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Hai domande da porre, storie da raccontare, emozioni da condividere, sul grande Bob o inerenti la sua musica e la sua vita? Scrivi a spettral@tin.it e le tue mail saranno pubblicate in queste pagine. |
Bob Dylan Blues la posta di Maggie's Farm parte 66 |
Napoleon in rags. |
La società
Strategie di Immagine informa che il giorno 24 luglio 2001 si terrà
un concerto di Bob Dylan ad Anzio.
Per
ogni ulteriore informazione potete contattarmi al numero 0338-1998693
Distinti
saluti,
Lapo
Dell'Omo
630) Hi Michele,
ecco le spiegazioni
su American Photo.
E' una rivista di
fotografia americana bimensile di facile reperibilità
nelle migliori edicole.
Sto ancora verificando ma il sito
www.danielkramer.com
è ancora in costruzione.
saluti a tutti
Mario Mazziol
Ok Mario, grazie per
le informazioni che erano state richieste da qualche
amico di MF
Ed ora un racconto da New York di Anna "Duck"...
631) Ciao Michele,
come ti avevo detto,
a causa di un "simple twist of fate" mi sono ritrovata
proprio il 24 maggio
in volo per New York. Ed ecco un piccolo resoconto del
viaggio... saranno
impressioni molto superficiali della città, perchè la mia
permanenza è
stata brevissima, ma comunque sufficiente per farmi innamorare
e decidere di ritornarci
ancora e per un tempo più lungo! Ho trascorso due
giorni e mezzo ad
annusare l'aria come un cane da tartufi, alla ricerca di Bob...
(cane da tartufi ??
ma io
sono una papera !
e poi... scusami Bob, ti ho paragonato ad un tartufo!...vabbè,
rimediamo alla gaffe...
diciamo che il mio racconto sarà un po' un risotto e il
tartufo darà
un tocco prezioso al tutto...)
Confesso che ero un
po' scettica, ma mi sarebbe piaciuto, per il 60°
compleanno di Dylan,
assistere a parate e festeggiamenti come per il Columbus
Day, con spettacoli
pirotecnici e sfilate nella Fifth Avenue... Ovviamente di
parate e feste pubbliche
nemmeno l'ombra... ho girato in lungo e in largo,
Bob non si è
fatto vedere a New York, e se è per questo da nessun'altra parte,
nè in America
nè nel resto del globo... Apprendo or ora che mentre io facevo
chilometri su e giù
per Manhattan alla ricerca delle sue tracce, lui se ne stava
rintanato da qualche
parte a registrare il nuovo album !!!
Ma comincio dal principio:
siamo alloggiati al Waldorf Astoria, in Park Avenue,
uno dei più
antichi alberghi di New York, in stile Art Deco, 1700 camere, 4 o 5
ristoranti incorporati,
saloni, negozi, una quindicina di ascensori, il tutto
tremendamente e orrendamente
kitch, moquette fiorate, specchi,
boiserie, stucchi,
marmi, balaustre in ottone che vengono perennemente tenute
lustre da una schiera
di inservienti rigorosamente di colore, portieri in livrea
all'ingresso (anche
questi rigorosamente neri...). Vorrei a questo punto
sgombrare il campo
da equivoci, non sono una plurimiliardaria... il
fatto è che
si trattava di un viaggio di lavoro, e le "convention" si fanno
solitamente in posti
simili, e il tutto mi è costato una cifra assolutamente
"normale"...
E comunque nonostante
il lusso ostentato sopra descritto, mi ha colpito
l'assoluta mancanza
di convenzionalità... non ci sono regole... ho visto gente
sporca e dimessa stravaccata
sulle
preziose
moquette della hall,
con la testa appoggiata sugli zaini, come se fossero alla
stazione, al ritorno
da un concerto hard-rock, gente che gira scalza o in
canottiera sotto gli
occhi impassibili degli elegantissimi impiegati della
reception, senza che
nessuno dica nulla...
E tutti hanno libero
accesso agli alberghi e ai palazzi di New York, che a
questo scopo sono
dotati di doppia entrata, proprio perchè chiunque può
entrare, dare un'occhiata
e uscire dall'altra parte...e c'è una cosa
divertentissima: se
a qualcuno mentre sta passeggiando per la città, ad un
tratto viene improvvisamente
l'idea che potrebbe aver bisogno di un bagno,
nessun problema, entra
nel primo albergo extra lusso che gli capita, fa con
comodo tutto quello
che deve fare senza che nessuno gli chieda dove sta
andando e perchè...
tutto molto democratico, vero?
Depositata la valigia
in hotel, sfidando l'annebbiamento mentale da cambio di
fuso, per cui sarebbe
più prudente andare a dormire, siamo subito in giro alla
scoperta della città...
e dopo appena mezz'ora ho la netta sensazione di vivere
dentro un film, anzi
dentro a 100, 1000 film: ogni angolo di strada, ogni
palazzo, perfino i
passanti, mi sembra di aver già visto tutto al cinema... da
"Colazione da Tiffany"
a "C'era una volta in America", da "Il Maratoneta" a
"New York New York",
da Woody Allen a Martin Scorsese ai film polizieschi
in b/n degli anni
40... ha un che di surreale tutto ciò, come sono surreali e
suggestivi i grattacieli
che si infilano nelle nuvole e non vedi
dove finiscono...
forse arrivano fino in paradiso... forse basterebbe prendere
un ascensore per arrivarci...
New York è
"unica", è completamente diversa da qualsiasi altra città
abbia
visto, c'è
tutto di tutto e il contrario di tutto, mi ha colpito l'assoluta
mancanza di uniformità,
nelle case, nella gente per strada, nel come si veste,
nei mille baracchini
che vendono cibi di ogni tipo e di ogni paese, nelle vetrine
dei negozi che espongono
le cose più incredibili, dalle più costose alle più
strane...
ho visto ad esempio
un vestito sul genere di quello che Bob sfoggia sulla
copertina dell'album
At Budokan... da noi sarebbe improponibile, ma
evidentemente qui
c'è gente che indossa cose un po' vistose... Comunque è
certo... Bob acquista
i suoi splendidi abiti a New York!
Noi invece evitiamo
accuratamente i negozi di abbigliamento ed entriamo in un
negozietto dall'aspetto
un po' malandato: oltre che vendere cd, ha il più grosso
assortimento di spartiti
mai visto, di Dylan ci sono quelli di tutti gli album più
una cinquantina di
raccolte varie... io mi compro due cd con raccolte di brani di
Woody Guthrie, e mio
marito, oltre ad un cd live di Chuck
Berry che cercava
da tempo, si compra un book con parole e musica di un
centinaio di canzoni
di Bob, spendendo una cifra strabiliante... alle mie
rimostranze mi dice
che lo fa per me... non so cosa pensare... o ha visto
l'annuncio su MF del
Bob Dylan Forever di Aosta e ha deciso di preparare
qualche cover e partecipare...
oppure vuole ampliare un po' il suo repertorio
dylaniano che attualmente
si limita alla versione raggie di Knockin' On
Heaven's Door, a I'll
Be Your Baby Tonight, che è la canzone che gli piace di
più e che,
devo riconoscerlo, gli riesce meglio che a Bob
nelle versioni live,
e naturalmente a Don't think twice... e per un mozartiano
non è poco...
Ecco, un'altra caratteristica
di New York è la musica, c'è musica
dappertutto... ci
sono migliaia di posti dove si fa musica di tutti i tipi ad ogni
ora del giorno e della
notte, sempre... ci è capitato di entrare in un anonimo bar
alle dieci di mattina
a bere il caffè e ascoltare un trio con tastiere,
contrabbasso e chitarra
che suonavano jazz... oppure un mezzogiorno ci siamo
trovati a pranzare
in un locale con ristorante self service, e assistere ad uno
splendido concerto
di gospel...
