parte 91


Vuoi discutere di Bob Dylan, della sua musica, della sua storia?... 
Hai domande da porre, storie da raccontare, emozioni da condividere,  sul grande Bob o inerenti la sua  musica e la sua vita? 
Scrivi a spettral@tin.it e le tue mail saranno pubblicate in queste pagine ogni lunedì.
Il curatore di questa pagina si riserva di pubblicare o meno, del tutto o in parte, le mail spedite a questa rubrica in relazione alla forma ed ai contenuti delle stesse, tagliando o cestinando quelle che dovessero contenere frasi ritenute non pubblicabili o argomenti non inerenti la rubrica stessa.
Napoleon in rags



967) Ciao Michele

   ... sulla Home page di expecting rain ci sono delle date ... sembra che si riferiscano al prossimo tour europeo ... e
   sembra che oltre Treviso (il 19 aprile) si sia aggiunta Milano per il 20  e Zurigo per il 21 ....

   ... la cosa positiva è che i tre spettacoli conincidono con un venerdì sabato e domanica ... roba da acquolina in bocca ....
   insomma si prefigura una intensa "tre giorni" dylaniana ...
 

   Ciao
   Antonio Cat

Ciao Antonio,
grazie per la segnalazione... Speriamo in conferme confermate quanto prima. Io mi preparo già (magari un altro viaggio cumulativo con le Maggie's girls... Anna, Lisa, Luisa, Gio? Ci siete? Magari stavolta potrebbe essere il nostro turno per un "Incontro fortunato in Autogrill"...)
Che dire boys?
WOW!



968) Ciao! Mi chiamo Alessandro e vorrei fare qualche aggiunta alla tua lista di cover

- Garth Brooks   TO MAKE YOU FEEL MY LOVE
(uno dei suoi ultimi album, purtroppo sugli anni non son "ferrato")

- Roger Taylor (ex batterista Queen ) MASTERS OF WAR
( Album FUN IN SPACE )

- David Bowie TRYIN' TO GET TO HEAVEN
(Outtake dall 'album HOURS )

- David Bowie  LIKE A ROLLING STONE
(Album di Mick Ronson HEAVEN AND HULL )

- Violent Femmes POSITIVELY FOURTH STREET (???)
ALBUM SCONOSCIUTO scaricata da mp3

- Red hot chili pepper SUBTERRANEAN HOMESICK BLUES
ALBUM SCONOSCIUTO mp3

Per ora queste son quelle che mi ricordo ma molte le ho scaricate, appena le controllo ti aggiornerò, se ti fa piacere.
Complimenti per il sito, veramente eccezionale!! Se ti interessano copie delle cover citate o altre , fammelo sapere e te le
invierò con molto piacere!

Alessandro

Ciao Alessandro,
grazie per le segnalazioni che inserirò nella apposita pagina appena possibile.
I punti interrogativi accanto a Positively fourth street cosa stanno ad indicare? Che non sei sicuro che si tratti di quella canzone? Fammi sapere...
Naturalmente mi fa piacere se mi aggiorni sui titoli che non mi hai segnalato ora. Appena puoi aggiorna la lista.
Se qualcun altro può completare i dati mancanti nelle segnalazioni di Alessandro mi faccia sapere (l'album di Brooks e quelli di Violent Femmes e Red Hot Chili Pepper).
Grazie per i complimenti Alessandro e alla prossima.
Michele "Napoleon in rags"



969) Ciao a tutti,
non voglio sembrare irriverente ma vedo che si parla molto delle migliori canzoni di Bob, delle più stupende, dei capolavori etc. Perchè non ammettiamo che ci sono anche le canzoni brutte e facciamo una classifica anche di quelle?
Potrebbe essere divertente no?
Valros

Mmm... Però io non inizio... Ci penso un pò, prima...
Intanto chi vuole mi invii le sue "classifiche"...
Michele "Napoleon in rags"
ps: Ma ci saranno canzoni brutte di Bob? Boh...
 


970) Se a Ferruccio puo' interessare qui c'e'
il testo completo di Tarantula.

http://www.geocities.com/SunsetStrip/Studio/4909/tarantula.html

Ciao
Bruno

Ciao Bruno e grazie per la segnalazione. Bruno si riferisce ad una mail di Ferruccio della scorsa pagina della posta di MF in cui chiedeva informazioni su Tarantula.
Chissà se esiste anche un sito in cui è riportato il testo italiano?...
Ciao Bruno e alla prossima,
Michele "Napoleon in rags"


971) Caro Michele,

   innanzitutto, non ho dimenticato che mi avevi chiesto informazioni sul
   dialogo Dylan-Lennon che non e' stato incluso in "Eat the Document".
   Non ho ancora avuto tempo di andare a rivederlo, ma prima o poi lo
   faro'. Ti volevo segnalare che e' uscita una lunga (molto lunga)
   intervista con il sottoscritto, con Dylan e la tradizione americana
   come argomento. Non recentissima, ma l'ho ricevuta solo oggi. Si
   chiama "Quel ferroviere che illumino' il 900" (che ovviamente e' Jimmie
   Rodgers) e la trovi sulla rivista "Una citta'", n. 98, settembre 2001,
   pp. 19-21, pubblicata a Forli' (piazza Dante 21, 47100 Forli', e-mail:
   <unacitta@unacitta.it>. La trascrizione dei nomi non e' sempre giusta
   ("hillbilly" e' diventato "billy") ma complessivamente la redazione ha
   fatto un buon lavoro.

