Talkin' Bob Dylan Blues
La posta di Maggie's Farm

parte 44

332) Cari destinatari di questa comunicazione, un consiglio da amico:
andate a vedere il film "CENTO PASSI".
Mi ringrazierete!
Ciao! Giancarlo.

Ciao Giancarlo, mi hai incuriosito con questo tuo messaggio e sicuramente andrò a vedere il film che citi. Ma di che si tratta?... Michele

Ed ecco cosa mi ha aggiunto Giancarlo in una seconda mail:

"Cento passi" è un film, in questi giorni al cinema, ambientato nella
Sicilia degli anni '70.
Sarà stato per le musiche dei miei "primi 20 anni", o il clima politico e
culturale di allora ... o il fatto che è recitato e sceneggiato
stupendamente ... insomma, mi ha incantato.

Giancarlo mi linkava poi nella sua mail il suo sito che riporto qui sotto nel caso interessi:
http://www.geocities.com/Paris/Cathedral/1912/

Ed ecco cosa mi diceva Giancarlo al proposito:

Grazie per l'offerta di mettere un link al mio modestissimo sito nella posta
del MAI ABBASTANZA LODATO Maggie's Farm ... accetto, se credi; e in fondo avrai notato che cliccando sulla mia foto "da pirata" si può ascoltare
l'intera "My back Pages" dal Tributo del 1992; quindi, non usciamo dal tema.
Io, come ti avrò già detto, sono un fan di Bob dal lontano 1981 (Avignon).
Grazie, alla prossima
Giancarlo

Quindi chi non l'ha mai sentita clicchi sul Giancarlo Pirata per ascoltare quell'autentico capolavoro con Tom Petty, George Harrison, Neil Young, Roger Mc Guinn, Eric Clapton e Bob che cantano questa pietra "emiliana" (come diceva il Principe De Curtis) di Dylan.



 

333) Ciao Michele, ti invio in allegato l'intervista a Greil Marcus di cui ti parlavo. Ciao, Carlo.

Ciao Carlo, grazie per l'intervista che riporto di seguito. Se non l'avete mai letta fatelo perchè è molto interessante. Michele.

LA REPUBBLICA INVISIBILE DI BOB DYLAN
INTERVISTA A GREIL MARCUS di Paolo Vites - per la rivista "JAM"
(c) copyright degli aventi diritto

Quando uno dei più grandi critici rock del mondo scrive un libro su uno dei più grandi musicisti rock di tutti i tempi, accade per forza di cose qualcosa di speciale.
E infatti La Repubblica Invisibile, il volume di Greil Marcus dedicato a Bob Dylan e ai Basement Tapes, è un libro davvero speciale, un
evento nel mondo della letteratura rock. Ne parliamo con l'autore.

   "Non hai bisogno di una chitarra per essere un eroe del rock'n'roll"
     (Paul Williams)

Bill Flanagan, Peter Guralnick, Dave Marsh, Paul Williams, Robert Palmer e lui, l'oggetto di questa intervista, Greil Marcus. Se questi nomi non vi dicono niente, vi siete sicuramente persi qualcosa:
un vero articolo di musica rock, o un vero libro dedicato al rock. Sono loro che hanno creato dal nulla (perché prima di loro neanche esisteva) il concetto stesso di 'critica rock', e ancora oggi la loro lezione è talmente debordante che non teme confronti.
Specie nella nostra Italietta musicale. Grazie a loro il rock è stato valorizzato (in America, naturalmente) come una delle forme d'arte e di cultura
più rilevanti del Novecento, al pari della letteratura, della poesia, della politica, della sociologia.
Degli esempi? Scritto nell'anima di Bill Flanagan ancora oggi insegna cosa vuol dire fare un'intervista con dei contenuti che non siano il solo pettegolezzo; Performing Artist di Paul Williams ci dice che per cominciare a capire qualcosa di Bob Dylan non basta avere tutti i suoi dischi allineati sullo
scaffale, ma bisogna prima aver studiato a fondo Pablo Picasso e William Shakespeare; Robert Palmer, per spiegare cosa è il rock'n'roll, è andato a girare per tutti i luridi juke joint rimasti ancora nel Delta del Mississippi (Deep Blues); Greil Marcus, per raccontare la storia del punk, ha scritto la
storia del movimento dada e dei fermenti culturali dell'Europa degli anni Venti e Trenta (Lipstick Traces, in Italia Tracce di rossetto).
Il critico rock, grazie a loro e a pochi altri, è oggi in America
rispettato, interrogato, valorizzato, gira per le Università a tenere conferenze al pari dell'editorialista che scrive di politica o del sociale. Una chimera, per l'Italia? Lo lasciamo giudicare al lettore.
Greil Marcus ha da poco pubblicato Invisible Republic - Bob Dylan's Basement Tapes, oggi pubblicato in italiano da Arcana. L'occasione è un tale evento nella storia della critica musicale per non cercare di raggiungerlo a Berkeley, dove vive, per intervistarlo.

Nato nel 1945 a San Francisco, Greil Marcus comincia a collaborare con Rolling Stone nel 1969 e poco dopo a insegnare all'Università di Berkeley. Di suo pugno è una di quelle recensioni che sono rimaste negli annali della critica rock, quando, a proposito di Selfportrait, album di Bob Dylan del 1970, esordì con: "Cos'è 'sta merda?" (alla faccia del politically correct). Dal 1983 al 1988 è
Direttore del National Book Critics Circle, mentre presta la sua collaborazione a riviste come Village Voice, New Yorker, Creem, New Musical Express e altre. Ha scritto "Mystery Train: Images Of America In Rock'n'Roll Music", "Dead Elvis: A Chronicle Of A Cultural Obsession", "Lipstick Traces: A Secret History Of The 20th Century".
Attualmente pubblica rubriche musicali su Artforum e Interview.

JAM: Come è cominciata la sua carriera di giornalista e di critico musicale?
Greil Marcus: Ho cominciato a scrivere di rock'n'roll sul giornale del mio college, all'incirca nel 1965, ma il vero inizio fu qualche anno dopo, quando fui attratto sempre più da quella incredibile scena musicale che allora era San Francisco alla fine degli anni Sessanta. In quel periodo Jann
Wenner fondò la rivista Rolling Stone. Lo conoscevo da tempo perché anche lui, come me, era uno studente dell'Università di Berkeley, ma non mi piaceva assolutamente il loro modo di recensire i dischi di rock'n'roll, usavano lo stesso approccio che si usava con la vecchia musica folk: si parlava
solo dei testi delle canzoni, non della musica. Un giorno comprai un disco che non mi piacque per niente, e rimasi deluso soprattutto dal fatto che questo disco veniva pubblicizzato bene, mentre invece era una schifezza. Decisi allora di scriverne la recensione e la inviai a Rolling Stone: quando la
settimana dopo comprai il giornale, vi trovai dentro la mia recensione. Pensai: ma allora è davvero semplice fare il giornalista musicale! Mi misi a scriverne altre, e un giorno Jann Wenner mi chiamò a
casa dicendomi: "Ho sentito che ti lamenti del modo in cui Rolling Stone recensisce i dischi, perché non diventi il nostro responsabile delle recensioni?". Okay, risposi, e così iniziò la mia carriera da professionista, a trenta dollari alla settimana.