Naturalmente la tappa
"clou" è il Greenwich Village: ci arriviamo facendoci
una camminata lungo
tutta Broadway da nord a sud, per chilometri... ma è il
modo più affascinante
di scoprire la città.
Da una via all'altra
cambia, ti appare una città completamente diversa, diverse
le case e i palazzi,
i negozi, i colori, gli odori, la gente... è davvero incredibile...
Il Village è
formato da strade strette, case basse e graziose, piccoli giardini,
molti locali e negozi...
però mi si presenta abbastanza anonimo... insomma non ci
"sento" la "sua" presenza
e le Coffee House citate nelle biografie forse non ci
sono più, almeno
io non le ho viste... poi ad un certo punto mi trovo in una
piazzetta, c'è
una chiesa circondata da un giardino e da una cancellata... ecco,
la cancellata... e
qui per poco non mi viene un accidente! E' la stessa
cancellata che fa
da sfondo a quelle quattro foto di Bob insieme a Suze che ci
sono nel booklet di
Biograph... Non ho saputo resistere alla tentazione di farmi
fotografare aggrappata
a quella cancellata... dovevo proprio essere
completamente fuori
di me per fare una cosa simile, non vorrei ripetermi, ma
come sai io odio le
foto!
Da quel momento comincio
ad incocciare per caso in luoghi dylaniani... il Kettle
of fish, mi sembra
di ricordare che Bob lo frequentasse all'epoca in cui ebbe
l'idea della Rolling
Thunder... e poi la MacDougal Street...
l'avevo cercata sulla
piantina della città senza trovarla... è poco più
di un
vicolo, molto
tranquillo, con graziose
casette a due o tre piani e quattro gradini per salire
all'ingresso... non
ricordavo assolutamente a che numero abitasse Bob, a buon
conto me le sono guardate
tutte... per fortuna la strada è corta... Poi infiliamo
Bleecker Street, e
ci attira un negozio che espone in vetrina cd e dischi Lp... e
qui ho il secondo
"quasi infarto" della giornata... c'è uno scaffale con una
quantità incommensurabile
di boot di Dylan!
Appena mi si disappanna
la vista comincio a farli passare uno ad uno... alcuni
già li possiedo,
ma la maggior parte non li ho... il problema è che il prezzo è
in
dollari, esattamente
49 dollari e 99 cents per il doppio cd... al cambio fanno
quasi 120.000 lire...
che faccio? vado nella banca vicina
e mi faccio fare un
prestito? vendo la casa ? Dopo circa tre quarti d'ora di
delirio e amletici
dilemmi, mio marito mi da l'aut aut: o mi decido a comprare
qualcosa oppure lui
mi abbandonerà al mio destino... a quel punto scelgo un boot
a caso e lo porto
alla cassa, ma con la terribile tentazione di chiedere se hanno
bisogno di una commessa...
L'ultimo pomeriggio
a New York finalmente si alzano le nuvole e riusciamo a
vedere la cima dei
grattacieli. E allora è d'obbligo la visita alle Twin Towers
per vedere la città
dall'alto. In 60 secondi si sale a 400 metri di altezza...e
qui ho provato l'emozione
più grande: lassù in cima, sul "Top of the world trade
center observatories",
ecco che mi appare una splendida foto di Bob, insieme
agli altri dieci/quindici
personaggi che hanno fatto grande New York! Ma io
credo anche che un
qualsiasi genio proveniente dal Minnesota, arrivando a New
York non avrebbe potuto
che diventare Bob Dylan.
Anna duck
632) Ciao Michele,
al volo per rispondere
al tuo vecchio-nuovo quesito.
Se non sbaglio il
personaggio sul quale è stato incastonato il tuo fotomontaggio,
dovrebbe essere Cassius
Clay, alias Muhammad Ali.
Ho vinto qualche cosa?
Ciao.
Gianfranco dog.
Ciao Gianfranco, RISPOSTA
ESATTA!!! Hai vinto un enorme peluche di
CicciodiNonnaPapera...
(non siamo impazziti io e Gianfranco... facevamo solo
riferimento ad una
mitica battuta di Paolantoni a Mai dire gol...), Michele
633) Ciao Michele,
volevo ringraziare
Anna Duck per aver risposto alla mia domanda riguardante i
biglietti x Brescia
e fargli i complimenti per la sua opera di fotomontaggio (a
proposito.... l'omone
che ti da il corpo dovrebbe essere il grandissimo
Muhammad Alì).
E inoltre volevo rifilarti
la mia Top 10
Allora cominciamo:
1. BLOWIN' IN THE WIND
2. GIRL FROM THE NORTH
COUNTRY
3. THE TIMES THEY
ARE A-CHANGIN'
4. A HARD RAIN'S A-GONNA
FALL
5. ROMANCE IN DURANGO
6. KNOCKIN' ON HEAVEN'S
DOOR
7. HURRICANE
8. LIKE A ROLLING
STONE
9. SHOOTING STAR
10. SHELTER FROM THE
STORM
Saluti a tutti gli
animaletti.
Luca "Spider"
Ciao Luca, ok, un CicciodiNonnaPapera anche a te. Michele "Napoleon in rags"
634) Ciao Michele,
come chiamare quelle
cose che faccio io non lo so,
opere come fai tu
credo sia gentile ma eccessivo,
chiamamole foto....
boh. Ti saluto e ti mando altre
foto di dylan ciao
Massimoouse
Okay allora indiciamo
un concorso tra gli amici di MF. Proponete termini per
definire le opere
fotografiche dylaniane di Massimouse (ne avete viste già un
bel pò su MF).
Al vincitore, cioè a colui che proporrà il termine più
originale e
che verrà quindi
adottato per indicare le opere suddette, andrà in premio un...
CicciodiNonnaPapera...
naturalmente!!! Napoleon
635) Ciao,
innanzitutto mi complimento
per il sito, comunque
volevo sapere quando
saranno disponibili i testi in
italiano e in inglese
di Blonde on blonde & Blood on
the tracks?
Nella canzone Masters
of war la parola "threatening"
come va tradotta?
Francesco
Ciao Francesco, grazie
per i complimenti. I testi di Blood on the tracks sono già tutti
disponibili nella sezione Testi in Italiano. Per Blonde on blonde pian
pianino li aggiungerò tutti. Per quanto riguarda il verso "For threatening
my baby" dalla canzone Masters of war la traduzione è: "Per minacciare
il mio bambino, non nato e senza nome etc... non valete il sangue che scorre
nelle vostre vene".
Ciao, Napoleon
636) Un concerto agratise
di Dylan? mi ci fiondo con pasti al sacco, così l'
unico a "rientrare"
di qualcosa sono io, ehehehe.
E ora fammi precorerre
di poco le ore e fare gli auguri di compleanno a te e
a Maggie's. Hai mai
pensato al fatto che molto probabilmente Dylan stesso
conosce il tuo sito?
eggià, perchè a parte siti di contenuto specifici come
Olof's o "Searchin'
for a gem", il tuo è il più completo al mondo e adesso
che ti sei messo a
fare anche il lavoro di Karl Eric Expectingrain, non è
possibile che Dylan
non sappia di te... non ti voglio montare la testa ma ti
auguro che qualcuno
del suo clan ti permetta di avvicinarlo durante la
tournee in Italia....
e chissà che non ti becchi pure una pacca sulla
spalla.