   A presto e Buon Natale

   Alessandro Carrera

Ciao Alessandro,
grazie per la segnalazione. Cercherò quel numero e magari riporterò l'intervista nella nostra sezione "Stories in the press".
Ricambio gli auguri.
Al proposito ecco qualche dato sul disco "The songs of Jimmie Rodgers" visto che siamo in tema. Chi non lo ha mai ascoltato, consiglio personale: lo faccia . E' uscito per una etichetta di proprietà di Dylan, la Egyptian Records... anzi se non ricordo male è stato il primo titolo per questa casa di Bob (ce ne sono stati altri? Qualcuno lo sa?).
Inoltre credo che il disco sia stato "pensato" e voluto da Dylan stesso, da sempre grande ammiratore
del grande Jimmie Rodgers, uno degli idoli della sua infanzia insieme a Guthrie, Leadbelly etc.
Nelle note del disco, scritte proprio da Dylan, Bob definisce Rodgers "una delle luci guida del
ventesimo secolo il cui approccio alle canzoni è stato da sempre fonte di ispirazione per quelli di noi
che hanno seguito il sentiero. Una stella fiammeggiante il cui sound era e rimane l'essenza
dell'individualità in un mare di conformità e non ha eguali."
Il disco vedeva un' eccellente serie di artisti interpretare le canzoni di Jimmie, da Bono a Van
Morrison, da Jerry Garcia (ultima interpretazione prima della sua morte, se ricordo bene) a Willie
Nelson, da John Mellencamp a Mary Chapin Carpenter, fino ad arrivare allo stesso Bob Dylan che nel
disco canta la bellissima "My blued eyed Jane". Sul disco c'è la versione del solo Bob anche se ne
esiste un'altra forse ancora più bella di Dylan che canta il pezzo inseme con Emmy Lou Harris e che
io ho trovato sulla Rete - e dovrebbe ancora esserci da qualche parte - e se non sbaglio è anche su
qualche bootleg anche se non ricordo quale.
Ecco la scaletta completa, artista e canzone:
1) Bono - Dreaming with tears in my eyes
2) Alison Kraus and Union Station - Any old time
3) Dickey Betts - Waiting for a train
4) Mary Chapin Carpenter - Somewhere down below the Mason Dixon line
5) David Ball - Miss the Mississippi and you
6) Bob Dylan - My blue eyed Jane
7) Willie Nelson - Peach pickin' time down in Georgia
8) Steve Earle and the V-Roys - In the jailhouse, now
9) Jerry Garcia, David Grisman e John Kahn - Blue Yodel n.9
10) Iris De Ment - Hobo Bill's last ride
11) John Mellencamp - Gambling bar room blues
12) Van Morrison - Mule skinner blues
13) Aaron Neville - Why should I be lonely
14) Dwight Yoakam - T for Texas
(c) 1997 Sony Music Entertainment Inc./Egyptian Records



Ed ora una lettera di Andrea che mi segnala una sua mail inviata a La Stampa:

972) Sarò fissato Napoleon, comunque La Stampa non pubblica un articolo su Dylan da almeno tre o
quattro mesi.
Mi piacerebbe non aspettassero che muoia per vedere scritte cose che si potevano
scrivere prima!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Ciao.
Andrea

Ed ecco il messaggio inviato da andrea a La Stampa e pubblicato nella rubrica Pensieri e parole

PENSIERI E PAROLE di Gianni Riotta

MESSAGGIO
Summer days

                     Egregio dott.Riotta,
                         ha scritto molti ottimi articoli in questi mesi,che ci hanno aiutato
                         a capire meglio quel che avveniva negli Stati Uniti in questi
                         tribolati mesi. Sono rimasto deluso dal fatto che non si sia recato
                         al Madison Square Garden per il memorabile ed attesissimo
                         concerto di Bob Dylan, in instancabile tournèeda tredici anni ad
                         oggi. Dylan è due spanne sopra tutti, per arte e sensibilità. Un
                         Maradona con la chitarra, un sublime interprete di tutta quanta la
                         musica americana di un certo spessore, un profondo ed
                         introverso indagatore dell'animo umano, con tutte le sue
                         contraddizioni, le paure, le ansie. E poi le sue rime ed assonanze
                         sono geniali e straordinariamente udibili anche ad un superficiale
                         conoscitore della lingua americana.
                         Francamente avrei pensato di trovare una bella relazione a tutta
                         pagina di questo concerto, ma evidentemente non c'era spazio
                         per uno dei più grandi artisti americani viventi.
                         Stando ai giornali di New York, l'entusiasmo del pubblico era
                         alle stelle. "Nessuno mi deve chiedere che cosa significhi questa
                        città per me".
                         Pensavo che fosse un'occasione per mettere a confronto lo
                         stentato concerto delle grandi stelle, con questo che è stato un
                         trionfo. Come è stato un trionfo tutto questo scorcio di tour da
                         due anni a questa parte.
                         Sui giornali non vi è spazio per niente che non sia retorica, fatti
                         scontati, chiacchiericcio imposto e non, montature
                         pubblicitarie, con analisi a corredo. Stiamo entrando nel nuovo
                         millennio ed una certa schiera di persone vorrebbe consegnare
                         al nuovo come simbolo del secolo scorso artisti e musicanti sul
                         cui spessore vi sarebbe da discutere per ore, salvo scoprire che
                         di spessore ve n'era poco. Ci vorranno un paio di decenni per
                         sgombrare il campo dal ciarpame.
                         Questo viaggio di Dylan giù nelle radici di una certa musica
                         americana fino ad arrivare a quei tempi in cui le canzoni si
                         tramandavano da chitarra a chitarra meritava una certa
                         attenzione. Ma pazienza.
                         Riguardo i fatti di questi mesi dico che sono spesso d'accordo
                         con lei. Casualmente questa estate avevo letto Moby
                         Dick, Catcher in the Rye e le avventure di Huck Finn. Chi parla
                         male dell'America come se fosse una specie di demonio
                         probabilmente non ne conosce un bel niente. Non i suoi
                         artisti, non la sua storia. L'11 settembre alla sera sapevo già da
                         che parte stare.
                         Egregio dott.Riotta trovo strordinaria la capacità che hanno gli
                         americani di fare arte. Il libro di Salinger è straordinariamente
                         semplice eppure scende giù fino in fondo all'animo umano. Twain
                         racconta storie di popolo, ma ci racconta la vita con tutta la sua
                         malinconia e la disillusione che ne deriva.
                         Dylan appartiene di diritto alla stretta schiera dei grandi artisti
                         americani. Nelle sue canzoni vi è l'illusione e la disillusione. Vi è la
                         gioia ed il pianto.Vi è delusione e sarcasmo.Vi è leggerezza e
                         profondità.
                         Bene, la saluto non senza volerla rendere partecipe, a margine ed
                         a parte di questa e-mail, del fatto che anche io come molti che
                         non hanno risposte prestampate in tasca, mi interrogo sempre
                         riguardo la guerra, la fame, la povertà e tante altre cose. Tuttavia
                         la vorrei salutare, ringraziandola per l'attenzione a me
                         concessa, con alcuni versi che mi si sono impressi
                         instantaneamente in testa sin dalla prima volta che li ho uditi. Non
                         c'è dubbio, in musica rendono ancor meglio: il boogie e lo swing li
                         fanno correre nelle vene come corre il sangue dopo aver bevuto
                         un bicchiere di vino rosso sublime.
                         Siamo destinati a qualche cosa di cui solo impercettibilmente
                         sappiamo coglierne la grandezza. I fatti di questi giorni
                         testimoniano che vi è una tensione che corre sempre tra le
                         persone ed in noi. Come se fossimo su una barca che ondeggia
                         sul mare mosso. Pur cedendo spesso al sonno ed alla noia, lesta
                         questa tensione arriva improvvisa a destarci. Litigi, dissapori, atti
                         suicidi, faide, bombe. Ma anche amori improvvisi, entusiasmi
                         inaspettati, nuove passioni. Occorre stare svegli e camminare con
                         gli occhi aperti: siamo molto più vicini al mistero di quel che
                         crediamo. Me ne accorgo sempre più adesso che i giorni e le
                         notti estive a disposizione non sono più tante come un tempo.