JAM: Una di queste sue recensioni è passata alla storia, come esempio di coraggio e spregiudicatezza, in un campo dove difficilmente i giornalisti hanno il coraggio di parlar male di un grande nome del rock.
Nel 1970, la sua recensione del disco di Bob Dylan, Selfportrait, cominciava
con la frase "Cos'è 'sta merda?". Non ebbe paura di qualche reazione da parte dell'artista o della casa discografica?
G.M.: Assolutamente no, riportai semplicemente quello che tutti dicevano di quel disco. Credo che ebbe tanta eco perché era la prima volta che un giornalista usava quell'espressione.
Non volevo imporre il mio giudizio personale con quella frase, era piuttosto come l'inizio di una conversazione tra amici che ascoltano un disco, tanto che nel corso della recensione riportavo i commenti di amici,
di colleghi giornalisti e della gente per la strada a proposito di Selfportrait. Bisogna ricordare che, a quei tempi, un disco così da parte di Bob Dylan fu un vero shock nella società americana: pessime
canzoni, quasi tutte di altri cantanti... Per essere precisi, poi, la frase "Cos'è 'sta merda?" era il commento alla prima canzone del disco, All The Tired Horses. Se avessi cominciato con una frase tipo "Molta gente è turbata dal nuovo disco di Bob Dylan", credo che nessuno sarebbe rimasto
colpito da quella recensione, fu davvero un inizio efficace...

JAM: Non ci fu nessuna reazione da parte di Bob Dylan?
G.M.: Ci fu, seppur indiretta, quando circa un anno dopo, durante una intervista, un giornalista chiese a Bob Dylan cosa ne pensasse di Greil Marcus. Lui rispose: "Greil Marcus è pieno di merda"
(oggi Marcus e Dylan sono ottimi amici, ndr).

JAM: In America c'è una incredibile tradizione di grandi scrittori di musica rock, a differenza di
quanto accade in Europa, dove scrivere di musica vuol dire scrivere di pettegolezzi, mode
passeggere e chi è in testa alle classifiche. Come si spiega questa differenza? Come nasce questo
approccio unico alla critica musicale che avete in America?
G.M.: Non so esattamente come mai succeda questo. Sono rimasto davvero sorpreso delle reazioni che la gente ha avuto in Italia a proposito dell'ultimo disco di Bruce Springsteen, The Ghost Of Tom Joad, e anche del suo tour acustico. La reazione del pubblico italiano è stata più forte, più
attenta al significato e più emotiva anche di quella da parte del pubblico americano.
Questo vuol dire che in Italia esiste un pubblico, esiste un'audience attenta alla musica. Per questo non mi so spiegare
perché non esiste da voi una generazione di critici attenta alle esigenze della gente, soprattutto pensando che la critica jazz è nata, negli anni Venti, in Francia mentre in America neanche esisteva e
furono i collezionisti e gli appassionati inglesi di blues negli anni Cinquanta a capire, ancor prima che
in America, che il blues era una musica speciale, una musica viva. Così non so spiegarmi perché non
esiste in Francia o in Inghilterra una critica musicale legata al sociale, a quello che la gente vorrebbe veramente sapere.
Eccetto per Simon Fricke e Jon Savage, in Inghilterra non esiste un vero
concetto di critica musicale. Per quello che riguarda noi, gente come me, Paul Williams o Robert Palmer, abbiamo tutti cominciato a scrivere negli anni Sessanta, e credo che l'influenza di quel
particolare periodo storico abbia generato il nostro approccio alla critica musicale. Esiste però oggi in America una nuova generazione di scrittori e di critici, specialmente donne, che ha cominciato
negli anni Ottanta e nei Novanta, che ha trovato un proprio stile personale per portare avanti questa tradizione. Per quanto riguarda l'Italia, credo che uno scrittore come Umberto Eco sarebbe un perfetto critico musicale.

JAM: Uno dei caratteri distintivi del suo modo di scrivere, è il modo in cui lei sa connettere il
rock'n'roll alla storia politica e sociale del suo Paese, ed è evidente in modo particolare nel libro La
Repubblica Invisibile. Come nasce questo approccio alla scrittura?
G.M.: Non è mai stato un approccio intenzionale, non sono mai stato capace di scrivere in modo
differente da questo. Mentre andavo al college e anche quando ho cominciato a scrivere di musica,
era un periodo particolare della storia americana, in cui le istanze politiche erano all'ordine del
giorno; qualunque cosa si studiasse ai corsi universitari, era messo in relazione con la contestazione
studentesca o con il movimento per i diritti civili. Al mattino si discuteva di politica e al pomeriggio si
ascoltava musica, non c'era separazione tra questi due mondi. Per me era normale, e rimasi davvero
sorpreso quando, cominciando a scrivere, mi accorsi che nessuno teneva conto di questo, separando la musica dalla politica o dalla vita sociale. Eppure capita a ciascuno di noi: quando stai
ascoltando una canzone, ti sembra per un momento che nulla è più grande del rock'n'roll, tutto il mondo con tutte le sue esigenze viene in quel momento contenuto in una canzone. E allora non puoi
fare a meno di chiederti: come è possibile questo, come è possibile che tutto il mondo sia contenuto in una canzone? E' così che nasce il mio modo di scrivere e anche se oggi sono costretto a spiegare
questo concetto, allora, negli anni Sessanta, era ovvio e scontato che fosse così, era naturale.
C'è un capitolo di La Repubblica Invisibile dedicato interamente a una sola canzone dei Basement Tapes, Lo And Behold!. Ma quella canzone è solo la motivazione di partenza per partire alla scoperta di un
intero mondo: il blues di Frank Hutchison degli anni Venti, quindi la situazione dei minatori della West Virginia in quel periodo per poi ritornare al blues e alla canzone di Bob Dylan.
Ascoltando una canzone, possiamo parlare allora di politica, di sociale, di cultura: tutto il mondo è dentro una canzone.

JAM: Il punto di partenza per scrivere La Repubblica Invisibile è stato l'ascolto di una serie di
bootleg (dischi pirata, non ufficiali, ndr) che raccolgono tutte le registrazioni effettuate da Bob Dylan a Woodstock. Non si è mai preoccupato di una possibile reazione da parte di Bob Dylan o della sua casa discografica per del materiale che, a termine di legge, dovrebbe essere considerato proibito?
G.M.: Sì, il libro dipende da questi cinque CD dedicati ai Basement Tapes e anche da molti altri bootleg contenenti i concerti che Dylan e The Hawks tennero nel corso del 1965 e del 1966.
Senza quel materiale non avrei mai potuto lavorare. Prima di cominciare a scrivere contattai l'editore di Bob Dylan spiegandogli cosa volevo fare e il permesso di citare dei versi dalle canzoni dei
Basement Tapes. La risposta fu sorprendente: dissero sì, puoi usare i testi di Dylan, ma facci un favore, non citare quelle poche canzoni che sono uscite in forma ufficiale, usa le canzoni contenute nei bootleg!

JAM: Perché, secondo lei, Dylan non autorizza la pubblicazione ufficiale di tutto questo materiale di enorme valore, musicale e storico?
G.M.: Per quanto riguarda i concerti dal vivo di Dylan And The Hawks nel 1966, un paio di anni fa la Columbia aveva lavorato a lungo su quei nastri per una uscita ufficiale sicura, tanto che avevano chiesto a Tony Glover, un musicista vecchio amico di Dylan, di scrivere le note di accompagnamento al disco. Il progetto è stato cestinato, e la mia opinione è che la casa
discografica, ancora non sapendo dell'uscita di un nuovo disco di canzoni di Dylan che ormai mancava da oltre cinque anni, abbia avuto paura che l'emissione di materiale di trenta anni fa potesse affossare definitivamente l'immagine di Bob Dylan, relegarlo per sempre al suo passato, come dire: guardate come era bravo una volta, guardate cosa sapeva fare mentre oggi non pubblica
più niente di notevole. L'uscita di Time Out Of Mind, con l'incredibile interesse che ha suscitato nella critica mondiale e nel pubblico, ha fortunatamente riportato Dylan alla considerazione dei suoi
contemporanei. Adesso potrebbe essere il momento buono per l'uscita di quei concerti di trent'anni fa, o dei Basement Tapes originali (nota di Michele : ovviamente i "concerti di trent'anni fa" come li chiama Marcus hanno poi visto la luce in Bootleg series IV con il mitico concerto della "Royal Alber Hall", che era in realtà quello di Manchester).