BUON COMPLEANNO PROFESSORE
Carlo
Grazie a Carlo ed a
tutti coloro i quali mi hanno inviato gli auguri di buon compleanno. Quanto
alla seconda parte della tua mail, Carlo... ti risponderò con una
perifrasi tipica delle popolazioni Maya stanziate anticamente nel bacino
del Rio Hondo nello Yucatàn: FOSS' A' MADONNA!!! (che nella lingua
di Paolantoni suonerebbe come: "Che Nostra Signora del Carmine possa rendere
veritiero il tuo auspicio acciochè si realizzi miracolosamente tale
desiato accadimento" mentre nella lingua dell'Alighieri suona più
semplicemente come:MAGARI!!!)
637) Ciao Michele,
approfitto della tua
disponibilità e ti allego mie impressioni sul tema: Dylan come Picasso.
Se ritieni che valga
la pena puoi inserirlo nella posta. Se potesse
diventare argomento
di discussione ne sarei ben lieto
Ti saluto e alla prossima.
Giorgio
Ho letto l’intervista
“Dylan Come Picasso, Sempre Nuovo” fatta a Paolo Vites e, particolarmente
interessato al tema, prendo lo spunto per proporti, con molta semplicità,
e senza alcuna pretesa di competizione, alcune considerazioni.
Tempo fa, parlando
con amici, ho avuto un’intuizione, forse non troppo originale, che suonava
tale e quale: “Dylan è un grande, come Picasso”. Avrei aggiunto
altro, se non avessi intravisto nella reazione dei miei interlocutori qualcosa
che poteva essere interpretato come un: “Ma che cazzo dici!”. Più
tardi ho letto che già Leonard Cohen aveva paragonato Dylan a Picasso.
Dopo tali autorevoli precedenti mi armo di coraggio e comincio.
Picasso è stato,
in campo artistico, un (se non il) genio del XX secolo. Nei più
di settant’anni di attività, (dico: settant’anni di ininterrotta
attività e ne auguro altrettanti anche al “Nostro”) si impadronisce,
degli stili più differenti presi da qualsiasi epoca e paese: ne
coglie la sintesi, ne divora le forme e rimane sempre e comunque sé
stesso. Quel che colpisce in lui, e che si realizza pienamente nella sua
opera, è la grande capacità di reinventarsi, incessantemente.
Impressiona la libertà con cui riesce a trattare qualsiasi tema:
l’abilità, la spregiudicatezza, nell’affrontare tutte le tecniche
e i più svariati materiali, adattandoli pienamente alle proprie
esigenze del momento. Vederlo lavorare, e ci sono documenti stupendi che
lo mostrano all’opera, affascina: ciò che esce dalle sue mani, appare
lì, per miracolo con la leggerezza di un respiro. I gesti traducono
istantaneamente il pensiero in segni, forme, colori, oggetti, senza apparente
fatica. Mi sto dilungando, ma sono convinto che già in queste osservazioni
si possono riconoscere delle analogie.
Dylan mentre interpreta,
a mio parere, crea anche da pittore (“Quello che faccio è a colori”
è una sua dichiarazione-“boutade” - e poi ……. si ripromette
di continuare a farlo: “Quando Dipingerò il Mio Capolavoro”).
Il suo corpo è il gesto, il medium, il pennello. La
voce diventa colore, calore, forma, disegno estemporaneo che si materializzano
davanti allo spettatore su un’ipotetica lastra di vetro. Come in Picasso
nasce qualcosa che non esisteva prima, qualcosa di personalissimo e originale
che non può temere confronti. L’originalità delle creazioni
picassiane è innegabile e sull’unicità della “voce” di Dylan
sono stati scritti fiumi d’inchiostro. E’ lui che afferma: “Non ho mai
sentito nessuno che canta come me.” Quel che Dylan con la voce costruisce
e crea è e diventa inconfondibilmente qualcosa di solo suo. Anche
se poi, sia in Dylan che in Picasso, l’essere completamente diversi da
tutto ciò che è venuto prima, da tutti quelli che li hanno
preceduti, non esclude le infinite influenze alle quali come spugne hanno
attinto e il profondo legame con la tradizione.
Nell’analisi dell’opera
di Picasso si parla, per comodità, con spesso superflue schematizzazioni,
di periodi: dai periodi blu e rosa al cubismo, dall’adesione formale al
surrealismo alla riscoperta di un classicismo mediterraneo, dalla rivisitazione
di classici della pittura fino alla claustrofobica ed autobiografica spietata
analisi senile del rapporto tra artista e modella. (Evito di commentare
le fin troppo evidenti corrispondenze con l’opera di Dylan se divisa in
periodi.) Quasi sempre i ritratti sono auto-ritratti, il reale viene stravolto,
scomposto e riassemblato secondo personali e autonome necessità
interiori. Le apparenti contraddizioni svaniscono mentre prepotentemente
emerge la statura di Picasso autore e artista. Quel che voglio dire è
che in Picasso, come in Dylan, abbiamo la grande capacità artistica
di imprimere nelle opere il marchio a fuoco della propria autenticità.
A pochi artisti succede di essere unici e inconfondibili anche nelle opere
minori. In questi rari casi, spesso anche l’opera occasionale, l’annotazione
frettolosa, il frammento, proprio perché autentici, non sono mai
superflui e divengono invece utili e significativi. Diventano elementi
di un diario nel quale non si possono cancellare righe o strappar pagine:
un tutt’uno, monolitico, indivisibile, che solo in una dimensione totale
ci permette di capire l’autore. Viene da pensare che certi artisti è
indispensabile accettarli in toto, così come sono, per quello
che ci hanno voluto dare, accettarli sì ………“ nel bene come
nel male”.
Cito una frase che
mi ha colpito e che condivido pienamente, tratta dal recente volume su
Dylan di Alessandro Carrera (che ho appena iniziato): “Anche quando dà
il peggio di sé, Dylan si rifiuta di essere mediocre. Proprio perché
non teme né di sbagliare, né di deludere, ha ancora addosso
l’odore della libertà …..” . Lo stesso si può
dire anche di Picasso. Solo pochi autori meritano l’indulgenza espressa
in quest’affermazione che rasenta la faziosità.
Picasso già
colorista meraviglioso, in tarda età, ne “La Colazione
sull’Erba” da Manet, decide di usare certi orrendi verdini-merda di pollo
…… e proprio mentre si confronta con i verdi degli impressionisti!
Penso alla voce di
Dylan che può diventare, ed è diventata in certe circostanze,
sgradevole, quasi inascoltabile. Sembra che, con inusuale coerenza, abbia
voluto realizzare, portandola ad estreme conseguenze, la teorizzazione
del brutto e dell’ “antigrazioso” già presente nel testo delle note
di copertina di “Joan Baez in Concert, Part 2”:
“……La voce che
urla per me e per la mia / E’ il suono duro lercio di fogna / Perché
è il solo che posso toccare / Ed è la sola bellezza che sento……”
più avanti: “…...La sola bellezza è l’orrido, amico / I suoni
spezzati, sfessati, tremoli ….” e ancora: ”…..Non ho una voce se non una
brutta voce / Di tutto il resto me ne frego / Se non posso toccarlo con
mano ….” Abbiamo a che fare con la scoperta rivoluzionaria, prettamente
novecentesca e anche picassiana, dell’estetica del brutto. La bellezza
del brutto, appunto. Che qualcuno ha interpretato come possibile rappresentazione
della verità.
Ho accennato che è
indubbia la componente autobiografica che emerge da tutta l’opera di Picasso.
Spesso è il quotidiano, il dato personale, che diviene simbolo,
allegoria e ci costringe, come se il fragore di una sirena irrompesse
nella calma della stanza, a buttare un’occhio sugli orrori del mondo esterno
(per citare un esempio: il bucranio, nelle nature morte del periodo della
guerra). Per quanto riguarda Dylan, è lui stesso, che si accorge
di essere stato autobiografico sempre, e afferma che in qualunque argomento
affrontato egli parlava di sé stesso. Potremmo andare a cercare
bucrani, sparsi qua e là, nei versi delle sue canzoni tacciate di
troppo intimismo.