                         "Stando al fiume di Dio la mia anima
                         comincia ad agitarsi.
                         Stando al fiume di Dio la mia anima
                         comincia ad agitarsi,
                         conto su di te,amore, per lasciarmi in
                         pace.

                         Partirò nella mattinata non appena le
                         nuvole oscure si leveranno,
                         Partirò nella mattinata non appena le
                         nuvole oscure si leveranno,
                         Sto spaccando la tettoia, appiccando il
                         fuoco al posto come un regalo d'addio.

                         I giorni estivi, le notti estive sono finite,
                         i giorni estivi e le notti estive sono finite,
                         conosco un posto dove succede ancora qualcosa."

                         Distinti saluti

                         Andrea
 

                     Risposta
                         Non c'ero. Ma sono un dylanista della prima ora.

Ciao Andrea e grazie per la mail.
Non si può dire che la risposta sia stata molto esauriente.
Comunque mi fa piacere che Riotta sia un dylanista della prima ora.
Michele "Napoleon in rags"



973) Ciao Michele
avrei bisogno della presentazione che la Pivano scrisse al libro di traduzioni di Rizzo. Una volta avevo il libro che ora non ho più... Tu puoi reperirla?...
Ciao e grazie in anticipo
Gianfranco

Ciao Gianfranco,
certo che ce l'ho. Eccola di seguito.
Ciao,
Michele "Napoleon in rags"

Da "Bob Dylan - Blues Ballate e Canzoni"