JAM: Per una strana coincidenza, contemporaneamente a La Repubblica Invisibile, è stata
ristampata per la prima volta su CD The Anthology Of American Folk Music, che insieme ai Basement Tapes costituisce il nucleo da cui si è sviluppato il suo libro. Era al corrente di questo
progetto mentre scriveva il libro?
G.M.: No, non lo sapevo. Sono stato aiutato molto dall'Amministratrice degli archivi di Harry Smith (l'uomo che pubblicò The Anthology) che mi ha dato parecchie informazioni, ma non mi disse
niente di questo progetto.

JAM: Come pensa che questa ristampa possa essere recepita dalle nuove generazioni di musicisti?
Potrà avere una parte dell'enorme impatto che ebbe, negli anni Sessanta, su artisti come Bob Dylan e tutta la sua generazione?
G.M.: Non so dire se l'impatto sui musicisti sarà adeguato, ma sicuramente posso dire che mostrerà ai giovani che il loro paese, e il mondo in generale, è molto più ricco, più complesso e più
interessante di quanto hanno mai potuto immaginare. Perché questa antologia non è solo una raccolta di musica, ma racchiude l'America, è un ritratto dell'America, ma anche un ritratto della vita in se stessa.

JAM: Qual è la sua opinione riguardo alla nomination di Bob Dylan al premio Nobel?
G.M.: Bé, se Dario Fo ha vinto il premio Nobel, credo che anche Bob Dylan lo possa vincere...
Seriamente, come non credo che quella di Dario Fo sia vera letteratura, non credo neanche che le
canzoni di Dylan siano vera letteratura.

JAM: Per concludere, quali sono, oltre ai suoi naturalmente, i libri dedicati al rock'n'roll che lei considera imprescindibili?
G.M.: Spero di non dimenticarne qualcuno... Sicuramente il libro che mi ha ispirato quando ho cominciato la mia carriera, uno dei migliori in assoluto ancora oggi, e cioè Rock From The Beginning. Quindi Psychotic Reactions And Carburetor Dung di Lester Bangs; The Heart Of Rock
And Soul (Thousands And One Greatest Rock'n'Roll Singles) di Dave Marsh; Louie Louie ancora di Dave Marsh; England's Dreaming di Jon Savage; Hell Fire, la biografia di Jerry Lee Lewis, che credo sia la miglior biografia, e anche la più breve, di un musicista rock mai scritta.


334) Ciao Michele,
ho scritto qualche settimana fa chiedendo lumi su siti ftp di Bob,
non ho trovato ancora niente .
Ho deciso di scrivere per presentarmi ( questo sito mi piace troppo)
Ho 23 anni, sono di Pompei,mi chiamo Matteo,ascolto Bob da quando ne
avevo 15, l'ho conosciuto attraverso Springsteen ,come puoi vedere dalla mia
mail sono un suo grandissimo fan,leggendo le sue biografie veniva
spesso citato sto tizio e mi sono chiesto, vediamo se sto Dylan e'
all'altezza di Bruce ( ecco, adesso qualcuno mi uccide per questa
eresia) :
Ho comprato Infidels e sono rimasto folgorato da Jokerman e License to
kill, in poco tempo ho acquistato quasi tutto, i miei preferiti sono:
1-Blood on the Tracks, 2-The Frewheelin, 3-Oh Mercy, 4- Highway 61,
5-Desire
La mia canzone preferita e' forever young, anche perche' e' la prima
che ho sentito , seguono:Desolation row, Chimes of freedom, Masters of
war, Like a rolling stone, ma ovviamente cambia ogni giorno.
Non sono molto bravo a descrivere in parole le emozioni che mi danno
le sue canzoni, la rabbia la gioia,le lacrime, ma so che voi mi capite
molto bene, dividere queste sensazioni per me  e' meraviglioso,
grazie.
Comunque, sono un collezionista di bootleg, secondo me e' grazie a essi se
davvero si riesci a comprendere l'animo di un artista, di Bob
purtroppo non ho nulla,se qualcuno vuole aiutarmi ....... :
Se per te non ci sono problemi riporta alla fine la mia mail.
Ciao e grazie a tutti.
Matteo
thunder_road@freemail.it
 

Ciao Matteo, sei di Pompei?... cavolo anche io sono nato lì... Quando il caso dice la combinazione (come diceva Frassica...). Anche a me piace molto Bruce Springsteen e considero straordinaria la sua versione di Chimes of freedom che se non ricordo male aveva cantato anche in uno show per Amnesty o qualcosa di simile... spero che tu la possegga perchè è fantastica.
Bruce ha inoltre cantato con Bob "Forever young", se ricordo bene in occasione della introduzione di Bob nella Rock'n'roll Hall of fame.
Sapevi che Bob ha cantato la mitica Dancing in the dark di Bruce?...
Una delle canzoni più belle che abbia mai sentito è opera del Boss, parlo della stupenda The ghost of Tom Joad...
La tua classifica di dischi di Bob raccoglie effettivamente il fior fiore della produzione dylaniana e mi fa piacere trovare molte persone che mettono Blood on the tracks al primo posto visto che è anche secondo me il miglior album di Bob.
Per quanto riguarda i siti ftp... giro come sempre la domanda a Carlo... Carlo, se ci ascolti... ne hai trovato qualcuno affidabile?...
Ciao Matteo e alla prossima
Michele


335) E da Pompei facciamo qualche chilometro ed arriviamo a Napoli con una lettera di Antonio S. che continua il mio discorso sull'articolo di Cucchi. Per chi non lo avesse letto lo riporto prima della lettera di Antonio seguito dalle mie considerazioni. Chi ha già letto il tutto ovviamente salti direttamente alla lettera di Antonio. Napoleon in rags

COM'E' NOIOSO GUCCINI SENZA MUSICA
di Maurizio Cucchi

Commentando uno dei suoi testi migliori, Giorno d'estate, Francesco Guccini dice saggiamente:"Non sono un poeta, ma un autore di canzoni. La poesia è fatta di altro spirito, di altre tecniche. La canzone è una forma completamente diversa, vive anche del supporto musicale. Cosa che non esclude la ricerca intorno alle parole, alla parola...".
Ma una volta che i testi delle canzoni, senza il "supporto" musicale, senza la voce del cantante, vengono pubblicati in un libro, non possiamo fare altro che leggerli così come sono, nudi e crudi, e l'effetto è quasi sempre scoraggiante. La lettura dei testi di Guccini, insomma non ha senso. Li ha scritti pensando di cantarli, è un cantastorie, ma se le storie non le canta che cantastorie è? Un pò come ascoltarne solo le musiche, che pure non sono gran cosa, e che lui stesso definisce "supporto". Concetto in effetti un pò limitativo, visto che le più belle canzoni - non di Guccini o di altri cantautori - che abbiamo ascoltato, facevano della musica, soprattutto della melodia, il loro elemento forte.
Dunque "Stagioni", libro pubblicato da Einaudi assieme a un video nella collana Stile libero, è in sostanza un documento, uno strumento non autonomo, a meno che non si legga i testi avendo nella mente la parte musicale. Una sorta di feticcio, di non-libro per i fans del bravo cantautore. Il quale, beninteso, fa, come dice, un lavoro di ricerca attorno alla parola, ma è anche burbanzoso, debordante, vivo di uscite felici in mezzo a grandi accumuli che alla lettura risultano semplicemente piatti. I testi appaiono spesso pressochè informi, non fosse per l'uso piuttosto ingenuo di rimette, inversioni, ritmi cantilenati. Ascoltando canzoni come L'avvelenata o La locomotiva avevo provato una certa emozione. Leggendole ha prevalso la noia.
Questo libro di Guccini è un contributo alla fastidiosa enfasi che si fa regolarmente attorno ai cantautori, o alla canzone in genere. Un disco nuovo viene sparato nei telegiornali di maggiore ascolto come l'opera di un genio. Un recital di Paolo Conte va in prima pagina sui quotidiani. Alcuni teneri sprovveduti dicono che la canzone è la poesia del nostro tempo. La musica leggera viene chiamata musica tout-court, ecc. ecc.
La canzone è la funzione espressiva per eccellenza della società spettacolo e della cultura di massa, e i suoi artefici ne sono i profeti e i maestri di pensiero. Propongo di tornare a considerarla com'era: un piacevole, civile genere di intrattenimento che nei pochi casi migliori può diventare arte.

