Dylan e il Teatro
Sulle tracce delle fonti teatrali nelle performances di Bob Dylan
di Michele Salimbeni
“So I'll make my stand
And remain as I am
And bid farewell and not give a damn”
Bob Dylan
E’ nota l’importanza delle performances dell’artista di Duluth. Dylan infatti ha segnato quattro decenni, e continua a farlo agli inizi di questo millennio, impreziosendo la storia del rock e la musica popolare americana con centinaia di concerti di assoluto valore. Ciò che però rende davvero unico, in questo contesto, le sue esibizioni è una significativa attitudine spettacolare che lo trasforma sul palco in un performer, in senso teatrale, davvero completo.
Dai primi periodi nelle fumose coffee house di New York, dove si esibiva come uno stralunato Chaplin, agli ultimi concerti del Never Ending Tour (1), attigui ad un Teatro di sottrazione, Dylan ha percorso istintivamente la Storia del Teatro e la sua evoluzione scenica. Il teatro è la più antica espressione dell’uomo. Il primo teatro della storia erano i rituali eseguiti dagli sciamani. Questi episodi sono antecedenti ai graffiti preistorici trovati nelle caverne. Già durante la preistoria esistevano dei riti dove lo stregone impersonificava la divinità e il resto della tribù assisteva a questa primordiale rappresentazione. I tempi sono cambiati ma lo spirito del teatro, il suo nucleo è rimasto sempre lo stesso.
Dylan si presenta in questa ultima tournèe (vedi il concerto di Roma al Palalottomatica del 1 novembre 2003 a cui ero presente) disposto sulla sinistra del palco. In piedi, davanti al pianoforte. Gli altri musicisti sono posizionati quasi a semicerchio. Il risultato è l’annullamento del “centro” scenico. Il palcoscenico non ha più un punto centrale. L’assenza di un centro è un’idea che appartiene alla filosofia bruniana. Giordano Bruno infatti sostenne che osservando la natura si ha l’illusione di esserne sempre al centro. Se però abitassimo un altro pianeta avremmo sempre l’illusione di essere al centro del cosmo. Quindi non esiste un centro assoluto ma il centro può essere ovunque. Con questa sua teoria Giordano Bruno dimostrò che l’universo è infinito e per questo fu bruciato vivo a Roma, nella piazza Campo dei fiori, il 17 febbraio 1600.

Il 18 giugno 1961 Jerzy Grotowski (1933-1999) iniziò, con la sua nona regia teatrale, una personale ricerca che lo portò a rivoluzionare per sempre il concetto stesso di Teatro diventando probabilmente, negli anni a seguire, uno dei registi più importanti della Storia. Con questo spettacolo, tratto da un’opera di Adam Mickiewicz Dziady (Gli avi), il regista polacco abolì per sempre il palcoscenico, e soprattutto la divisione artificiale tra attori e pubblico, creando così un osmosi fondamentale per l’essenza della comunicazione teatrale. Questa geniale intuizione, che trova in Antonin Artaud (foto sotto) il principale precursore (mentre Grotowski fu il primo a realizzarla in maniera compiuta), è solo l’inizio di una sperimentazione teatrale senza precedenti che lo porta successivamente ad eliminare tutti gli altri elementi superflui della comunicazione di scena, fino ad arrivare all’estrema concezione di un Teatro inteso solamente come arte veicolo tra due esseri umani (attore e regista pedagogo) senza spettatori. Dal 1961 fino all’anno della sua morte, quando si trovava a Pontedera e continuava le sue sperimentazioni con l’attore americano Thomas Richards, Jerzy Grotowski attuò una regia di sottrazione e dissolvimento eliminando, di volta in volta, le scenografie, i costumi, le musiche, le luci, il testo, gli spettatori. Questa sua singolare e rivoluzionaria filosofia della messa in scena riporta il teatro alle sue caratteristiche primordiali, ai suoi archetipi.
Atti di trasgressione sono i concerti della svolta elettrica a metà anni sessanta. Rappresentazioni rivoluzionarie ed esperimenti “ai confini dell’arte”, sulle tracce di Antonin Artaud e del suo Teatro della Crudeltà.