Introduzione

Il 23 maggio 1971 il Movimento Rivoluzionario di
Liberazione d' America scelse come oggetto di contesta-
zione la casa di Bob Dylan. L 'idea era di « festeggiare il suo
30° compleanno, che in realtà sarebbe scaduto l'in-
domani, lunedì 29, mentre Dylan era in Israele, ma i con-
testatori scelsero la domenica perche era più facile racco-
gliere dimostranti nei parchi, dove giovani e vecchi si riu-
niscono per suonare la chitarra o per cantare o per predi-
care sermoni o per ascoltare. In quella giornata, che il bol-
lettino metereologico definì la meno inquinata di quante
ce ne fossero state dal 1952 (l'anno in cui si cominciò a
misurare l'inquinamento dell'aria), coi contorni degli al.
beri e delle case stagliati come in una vecchia fotografia
degli Anni Trenta, quando la principale abilità era la mes.
sa a fuoco o il contrasto, si formarono i gruppi intorno ai
vari leaders -l'attivista e scrittore Abbie Hofftnan, Joe
il Re degli Hot Dogs e il cantante di strada David Peel
armato di un campano da mucca, un fischietto da poliziot-
to, un tamburo e due bandiere ( quella vecchia, nera col
teschio da pirata, e quella nuova del Fronte di Liberazione
del Rock, con un teschio incrociato da due foglie di can-
nabis) -e tutti insieme si avviarono verso la casa di
Dylan, in MacDougal Street, nel Greenwich Village di
New York.
Davanti alla casa c' era già Alan Weberman , organizza-
tore ufficiale della dimostrazione, che cominciò ad arrin-
gare i contestatori, circa 300, accusando Dylan di non inte-
ressarsi più alla politica e di non finanziare il Movimento
di Liberazione, anzi, di sovvenzionare la Lega di Difesa
Ebraica. Alcuni sostenitori di Dylan cercarono di distrarre
la folla gridando che in fondo alla strada c'era una distri-
buzione gratuita di salsicce; ma i rivoluzionari non si mos-
sero e preferirono guardare Abbie Hoffman che faceva gio-
chi spettacolari con lo yo-yo e festeggiare l' arrivo di una
torta da compleanno, costituita da tre strati di dollari falsi
e da candeline dipinte in modo da sembrare aghi da inie-
zione, per intenderci aghi da fix: presto la torta finì sulla
testa di un « violento », che nel tirare una bottiglia contro
Weberman sbagliò la mira e colpì invece David Peel, pro-
vocando la sua rappresaglia. Mentre il clima si surriscal-
dava, Abbie Hoffman prese il microfono per riportare la
cerimonia alla sua ragione originaria e dopo aver enunciato
il numero di milioni di dollari secondo lui guadagnati da
Dylan e averlo accusato di fare investimenti in terreni, di-
chiarò che in realtà non era lì per incolpare Dylan ma per
incolpare il suo agente e desiderava soltanto che Dylan si
accostasse ai nuovi compagni della rivoluzione come a suo
tempo era stato vicino ai compagni « antichi ». Poco dopo
i poliziotti in uniforme arrestarono qualcuno con l' accusa
di aver distribuito denaro falso e i contestatori si avvia-
rono verso il posto di polizia della zona cantando Blowing
in .the Wind; ma arrivati alla seconda strofa nessuno ricordò
il primo verso, quello che dice: « Quanti anni può esistere
una montagna / prima che sia lavata nel mare ».
Tra i contestatori pochi furono sorpresi della dimenti-
canza: erano per lo più così giovani che probabilmente
Dylan non lo conoscevano neanche, e lo consideravano più
o meno come noi possiamo considerare Frank Sinatra, un
vecchiotto un po' noioso. Ma ripensandoci, è un po' più
sorprendente che quel verso non se lo ricordasse il leader
della marcia Weberman, un critico e autore di rock che si
autodefinisce un « dylanogista » e tiene una lezione setti-
manale alla Alternate University su questo argomento. Ho
già detto che è stato Weberman a organizzare la dimostra-
zione: nel marzo fece circolare fra i giornali della stampa
alternativa un ciclostilato nel quale accusava Dylan di aver
comprato 20.000 dollari di azioni di una fabbrica impe-
gnata in produzione bellica, di aver investito 250,000 dol-
lari in un palazzo di uffici a Broadway, di essere diventato
eroinomane ( causa evidente, secondo Weberman, della sua
trasformazione da artista a sfruttatore) ; nello stesso ciclo-
stilato dichiarava di aver invano chiesto prima agli avvo-
cati di Dylan e poi all'ufficio legale della sua casa disco-
grafica (la Columbia) di intentargli causa per diffama-
zione, fornendo le date delle trasmissioni radiofoniche e
degli articoli nei quali aveva già divulgato queste « in-
formazioni ». Il ciclostilato sembrava prodotto, in realtà,
dal rifiuto dei legali a fare questa causa,' e il « dylano-
gista », che alcuni hanno accusato di affrontare la via del-
la celebrità attraverso una vera e propria persecuzione di
Dylan, ripiegò -o così è parso ad alcuni -sull' azione
di strada,
La persecuzione di Dylan da parte di Weberman era
iniziata il 17 ottobre 1970, quando il critico cominciò ad
andare tutte le sere a frugare nei bidoni della spazzatura
del poeta-cantante con l'idea di rintracciarvi « documenti »
che dimostrassero la sua « corruzione » borghese: docu-
menti che Weberman ritenne di poter riconoscere in alcuni
reperti, per esempio il conto di un veterinario per il cane
Sasha, gli ordini postali di cosmetici per la moglie Sarah
Lownds, qualche fotografia dei bambini, qualche lettera di
parenti « beneficiati », la ricevuta del sovvenzionamento di
una scuola privata progressista, alcune riviste di rock tra
le quali una che conteneva un articolo dello stesso Weber-
man. Dopo aver subito per due settimane perquisizioni
almeno altrettanto arbitrarie di quelle della polizia, Dylan
mostrò di essersi accorto di questa invasione alla sua privacy
facendo trovare nel bidone della spazzatura una busta con
cinque spazzolini da denti e un tubetto da dentifricio; nel-
la simbologia di Dylan pare che i denti rappresentino la
chitarra elettrica, così come, per esempio, gli occhiali da
sole rappresentano le « superstar ». Weberman cominciò a
parlare della spazzatura di Dylan in una trasmissione ra-
diofonica « liberata » e nel gennaio 1971, forse per co-
stringere il cantante a reagire, una serà andò con una cin-
quantina di allievi della Alternate U niversity davanti alla
sua abitazione. Quella sera, mentre David Peel suggeriva
che i sacchi della spazzatura di Dylan erano verdi come i
biglietti di banca da lui accumulati, un « liberazionista »
decise di sfondare una finestra per invadere la casa; ma
proprio in quel momento Dylan comparve sul marciapiede
dall' altro lato della strada. Pareva, disse poi Weberman,
che il fumo gli uscisse dalla testa.
Cominciò così l'intervista di Weberman a Dylan: per
prima cosa Dylan gli fece chiudere il registratore, poi gli
chiese se per caso non fosse un razzista antiebraico. A sua
volta Weberman gli mosse le accuse rivoluzionarie, rim-
proverandolo di non scrivere più canzoni « impegnate »,
anzi, di essere un conservatore, di sovvenzionare la sua fa-
miglia borghese invece dei Movimenti di Liberazione; poi
gli chiese di fare una serata di beneficenza per John Sin-
clair, in carcere per detenzione di marijuana e considerato
prigioniero politico. Dylan rispose che serate di beneficen-
za non ne aveva mai fatte per nessuno, ma promise di
scrivere una canzone per tutti i prigionieri politici del mon-