Quelle che seguono erano invece le mie considerazioni. Michele.

Allora, iniziamo:

"Ma una volta che i testi delle canzoni, senza il "supporto" musicale, senza la voce del cantante, vengono pubblicati in un libro, non possiamo fare altro che leggerli così come sono, nudi e crudi, e l'effetto è quasi sempre scoraggiante."

Ma siamo sicuri che Lei volesse parlare di Guccini o piuttosto non ha sbagliato artista?... Non è che forse voleva parlare delle Spice Girls o dei Backstreet boys e magari sta facendo di tutta l'erba un fascio confondendo Guccini con Madonna, De Andrè con i Ricchi e Poveri e De Gregori con Raffaella Carrà?...
Ma Guccini ha scritto CAPOLAVORI INARRIVABILI, dimostrando una cultura, un'ironia, un'intelligenza nello scrivere, una poesia ed una profondità rare, riscontrabili solo negli altri GRANDI cantautori italiani della prima e seconda generazione ed in alcuni stranieri, primi fra tutti Bob Dylan. E Lei ha il coraggio di dire che, nudi e crudi, quei testi provocano un effetto scoraggiante? Ma se c'è qualcosa di scoraggiante, ad esser onesti, è il suo articolo caro Cucchi... Ma ha mai letto i testi di Guccini, scusi? Comincio a dubitarne, sinceramente.

"La lettura dei testi di Guccini, insomma non ha senso."

Per me invece ne ha e come... E' una lettura suggestiva e poetica ed anzi molti testi, senza la musica, risultano ancora più incisivi nella loro forza descrittiva e poeticamente ancor più validi e profondi.

"Un pò come ascoltarne solo le musiche, che pure non sono gran cosa"

Le musiche di Guccini non sono una gran cosa? E quali sarebbero allora le musiche che sono una "gran cosa"?... Forse quelle di Ricky Martin o di Tonino Carotone o quelle tipo "La Banana" o "Mambo number five"?...
Ma Guccini ha scritto musiche SUBLIMI, come Dylan, De Andrè, Conte e decine di altri cantautori... La musica dei cantautori ha spazzato via decenni di schifezze, di paccottiglia precotta, di canzoncine da deficienti, di musichette da "Carosello"...
Se per amor di paradosso dessimo per buona la Sua affermazione, allora, togliendo la musica dei cantautori, non potremmo che definire il novanta per cento di quello che resta, parafrasando il celebre critico musicale Greil Marcus, con la frase: Che è 'sta merda?...".

"(Guccini) è burbanzoso, debordante, vivo di uscite felici in mezzo a grandi accumuli che alla lettura risultano semplicemente piatti. I testi appaiono spesso pressochè informi, non fosse per l'uso piuttosto ingenuo di rimette, inversioni, ritmi cantilenati."

Ma qui siamo alla farsa. Non varrebbe nemmeno la pena perdere tempo a confutare le Sue affermazioni tanto risultano ridicole a chi ha ascoltato con un minimo di attenzione i dischi di Guccini...
Mi sa che forse qualcuno ha scambiato le copertine dei suoi cd e Lei, convinto di ascoltare Guccini, si sorbisce invece Toto Cutugno e Nino D'Angelo...
Uso ingenuo di rimette?
Rimette?Rimette?Rimette?Rimette?Rimette?
Ma chi? Guccini? Ma è sicuro di non aver sbagliato nome e magari voleva riferirsi a Paola e Chiara?...
Guccini ha scritto dei testi pieni di poesia, con parole coltissime inserite in periodi di una bellezza superba.
Ma ha mai ascoltato (comincio seriamente a dubitarne) album come "Metropolis", "Guccini", "Signora Bovary" o "Quello che non...".
Ma lì siamo quasi a livello di Dylan, di Leonard Cohen o di altri grandi poeti...

"Questo libro di Guccini è un contributo alla fastidiosa enfasi che si fa regolarmente attorno ai cantautori"

Ma sarà fastidiosa per LEI!!! Se non fosse stato per l'opera dei cantautori il panorama musicale in Italia sarebbe imbarazzante, da arrossire per la vergogna... Ma quando ci si renderà conto che se non fosse stato per autori come De Andrè, Guccini, Vecchioni, De Gregori, Conte, Battisti/Mogol, Battisti/Panella e tanti altri la musica italiana sarebbe ancora ferma alle canzonette degli anni quaranta?

"Un recital di Paolo Conte va in prima pagina sui quotidiani."

Ma MENO MALE!!! Perchè Paolo Conte è un GENIO ed un grande POETA che probabilmente Lei non ha mai avuto la fortuna di leggere.
Ma "MENO MALE!!!"  soprattutto perchè ogni articolo su Paolo Conte che va in prima pagina sottrae spazio a quelle solenni stronzate tipo "Il Grande Fratello" o "Carramba che fortuna!"...

"Alcuni teneri sprovveduti dicono che la canzone è la poesia del nostro tempo."

Non "la canzone", prego, ma "la Canzone d'Autore"... Comunque il "teneri sprovveduti" lo accetto come un complimento...
Michele Murino

Ed ecco la lettera di Antonio:

Ciao Michele.
Vorrei intervenire nell'argomento trattato dall'articolo di Maurizio Cucchi.
Premesso che non conosco il Dott. Cucchi che, visto che scrive sulla "Stampa", deve essere una figura contemporanea eminente della critica letteraria italiana, esporrò le mie considerazioni con il dovuto "timore riverenziale".
Non entro nel merito specifico, non conoscendo bene Guccini, ma vorrei replicare, nel mio piccolo (non potrei mai
competere con la vasta cultura personale che contraddistingue il Dott. Cucchi) al seguente passo dell'articolo:
"Alcuni teneri sprovveduti dicono che la canzone è la poesia del nostro tempo. La musica leggera viene chiamata musica tout-court, ecc. ecc. La canzone è la funzione espressiva per eccellenza della società
spettacolo e della cultura di massa, e i suoi artefici ne sono i profeti e i maestri di pensiero.
Propongo di tornare a considerarla com'era: un piacevole, civile genere di intrattenimento che nei pochi casi migliori può diventare arte.".
E' qui mi rattristo, ho iniziato a scrivere questa e-mail con piglio ironico ma, adesso, rileggendo il passo mi sono cascate le braccia. Non mi viene proprio voglia di scherzare, adesso sono stufo.
Leggere, di nuovo, certe riflessioni è scoraggiante. Sono stanco di sentir parlare di testi di canzoni lette con lo stesso spirito e severità con cui si leggono le poesie, sono stanco di sprecare il tempo con riflessioni
personali su questo tema, che lasciano il tempo che trovano, sono stanco di essere offeso è chiamato a turno sognatore, idealista, e ora anche "tenero sprovveduto". Se non conoscono quello che accaduto in questo ultimo mezzo
secolo di storia della musica popolare, che si freghino. Cavoli loro.
Questo articolo ha riportato indietro, di trent'anni, le lancette dell'orologio nella discussione sull'opportunità di una legittimazione letteraria della Canzone d'Autore.
E' mai possibile che non si riesca ad affrontare la questione con la giusta misura, è così difficile riunirsi intorno ad un tavolo e dire: "Signori! Ce ne siamo accorti solo adesso! C'è una cosa in giro, da qualche decennio, che
sembra avere le caratteristiche giuste per essere considerata di un certo valore artistico e letterario .
Essa, pare, che si chiami 'canzone d'autore!'. Direi di dare una controllata!".
Stiamo parlando di quella "canzone d'autore" che ha una sua radice,  una sua storia, un proprio processo evolutivo, una sua dignità, una sua identità, una propria ricerca linguistica e musicale e persino delle "Scuole" con tecniche compositive differenti tra loro. Quella stessa canzone d'autore che non è più
legata così strettamente a fenomeni consumistici di massa ma che è stata capace di emanciparsi e creare un suo pubblico
scelto di amatori e competenti. La canzone d'autore che ha i requisiti per essere considerata "colta" come il Jazz.
Sarebbe così catastrofico per gli intellettuali e le istituzioni culturali ed accademiche, non dico ammettere tutto ciò
ma, almeno provare ad iniziare un serio processo storico-culturale della Canzone Popolare.
Perché non ritornare al significato etimologico delle parole, perchè non chiamare il testo delle canzoni d'autore "liriche" che nell'antica grecia significava "poesia cantata". In tal modo toglieremo dall'imbarazzo i "veri" poeti
contemporanei, i quali non si sentiranno più offesi nell'essere affiancati da quelli che loro considerano solo idoli adolescenziali.
La verità è che certi salottieri della critica letteraria italiana proprio non arrivano a superare certe loro pigrizie
mentali, loro pensano che la poesia sia fatta da gente che, per dirla alla Frank Zappa :" si battono i pugni sul petto, con la testa all'indietro,  il vento che soffia tra i capelli e le foglie ingiallite che cadono... e altre stronzate del
genere."
E' indispensabile che inizi un serio processo di legittimazione culturale e letteraria della Canzone d'Autore.
Se ciò non avviene accade ciò che mi è capitato di vedere ieri sera in un programma di Rai-Educational, dove si parlava proprio del linguaggio della canzone popolare italiana. C'erano due accademici che rispondevano
alle domande di ragazzi, poi si sono soffermati sulla "Donna Cannone" di De Gregori, tessendone elogi. Ma il clima che si respirava era di chi stava parlando di cultura secondaria, tanto che il programma si è chiuso,classico amarcord
delle gite scolastiche, al canto di "... le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi, le tue calzette rosse...", quasi a sottolineare il celebre clichè "... in fondo solo sono canzonette..."
Io vorrei solo che si considerasse la canzone come un elemento unico con le liriche e la musica e non stare sempre a discutere se un testo è poetico o no. Certo, alcune volte, io mi sono espresso in tal senso ma era per
dare forza a qualche considerazione.  Ma ciò non toglie che una canzone possa esprimere un alto valorepoetico-letterario al pari di una poesia o di un romanzo o di un film. Cosa c'è di così sbagliato nel considerare la canzone un'opera d'arte a sè stante.
Se devo regalare un opera dell'artista Dylan, regalo un suo Cd. Se voglio avere una raccolta completa dei testi di Dylan, magari pure spiegati, compro un libro specifico. Non è un feticcio, ma è la mia volonta di approfondire la
conoscenza dell'artista e conservarne la memoria. Stesso discorso vale per i bootleg. Altro che feticci, questa è passione, è amore.
Concludo confidandoti un'amarezza.
La mia amarezza e' fare una cosa che una volta mi divertiva. Inviare, al Dott. Cucchi, una dedica, la solita, banale e scontata dedica che si usa in queste occasioni. Gli dedico Ballad of thin man, quella dal Live 1966,
che mi sembra incazzata al punto giusto.
Vedi Michele, quando non dedicheremo più, a nessuno, questa canzone vorrà dire che non ci saranno più e-mail come queste. Adesso provo solo tristezza e sconforto. Tranqulizzo subito il Dott. Cucchi, il tempo di una dormita
e mi passa tutto. Però, in fondo mi dispiace per il Dott. Cucchi, il tempo gli darà torto e queste pagine ne saranno la testimonianza.
CIAO
NAPOLI 12/12/2000
ANTONIO S.

P.s.: Per corretezza devo dire:
Maurizio Cucchi
Poeta, è anche pubblicista, consulente editoriale e traduttore. Tra le sue opere: La luce del distacco (1990); Poesia della fonte (1993).
Per chi è interessato alla sue opere vi è il sito:
http://www.club.it/autori/grandi/maurizio.cucchi/indice-i.html
Buona Lettura.

Inutile dire, Antonio, che concordo al mille per mille con te che hai detto con serietà quello che io ho cercato di dire con ironia.
Il dottor Cucchi è anche un poeta?... Ah, beh, allora è tutto chiaro...
Michele "Napoleon in rags" Murino


336) Aneddoto dylaniano reperito sulle pagine del Mucchio
Selvaggio di questa settimana.
I fatti si riferiscono al periodo della lavorazione di
Infidels.
Racconta Frank Zappa che gli suonarono alla porta e,
quando chiese chi fosse al citofono, si sentì
rispondere: - Sono Bob Dylan, voglio farti sentire le
mie nuove canzoni. -
“Ora”, continua Zappa, “non ho mai conosciuto
personalmente Bob Dylan e quindi neanche so che voce
ha, perciò guardo lo schermo del videocitofono per
vedere bene di chi si tratta e vedo un tizio che,
benché faccia un freddo cane, se ne sta lì senza
cappotto e con la camicia aperta. Mando giù qualcuno a
sincerarsi che non si tratti di qualche svitato alla
Charles Manson e invece è proprio Dylan! Lui non ha un
gran senso dell’umorismo, ma quelle sue nuove canzoni
sembravano belle, quindi mi sarebbe piaciuto produrle,
anche se ovviamente sarebbe stato necessario fare
degli aggiustamenti. Gli dissi che avrebbe dovuto
subappaltare le canzoni a Giorgio Moroder e che
Moroder avrebbe dovuto incidere sulle tracce di base
solo con i sintetizzatori, sulle quali lui avrebbe
dovuto sovraincidere la voce e l’armonica”.
Aggiunge il Mucchio che l’affare andò a monte in
quanto pare che Zappa avesse preteso una montagna di
dollari e l’impiego di propri musicisti.
Chissà come sarebbe stato un Infidels nato da una
collaborazione esplosiva come quella Dylan-Zappa!
Dylan evidentemente stava andando in cerca di sonorità
nuove per accompagnare degnamente il suo lavoro più
ispirato degli anni Ottanta.
...E magari qualcuno dei dylaniani in rete sa qualcosa
di più su questa curiosa vicenda...
In ogni caso, direi che, con la produzione dell’album
da parte di Mark Knopfler come scelta di ripiego, al
Nostro è andata decisamente molto bene!!!
Gabriele

Ciao Gabriele, conoscevo questo aneddoto anche se parzialmente. Grazie per averlo riportato. Direi che Knopfler ha fatto un lavoro eccellente su Infidels anche se in effetti resta la curiosità di quello che sarebbe stato un Infidels zappiano (sicuramente una cosa completamente diversa...).