Anche l’”autoritratto”
(!?), “brutto”(!?), sulla copertina di “SELF PORTRAIT” (il doppio album
che, un po’ tutti penso, abbiamo impiegato anni a digerire) non può
che ricordarci proprio Picasso: evidente il rimando agli studi per le “Demoiselles
d’Avignon” precubisti.
Interessante sarebbe
sviluppare ulteriormente l’argomento o contrapporre, in ordine cronologico,
per tappe succesive, messe a confronto, le possibili analogie tra i due
artisti.
Giorgio
638) Ciao Michele,
è un pò
che non ci sentiamo direttamente, tutto bene ?
Sicuramente saprai
che i biglietti per Napoli sono andati in vendita, ma tu hai
deciso che fare ?
Ad ogni modo, nel caso tu abbia problemi a trovare i biglietti per l'Arena
Flegrea (che deve essere bellissima, stando alle cose che ho letto), posso
tranquillamente farteli avere io. Te lo acquisterei anticipando la spesa
e poi te lo farei avere direttamente il giorno del concerto ... pensaci.
In
ogni caso volevo solo comunicarti la mia disponibilità, dato che
sarebbe un grande piacere conoscerti di persona, e sono sicuro di parlare
anche a nome di Antonio !
Al concerto dovrebbe
comunque esserci una bella parte di Maggie's: Antonio, Domenico,
forse Arcangelo e
Brother e, naturalmente, io me medesimo di persona. Quindi con un viaggio
conosceresti 4 o 5 piccioni con una fava ... so che come piccioni preferivi
le letterine quando eri a Passaparola, ma, che ce voi fà, dovrai
accontentarti di questi pochi (ma fedeli) animaletti ...
Per ora è tutto,
grazie per la pazienza e ciao,
Maggie's Lion
Ps Che differenza c'è,
se c'è, tra il boot "Blood On The Tracks - New York
Session" e "Blood
On the Tapes" ?
Ciao Leonardo,
per quanto riguarda
Napoli probabilmente ci sarò ma non ne sono sicurissimo. Te lo farò
sapere... Mi piacerebbe venire anche perchè conoscerei finalmente
di persona la sezione parte-nopea e parte-napoletana di MF...
Per quanto riguarda
i boot che citi il materiale è sostanzialmente lo stesso (quello
delle session newyorkesi) se non che in Blood on the tapes ci sono Up to
me e Call letter blues che non sono presenti in "Blood on the tracks New
York Sessions". E, allo stesso modo in Blood on the tapes mancano Simple
twist of fate, You're gonna make me lonesome when you go, Meet me in the
morning e Buckets of rain presenti invece nell'altro boot. Inoltre in Blood
on the tapes ci sono due versioni di Idiot wind. Morale della favola conviene
averli entrambi. Napoleon
639) Ciao..ecco le
dieci in classifica per me(Matteo):
1-all along the watchtower
2-you're a big girl
now
3-don't think twice
4-like a rolling stone
5-isis
6-just like a woman
7-forever young
8-girl from the north
country
9-master of war
10-most of the time
Ok, Matteo.
640) AUGURI MICHELEE!!!
Buon compleanno, ho
appena visto la strip di Zimmy scritta da Anna e ambientata nel tuo negozio
(mi hai fatto venire
una voglia di farti una visitina...), quindi ancora auguroni e buon
festone... mi aggrego
a Zimmy!
Salutoni,
Beni
P.S.:Ho sentito io
il programma su Radio Due su Bob... non è stato male, ti
racconterò
nella pagina della posta!
Ciao Beni, il festone è stato grande (se hai letto il mio racconto dal Country Ranch Saloon al Tribute to the minstrel boy...). Facci sapere per il programma di Radio Due. Ciao, Michele
641) Antonio "Cat" mi manda questo pezzo:
L'inno del popolo di
Seattle? L'ha scritto Dylan 20 anni fa
Mario Luzzato Fegiz
Ma cosa canta il «popolo
di Seattle»? Quasi nulla. A differenza dei movimenti
degli anni Sessanta
i contestatori della globalizzazione non possiedono una colonna sonora
consolidata. Eppure
il loro inno è già scritto. Ci pensò Bob Dylan nel
lontano 1983 con i versi che sembrano fatti apposta: «Quando costa
troppo fabbricarlo a casa non resta altro da fare che spendere meno fabbricandolo
da qualche altra parte».
E, subito dopo, un
coro: «Il lavoro che avevi l'hanno dato a qualcun'altro giù
in Salvador (...) le mie scarpe son fatte a Singapore, la lampada a Taiwan,
la tovaglia in Malesia, la fibbia della cintura
in Amazzonia (...)
il collare del cane è indiano, sui mobili è scritto "fabbricato
in Brasile" dove una donna, sicuramente una schiava, guadagna 30 centesimi».
Il brano, contenuto
nell'album «Infidels», si intitola «Union Sundown»
(che si potrebbe tradurre in «Crepuscolo sindacale»). Meno
diretti Manu Chao, Little Steven e i nostri 99 Posse,
simbolo musicale dei
centri sociali, attivissimi negli scontri per il G7 a Napoli
del '94 («Il
sole splende forte a piazza Plebiscito, mi sento rilassato, il corteo è
finito...») mentre Jovanotti, in «Penso positivo», propone
la sua «mondializzazione», una sorta di Internazionale degli
idealisti che va da Martin Luther King a Madre Teresa. Indimenticabile
poi il rap «Cancella il debito» (appello a D'Alema per un condono
ai Paesi poveri) lanciato lo scorso anno da Jovanotti e Bono (U2) al Festival
di Sanremo .
642) 1/06/01
Ciao Michele,
TANTI AUGURI, ti faccio
ancora una volta i complimenti per il progetto che
stai portando avanti
e ti assicuro che Maggie's Farm è di gran lunga il miglior sito
non ufficale di Bob in circolazione!!!
Continua così.
Luca "Spider"
Ciao Luca, grazie. Vedrai poi quando diventeremo ufficiali... Per il momento siamo sottoufficiali (scherzo, naturalmente...). Napoleon
643) Ciao Michele,
per completezza (nell'archivio
del sito non possono mancare) ti invio tre articoli di importanti testate.
Mi erano sfuggiti alla ricerca ... soprattutto quelli del Corriere
Ciao
Antonio Cat
dal Corriere della Sera 22/05/2001:
Un mito compie 60 anni: il mondo celebra Bob Dylan
I tributi si sprecano e tutti lo vorrebbero, ma per lui giovedì sarà un giorno come un altro. Non si farà trovare.
di Farkas Alessandra, Luzzatto Fegiz Mario, Laffranchi Andrea, Pozzi Gloria, Provvedini Claudia
Un mito compie 60 anni:
il mondo celebra Bob Dylan. I tributi si sprecano e tutti lo vorrebbero,
ma
per lui giovedì
sarà un giorno come un altro. Non si farà trovare
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
A NEW YORK - I suoi vecchi amici sognavano forse un' immensa torta con
tante candeline che lui avrebbe faticato a spegnere, commosso dalle urla
di «Happy Birthday Bob!». Ma Joan Baez, Paul McCartney, Bono,
Mick Jagger, Bruce Springsteen, Neil Young e Stevie Wonder e un' altra
dozzina di leggende della musica c he avrebbero voluto festeggiarlo, hanno
dovuto rassegnarsi: la tanto agognata diretta per i 60 anni di Bob Dylan
non si farà. E, nonostante la gara
tra varie tv pubbliche
e private per aggiudicarsi l' esclusiva della kermesse, il grande cantautore
ha
deciso di trascorrere
il compleanno - giovedì 24 - da solo. «Non ha in programma
apparizioni pubbliche
- spiega Elliot Mintz, suo fedele portavoce da anni -. Se ne starà
tranquillo. Sarà un giorno come un altro».