do nel prossimo disco, e anzi propose a Weberman di fare
in società con lui una canzone ispirata a un viaggio in Mes-
sico compiuto di recente dal dylanogista, che nella città di
Progresso, nello Yucatan, andò ad abitare con un lavora-
tore diventato bracero: l'idea di Dylan era di devolvere
gli incassi alla Guerra di Liberazione Nazionale ( i versi da
lui proposti furono: « Down in Progresso / a bracero
lived / in a sombrero / full of expresso » ) .
L 'intervista finì senza grandi risultati, ne teorici ne
pratici, a parte il fatto che Weberman venne invitato a
visitare lo studio di Dylan e ricevette dal cantante quel-
l' attenzione che non aveva mai ottenuto; ricevette anche
da lui, ormai vecchio maestro trentenne, il consiglio di
usare la sua energia con una chitarra, per inventare can-
zoni: un consiglio che Weberman scartò, dicendo che il
vecchio Dylan pieno di idee era ormai diventato un guscio
vuoto e firmando l'intervista con la formula in voga in
America nei mesi che prepararono l'ingresso di Mao al-
I'ONU: Free Bob Dylan, Power to the People.
Forse l'aspetto più interessante di questa contestazione
fu un'ennesima constatazione del fenomeno, tipico in Ame-
rica, della velocità di consumo degli eroi popolari. Bob
Dylan si ritrova a 30 anni, dopo un periodo di celebrità
quasi insopportabile, a essere contestato dalle stesse mino-
ranze che anni fa lo avrebbero acclamato,' e il suo destino
non è diverso da quello toccato ad altri eroi popolari che
negli Anni Cinquanta, quando Bob Dylan era ancora bam-
bino, impostarono il problema del dissenso, dell' anarchia,
dell' anticonsumismo. del rifiuto alle norme dell'Establish-
ment preparando la strada libertaria pacifista che Dylan
avrebbe percorso nella prima metà degli Anni Sessanta,
quando aprì a sua volta la via ai rivoluzionari antirifor-
misti che oggi lo contestano,
Non c'è dubbio che al di là dello stellismo, al di là
dell'industria discografica, al di là perfino della vanità per-
sonale o se si vuole del culto della personalità) Bob Dylan
non fu soltanto un cantante e un chitarrista, ma fu soprat-
tutto un poeta e un profeta,' e quando dico « fu » non
intendo usare un passato remoto polemico ma soltanto sot-
tolineare il fatto che la sua recente produzione si è sco-
stata dall' attivismo sociale. Le ricerche intimiste e para-
bucoliche della sua nuova maniera sono state giudicate da
qualcuno soltanto un trucco per far quattrini, ma forse
sono state anche una proposta -un consiglio -di rivol-
gere l' attenzione ai problemi ecologici, al dramma della
distruzione del pianeta di cui gli eccidi politici e militari
sono parte almeno altrettanto integrante che gli eccidi in-
dustriali e commerciali,' e sicuramente hanno indicato che
Dylan ha spostato la sua creatività ( i critici la chiamano:
.« la sua innovazione » ) dalla musica folk della denuncia
urbana, da lui trasformata nella cosiddetta musica folk rock,
all'antica country music, la musica di campagna, nella quale
introdusse appunto una vena di denuncia ecologica) di pro-
testa contro l'inquinamento, l'iperpopolazione, l'alienazione
delle metropoli o anche soltanto delle grandi città.
Il Dylan che i giovani attivisti non conoscono più è
quello che a 16 anni cantava nel caffè studentesco T he
Scholar all'U niversità del Minnesota ( dopo aver seguito
a 12, o così pare, il cantante negro di blues Big Joe Wil-
liams, in una tournee in cui imparò a suonare la chitarra e
a capire lo spirito « negro » dei blues) e a 20 andò in
New Jersey a visitare Woody Guthrie ( cronista dei disa-
stri che condussero alla seconda guerra mondiale) relegato
nel Greystone Hospital e di lì nella New York 1961 ( che
rimpiangeva James Dean e Marlon Brando in motocicletta-
giacca di cuoio-occhialoni neri e assisteva alla scena degli
Angel Headed Hipsters di Allen Ginsberg e dei Bop Cats
di Jack Kerouac) , a dormire nelle stazioni del subway e a
cantare nervoso e impacciato nel Gerde's Folk City, un
circolo folk famoso del V illage , imitando Woody con ab-
bastanza magnetismo da attirare l' attenzione del critico del
« New York Times » e del talent scout della casa disco-
grafica Columbia. Eppure quelli che lo sospinsero verso la
sua favolosa celebrità furono i giovani attivisti di quegli
anni, quando ai tempi di Kennedy gli studenti erano preoc-
cupati della guerra nucleare, della disonestà pubblica, del
conformismo politico e dell'ipocrisia privata e l'attivismo
si manifestava nella campagna per il disarmo nucleare, nel-
la battaglia per i Diritti Civili ( con Martin Luther King
abbastanza spesso in prigione da non venir accusato di Ri-
formismo) e nell' alleanza dei liberali e dei radicali bianchi
( in lotta per ottenere ai negri quel rispetto che i negri
cercarono poi di procurarsi da se con nuove immagini di
mitra e uniformi paramilitari: non per niente J ohn Ken-
nedy aveva ammonito che se non si vuole la rivoluzione
bisogna organizzare le riforme) .
La delusione che nacque dal fallimento dell' attivismo
radicale e che convogliandosi col nuovo nome di « movi-
mento » denunciò i risultati degli attivisti come un successo
di carta e la guerra in Vietnam come una prova inconfu-
tabile di insuccesso fece ritrovare Dylan in una posizione
alienata e introversa, che lo condusse in fretta a vedere
l'opinione pubblica trasformare il suo personaggio da un
acclamato profeta a un « venduto » all'industria. Tutto
questo avvenne in fretta, molto in fretta, sempre più in
fretta: il suo primo disco uscì nel 1962, il disco famoso,
quello con Blowing in the Wind e Masters of War, nel
1963 (lo stesso anno in cui gli venne proibito di cantare
alla radio Talking John Bi.rch Society Blues, una denuncia
del neofascismo americano impegnato nella caccia alle stre-
ghe contro il comunismo, coi versi pesantemente sarcastici:
« Siamo d' accordo con le idee di Hitler / nonostante abbia
ucciso 6 milioni di ebrei / non importa se era fascista /
almeno non si può dire che fosse comunista » ) , il terzo,
con The Times They Are A-Changin', ne11964, quello con
Gates of Eden, It's Alfight Ma' e Mf. Tambourine Man
( ritratto di uno spacciatore di marjiuana, così sopranno-
minato da una marca di cartine da sigarette, che provocò
abbastanza scandalo in piena « caccia alla droga » ameri-
cana da venire radiato dalle trasmissioni radiofoniche e
televisive e da diventare l'inno nazionale di una larga mi-
noranza di gioventù) nel 1965 e quello con la Ballade of a
Thin Man, che simboleggiò un decennio col verso « so-
mething is happening here / but you don't know what
it is. / Do you, Mr. Jones? », ancora nel 1965: nell'otto-
bre 1965 la rivista « Esquire » pubblicò i risultati di una
inchiesta svolta nelle Università americane che si chiedeva
quale fosse la personalità più notevole del momento e i
primi tre nomi che risultarono prescelti furono John Ken-
nedy, Bob Dylan e Fidel Castro; e nel dicembre il « New
York Times », riferendosi a un'inchiesta svolta dalla « Par-
tisan Review », dedicò una pagina ai giovani intellettuali
d' America col titolo « Bob Dylan è l' erede di Faulkner e
di Hemingway? ».
Quando dico in fretta, voglio dunque dire in tre anni;
ma in quei tre anni Dylan cementò l'immagine del Nuovo
Stile di Vita individuato da Jack Kerouac e cantato da