337) Ciao Michele, avrei voluto inviarti l'intervista in allegato (Anna si riferisce alla famosa intervista di Playboy a Dylan che le avevo chiesto la volta scorsa), ma dopo aver fatto un immane casino con lo scanner ed aver tentato di ridurre e comprimere il file a dimensioni accettabili (circa 20 pagine !) ho cercato più volte di mandartelo ma l'invio si blocca sempre a metà. Quindi, visto
che ho già qui pronte le fotocopie, te le mando tramite posta.
L'intervista è contenuta in un libro, "Dylan, interviste, cronache e saggi
dal 1962 al 1984" dell'Arcana Editrice (1984). Nel libro ci sono altre cose
interessanti,  fammi sapere se
c'è qualcos'altro che ti serve e te lo invio (i pezzi sono tutti tradotti in
italiano).
1) L'articolo di Robert Shelton sul New York Times del 1961
2) Talkin' New York, un racconto (1980) di Mike Porco, il proprietario del
Gerde's Folk City, che ha visto gli esordi di Bob.
3) Due cronache del famoso Newport Folk Festival del 65 (Irwin Silber e Paul
Nelson)
4) L'intervista di Nat Hentoff del 1966
5) Un articolo di Richard Goldstein  per l'uscita di Don't look back, del
1967
6) Il saggio di Stephan Pikering "JWH: il fuorilegge come messia"
7) Il saggio di Steven Goldberg del 1970 "Bob Dylan e la poesia della
salvezza"
8) Intervista a Dylan di A.J.Weberman (1971)
9) Songs of Redemption di Allen Ginsberg 1975 (ma la traduzione di Gio è
migliore di questa !)
10) Sam Shepard  "Night of the hurricane" (1977)
11) Intervista a Dylan di Kurt Loder del 1984 su Rolling Stone

Ciao e grazie di tutto, Anna

PS: Volevo dirti che quella versione di Shelter From The Storm, quella del
video Hard Rain, mi fa lo stesso preciso identico effetto che fa a te, credo
che sia la più commovente e intensa interpretazione che Dylan abbia mai
fatto, almeno di tutte quelle che conosco. Ora penserai che sono la
contraddizione fatta persona... ma quando ascolto quel pezzo mi immedesimo talmente tanto che vorrei proprio essere quella donna che "was standin' there with silver bracelets on her wrists and flowers in her hair" e che dice "come in", " I'll give ya shelter from the storm" ... e nello stesso tempo a volte mi sento
anch'io come chi sta cercando un rifugio dalla tempesta ... non
chiedermi spiegazioni questa volta perchè non sono capace di dartene, non lo
spiego nemmeno a me stessa ... E poi ognuno di noi ha il suo "personal tale"
che si intreccia con le visioni dylaniane ed è difficile districarsi ...
Comunque c'è stato un momento molto tempo fa in cui mi sono assunta il ruolo
di "shelter from the storm", ma la cosa non è durata a lungo, perchè mi
sentivo appunto un rifugio "and nothing more", e il distacco è stato
penosissimo... Poi ho conosciuto una persona che sì pretendeva molto da me,
ma sulla quale anch'io potevo sempre contare, non un rapporto a senso unico
insomma, e questo ha funzionato per tanti anni e funziona tuttora ...
Non sono sicurissima di voler vedere pubblicato quanto sopra, mi sembra che
si stia scivolando pericolosamente nella "Posta del cuore" anche se,
parlando della poesia di Bob è inevitabile toccare certi argomenti ...
Decidi tu, ma forse dovresti selezionare tutto il PS e premere il tasto
"canc"...

Ciao Anna, come vedi ho lasciato tutto perchè credo che le testimonianze di quanto noi fans amiamo Dylan e di come egli sia diventato parte della nostra vita valgano sempre la pena di essere lette per far comprendere quello che Bob significa per noi.
Quanto ai pezzi che citi mandami pure tutto che pian pianino li inserisco nella sezione "Stories in the press" (spero tu ci riesca via e-mail altrimenti dovrò cominciare a pagarti le "spese di spedizione"... magari potresti inviarli uno alla volta spezzando la lunghezza altrimenti probabilmente eccessiva). Per quanto riguarda l'intervista di Playboy appena ho un attimo la inserisco e vi consiglio di leggerla perchè è una delle più belle mai fatte a Bob.

E dopo solo due lettere ecco ancora Antonio il quale, nonostante ci abbia dormito sopra, mi ha poi spedito una nuova mail con altre considerazioni sul suo discorso precedente


338) Ciao Michele
Probabilmente questa talking conterrà due miei intereventi sullo stesso argomento (non mi è bastato dormirci sopra).
Spero che Tu e gli amici Dylaniani perdonerete questa mia prolissità.
Vorrei ripartire dalla riflessione espressa da Cucchi:
La canzone è la funzione espressiva per eccellenza della società spettacolo e della cultura di massa, (...) Propongo di tornare a considerarla com'era: un piacevole, civile genere di intrattenimento che nei pochi casi
migliori può diventare arte.
Queste frasi non sono da sottovalutare, in quanto sono un chiaro sintomo del clima di "restaurazione" che avvolge da un pò di anni a questa parte, soprattutto in Italia, la cosidetta Canzone d'Autore.
Esse mi spingono a pormi le seguenti domande:
Quali sono le considerazioni alla base della suddette riflessioni?
Entro quali limiti rientra l'eventuale confronto con questo tipo di argomentazione?
Perchè, nei migliori dei casi, si ha l'impressione che la Canzone d'Autore venga collocata in una sorta di "limbo", dove resta impantanata, impossibilitata ad andare avanti, verso la nobilitazione letteraria e musicale, e andare indietro, verso il calderone della musica che Cucchi ha definto "piacevole intrattenimento"?
Personalmente ritengo che trovare risposte a queste domande è importante, in tal modo si può entrare in possesso degli strumenti necessari per una maggiore comprensione dei limiti delle nostre tesi, al fine, successivamente, di ampliarli e trovarci meno impreparati in un eventuale confronto diretto.
A tal fine propongo alla tua attenzione, e ai frequentatori del sito, stralci di un capitolo del libro di Nemesio Ala:
"Bob Dylan, biografia, testi & spartiti, discografia: la più completa trattazione del mito dylaniano", edito da Gammalibri e pubblicato nel 1984 (chi è interessato a questa e-mail tenga sempre presente questa data).
Il capitolo in questione ha come titolo Un primo bilancio, dopo sei album e tratta, appunto, della validità poetico/letteraria della produzione di Dylan. Dylan è un/il "padre" della Canzone d'Autore per cui tali riflessioni
sono pertinenti a tutti gli autori rientranti nella schiera dei cantautori impegnati.
Inoltre, Ala non è proprio tenero nei confronti di Dylan e comunque si pone ad un livello di ricerca più puntuale ed accettabile, per cui la sua opinione è da considerarsi utile agli obiettivi che mi sono posto alla
base delle domande sopra esposte.
Infine, Ala, non trascura la parte musicale, l'altra faccia della canzone, che nel Dylan del dopo "svolta elettrica" è un elemento non trascurabile. Si pensi, da quanto ho letto in diverse pubblicazioni, che "Highway 61" è
considerato un capitolo significativo nell'evoluzione musicale del Rock.
Dopo questa premessa ecco il testo che proprongo alla vostra attenzione.