TRIBUTI - L' assenza
del «Birthday Boy» - la cui avversione per i riflettori è
peraltro
arcinota - non ha
però scoraggiato l' America, che gli ha riservato un diluvio di
celebrazioni senza precedenti. Digitando il suo nome sulla banca dati Nexis
emergono migliaia di articoli solo nell' ultimo mese. Centinaia di siti
Internet hanno in programma speciali.
«Il suo compleanno
è una pietra miliare e verrà osservato privatamente in milioni
di case - spiega il
critico David Bauder
-. La generazione che ha indossato la propria giovinezza con tanta sfida
correrà davanti
allo specchio, in cerca di rughe».
TV e TEATRO - Gli
americani, che all' università studiano Dylan come Joyce ed Hemingway,
potranno scegliere
tra la Dylan-maratona non stop mandata in onda a partire
dalla mezzanotte di
domani dal canale via cavo VH1 e «Columbia Records Celebrates the
Music of Bob Dylan», il concerto-tributo del ' 92 al Madison Square
Garden, ritrasmesso dall' Ovation Cable network l' 8 giugno.
E cinque giorni prima
del suo compleanno, l' intellighenzia newyorchese, da Salman Rushdie, Martin
Amis a Sam Shepard, si è riunita al Teatro Town Hall di Manhattan
per «Bringing It All Back Home»: una serata di beneficenza
pro-Pen organizzata dalla prestigiosa rivista letteraria New Yorker durante
la quale Patti Smith, Tracy Chapman e Graham Parker hanno reso omaggio
al «genio-profeta che ha cambiato la nostra vita».
LIBRI E DISCHI - Nei
negozi stanno andando a ruba «The Essential Bob Dylan», il
doppio cd edito dalla Columbia Records lo scorso anno, assieme a «Return
to Me», versione dylaniana del noto motivo di Dean Martin realizzato
per la colonna sonora dell' hit televisivo «The Sopranos» (l'
unico nuovo disco inciso da Dylan quest' anno). Due altre le novità:
«A Nod to Bob: an Artist' s Tribute to Bob Dylan on His 60th Birthday»,
l' omaggio di vari artisti folk contemporanei e «Bob Dylan Live 1961-2000:
39 years of Great Concert Performances», il cd realizzato dalla Sony
Giappone. Freschi
di stampa anche «Down
the Highway: the life of Bob Dylan», la biografia di Howard Sounes
che lo ritrae
come un uomo profondamente
solo e ossessionato dalla privacy, rivelando per la prima volta l'
esistenza di una seconda
moglie e di un figlia segreta. E «Positively Fourth Street»,
sui suoi primissimi anni, di David Hajdu.
DIBATTITO SENZA FINE
- Le ultime aggiunte alla già foltissima bibliografia dylaniana
non sono
servite a placare
le polemiche né a mettere d' accordo i critici che continuano a
litigare sull' interpretazione di quello che concordano solo nel definire
«l' artista più elusivo e misterioso del secolo». «Dylan
è un qualunquista apolitico che ha scritto canzoni di protesta per
calcolo», puntano il dito alcuni editoriali revisionisti. «E'
l' artista più influente della seconda metà del ventesimo
secolo - ribatte su Usa Today Edna Gundersen -, il profeta, poeta, attivista
che ha scritto la colonna sonora delle ultime generazioni. E il cui Dna
musicale è presente in ogni nota pop scritta dal 1962 in poi».
Noncurante delle polemiche
che lo inseguono da oltre 40 anni, Dylan - che nonostante 42 album e
453 canzoni non ha
mai avuto un numero 1 - si prepara a partire per la Norvegia dove il 24
giugno torna sul palcoscenico
per una delle tante tappe del suo «Never Ending Tour», già
al suo secondo decennio di vita. Dylan sarà in tour in Italia nel
mese di luglio: prima serata il 10 a Brescia.
«Buon compleanno,
Bob Dylan».
Anche in Italia tra
i suoi fans ci sono molti personaggi famosi: ecco una piccola parte di
auguri.
LINO BANFI - «Ho
sempre avuto la mania delle canzoni americane e dopo il jazz, Armstrong
e la
Fitzgerald mi sono
appassionato anche a Dylan. In quegli anni si sentiva nell' aria che c'
era
qualcosa che stava
cambiando: nella società era il momento della contestazione, nella
musica c' era
Bob Dylan, nella mia
vita capivo che stavo per uscire dall' anonimato scoperto dal cabaret».
ALESSANDRO BARICCO
- «E' stato lui il primo bianco ad affidare alla musica leggera un
patrimonio di contenuti civili, una tradizione che apparteneva ai negri
d' America. Una novità. E, nello stesso tempo, mi pare quasi che
le canzoni di Bob Dylan siano esistite da sempre.
Fossi della generazione
di Dylan sarei sicuramente un suo grande fan, ma forse
per quelli della mia
sono state più importanti le canzoni di Guccini o di Vasco».
EDOARDO BENNATO - «Era
il '64 quando andai in un negozio chiedendo un suo disco, suggestionato
dai commenti su di lui che John Lennon aveva espresso su una rivista.
E mi sentii rispondere:
"Bob chi???". Avevo appena superato a fatica la frattura generazionale
con
mia madre sulla musica
di Elvis Presley, quando l' ascolto di "The Times They Are A-Changing"
di Dylan
tornò a separarci:
lo definì "troppo lamentoso"».
VINICIO CAPOSSELA -
«Mi stupisce che Dylan abbia "solo" 60 anni: non riesco
a immaginare che non
esista da sempre. Lo sento come un giocatore di bowling che tira la palla
e
riesce a fare sempre
"strike"».
VINCENZO CERAMI - «Grazie
a Dylan il mio ' 68 cominciò prima. Lo ascoltai la prima volta a
casa di un professore
universitario di economia, stalinista; io ero povero, coi pantaloni che
non
toccavano le scarpe
perché erano di mio fratello più grande. C' erano tanti libri
in quella casa, odore di incenso e una musica in sottofondo, una voce nasale
che finiva in un' armonica... la moglie del prof mi
invitò a ballare...
Il più grande di tutti, ha messo in scena il common sense della
nuova epoca».
LUCIO DALLA - «La prima volta che lo ascoltai fu uno choc, una vera rivelazione: così nuovo e coraggioso, un americano di sinistra. Da allora, su di lui, non ho cambiato idea».
FABIO FAZIO - «Purtroppo
non ho l' età per essere un vero dylaniano, ma con il tempo ho
riconosciuto il grande
valore storico e artistico delle sue canzoni. E' come quando ci si trova
davanti a un Van Gogh:
per restare colpiti non c' è bisogno di essere dei suoi contemporanei».
CARLO FELTRINELLI - «Ero sedicenne quando cominciai a sentirlo, e lui dopodomani compie 60 anni... Non perdo mai un suo concerto, semmai lo seguo in tv. Per me rimane la voce di questa seconda metà del secolo, nonostante abbia avuto momenti gloriosi come nel ' 66, e altri più oscuri. La sua voce supera tutti i confini di generi, geografie e generazioni. Per me non esiste un Dylan politico o civile: le sue canzoni sono tutte ballate d' amore».
IVANO FOSSATI - «Dylan
ha una potenza di pensiero che non ha paragoni. E' stralunato e lucido,
tanto da non invecchiare mai. Risulta più giovane dei giovani. E'
stato il primo ad aver fatto capire che una
canzone poteva esprimere
pensieri grandi e profondi.