Allen Ginsberg e rappresentò l'ultimo gradino della scala
percorsa dai cantanti folk di città, sempre ispirati da un
desiderio di trasformazione sociale a sfondo comunitario
e di ispirazione ribelle, che dalle originarie canzoni ano-
nime, nate spontaneamente in comunità rurali omogenee
( preoccupate di tramandare una tradizione regionale basa-
ta sui problemi locali) presero nel secondo dopoguerra
l'idea di accompagnarsi con la chitarra per protestare con-
tro i problemi che dilaniavano la vita cittadina: i ghetti, la
discriminazione, lo sfruttamento dei minorenni, la guerra,.
la pace, la libertà, i sottoprivilegiati e così via. Come un
nuovo menestrello, un nuovo troubadour coinvolto con la
condizione umana in un mondo nucleare, anche Bob Dylan,
arrivato a New York, abbandonò i temi rurali per quelli
urbani e si dedicò alla protesta, alla denuncia, al riscatto
dall'alienazione, dalla standardizzazione e così via: qualcuno
disse che fu il simbolo vivente della Beat Generation. I
suoi umori furono l'ira, la solitudine, la disperazione, il
furore, e li cantò con sofisticazione e stilizzazione, in com-
pleta antitesi con la spontaneità e l'ingenuità dei vecchi
cantanti folk rurali.
Joan Baez, l'altra cantante folk che divise con Dylan
l'idolatria delle larghe minoranze di quegli anni, disse:
« Bobby esprime ciò che io e molti altri giovani sentiamo,
ciò che vogliamo dire. Di solito le canzoni di protesta con-
tro la bomba e contro il pregiudizio razziale e contro il con-
formismo sono stupide, prive di bellezza. Ma le canzoni di
Bobby sono forti come poesia e forti come musica. E, Dio
mio, come sa cantare! ». Insieme agli adolescenti, lo ap-
plaudirono gli intellettuali che allora si chiamavano hip:
Allen Ginsberg, il poeta che negli Anni Cinquanta aveva
portato la poesia dalla campagna agli agglomerati urbani,
disse: « Scrive una poesia migliore di quella che scrivevo io
alla sua età. E' un genio menestrello dell'età spaziale piut-
tosto che un vecchio poeta da biblioteca ». Robert Shelton,
più tardi diventato il suo biografo, disse nell' articolo che
lo lanciò sul « New York Ti,nes »: «Dylan ha rotto tutte
le regole della canzone, ma ha qualcosa da dire e lo dice ».
In queste canzoni, che secondo i critici conservatori ricor-
dano la pseudo poesia di protesta degli Anni Trenta ( quan-
do a protestare erano commediografi come Odets o Maxwell
Anderson) , Dylan usò uno slang, un gergo pesante, il nuo-
vo gergo degli hipsters di quegli anni; con quel gergo aiutò
Ginsberg a togliere la poesia dalle Accademie e come una
specie di Omero del Ventesimo Secolo la restituì alle masse,
con l' aiuto dei jukeboxes che altri poeti non ebbero a
disposizione .
Ma al Festival di Newport, nel 1965, Dylan si presentò
con un gruppo rock e con una chitarra elettrica invece che
solo con la sua vecchia chitarra; e dal palcoscenico dove due
anni prima aveva raggiunto la fama cantando davanti a
36.000 persone, accompagnate da tutte le stelle del mo-
mento, da Pete Seeger a Joan Baez, il suo Blowing in the
Wind, già diventato inno degli attivisti per i diritti civili,
venne cacciato a fischi: i giovani che adoravano la sua pre-
senza profetica, la sua denuncia libertaria, il suo orrore per
la repressione violenta ( il « New York Herald Tribune »
lo definì « la personificazione della collera e della solitu-
dine » ) , non gli perdonarono di abbandonare il folk per
passare al rock. Poco dopo il disastro di Newport, a Forest
Hills Dylan cantò nella prima metà dello spettacolo canzoni
folk e nella seconda canzoni rock, ma questa volta non si
lasciò scacciare dai fischi e continuò fino alla fine dell' ese-
cuzione, già sostenuto dall'80% del pubblico.
A farlo diventare una stella del rock fu Like a Rolling
Stone, che Dylan scrisse al ritorno da un viaggio in Inghil-
terra e del quale disse dopo che comporlo ed eseguirlo « fu
come nuotare nella lava appeso per le braccia a una betul-
la ». In realtà, viste ormai nella loro prospettiva storica,
parecchie sue canzoni, fino allora presentate come canzoni
folk, si rivelarono adatte a essere eseguite con un gruppo
dt strumenti; e quelli del mestiere sapevano che ancora nel
1960 il rock and roll era un prodotto di gruppo, con le
canzoni scritte indipendentemente dalla musica e poi mu-
sicate dalle case discografiche, ed era inaccessibile dunque
a un giovane privo di « organizzazione ». La grande inno-
vazione di Dylan fu di addossarsi la doppia responsabilità
della composizione, sia dei versi sia della musica: una
responsabilità che gli venne accordata soltanto dopo che il
successo di Mr. Tambourjne Man gli conquistò la fiducia
delle case discografiche e il successo di Like a Rolling
Stone gli permise di fare da quel momento in poi qualun-
que cosa volesse .
In realtà il rock incominciò presto a passare da una
fase individualistica a una fase comunitaria, proprio per
l'intervento di Bob Dylan; e il critico che definì più tardi
il rock come « le Guardie Rosse della Rivoluzione » con
questa definizione attribuì a Bob Dylan una nuova posi-
zione profetica. Nel passaggio dal folk al rock Dylan, che
nella fase folk era stato soprattutto influenzato da Woody
Guthrie, venne influenzato da Buddy Holly, insieme a
Elvis Presley una figura leggendaria del rock bianco degli
Anni Cinquanta, e da Chuck Berry la cui celebrità, tron-
cata da una condanna scontata in prigione per ratto di
minorenne e ispiratrice della canzone famosa You Never Can
Tell, venne ricostruita dai Rolling Stones, che iniziarono la
loro fortuna cantando quasi esclusivamente le sue canzoni;
ma credo si possa dire che fu influenzato soprattutto da
esperienze di allargamento della consapevolezza che diedero
ai suoi versi quelle immagini fantastiche, quelle visioni fa-
volose, quell'allusività sconnessa dal punto di vista logico
e affondata in un contesto di dolore e di solitudine che
affascinò una larga minoranza della gioventù di quegli anni.
Poi ci fu il disco che spense l'interruttore per molti
e lo accese per i « tecnici »: quel Blonde on Blonde in
cui le canzoni erano davvero delle canzoni, non più
blues, non più profezie, non più rivolte libertarie ma per-
fette produzioni discografiche; e ci fu l'incidente di moto-
cicletta, di notte, su una motocicletta guasta, con la moglie
che lo seguiva in macchina, e pettegolezzi che parlarono di
un tentativo di suicidio, che parlarono di lesioni perma-
nenti, che parlarono della frattura di tre vertebre o del-
l' osso del collo o di una vertebra cervicale, che parlarono
di tutte le più o meno innocue invenzioni di cui parlano tut-
ti i pettegolezzi in tutti i paesi del mondo di tutti i tempi:
come diceva Malcolm X, « Quelli che parlano non sanno
e quelli che sanno non parlano ».
Durante l'anno di ritiro che seguì l'incidente, tra con-
certi rimandati prima fino a gennaio poi fino a marzo poi
forse per sempre e comparse in televisione cancellate tra
cause legali e rivendicazioni, scrisse un « romanzo », Ta-
rantuIa, subito pirateggiato, pubblicato in parte a puntate
sull'« Atlantic Monthly », ristampato sotto forma di ma-
noscritto fotocopiato dalla stampa che ancora si chiamava
underground e finalmente lanciato da un editore industria-
le. La prima comparsa in pubblico dopo l'incidente della