UN PRIMO BILANCIO, DOPO SEI ALBUM
di Nemesio Ala

Un primo bilancio, dopo Blonde on Blonde, appare scontato: le stesse vicende personali di Dylan, vittima d'un grave incidente motociclistico, con una Triumph 500, lo rendono quasi obbligatorio.
Alcune voci parlano, in questo periodo in cui Dylan è lontano dall'attività musicale, anche d'una cura disintossicante dalla droga;
(....)
Gran parte dei giovani americani (e non solo) si sente come privata d'una voce e d'un punto di riferimento, in grado di spiegare e decifrare il mondo, di indirizzare nelle scelte quotidiane. Il fatto che Dylan
negasse in ogni occasione questo suo ruolo, non pare avere alcuna importanza. Al "cantante di protesta", divenuto "profeta", s'è disposti a perdonare tutto.
E questo atteggiamento, a ormai più di dieci anni di distanza, serpeggia ancora e mantiene pur sempre Dylan su un piano diverso di apprezzamento rispetto a quello di quasi tutti gli altri musicisti pop.
Negli anni tra il 1964 e il 1966 Dylan fonda questa sua differenziazione, di difficile decifrazione, rispetto all'intero mondo della musica pop.
R. Gleason, su Ramparts - nel primo ampio saggio, da un punto di vista "politico", dedicato all'opera e al significato rappresentato da Dylan all'interno della cultura giovanile - lo definisce "il primo poeta dei mass-media", lo vede guidare idealmente "il più serio attacco alle strutture della Grande
Società e del suo predecessore, la Nuova Frontiera.... (Dylan) dice, in poche parole, che l'intero sistema della società occidentale, costruito sulla logica aristotelica e su di una serie di sistemi economici che vanno da Hobbes
a Marx, non funziona."(2).
Ai giovani che sostengono che Dylan si sia venduto, Allen Ginsberg - uno tra i suoi massimi sostenitori ed estimatori - risponde: "Dylan si è venduto a Dio, che gli ha ordinato di diffondere la bellezza il più estesamente
possibile. Era una provocazione artistica vedere se la grande arte poteva stare in un juke-box.
Dylan ha dimostrato che è possibile."(3)
Indubbiamente, e questo sosterranno numerosi esponenti della cultura conservatrice americana, i giovani che definiscono Bob Dylan "un poeta" conoscono molto poco di poesia, ma altrettanto certamente
sentono che il termine normalmente usato per definire uno "scrittore di canzoni", quello di paroliere (termine entro il quale lo stesso Dylan limita la propria attività), è inadeguato a rappresentare le parole e le immagini
che Dylan descrive. Dylan riqualifica - come nessun altro - i testi della musica di massa, rendendo quanto mai pertinente la definizione datane da Ginsberg.
Un'analisi, per quanto affrettata, del ruolo di un musicista o di un "poeta" rivela sempre l'esistenza di condizionamenti materiali ed economici all'agire artistico. Le case discografiche, le radio e i juke-box sono
1'universo materiale determinato storicamente che circonda ed entro cui s'iscrive l'attività di Dylan.
Il passaggio alla chitarra elettrica, a quello che la critica chiamò folk-rock, dimostra ampiamente come Dylan percepisse, e con
chiarezza, questo problema. Il linguaggio del folk tradizionale non può essere artificialmente tenuto in vita da un musicista, se questo musicista vuole rappresentare la realtà che lo circonda, l'incubo metropolitano e la
confusione onnipresente. Il "sound" della città, del malessere e del disagio richiede un impasto diverso, nuove connessioni e relazioni tra i suoni, i timbri e le parole, da gridare e/o sussurrare stando all'interno
dell'inferno, un inferno - si pensi per esempio a Highway 61 Revisited  fatto di migliaia di oggetti che ci circondano fino a soffocarci, in un universo basato sulla "gadgettizzazione", sulla moltiplicazione all'infinito del
consumo, secondo quanto afferma Baudrillard: "La macchina fu l'emblema della società industriale. Il "gadget" è l'emblema della società post-industriale."
(...)
Il moltiplicarsi all'infinito dei segni porta Dylan a una visione sempre più personale (e sempre meno mediata da
schemi politici complessivi di classificazione), basata sulla crescente difficoltà d'instaurare criteri d'analisi, di
"dividere il bianco dal nero", in cui le responsabilità del singolo si vanificano in una complessa macchina
burocratica e in una ancor più complessa ragnatela d'autogiustificazioni e di soggettive incapacità degli individui a cogliere la complessità sociale, schiacciati tra l'espropriazione della propria personalità e della
propria coscienza e il meccanismo del consenso e della sua riproduzione orchestrato da fantasmi multinazionali e
tecnologici. Televisione e pubblicità accoppiati al mito del benessere, della superiorità razziale e dell'autosicurezza delle proprie idee prefabbricate.
Dylan "descrive un mondo in cui è vietata la naturalezza, la creatività è un nemico e la bellezza è assassinata. I giovani, che lottano per non crescere in modo assurdo in un paese di comunicati pubblicitari
televisivi e di alto livello di rapacità, vedono questo mondo e vedono, anche, che noi adulti lo accettiamo e poi ascoltano Dylan descriverlo. E quando lo descrive, egli lo fa tenendo conto del juke-box o con parole che si
trovano sui giornali, in un linguaggio loro comprensibile. I giovani sanno intuitivamente, se non empiricamente, che questa è la reale condizione del paese (5) Dylan non offre comunque soluzioni d'alcun genere: "I giovani tra i 16 e i
25 anni probabilmente sanno che non posso dir loro nulla e sanno che io lo so. E un affare buffo. Ovviamente, io non sono un computer IBM più di quanto sia un portacenere. Voglio dire che è ovvio, per chiunque abbia dormito almeno una volta sul sedile d'una macchina, che io non sono un professore ... Io proprio
non sono la persona adatta ad andare in giro per il paese a salvare anime... Non sono un missionario. E non voglio salvare nessuno dal fato, di cui non so assolutamente nul1a. La parola giusta è "destino". E io non
posso salvarli da quello... Chiunque ascolti le mie canzoni non mi deve nulla. Come potrei avere una qualche responsabilità per qualcuno tra queste migliaia... Non sto per mettermi a dire a qualcuno d'essere un
bravo ragazzo o una brava ragazza, altrimenti andranno all'inferno. E poi, non so proprio cosa pensi di me la gente che ascolta
queste canzoni... Ma comunque non penso che le canzoni possano cambiare la gente. "(6)
Questa mancanza d'ogni ipotesi di soluzione è riscontrabile nei suoi testi fin dall'inizio. Dylan, semmai, invita alla constatazione, come in The Times They Are A-Changin': "Come gather round people, / wherever you roam, / and admit that the waters/ around you have grown / and accept it that soon / you'll be drenched to the bone... for the times they are a-changin."
Venite intorno a me voi tutti, / ovunque vagate / e ammettete che le acque / intorno a voi sono salite / e accettate che presto / sarete inzuppati fino all'osso... perché i tempi stanno cambiando.
L'impossibilità di accertare e di riconoscere questa evidenza costituisce, per Dylan, il mistero contemporaneo, che tiene avvinti gli uomini in una sorta di schiavitù del non vedere, del non capire, del non
accorgersi della realtà che li circonda. Mr. Jones è - in effetti - il vicino di casa. Non solo il Fantozzi schiacciato dalla ripetitività e dalla produzione in serie, ma anche l'intellettuale che ha letto molti libri, il professionista
arrivato e arricchito. Altra costante, di cui abbiamo già parlato a proposito di Blowin' in Wind, è il sentore metafisico che affiora in molti testi di Dylan, attraverso un'oscurità - che rimanda sempre a qualcosa d'inespresso
e di superiore - e attraverso un senso di mistero e di incomprensione programmata. I frequenti richiami, non sempre precisi ed esatti, alle vecchie tradizioni dell'umanità, alla Bibbia e alle leggende e ai miti, sembrano evocare un sapore millenario e una visione della storia, pur se "i tempi stanno
cambiando", sostanzialmente immobile o, in taluni casi, a sviluppo ciclico.