ALBERTO FORTIS - «Insieme
con Jacques Brel è uno dei miei grandi amori.
E' una pietra miliare
nella mia formazione di cantautore. E' il più magnetico, in grande
equilibrio
tra l' acidità
di chi è nato in una zona mineraria e ne ha assimilato l' elemento
ferro predominante e
il romanticismo di
chi non ha mai lesinato serenate d' amore alle fidanzate nonostante la
natura schiva».
GENE GNOCCHI - «Di Bob Dylan non ho apprezzato più di tanto la carica eversiva dei testi delle sue canzoni, ma amavo la sua "forma canzone". Mi è piaciuto fino all' album "Blood on the tracks". Dopo quell' album, targato 1975, non l' ho più ascoltato con la stessa passione».
LINUS - «Per
me la scoperta di Dylan coincide con i primi anni di lavoro in radio.
Mi sono avvicinato
a Dylan negli anni Settanta, non nel suo periodo dell' impegno. I capolavori
di quel
periodo sono "Hurricane",
"Sara" e io lo scoprii al cinema con "Knockin' on heaven' s door"
colonna sonora di
"Pat Garrett & Billy the Kid". In un secondo momento ho riscoperto
il primo Dylan, quello dove era più forte la ricerca culturale».
CHICCO TESTA - Fin
dalla prima volta - per me fu nel 1966 -, ebbi la sensazione che
Dylan venisse da un
altro mondo, che possedesse il settimo, l' ottavo senso, un' energia
rivoluzionaria, la
vocazione a cambiare il mondo. E pensare che davanti al bar di Minneapolis
dove lui ha cominciato, il classico bar d' angolo americano, oggi gelateria,
non c' è neppure una targa, una foto. Il brano di Dylan che preferisco?
Like a rollin' stone, in tutte le versioni».
PATRIZIA VALDUGA -
«Vieni più vicino/ chiudi gli occhi acquosi piano piano/ quelle
fitte di
tristezza passano
quando si accendono i sensi/ I fiori in città/ anche se come-vivi
diventano a volte
come-morti/ e non
serve tentare/ un commercio con chi muore/ anche se non posso spiegarlo
con i versi/ Le tue
labbra screpolate da contadina/ voglio ancora baciarle/ ma mi fa male vedere/
che
cerchi di far parte/
di un mondo che proprio non esiste/ Non c' è nessuno a infliggerti/
nessuno a sconfiggerti/ eccetto la tua convinzione di star male/ perchè
in fondo al cuore so/ che non posso darti nessun aiuto/ Tutto passa tutto
cambia...».
«E' To Ramona
che sto sentendo da «Live 1961-2000». Come vorrei che gli venisse
voglia di una nuova
Ramona. Sappia oggi
che non ne troverebbe una più Ramona di me. Questo è l' augurio
che mi
faccio per il suo
compleanno».
(a cura di Andrea
Laffranchi Gloria Pozzi Claudia Provvedini)
LE SVOLTE
Un grande «traditore»,
mai rimasto a secco di fan
Piacere, sono Dylan
Bob, nome originale Robert Zimmerman, nato il 24 maggio 1941
a Duluth, Minnesota.
Se la cosa non vi dice nulla andate a pagina 309 del quarto volume
dell' Enciclopedia
Britannica dove, fra Dyganisnscki Adolf (scrittore e poeta polacco) e Dynamical
time (la scadenza temporale della meccanica celeste) si parla di me. Una
dichiarazione immaginaria nello stile
ironico e imprevedibile
del menestrello. Ma chi è, che cosa ha rappresentato e rappresenta
Bob Dylan?
«Cantautore
americano e compositore le cui canzoni hanno formato la musica di una generazione
negli
anni Sessanta».
La colonna sonora di chi sperava di cambiare il mondo. Tutto qui? Anche
un anticipatore di problematiche, mai prigioniero del proprio mito. Un
esempio. Nell' 83, al termine di un ciclo di dischi mistici («Slow
Train Coming» del ' 79 su tutti), torna al la primitiva aggressività
con «Infidels». «Le mie scarpe sono fatte a Singapore,
la lampada a Taiwan, la tovaglia in Malesia, la fibbia della cintura in
Amazzonia, la camicia che ho indosso nelle Filippine, il vestito di seta
è di Hong Kong, le perle sono giapponesi, il collare del cane è
indiano e il vaso di fiori pachistano, sui mobili è
scritto "fabbricato
in Brasile", dove una donna - sicuramente una schiava - guadagna 30 centesimi».
E poichè nel
1983 la gente comune non parlava ancora di Internet e un termine come
«globalizzazione»
non esisteva proprio, ne deriva che in «Union Sundown» Dylan
aveva capito tutto con 15 anni di anticipo. Come del resto ai tempi del
Village di New York dov' era approdato nel gennaio 1961, dopo aver trascorso
l' infanzia con la famiglia - commercianti ebrei - in Canada. E a New York
andò a trovare in ospedale Woodie Guthrie, l' unico «maestro»
che abbia mai riconosciuto. Quando, grazie a canzoni come «Blowin'
in the Wind» - divenuta bandiera del movimento per i diritti civili
- pubblicata nel ' 62 come «Don' t Think Twice» e «Hard
Rain' s A-Gonna Fall», la sua fama è mondiale, lui nonostante
l' agiatezza non cambia. Resta solitario e misterioso nel suo modesto appartamento,
diffidente verso il
mon do. Compone con tecnica rozza, canta con voce nasale.
Eppure nelle sue mani
una melodia di ispirazione folk come «Mr. Tambourine Man» assume
valenze psichedeliche. E ha inizio poco dopo la lunga serie di mutazioni
stilistiche, vissute come tradimento dai fans, ma puntualmente acclamate
da nuovi adepti.
I cambiamenti, anche
radicali, di tempi e stile non lo hanno mai lasciato a secco di seguaci.
In certi
periodi ha dovuto
accontentarsi - anche in Italia - di platee non superiori ai 1500
spettatori: ma poi
si è sempre rifatto.
Il primo «tradimento»
è datato 1965, quando si presentò al festival di Newport
in versione rock-
elettrica con mostruosa
amplificazione, rendendo difficile riconoscere alcuni dei suoi
successi. La critica
è concorde nel ritenere «Highway 61 Revisited» (' 65),
e «Blonde on Blonde» (' 66) dei capolavori, mentre i Settanta
portano album di minor impatto come «John Wesley Harding»,
«Nashville Skyline» e «New Morning». Nel 1978 con
«Street Legal» siamo in piena crisi mistica. La tournée
europea di quell' anno è in tono minore.
Funzionano i classici
come «Masters of War», «Desolation Row» (tradotta
da De Andrè e De Gregori in «Viadella povertà).
Uno dei concerti in
programma a Parigi viene cancellato per mancanza di pubblico. Ma per i
fans
laici della prima
ora il peggio deve ancora arrivare: «Shot of Love» ci mostra
un Dylan
fondamentalista che
trae ispirazioni solo dal Vecchio Testamento. I suoi maestri, da Woodie
Guthrie a Pete Seeger per la musica, da Ginzberg a Corso a Kerouac per
i testi, sembrano davvero lontani. La riscossa è del 1983: «Infidels»,
appunto, duro nei suoni e nei contenuti; in «Neighbourhood Bully»
invita il popolo d' Israele a «non porgere l' altra guancia».