motocicletta la fece, il 20 gennaio 1968, al Carnegie Hall
di New York} per un concerto organizzato in memoria di
Woody Guthrie, senza molta pubblicità ne risonanza; la
prima comparsa pubblicizzata fu quella all'Isola di Wight,
nell'agosto 1969, davanti a 200.000 persone, vestito di
bianco, con una camicia gialla, i capelli corti, i baffi e la
barba, col new look e anche la nuova voce che gli era
venuta smettendo di fumare: meno nasale e raschiante, sen-
za più cattiva pronuncia, senza più ronzio. Questa com-
parsa, ostinatamente voluta da Richie Heavens e ripetuta-
mente considerata un disastro da Dylan ( che neanche a far-
lo apposta due mesi prima aveva ricevuto la laurea ad
honorem in Scienza Musicale all'Università di Princeton,
con la motivazione che la sua musica rappresentava
« l'espressione autentica del turbamento delle giovani co-
scienze americane » ) fu anche la prima delusione pubblica
di ammiratori che avevano sopportato il suo « tradimento »
quando quattro anni prima Dylan aveva aggiunto gli im-
pianti elettrici del rock alla tenera chitarra del folk e che
avrebbero forse sopportato di sentirgli massacrare canzoni
considerate intangibili ( forse perfino di sentirlo sbagliare
nel cantare la seconda strofa del suo, del suo supersuo
Like a Rolling Stone e addirittura dimenticare la terza) ,
ma non sopportarono che il loro profeta non suggerisse
più rivolte e denunce. Il poeta rivoluzionario che aveva
aggredito « i padroni della guerra » e la « dura pioggia di
residuati atomici » si ritrovava, padre di quattro figli, a
cantare piaceri innocenti e le delizie dell'amore. Per qual-
cuno, i conti non tornarono più.
La chiave per capire la trasformazione era comparsa
quattro mesi prima, nell' aprile, nel disco Nashvi.Ile Skyline.
Questo era seguito di circa un anno al disco John Wesley
Harding, il primo a uscire dopo l'incidente, con la rivela-
zione di un Bob Dylan già avviato verso la musica country
and western, di campagna, con la voce ridotta a un mor-
morio, una musica estremamente spoglia e l' attenzione ri-
volta ai problemi del destino, della morte, della libertà non
più intesi come rivolta o come accusa ma come medita-
zione: un disco cantato da una voce così sofisticata, armo-
niosa e rafftiata da far pensare a qualcuno che il disco non
fosse cantato da lui e presto chiarito come una transizione,
che condusse appunto al Nashville Skylme. In un'intervista
su un settimanale americano, durante il lancio del disco,
Dylan dichiarò che voleva comparire in uno spettacolo te-
levisivo insieme a Johnny Cash, un altro idolo degli stu-
denti ribelli ma, pare, non progressista in politica estera;
più che l'atteggiamento politico di Cash in quel momento
impressionò tuttavia gli antichi ammiratori di Dylan la sua
scelta ormai dichiarata di una terza maniera, questa volta
pesantemente influenzata da Hank Williams ( il più grande
« cantante di campagna » degli Anni Cinquanta morto tra-
gicamente a 29 anni quando già era diventato una leg-
genda) , che cantava canzoni di campagna con semplici li-
riche agresti sullo sfondo del « suono di Nashville », cioè
della musica di campagna diventata famosa all'inizio degli
Anni Cinquanta insieme al gruppo meridionale che la lan-
ciò nel club Carousel ( il chitarrista Chet Atkins, il piani-
sta Floyd Cramer, il sassofonista Boots Randolph, il batte-
rista Buddy Harman e il bassista Bob Moore).
Non per niente, dunque, il disco si chiamò Nashville
Skyline e non per niente fu Johnny Cash a scriverne la
presentazione e non per niente la prima canzone fu un duet-
to di Dylan con Johnny Cash; ma chi lesse l'intervista
sul « Newsweek » non si rassegnò alle dichiarazioni di
Dylan, che disse per esempio: « Queste sono le canzoni che
ho sempre desiderato scrivere quando ho potuto. Quelle
altre canzoni le ho scritte nell' atmosfera di New York. Non
le avrei mai scritte, ne cantate come le ho cantate, se non
avessi sentito i cantanti nei caffè di New York e i discorsi
nelle stanze fumose. Quando andai a New York era chiaro
che stava succedendo qualcosa, la musica folk, e ho fatto
del mio meglio per imparare a suonarla ».
Superata la sorpresa, alcuni ricordarono che già in un'in-
tervista del 1964 Dylan, mentre incideva Another Side of
Bob Dylan, aveva detto: « Qui non ci sono canzoni di ac-
cusa. I dischi che ho fatto li sostengo, ma alcuni furono
come saltare nella scena per farsi sentire e in gran parte
perche non c'era nessun altro che lo stava facendo. Ora
c'è un mucchio di gente che fa canzoni di accusa. Capisci,
accusando tutte le cose sbagliate. Io non voglio scrivere più
per la gente. Capisci, essere un portavoce... d'ora in poi
voglio scrivere dall'interno, e per farlo devo tornare a scri-
vere come facevo a dieci anni, far venir fuori tutto spon-
taneamente. La maniera in cui mi piace scrivere è che
tutto venga come cammino e come parlo ». In quel disco,
nella canzone My Back Pages, disse: « Il pregiudizio nau-
fragato balzò / a lacerare tutto l'odio... gridai / men-
zogne che la vita è bianca e nera / parlai dal cranio...
sognai / fatti romantici di moschettieri / posati nel pro-
fondo / ah, ma ero molto più vecchio allora / ora sono
più giovane ».
A un intervistatore che gli chiese di precisare perche
non volesse più cantare canzoni di accusa, disse: « Mi sono
guardato attorno e ho visto tutta questa gente che stava
accusando la bomba. Ma la bomba sta diventando una sec-
catura, perche l'errore va molto più in profondità della
bomba. L 'errore è che troppo poca gente è libera. La mag-
gior parte di quelli che vanno in giro sono legati a qual-
cosa che non permette loro di parlare, in realtà, così non
fanno che aggiungere la loro confusione al pasticcio gene-
rale... Joanie Baez si preoccupa che qualcuno si impadro-
nisca di me e mi sfrutti. Ma io sono cool. Io mi con-
trollo perche non mi importa del denaro e simili, sono
cool perche ho subito abbastanza trasformazioni per sapere
che cosa per me è reale e che cosa non lo è. E' come
questa celebrità. Va bene qui nel Village . La gente non mi
bada. Ma in altre città è curioso sapere che gente che non
si conosce crede di conoscerti. Voglio dire, credono di
sapere qualcosa di noi... Così mi ritiro ».
In realtà sembrò più convincente, come molla del suo
ritiro, una quasi drammatica cerimonia che si svolse nel
dicembre 1963 all'Hotel Americana, quando il Comitato
di Emergenza delle Libertà Civili gli diede il premio Tom
Paine per le sue attività « politiche ». Dylan raccontò la
cerimonia così: « Appena sono arrivato lì, mi sono sentito
male. Prima di tutto non hanno lasciato entrare quelli che
erano con me... non erano vestiti bene, o cose del genere...
Ho cominciato a bere. Ho guardato giù dalla pedana e ho
visto un mucchio di gente che non aveva niente a che fare
col mio tipo di politica. Li ho guardati e mi sono spa-
ventato... erano quelli che si erano mescolati con la Sinistra
negli Anni Trenta e ora stavano sostenendo gli sforzi per
i Diritti Civili. Questo era bello da parte loro, ma avevano
anche visoni e gioielli, e pareva che dessero i loro soldi
per un senso di colpa. Mi sono alzato per andarmene e mi
hanno seguito e mi hanno preso. Mi hanno detto che ero
