dei cinque membri vestiti "old style" (vedi foto qui sopra).
"Tears Of Rage", "Chest Fever", "We Can Talk", "This Wheel's On Fire" e "The Weight" furono registrate tutte a New York. Le restanti furono registrate a Los Angeles negli studi della Capitol.
The Band divenne allora un vero e proprio fenomeno e quel disco divenne uno dei più rilevanti della storia del rock.
Robertson, Manuel e Danko si occupavano anche della scrittura dei testi e tutti tranne Robertson e Hudson cantavano.
Nel 1969 alcuni pezzi registrati nella famosa cantina con Dylan vennero alla luce su di un bootleg chiamato "The Great White Wonder", il primo bootleg della storia del rock (per informazioni clicca qui) su cui trovavano posto un bel po' di rarità di Bob. Il mito di "The Band" fu ulteriormente ingigantito da quel disco.
Un secondo album fu pubblicato con il semplice titolo di "The Band", nel settembre del 1969, un album i cui testi furono scritti soprattutto da Robbie Robertson che così affrancò il gruppo dall'ombra di Bob Dylan e delle sue canzoni.
Due canzoni divennero dei veri e propri classici: "Up on Cripple Creek" e "The Night They Drove Ol' Dixie Down". In particolare questo brano fu un hit single portato al successo da Joan Baez che raggiunse la vetta della classifica USA.
E' uno dei migliori album rock di sempre. Il più equilibrato e compatto di "The Band".
Contiene come detto i grandi classici "da Frontiera" del gruppo. Il brano più bello è la ballata sudista The Night They Drove Old Dixie Down.
E' uno dei capolavori di Robertson ed è un "dipinto" della Guerra Civile Americana che dà voce alle storie di persone anonime che la raccontano dal punto di vista dei Sudisti.
L'armonica e la tromba di Hudson le conferiscono ulteriore fascino.
Vanno segnalati anche Across the Great Divide ed il divertente stomp "uptempo" di Rag Mama Rag con Levon Helm alla voce. Richard Manuel canta una toccante ballata al piano, Whispering Pines. Il rock campagnolo di "The Band" conquista il pubblico con questo album insuperato. Il mito e la poesia della frontiera americana di questo disco ispirò decine di artisti successivi.
Tutti i brani furono registrati in California, tra le colline di Hollywood in una casa di proprietà di Sammy Davis, Ir., tranne "Up On Cripple Creek", "Jemima Surrender" e"Whispering Pines" che furono incise a New York alla Hit Factory.
"Con l'album "The Band" - dichiarò Robertson - capii definitivamente chi eravamo davvero. Fu allora che dissi "Ecco, questo è il nostro suono, questo è quello che dobbiamo fare. Potremo proseguire e fare altri dischi e fare questo o quello, potremo cambiarci i vestiti, potremo cambiarci i cappelli. Non importerà. Questo è quel che siamo!".
"L'album doveva originariamente essere intitolato "Harvest" (Raccolto) - ricorda ancora Robertson, "come se noi avessimo piantato il nostro seme e questo fosse il frutto che finalmente raccoglievamo da tutto il nostro lavoro di quegli anni. Il nome del disco venne poi cambiato in "The Band" come risposta alla confusione che accompagnava da sempre il nome del nostro gruppo".
L'album fu un grande successo e raggiunse la nona posizione nella classifica di Billboard.
In quel periodo i cinque membri si ritrovarono diverse volte ancora con Dylan come quando suonarono al Woody Guthrie Memorial Concert e l'anno dopo, nel 1969, quando lo accompagnarono nella sua esibizione all'isola di Wight, ritorno sulle scene di Dylan dopo l'incidente motociclistico.
Il terzo album, "Stage Fright", fu altrettanto notevole ma l'uso di droghe ed il successo sempre crescente cominciarono a produrre una pressione insostenibile sui membri del gruppo. Anche la predominanza della figura di Robbie Robertson rispetto agli altri membri del gruppo cominciò a diventare un problema e fu causa di risentimenti interni alla band.