Da allora in poi si naviga a vista. Concerti belli e ricchi d' energia,
altri dimessi. Certe sere il massacro di «Blowin' in the Wind»
e soprattutto di «Like a Rolling Stone» in mezzo a brani semisconosciuti,
altre sere parata di grandi successi eseguiti a puntino. Periodi di ritiro
e altri di concessioni alla mondanità e alla frequentazione dei
colleghi. Le sue
rare esternazioni
non aiutano a capirne carattere e percorso. «Ho scritto "Blowin'
in the Wind" per
puro opportunismo».
«Se mi sono mai venduto? Sì, ma solo a Dio». «Non
è importante la melodia, ma
solo il testo».
«Ho cominciato
pensando che in America siamo traditi dal nostro silenzio e da
quello di chi sta
al potere». Un giorno convocò a Londra Mogol, che traduceva
per la Ricordi le sue prime
canzoni: «Ehi
man, questo testo è Mogol, non è Bob Dylan», gli disse.
«Forse è vero - rispose l' italiano - in realtà non
ho capito che cosa volevi dire. Se me lo spieghi correggo il tiro».
«Non è possibile - replicò Dylan - perché non
lo so esattamente neanch'io. Facciamo una cosa, dimenticala». E gettò
il testo nel cestino.
Mario Luzzatto Fegiz
dal Corriere della Sera 17/05/2001
Bob Dylan, sessant' anni di solitudine
Il cantautore, nato
il 24 maggio 1941, è stato idolatrato ma rimane un
incompreso. Per «Mr.
Tambourine Man» non si ispirò a uno spacciatore di droga ma
a una scena del film "La strada" di Federico Fellini
Paracchini Gian Luigi
ARTISTI Una biografia
racconta l' autore di «Mr. Tambourine Man»: le
radici, le ossessioni,
il suo essere americano Bob Dylan, sessant' anni di solitudine
Il cantautore, nato
il 24 maggio 1941, è stato idolatrato ma rimane un incompreso Difficilmente
un fan di Bob Dylan riesce a spiegare il vero motivo della sua passione.
Bob non è un vero talento né come cantante né come
chitarrista. Non è facile, non risulta simpatico, non è comunicativo
né sul palco né fuori. Non compiace il pubblico, ama spi
azzare il prossimo, non si preoccupa di deludere. Chi lo ascolta, lo legge,
lo vede dal vivo, di solito sintetizza la propria appartenenza al Dylan-people
in un unico modo: «E' un genio». E un genio non necessariamente
viene idolatrato o acclamato: lo si segue, lo si rispetta, in un certo
senso lo si adotta. Ma al di là del genio nello scrivere canzoni
e nel saper nutrire con rari compromessi il proprio mito tuttora immune
dal tempo (compirà 60 anni il 24 maggio), Dylan è soprattutto
un
Grande Seduttore:
la sua musica, i testi, il modo inconfondibile e poco ortodosso di porgerli,
perfino quella strana,
indecifrabile faccia, sono reti in cui è facile restare fatalmente
impigliati e da cui
non è prevista una via d' uscita.
Alessandro Carrera,
lodigiano, 47 anni e un passato di musicista-cantante, negli States dall'
87, oggi austero docente
di letteratura italiana alla New York University, dal Grande Seduttore
è «stato preso all' amo, messo in ceppi, legato mani e piedi»
quando ne aveva soltanto 16. Gli è bastato
ascoltare da un 45
giri l' arpeggio iniziale di Mr. Tambourine Man per provare «il primo
vero brivido giù per la schiena» che, coltivato e amplificato
nel tempo, lo ha indotto a scrivere questo La voce di Bob Dylan - Una spiegazione
dell' America.
Non l' ennesimo omaggio
al mito raccontato soltanto con il cuore, ma un accurato studio che con
una
bibliografia sterminata
e un coro famoso sullo sfondo (da Jack Nicholson a Woody Guthrie,
da Eric Clapton a
Gregory Corso, da Bono a Jack Kerouac), spiega un personaggio complesso,
le sue radici, le sue ossessioni religiose, il suo essere americano. Arrivando
a concludere che, così come un' autentica femme fatale, il Grande
Seduttore attrae per il suo muoversi costantemente nel mistero, per la
capacità di meravigliare, di rivelarsi diverso da quello che si
vorrebbe, di giocare a nascondersi. Sia nella vita sia sul palco, dove
Bob ama camuffare i suoi pezzi classici a periodi alterni con ermetici
arrangiamenti che disorientano anche i fedeli della prima ora. Proprio
Mr. Tambourine
Man, la canzone «dell'
incantamento», rappresenta un piccolo esempio di quell'
incertezza intrigante
che ha consentito a Dylan di sedurre diverse generazioni. «I miei
sensi sono denudati, le mie mani non sentono la presa/ i piedi insensibili
per camminare, aspettano soltanto che i tacchi incomincinoa vagare»,
si legge nel testo. Per qualcuno quel Tamburino simboleggiava uno spacciatore
visto sotto gli effetti della droga. In realtà, ci racconta l'
autore del saggio,
l' ispirazione del tamburino è dovuta probabilmente in modo
più innocuo
all' innamoramento per la Gelsomina di Giulietta Masina nel felliniano
La strada, film ammirato dal cantante in un cinema del Village.
Un esile filo italiano
che certo non scalfisce l' assoluta americanità di Bob, da lui mai
messa in
discussione nemmeno
nei momenti acuti della contestazione, nonostante la fama, mai
veramente giustificata,
di ribelle,pacifista e impegnato in politica. Mentre è sempre stato
essenzialmente un anticonformista.
«Dylan - racconta
Carrera - non è Ginsberg, non punta il dito né contro la
Cia né contro il
Pentagono. Negli anni
' 60 molti hanno provato, ma invano, a fargli pronunciare la parola "Vietnam
". E quando si è trattato della sicurezza d' Israele non ha avuto
problemi ad approvare il bombardamento d' una fabbrica irachena di armi».
Dylan è molto a disagio quando deve distinguere fra destra e sinistra
e l' anima della sua poesia è più incline a cogliere e a
rivisitare le tradizioni della terra americana, del folclore in cui innesta
pure rami neri di gospel e blues, che a porsi come antagonista del sistema.
Con la politica insomma non ci piglia molto e il libro ricorda pure la
sua clamorosa gaffe nel ' 63 quando parlando all' assemblea d' un comitato
liberal sull' assassinio di John Kennedy, s' identifica a tal
punto (pur senza giustificarlo)
con l' assassino Lee Oswald, da creare rumorosi disordini. Come il
suo grande Paese è
profondamente contraddittorio ma nessuno glielo mette in debito, perché
come dice
Carrera «Dylan
non è più un semplice artista ma una geografia, un universo
semiotico, un' infinita
partita a scacchi
tra la parola e la voce» che non si cura affatto di aver e consensi.
Il music-business di oggi lo guarda con diffidenza per due presunti torti:
non essere morto più giovane e con modalità «maledette»
alla maniera di Jimi Hendrix o Janis Joplin e non andare in tv a raccontare,
lo fanno tanti patetici sopravvissuti, le storie dei loro amori e delle
disintossicazioni da alcol e stupefacenti. Il saggio si conclude parlando
di Dylan come d' un uomo profondamente solo perché l' artista americano
è spesso un grande isolato, prigioniero d' una società «che
aspira a essere più semplice e più nobile di quanto sia umanamente
possibile, che vorrebbe negare il tragico e bandire dalla discussione pubblica
i problemi di cui non si può trattare in un talk-show». Anche
per questo i cultori di Dylan, soprattutto quelli che seguono le sue orme
da lontano, non potranno mai più ritornare indietro.
Gian Luigi Paracchini
Il libro:«La
voce di Bob Dylan» di Alessandro Carrera,
Feltrinelli: 272 pagine,
28 mila lire.
da Liberazione 23/05/2001
Robert Zimmerman, in
arte Bob Dylan, compie domani sessant'anni.