Fantasmi di elettricità come simulacri shakespeariani. Visioni surrealiste eseguite in una “trance” artistica profetizzata da Artaud. Un vero e proprio shock di riconoscimento che lacera la nostra maschera come auspicava il teatro di Grotowki. La vicinanza ad Antonin Artaud (1896-1948) è perfettamente descritta da Alessandro Carrera in suo scritto (2):
“…Questo era ciò che sapeva fare Dylan quando era al culmine del suo potere come emulo di Rimbaud, quando viveva nel centro di quel deragliamento dei sensi predicato dal poeta come mezzo supremo per attingere forza all’ispirazione…E’ un corteggiamento della morte dal punto di vista del vitalismo più intransigente e arrischiato. Il fascino di quel concerto, come di tutta la tournée del 1966, non solo è rimasto intatto nel tempo, ma ha assunto proporzioni mitologiche. La felicità sull’orlo dell’abisso è il suo tema…Una morte messa in scena, un opera al nero radicale, per usare un termine alchemico, nella quale le scorie vengono tutte bruciate e non rimane una sola ombra di feccia, Dylan è sopravvissuto, sì, ma non a se stesso, bensì alla rappresentazione del naufragio di se stesso, una rappresentazione irripetibile come in quel teatro della crudeltà voluto da Artaud, dove per crudeltà si deve intendere la vita”.
Crudeltà, aggiungerei, intesa soprattutto come estremo rigore da parte dell’artista che si offre, in una sorta di rito sacrificale, mettendo in gioco tutto se stesso. Questo “donarsi”, come lo definirebbe Grotowski, obbliga lo spettatore che a sua volta accetta di partecipare a questa “cerimonia sacra” a perdersi completamente in essa. Specchiandosi. Ecco perché la tournèe estrema del 1966 è paragonabile alle grandi avanguardie del Novecento e ha subìto, inconsciamente, l’influenza dei teatranti maudit di questo secolo. L’attore-santo che dona se stesso. Dylan ha recitato questo ruolo, fino in fondo. Come l’attore-uomo, nel teatro di Jerzy Grotowski, si è misurato con i propri limiti fisici e psichici per superarli, mettendo a nudo la propria personalità. La propria essenza. Non si è risparmiato. Si è immortalato su di un rogo simbolico per bruciare l’immagine stessa della rock star da lui creata. Poi sarà solo il buio assoluto. E quando, dopo qualche anno, ritornerà niente sarà più come prima. Davanti al pubblico si presenterà un performer mutato profondamente. Pronto ad affrontare con rinnovata forza e genialità nuove frontiere dell’espressione artistica. Sempre coerente con la propria mutazione poiché, come giustamente sosteneva Hegel, tutto è in movimento. Ed è per questo che, a mio avviso, i suoi concerti e le sue storiche conferenze stampa, una fra tutte quel momento di Teatro dell’assurdo in cui si presentò davanti ai giornalisti accompagnato da una marionetta, sono grandi momenti di Teatro. Happening oltre ogni forma d’arte. Pete Hamill scrisse nelle liner notes originali di Blood on the tracks, “di tutti i nostri poeti Dylan è quello che ha preso, in modo più evidente, il mare in tempesta e lo ha messo in un bicchiere”. Il diluvio dell’oblio. La tempesta da cui ci si ripara. Uragano trattenuto. Prima che una densa pioggia cada e corroda, come acido, le nostre esistenze.
Ma basta saltare nel sole, come scriveva Cesare Pavese in una delle sue poesie censurate del 1933, per tornare a guardare le cose con occhi lavati.
Se, infatti, in questi ultimi anni Dylan ha decostruito e decomposto il suo mito e la sua stessa rappresentazione, al contrario durante la mitica Rolling Thunder Revue lo alimentava, dipingendosi il volto di bianco, probabilmente per farsi notare maggiormente e catalizzare l’attenzione del pubblico sul suo volto che si infiammava sotto la luce dei riflettori. In quella tournèe i riferimenti alla Commedia dell’Arte sono espliciti. Come esplicite sono le influenze di un altro grande regista e drammaturgo teatrale nell’opera di Bob Dylan dei primi anni sessanta e soprattutto in The times they are a-chaingin’: Bertolt Brecht (1898-1956).
Dylan sostiene apertamente di essersi ispirato a Brecht e al suo teatro
epico per la struttura di alcune note canzoni come la stupenda The lonesome
death of Hattie Carroll (suonata a Roma e a mio avviso il momento più
emozionante del concerto):
"Ho scritto Hattie Carroll in un piccolo taccuino in un ristorante
sulla Settima Avenue. C'era un ristorantino dove andavamo sempre semplicemente
a bighellonare.....un gruppo di cantanti aveva l'abitudine di andarci.