"The Band" è infatti in netto calo con questo album ma alcuni pezzi come la title track Stage Fright e The Shape I'm In meritano.
Così come "W.S. Walcott Medicine Show" con la rievocazione di uno dei grandi minstrel shows viaggianti del Sud e che ne ricattura il mistero ed il fascino perfettamente.
L'album viene inciso dal vivo con "The Band" che suona sul palco della Woodstock Playhouse ma senza pubblico.
Anche l'album successivo, il quarto, dal titolo Cahoots (1971), risentì di questa situazione.
E' un disco su cui c'è poco. Solo Life Is A Carnival e River Hymn sono di un certo valore.
Bisogna però segnalare la cover di Bob Dylan "When I paint my masterpiece" cui il mandolino di Levon Helm e la fisarmonica di Garth Hudson conferirono un suono molto Europeo. E' la prima versione di questo brano che Dylan inciderà solo qualche mese dopo.
Allen Touissant cura la sezione fiati in Life is a carnival. Partecipa al disco Van Morrison che firma con Robertson il brano "4% Pantomime" cantato a due voci dallo stesso Van Morrison e da Richard Manuel.
"Stavo scrivendo un brano un pomeriggio - ricorda Robertson - quando a casa mia capitò Van Morrison che all'epoca viveva a Woodstock. Così mi aiutò a finirlo. Lo registrammo in una sola take la stessa sera".
L'album venne registrato ai Bearsville Studios di Albert Grossman a Woodstock.
Fu poi la volta di "Rock of ages" (1972), un live con molti dei loro classici di sempre, e successivamente di una raccolta di versioni in studio di vecchi successi che il gruppo eseguiva dal vivo (più materiale "preistorico" dell'epoca Hawks).
Il gruppo si esibì quell'anno a Watkins Glen, New York, davanti al più grande pubblico mai visto per un concerto rock insieme a gruppi come i Grateful Dead e la Allman Brothers Band.
Il 1973 li vide tornare con il loro vecchio compagno d'armi, Bob Dylan, che li volle con sè in studio per la registrazione di un bellissimo album come "Planet Waves" (che riportò Dylan alla ribalta dopo un periodo di basso profilo).
L'album presentava autentici capolavori come "Forever young", "Wedding song", "Dirge", "Tough Mama" e raggiunse il primo posto in classifica (bisogna ricordare che, in studio con Dylan, The Hawks erano già sul 45 giri “Can You Please Crawl Out Your Window?” e Robbie Robertson da solo nell'album “Blonde On Blonde”. Inoltre in "Self Portrait", sempre di Dylan, i membri del gruppo erano presenti sui brani live dall'Isola di Wight).
Dylan volle i cinque con sè anche nel suo successivo super pubblicizzato tour (nel 1974).
Da quel tour nacque il live di Bob Dylan and the Band dal titolo "Before the Flood" a proposito del quale scrive Alessandro Carrera su MF: "Si tratta di registrazioni dalla prima tournee di Dylan effettuata dopo l'incidente del '66. Nessuna delle canzoni è inedita, ma il disco è ugualmente interessante per la carica interpretativa che Dylan sa ancora dare anche alle sue canzoni più «storiche». Tutto il concerto appare come una celebrazione officiata tra Dylan e il suo pubblico e l'entusiasmo domina da tutte e due le parti. Ormai Dylan ha superato ogni ambiguità con se stesso, ogni preoccupazione, o almeno così sembra. Before the Flood lo presenta in una dimensione non più profetica ma di perfetta rock star. È proprio la sfrontatezza, se vogliamo, con cui Dylan recupera e trasforma tutto il suo repertorio, escludendo però le scivolate più «leggere», che dimostra come di problemi morali non se ne faccia più. Ha accettato completamente il suo ruolo, e il professionismo che sfoggia è spietato. Le vecchie canzoni, anche le più delicate, vengono spettacolarizzate, i tempi vengono accelerati, al canto si sostituisce l'urlo, la frenesia strappa -applausi.