Robert Zimmerman, in
arte Bob Dylan, compie domani sessant'anni.
Auguri, irascibile,
lunatico e contraddittorio Bob.
Domani alzeremo il
bicchiere alla salute di uno dei più grandi poeti del
rock, anche se non
sempre ne
abbiamo condiviso
le circonvoluzioni. Avremo pensieri riconoscenti anche se il
Dylan invecchiato
degli ultimi
anni sembra sempre
più un monumento a se stesso ed è lontano anni luce dal
magro ragazzino arrivato
a New
York dal Midwest all'inizio
degli anni Sessanta. Il tempo passa, ma la
grandezza di un artista
è nelle sue opere più
che nel suo personaggio.
E' il destino dei grandi artisti. E' il destino di Bob,
nonostante l'auspicio
espresso
tempo fa di non diventare
prigioniero dei suoi lavori: «Non vorrei essere Bach,
Mozart, Tolstoj, Joe
Hill, Gertrude
Stein o James Dean.
Sono tutti morti, i grandi libri sono stati scritti, i grandi
detti sono stati pronunciati».
E' difficile pensare
agli anni Sessanta e Settanta senza le parole scritte da
Dylan, senza quella
sua poetica che
mescola i poeti simbolisti
dell'Ottocento, il talkin' blues di Woody Guthrie e
il linguaggio frantumato
della
pubblicità.
Dylan più di altri è riuscito nel difficile compito di rivoluzionare
il
linguaggio della canzone
popolare
attingendo a materiali
più disparati. Il suoi versi sono musicali ancor prima di
essere cantati. Poi
c'è la musica. Il
ruolo della musica
nella costruzione del mito di Dylan è stato spesso
sottovalutato, ma
non si può dimenticare
che si devono a lui
alcune tra le più belle canzoni rock degli anni Sessanta.
Infine come dimenticare
la sua voce?
Nasale, roca, piagnucolosa
e strascicata, del tutto fuori dalle regole
conclamate dei cantanti
di quegli anni, finisce
per diventare parte
del fascino delle sue canzoni. La sua grandezza artistica
non è oscurata
neppure dalla contraddittoria e per molti aspetti sconcertante personalità.
Allievo
prediletto dei grandi
folksinger dell'America
pacifista e di sinistra,
che lo sostengono sfidando le ire dei tradizionalisti
nella sua "Rivoluzione
elettrica", vive
da protagonista il
periodo dei grandi movimenti studenteschi e giovanili che
infiammano gli States.
Brani come
The times they are
a-changin', Masters of war o Blowin' in the wind
sono un pugno nello
stomaco della
grassa America conservatrice,
sono il punto più significativo di un profondo
cambiamento culturale
e politico.
Dal momento in cui
sono state concepite vivono di vita propria e non perdono di
significato neppure
quando il
loro creatore inizia
a dare segni di ripensamento sulle sue scelte politiche e ad
assumere irritanti
atteggiamenti
divistici provocando
le prime contestazioni feroci come quella violentissima dei
giovani francesi del
1966.
Quando nel 1968 muore
Woody Guthrie lui partecipa controvoglia al concerto
dedicato a quello
che da sempre
aveva considerato
il suo maestro e due anni dopo, in occasione del secondo
raduno in memoria
del grande
folksinger, dà
addirittura forfait. Il suo tentativo di liberarsi dal personaggio
del cantautore impegnato
tocca il
culmine alla fine
del 1969 quando in un'intervista alla rivista Rolling Stone dà
l'idea di avere come
unica
preoccupazione quella
del denaro, senza curarsi di ciò che gli sta attorno, né
del mondo in generale.
Per ritrovarlo sul
terreno dell'impegno civile bisognerà attendere la pubblicazione
nel 1971 di George
Jackson, un'aperta denuncia sulla morte del leader nero ucciso in prigione.
Da quel momento la
sua
attività segue
le costanti oscillazioni ideologiche e personali in un?alternarsi di
atteggiamenti contraddittori
che non ne oscureranno
mai, però, i meriti artistici. Non sappiamo se alla vigilia
del suo sessantesimo
compleanno al Dylan-uomo faccia piacere essere ricordato per un pugno di
canzoni scritte in
un'epoca in cui
la voglia di cambiare
il mondo stava trasformandosi in un fiume impetuoso. In
fondo, non c'importa
poi così
tanto di saperlo.
Auguri Bob, auguri per quello che ci hai dato e auguri a noi e a
tutti quelli che continuano
a credere che
The times they are
a-changin', i tempi stanno cambiando, sia più
di una canzone, sia
una speranza, anzi, un augurio!
Gianni Lucini
644) Ciao Michele.
Intanto volevo confermarti che farò anch'io parte della
pattuglia di Brescia.
Io ho comprato il biglietto a Modena, dove però non avevano notizie
di posti numerati e non, loro vendono un solo tipo di biglietto a 52mila.
Poi. A proposito dell'intervista
alla Pivano, volevo dire la mia su Tarantula.
Anch'io non sono rimasto
affatto colpito dal romanzo, se di romanzo si può parlare. Non sono
sicuro che Dylan sappia scrivere solo canzoni e secondo la metrica delle
canzoni, ma sono convinto che siamo davvero lontani dallo scorrere fluido
di concetti idee e immagini prive di agganci reali, come in Joyce. E lontani
dalle immagini confuse di Pindaro, per quello che ho potuto leggere di
lui. A parte qualche perla gettata qua e là, è quasi volutamente
illeggibile, e ci ho notato LSD a chili anch'io, fin dalla prima lettura.
Non che dia giudizi morali, per carità, ma per esempio Lennon sotto
LSD ha
saputo fare di meglio....
Poi. Ho trovato su
un clone di Napster un video di 4 minuti con Dylan e Clapton
che suonano e cantano
una straordinaria versione di Crossroads. Sai a quale occasione si riferisce
?
Comunque mi sa che
prima o poi, studio permettendo, lo farò anche io un tree delle
cose che ho scaricato.
Poi. Non so se hai
letto un articolo di Luzzatto Fegiz sul Corriere, in una delle pagine celebrative
di
questi giorni.
Credo che critici
generalisti come lui e Castaldo, abituati a pontificare su tutta la musica
qualunque
essa sia, prima o
poi fanno confusione e dimostrano lacune anche basilari sui singoli
argomenti o cantanti.
Se Castaldo avrebbe
potuto risparmiarsi quell'articolo su Joan Baez, Luzzatto Fegiz
avrebbe potuto scrivere
di altro senza palesare lacune anche cronologiche sul nostro menestrello.
Non è per pignoleria, ma solo perchè sinceramente dà
un po' fastidio che celebrati e iperpagati espertoni di musica non si degnino
di aprire uno o due libercoli per evitare di scrivere inesattezze....
Poi. La mia mente
malata sta creando altri due soggetti per Zimmy, dei quali ti
renderò conto.
Saludos, Mino Mosquito
Ciao Mino, Dylan/Clapton
a cui ti riferisci è tratto dal concerto del 30 giugno 1999 a New
York City mandato in onda da TV VH1 in cui Dylan partecipa ad uno show
di Eric Clapton e con lui suona su Don't Think twice it's all right e su
Crossroads.
Per Zimmy resto in
attesa...
Ciao, Michele
645) Ciao Michele,
ti segnalo un sito
dove, oltre la presenza di una miriade di foto è possibile
scaricare i video
di Not Dark Yet - Things Have Changed e altro....
http://www.angelfire.com/de/dylanite/
Luca "Spider"
646) Avete letto le
nuove strips di Zimmy?
Napoleon
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Talkin' Bob Dylan Blues la posta di Maggie's Farm sarà online lunedì 11/6 |
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