costretto ad accettare il premio. Quando mi alzai per fare
il mio discorso... stavano parlando dell'uccisione di Kennedy
e dei monaci Buddhisti in Vietnam... parlai di Lee Oswald...
e, capisci, hanno incominciato a fischiare. Mi guardarono
come se fossi un animale. Credettero che volessi dire che
avevano fatto bene a uccidere Kennedy... Poi ho parlato
dei miei amici di Harlem, qualcuno drogato, tutti molto
poveri. E ho detto che avevano bisogno di libertà quanto
tutti gli altri, ma che cosa si stava facendo per loro? ...
Quello che si aspettavano da me è che io fossi simpatico.
Che dicessi: Vi sono grato di avermi dato il premio e credo
fermamente nei liberali e voi comprate i miei dischi e io
sostengo la vostra causa. Ma non lo feci, e così quella not-
te non sono stato accettato... Quella notte sono rimasto
solo... Non voglio far parte di nessuna organizzazione. Quel-
la gente era come tutta la gente. Sono incatenati a quello
che stanno facendo. Soltanto cercano di aggiungere morale
e grandi azioni alle loro catene. Devono conservare le loro
posizioni. Non ho niente a che fare con loro e la gente che
frequento non ha niente a che fare con loro ».
Le ripetute affermazioni di Dylan di non voler venire
bloccato come una farfalla trafitta da uno spillo comin-
ciarono già in quel 1964, quando per esempio qualcuno
usò con lui l'espressione « il Movimento » per indicare il
lavoro degli attivisti per i Diritti Civili e Dylan gli rispose
perplesso: « Sono d'accordo con tutto quello che sta suc-
cedendo, ma non faccio parte di nessun Movimento. Al-
trimenti non sarei capace di fare altro che essere nel Mo-
vimento. Non posso avere gente intorno che stabilisce per
me delle regole. Io faccio un mucchio di cose che nessun
Movimento mi permetterebbe di fare ». In un'altra inter-
vista disse: « Faccio della musica, scrivo delle canzoni. Ho
una certa visione delle cose e penso che tutto dovrebbe
avere un certo ordine. E basta. Credo che ci sia gente ad-
destrata per fare il leader o balle del genere. Io sono solo
una persona, e faccio quello che faccio. Cerco di continuare
per la mia strada e di non lasciarmi imbrigliare. E basta ».
Nel marzo 1965 la canzone Maggie's Farm rivelò quello che
era e rimase il « manifesto» di Dylan; « Voglio essere
quello che sono », più diverso forse di quanto sembri a
prima vista dal programma del gruppo contestatore dei
Diggers: « Fate quello che volete »: nello stesso anno la
canzone Subterranean Homesick Blues confermò la sua po-
sizione libertaria col verso « Non c' è bisogno di un Weath-
erman / per sapere da che parte tira il vento », dove la
parola Weatherman non voleva dire soltanto « metereo-
logo » ma preannunciava già il gruppo di estrema sinistra
che introdusse l' azione rivoluzionaria violenta nella scena
del dissenso americano.
In realtà sono stati il suo atteggiamento libertario e la
sua creatività di innovatore a guidare i vari passaggi di
Dylan dalla canzone folk rurale a quella folk cittadina
alla canzone folk-rock, che toccarono tutte le fasi del dis-
senso di quegli anni, dalla campagna per il disarmo nu-
cleare alla campagna per la liberazione dei negri. Con coe-
renza, proprio perche, come disse Robert Shelton, « la bio-
grafia di Bob Dylan è nelle sue canzoni », il primo disco
che uscì dopo l'incidente ( in seguito al quale il poeta tra-
scorse un lunghissimo periodo di ritiro nella casa del suo
agente Albert Grossman a Bearsville, un villaggio adia-
cente a Woodstock, e poi in una sua casa a Big Pink, fuori
New York, che diventò nei resoconti una specie di repub-
blica autonoma quasi con diritto di battere moneta) parve
annunciare, sconcertando qualcuno, un ritorno alla musica
Country and Western.
Questo ritorno sembra dunque da ricollegare alla sua
realtà fisica, al fatto che in quel momento viveva in cam-
pagna, e anche al fatto che l'incidente in motocicletta aveva
lasciato in lui tracce più profonde di quanto la pubblicità
abbia fatto credere, o comunque tracce abbastanza gravi da
fargli dire in un'intervista: « Ai tempi di Blonde on Blonde
andavo ad una velocità spaventevole... Quando si va in
fretta non si è così consapevoli come si dovrebbe. Quello
che mi ha fatto cambiare è che ho accettato quello che mi
accadeva... In che cosa mi ha cambiato l'incidente? è dif-
ficile parlare di questo cambiamento. Ma non mi resi conto
dell'importanza di questo incidente per almeno un anno.
Poi ho capito che era un vero incidente. Credevo che mi
sarei alzato e avrei ricominciato a fare quello che facevo
prima e invece mi sono accorto che non era più possibile ».
Il Dylan che si mise a cantare le canzoni di campagna
era un Dylan che era andato a guarire in una campagna di
cui colse la purezza e l'equilibrio ecologico nel momento in
cui la gioventù d'America tentava l'esperienza delle comu-
nità agricole come ultima campana d' allarme contro l'in-
quinamento ecologico e psichico del Pianeta. Il disastro
dell'Isola di Wight venne soprattutto dalla spezzatura di
questo equilibrio e il disco che seguì, SeIf-Portrait, nel giu-
gno 1970, rivelò un Dylan distratto e sarcastico, che con
ironia pesante chiamò Autoritratto una raccolta di canzoni
non sue, eseguite con accompagnamento di violino e cori
quasi da musica parasinfonica: l' aggressione che gliene venne
dalla critica fu così massiccia che la radio, ancora nell'otto-
bre di quell' anno, si rifiutò di trasmettere il programma
Dylan-Cash, a causa della cattiva esecuzione non di Cash
ma di Dylan. A risollevare la sua fama fu, cinque mesi
dopo, New Morning, che nel novembre 1970 mostrò una
sua nuova maniera, non più folk, non più folk-rock, non
più country and western: di un Dylan ripiegato sulla solitu-
dine e la disperazione, che con l'antica voce rauca propose
di vincere alienazione e paranoia tentando di accostare o
almeno di non respingere la gioia della vita lontano dalla
corruzione cittadina, dal falso eccitamento urbano, dall'in-
quinamento mortale delle metropoli.
Ancora una volta, cioè, Dylan aveva cercato di non
lasciarsi trafiggere da uno spillo, aveva cercato di essere
se stesso. In realtà il suo autoritratto, senza ironie e senza
sarcasmi) sembra proprio che lo abbia scritto in un epitattio
che incluse nel « romanzo » Tarantula:

Qui giace Bob Dylan
Assassinato
Alle spalle
Da carne tremante
Che dopo esser stata respinta da Lazzaro
Gli balzò addosso
Per solitudine
Ma scopri sbalordita
Che era già diventato
Un tramvai e
Questa fu esattamente la fine
Di Bob Dylan
Ora egli giace nell'obitorio
Della signora Effettivamente
Dio accolga la sua anima
E la sua sgarberia
Due fratelli
E un nudo figlio di mamma
Che sembra Gesù Cristo
Possono ora spartire i suoi resti
I resti della sua malattia
E i suoi numeri del telefono
Non c'è forza
Da regalare
Ciascuno adesso
Può soltanto riprenderla.
Qui giace Bob Dylan
Distrutto dalla cortesia di Vienna
Che ora pretenderà di averlo inventato
La gente cool adesso
Può scrivere Fughe su di lui
E Cupido adesso può scalciare sulla sua lampada a kerosene
Bob Dylan ucciso da un Edipo scartato
Che è andato
In giro
A esaminare un fantasma
E ha scoperto che
Anche il fantasma
Non era una persona soltanto

dicembre 1971

Fernanda Pivano




 
 
MAGGIE'S FARM

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