È uno dei più impressionanti esempi di vitalismo esibizionista della storia del rock".
Ma quel tour segnò anche l'inizio della fine per il gruppo di "The Band" sempre più preso nel vortice della triade "sesso, droga e rock'n'roll" seppure un album come "Northern Lights Southern Cross" pubblicato nel 1975 restituì al gruppo una certa credibilità.
Fu un ritorno di fiamma con un disco che ricatturava un pò dello spirito antico ed in cui c'erano almeno un paio di ottimi pezzi come Acadian Driftwood ed It Makes No Difference.
Ma "The Band" cessò di andare in tour e venne pubblicato per ragioni contrattuali solo un ultimo, irrilevante album dal titolo Islands.
Ufficialmente la fine del gruppo avvenne con il film di Martin Scorsese "The Last Waltz" (L'Ultimo Valzer) con il loro concerto d'addio alla Winterland Arena di San Francisco del 25 novembre 1976, che vide la presenza di ospiti illustri come Ronnie Hawkins, Muddy Waters, Eric Clapton, Neil Young, Van Morrison, Joni Mitchell, Dr. John e naturalmente Bob Dylan. Il concerto divenne anche un triplo album live.
Una occasionale riunione parziale avvenne nel 1992 al Madison Square Garden per il tributo a Bob Dylan che festeggiava trent'anni di carriera. Tra gli ospiti del tributo a Dylan infatti ci fu anche "The Band" senza però Robbie Robertson che era in rotta con i suoi vecchi compagni. Rick Danko e soci eseguirono "When I paint my masterpiece".
Solo nel 1993, "The Band" (senza Richard Manuel morto suicida molti anni prima) pubblicò un nuovo disco (dopo sedici anni) dal titolo Jericho. La morte successiva di Rick Danko sembra aver messo fine ad ogni possibile riunione. 
Michele Murino
Ed ecco il ricordo di Bob Dylan cui fu chiesto nel corso di un'intervista: "Un sacco di fans sostengono che The Band, la tua backing band della metà degli anni sessanta, sia stata la band più grande che tu abbia mai avuto. Sei d'accordo?". Dylan rispose: "Bè, ci sono state diverse cose che mi sono piaciute di ogni band che ho avuto. Mi piace un sacco la band dell'album Street legal. Pensavo fosse un suono veramente buono. In genere sono il batterista ed il bassista che fanno la band. The Band aveva il proprio sound originale, sicuramente. Quando suonavano con me, non erano The Band; erano chiamati Levon and the Hawks. Robbie (Robertson) iniziò ad ottenere quel suono di chitarra davvero tirato e "compresso" - non aveva mai suonato in quel modo prima nella sua vita. Potrebbero fare grandi covers. Erano soliti fare canzoni stile Motown, e quello, secondo me, è stato il periodo in cui hanno fatto le cose migliori. Anche meglio di quello di canzoni come "King Harvest" e "The Weight" e cose simili. Quando penso a The Band, me li immagino a cantare cose come "Baby Don't You Do it", facendo covers di Marvin Gaye e cose del genere. Quelli sono stati gli anni d'oro di The Band, anche più di quelli in cui hanno suonato con me". "Quali sono stati i più memorabili shows che avete fatto insieme?". "Oh Dio, non so. Forse tutti. Ogni sera era la fine del mondo".
Ed ecco Larry Sloman a proposito del ritorno di Bob con The Band:
"Dylan riportò tutto alle radici (o "on the road" per esser più precisi) nel 1974. Con la pubblicazione di
Planet Waves, un album che sembrò essere un tentativo di riconciliare la visione artistica con le istanze
casalinghe, Dylan tornò sulla strada con the Band (la sua band di supporto nel 1966 che era nel
frattempo diventata famosa con i propri bellissimi album) nel Gennaio del 1974.  All'epoca io mi ero