Vi si poteva stare tutto il giorno ed era aperto tutta la notte. A quel
tempo si stava molto nei ristoranti. Ora non hanno più quell'aspetto
familiare......ad ogni modo, avevo avuto l'informazione in precedenza e
la gente ne stava parlando......ho sentito di avere molto in comune con
questa situazione e di essere in grado di manifestare i miei sentimenti.
Il modello per l'assetto di questa canzone penso si basi su Brecht, The
Ship, The Black Freighter".
Nel bridge della canzone Dylan rompe simbolicamente la quarta parete
teatrale (3) e si rivolge direttamente agli spettatori astanti o agli ascoltatori:
”Ma voi che filosofate sulle disgrazie e criticate tutte le paure, toglietevi
il fazzoletto dalla faccia. Non è il momento per le vostre
lacrime”. E’ una lacerazione simbolica, fondamentale. Come simbolico è
l’utilizzo del sipario nella Rolling Thunder Revue o ancora meglio
all’inizio del concerto documentato dal film Hard Rain, dove, con
un vero e proprio coup de theatre, Dylan inizia la performance
sulle note di A hard rain’s a-gonna fall nascosto dietro un sipario
chiuso e canta i primi versi mentre quest’ultimo si sta alzando verticalmente.
Questo importante elemento teatrale, ormai abbandonato completamente dal
teatro moderno, è citato anche in Restless Farewell:
”Ma l'oscurità morirà
Non appena il sipario sarà tirato e gli occhi di qualcuno
Dovranno incontrare l'alba
E se io vedrò il giorno
Non potrò che restare,
così dirò addio nella notte e me ne andrò”

Dylan probabilmente si avvicina a Bertolt Brecht nel 1959 quando a Minneapolis seguì un corso di storia del teatro insieme all’amica attrice Bonnie Jean Beecher (5) e successivamente nei primi anni trascorsi al Greenwich Village quando Suze Rotolo, la sua ragazza immortalata nella copertina di Freewheelin’, partecipò ad una produzione teatrale tratta dai testi del drammaturgo tedesco.
E ora, al termine di questa breve e prima incursione nelle connessioni tra l’opera di Bob Dylan e il teatro, vorrei ricordare un aneddoto che riguarda il castello di Amleto.
Bibliografia essenziale consigliata a chi vuole approfondire
gli argomenti teatrali toccati in questo saggio:
Vito Pandolfi “Regia e registi nel teatro moderno”, Cappelli 1961
Jerzy Grotowski “Per un teatro povero”, Bulzoni editore 1970 (8)
Allardyce Nicoll “Lo spazio scenico – storia dell’arte teatrale”, Bulzoni
editore 1971
Friedrich W. Nietzsche “La nascita della tragedia”, Adelphi 1984
Dario Fo “Manuale minimo dell’attore”, Einaudi 1987
William Shakesperare “Amleto”, Mondadori 1988 (9)
Jennifer Kumiega “Jerzy Grotowski – La ricerca nel teatro e oltre il
teatro 1959-1984”, La casa Usher 1989
Alessandro Carrera “La voce di Bob Dylan – Una spiegazione dell’America”,
Feltrinelli 2001
Michele Salimbeni “Il cinema di Andrzej Zulawski”, Res edizioni 2003
NOTE:
(1) Definizione sempre respinta da Dylan.
(2) Alessandro Carrera, “Guida turistica al museo di Bob Dylan”. Si può leggere questo saggio qui su www.maggiesfarm.it
(3) La parete illusoria che divide il palcoscenico dalla platea.
(4) Questa dichiarazione si trova su “Bob Dylan”, Howard Sounes, Guanda 2001.
(5) La ragazza di cui Dylan si innamorò è, secondo la biografia di Sounes, la stessa a cui è ispirata la canzone “Girl from the North Country”. Secondo altre fonti (la biografia di Anthony Scaduto), invece, sarebbe dedicata a Echo Star Helstrom, la prima ragazzina importante per Bob Dylan. Personalmente ed istintivamente concordo con quest’ultima interpretazione
(6) Libera traduzione di Michele Salimbeni.
(7) “Mississippi”.
(8) Libro fondamentale per comprendere l’arte del teatro. Una bibbia per l’attore.
(9) Nella stupenda traduzione di Eugenio Montale.
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