laureato all'Università del Wisconsin e scrivevo di musica rock sulla rivista Rolling Stone.
Vidi lo show di apertura a Chicago nel cavernoso Chicago Stadium (sede della squadra dei Chicago
Black Hawks). Anche se il palco era stato decorato con tappeti, lampade e perfino un divano per dare
un senso di intimità e di calore a quella fredda arena, sentivo che Dylan era un pò artificioso. Forse era
la ruggine di otto anni passati. Forse erano le grandi aspettative della folla che avevano fatto della
riunione Dylan/Band un Evento per i maggiori media. Alla fine l'esperienza non fu totalmente piacevole
nè per la Band nè per Dylan.
"Il Tour del '74 è stato faticoso, l'intensità della musica era così alta che è stato veramente sfiancante",
ha ricordato Robbie Robertson. "Ogniqualvolta Bob canta con the Band è come Tuono e Montagne, sai,
gridando agli dei nel cielo e tutto ha un tono così elevato, una tale intensità ed energia. Certamente noi
possiamo farlo ma possiamo fare un sacco di altre cose".
La mia sensazione all'epoca era che Dylan a proposito di quel tour fosse dubbioso. Quando glielo dissi
due anni più tardi egli sembrò convenirne. "Già, io avevo quasi l'intenzione di fermare quel tour in cui
non avevo davvero la situazione sotto controllo. Nessuno era sotto controllo. Eravamo semplicemente
trascinati in giro da un aeroporto ad una limousine ad un hotel a campi di ghiaccio per l'hockey. Mi
sentivo come Willis Reed. E per fare quel che devo ho bisogno di avere il controllo ed in quello
specifico tour non avevo molto controllo".
Ed ancora Dylan a proposito del rapporto con il pubblico durante il tour con The Band:
Domanda: Un mucchio di recensioni hanno riportato che lei è più consapevole del pubblico ora di quanto
non lo fosse prima e forse ha un rapporto più aperto con il pubblico. E' d'accordo con queste
affermazioni?
Bob Dylan: Penso che lei si riferisca al tour Dylan/The Band dove non c'erano parole pronunciate
durante i concerti, tranne forse un paio di "grazie" e cose simili.
Quello è stato un tour insolito. Non c'era molto che potessimo fare durante quel tour tranne suonare. E'
stato un tour molto acclamato; da un punto di vista artistico, non sono sicuro su come sia stato. Credo
che abbia avuto un sacco di pubblicità a causa di quello che era successo prima del tour stesso - in
termini di me stesso e The Band. Abbiamo avuto un sacco di problemi con il suono in quel tour. Il livello
di energia era così alto che era difficile parlare con la gente nella folla.
Io ho sempre un rapporto con la folla in un modo o in un altro, ma questo è uno spettacolo di canzoni".
Alessandro Carrera a proposito della copertina di Bob Dylan dipinta per l'album di The Band "Music From Big Pink": "(...) In questo periodo Bob Dylan non ha occhi che per Chagall.
I risultati di questo innamoramento sono testimoniati, oltre che dagli schizzi inclusi in Writings &
Drawings, uscito nel 1972, e nella raccolta aggiornata delle Lyrics pubblicata nel 1985, dalle copertine
dei dischi che Dylan disegna in quegli anni: il suo autoritratto per Self Portrait e la scena di musica
campestre che orna la copertina di Music from the Big Pink, il primo disco degli Hawks, ora ribattezzati
The Band. Se l’autoritratto, rozzo ma in qualche modo anticipatore (Dylan si dipinge con un volto molto
più quadrato di quello che si nota nelle fotografie dell’epoca, e più simile a quello che avrebbe avuto in
futuro) è come organizzato per blocchi, cubisticamente, la copertina per The Band è compositivamente
molto più vicina a Chagall e a certe scene tranquillamente festose di Ben Shahn..." (vedi immagine qui sotto).

Discografia

Music From Big Pink - Capitol, 1968
Epocale. The Band e la Tradizione Americana. I cinque musicisti al top (il piano di Manuel!!! L'organo di Hudson!!! Tutto al massimo) alle prese con gli stili più differenti dal country al blues in un periodo in cui dominava la psichedelia. E' un album epico in cui la creatività dei compositori Robertson e Manuel è straordinaria. Da segnalare soprattutto il gospel di To Kingdom Come, la grande ballata The Weight, il vero capolavoro del disco (riproposto anche da Aretha Franklin che ne fece un gran pezzo soul), diventato un classico, e Chest Fever. Tutte di Robertson.
Manuel è presente con la bella In A Station e con We Can Talk.
Da segnalare anche le covers di Bob Dylan "I shall be released" e "This Wheel's on fire" ed un altro grandissimo brano come "Tears of rage" ancora di Dylan ma con la collaborazione di Manuel.
Una curiosità: la copertina fu dipinta da Bob Dylan
The Band - Capitol, 1969
E' uno dei migliori album rock di sempre. Il più equilibrato e compatto di "The Band".
Quasi tutti pezzi di Robertson. Contiene altri grandi classici "da Frontiera". Il brano più bello è la ballata sudista The Night They Drove Old Dixie Down. Da segnalare anche Across the Great Divide e Rag Mama Rag. E' anche l'album di un altro classico intramontabile come Up On Cripple Creek. Richard Manuel canta una toccante ballata al piano, Whispering Pines. Il rock campagnolo di The Band conquista con questo album insuperato. Il mito e la poesia della frontiera americana di questo disco ispirò decine di artisti successivi.
Il disco è conosciuto anche come "The Brown Album" dal colore della copertina.
Stage Fright - Capitol, 1970
La Band è in netto calo ma almeno due brani di questo album, Stage Fright e The Shape I'm In, meritano di entrare nel novero delle loro grandi canzoni.
L'album viene inciso dal vivo con la Band che suona sul palco della Woodstock Playhouse ma senza pubblico.
Cahoots - Capitol, 1971
Disco su cui c'è poco. Solo Life Is A Carnival e River Hymn sono di un certo valore.
Bisogna però segnalare la cover di Bob Dylan "When I paint my masterpiece", un grande brano che "The Band" riunita senza Robertson in occasione del Tributo a Bob Dylan al MSG nel 1992 ripropose oltre vent'anni dopo.
Allen Touissant cura la sezione fiati in Life is a carnival. Partecipa al disco Van Morrison.
Rock of ages - Capitol 1972
Un bel live con molti classici.
Moondog Matinee - Capitol, 1973
Una rievocazione del tipo di musica degli esordi della Band (The Hawks), il rock'n'roll dei '50. Brani di Fats Domino e Chuck Berry tra gli altri. Disco poco rappresentativo del valore del gruppo.
Il titolo del disco è ispirato dallo show radiofonico omonimo di Alan Freed.
Northern Lights Southern Cross - Capitol, 1975
Ritorno di fiamma con questo disco che ricattura un pò dello spirito antico. Acadian Driftwood ed It Makes No Difference sono ottimi pezzi.
Islands - Capitol, 1977
Uscì quasi solo per motivi contrattuali.
The Last Waltz - WB, 1978
Triplo live con il concerto dell'Ultimo Valzer alla Winterland Arena di San Francisco del 25 novembre 1976. Grandi guest stars (vedi articolo qui sopra).

Nota: Nel periodo post-Last Waltz sono stati pubblicati tre dischi nuovi: Jericho 1993, High on the Hog 1996, Jubilation 1998.


THE BAND

Dischi consigliati:
THE BASEMENT TAPES (con Bob Dylan)
PLANET WAVES (con Bob Dylan)
BEFORE THE FLOOD (live - con Bob Dylan)
MUSIC FROM BIG PINK
THE BAND
STAGE FRIGHT

Bootleg consigliati:
PAINT THE DAYTIME BLACK (live - con Bob Dylan) -  clicca qui per i dettagli
THE GENUINE BASEMENT TAPES (con Bob Dylan)

Ed ecco le canzoni di Bob eseguite da The Band:
Blind Willie McTell
Blind Willie McTell (Danko da solista)
Don't ya tell Henry
Don't ya tell Henry (con Bob Dylan)
Don't ya tell Henry (Helm da solista con i Crowmatix)
Forever Young
Girl from the north country
I don't believe you (She acts like we never have met)
I shall be released
I shall be released (Manuel da solista)
Love You Too Much (di Bob Dylan/Helena Springs)
Tears of rage (di Bob Dylan/Richard Manuel)
Tears of rage (di Bob Dylan/Richard Manuel - Manuel da solista)
This wheel's on fire (di Bob Dylan e Rick Danko)
This wheel's on fire (di Bob Dylan e Rick Danko - Danko da solista)
When I paint my masterpiece

THE BAND


Richard Clare Danko (basso, violino, chitarra, voce)
29 Dicembre 1942 - 10 Dicembre 1999




Jaime Robert Robertson (chitarra)
5 Luglio 1943


Richard Manuel (pianoforte, batteria,voce)
3 Aprile 1943 - 4 Marzo 1986


Eric Garth Hudson (organo, piano, fisarmonica, tastiere, sassofono, tromba)
2 Agosto 1937


Mark Levon Helm (batteria, mandolino, banjo, voce)
26 Maggio 1940

Michele Murino


Gli altri articoli della serie Dylan and Friends pubblicati su Maggie's Farm



 
 

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