I tempi stanno cambiando da sempre, e da sempre la cecità degli uomini impedisce loro d'accorgersene. La lacerazione del tessuto sociale è la "condizione umana"; la tranquillità e la quiete fanno parte del sogno. Il
mondo è una macchina impazzita e l'uomo è una parte di questa macchina, la sensazione d'alienazione genera
confusione e la tangibile consapevolezza di vivere in un mondo senza possibilità di riposo. "Canzone dopo canzone, Dylan costruisce la sua filosofia: la vita è un agglomerato assurdo di eventi, incapsulati in un vuoto innaturale creato dalla nascita e completato dalla morte. Noi tutti viviamo dentro
una sentenza di morte e il ricercare un significato o uno scopo nella vita è tanto inutile quanto privo di senso.
Tutta la civilizzazione moderna non fa che maggiormente alienare l'uomo dai suoi simili e dalla natura." (7)
Questa mancanza di senso va dal generale al particolare, fino all'investire i rapporti tra i sessi, tra l'uomo e la donna, tra gli amici. Troviamo uniti due atteggiamenti, quello  violentissimo - di Positively 4th
Street, la strada di New York in cui abitò per un certo periodo Dylan, ? Yes, I wish for just one time / you could stand inside my shoes / you'd know that a drag it is / to see you (Sì, vorrei che almeno una volta / ti
mettessi nei miei panni. / sapresti allora che pena è, / vederti. - Da Positively 4th Street, uscito su 45 giri nel 1965) e quello in cui
tutto appare copione prefissato, immutabile, con un finale ampiamente prevedibile, che trascende - per così dire - la volontà delle singole persone. Il romanticismo che talvolta pare pervadere Dylan, soprattutto in
Blonde On Blonde è sempre venato da questa necessità, già presente in Don't Think Twice It's Alright:
"Well it aint't no use to sit / and wonder why babe / if you don't know by now / and it ain't no use to sit / and wonder why babe / it will never do somehow / When your rooster crows / at the break of dawn / look out your
window / and I'll be gone. / You're the reason / I'm travelling on, / but don't think twice / it's allright"
Non serve a niente stare seduta/ a chiedersi perché, babe, / se non io sai ancora; / non serve a niente stare seduta / a chiedersi perché, babe, / non servirà a niente lo stesso. / Quando canterà il tuo gallo / allo
spuntar dell'alba, / guarda fuori dalla finestra, / io me ne sarò andato/ Tu sei il motivo / per cui devo mettermi in viaggio, /
ma non pensarci due volte,/ va tutto bene. (Da Don't Think Twice it's Allright, nell'album The Freewheelin' Bob Dylan. 1963).
Nella considerazione dei personaggi femminili, Dylan intreccia due caratteri diversi, come bene ha messo in luce Germaine Greer ne L'eunuco femmina: da una parte, la Sad Eyed Lady o la Girl from the North Counjry, (8) ovvero
la donna inviolata e inviolabile, la bellezza in senso "classico"; dall'altra, tutte le altre donne, rappresentate confuse e confusionarie nella loro umanità, e pertanto criticabili e disprezzabili. Un atteggiamento "tipico", come
si vede, l'aspetto forse meno "nobile" del profeta, ma frutto in parte di questa visione metafisica, che vede gli uomini in quanto individui astratti, al di fuori e prima dei sessi e delle differenze, impegnati a giocare una
parte, metafisica appunto, di uomini e di donne. "Stanno giocando a un gioco. Stanno giocando a non giocare a un gioco. Se mostro loro che li vedo giocare, infrangerò le regole e mi puniranno. Devo giocare al
loro gioco, di non vedere che vedo il gioco." (9)
Difficile è certo tentare parallelismi tra il pensiero di Laing e quello di Dylan. Il gioco delle convenzioni presente in Dylan ha origini misteriose, al di fuori della storia. È quindi ancora più angoscioso, in quanto
nessun procedimento, più o meno terapeutico, può incidere su di esso. Un esistenzialismo negativo, dunque, un-essere-per-la-morte, come già scrisse Heidegger, sia pur temprato da una sensazione d'una necessità della
parola, qualche volta dell'impegno. Più vicino forse, spiritualmente, all'esistenzialismo francese dei primi anni del secondo dopoguerra, se non altro per la somiglianza dei luoghi fisici, dei microcircuiti, dei piccoli
clan, del linguaggio da iniziati. E della scoperta dell'esistenza della dimensione cittadina.
 (...)
 Il Dylan del 1965-'66 già più non sa spiegarsi il Kerouac di Sulla strada, quello di frasi come: "In un baleno ci ritrovammo sull'autostrada e quella notte vidi scorrere  avanti ai miei occhi l'intero stato del Nebraska.
Centottanta chilometri l'ora per tutto il percorso, una strada diritta come una freccia, città addormentate, niente traffico, e il rapido della Union Pacific che ci restava indietro nel chiaro di luna.
Quella notte non avevo affatto paura; era perfettamente logico fare centottanta e chiacchierare e vedere passare tutte le città del Nebraska."(10).
Nel senso che non vi è alcuna logica, né nell'andare né nello stare fermi, visto che si resta sempre allo stesso punto. Allo spostamento, in senso fisico, si sostituisce l'infinita possibilità di dislocazione dei segni e l'acuta percezione di un mondo come organizzazione di questi segni, più o meno razionale, attraverso i
mezzi di comunicazione di massa. Dentro di esse, e solo dentro di esse, esiste secondo Dylan - la pratica musicale oggi. Ritorniamo quindi al "poeta" dei mass-media. Dylan, attraverso i suoi rumori, attraverso i
suoi colori ci suoi incubi - e paradossalmente attraverso il suo isolamento, i suoi dinieghi e la sua scontrosità - diventa, all'interno di questi mezzi di comunicazione della società avanzata, una delle voci che parlano
dell'America e indagano su di essa, continuando a parlare, ovviamente, di se stesso, racchiuso e schiacciato da un "destino simile a quello di tutti gli altri".
Il linguaggio, di necessità, assume toni profetici, avendo rifiutato come arte e forme dell' illusione i toni politici.
Un itinerario che ricerca le prprie ascendenze in Rimbaud ("Nei loro deserti di muschio, tranquilli / preparano i pannelli preziosi / su cui la città/ dipingerà falsiciel") (11), in Baudelaire e in Verlaine, attraversa Blake,
le "metafore sulla visione", e si incontra con le opere di altri musicisti pop, come Jim Morrison ("Look were we workship / We all live in the city") (12) o, più recentemente, Patti Smith.
Ma è proprio la rilettura e la riproposizione di questi testi simbolisti, spesso letti di seconda mano o fraintesi, che rivela una delle debolezze teoriche della cultura pop intesa nel suo complesso, e da cui non è esente lo
stesso Dylan. La società come insieme di segni disordinato e come generatrice di contusione, all'interno di un sistema di comunicazione dominato dai mass-media è capace di forme d'espropriazione della coscienza e
di costruzione mitologica insospettabili per il capitalismo dell'Ottocento e anche, sia pure in minor misura, per la società tra le due guerre esaminata da Heidegger, Sartre o Carnus.
La "confezione" e l'artificiosità - pur colte nella loro dimensione oppressiva e straniante - vengono percepite come entità sovrastanti l'uomo, sistema di rapporti cui sottostare.
Non "creazione", ma "necessità": privati d'ogni dimensione storica, i segni della civiltà tecnologica non sono più controllabili. La voce di Dylan diventa, all'interno di questi segni, la voce d'un profeta,
anche questo fuori dal tempo, frutto e risultato d'una costruzione mitologica che risiede nello sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa, ma anche nel loro controllo da parte di apparati di produzione, di confezione pubblicitaria e di lancio su vasta scala di prodotti industriali da consumare nei grandi
magazzini o nella "cena surgelata di fronte al televisore". Una società che ha bisogno di miti, che se ne costruisce uno al giorno, sognandoli infrangibili ed eterni, e che  nello stesso tempo - organizza un
apparato cui demandare la costruzione giornaliera di questi miti. E del mondo giovanile Dylan è il mito più grande, molto più dei Beatles, degli Stones o di Presley. Una costruzione mitologica avvolge ormai Dylan, e
si presenta come barriera insuperabile a ogni analisi. Le sue canzoni e la sua voce vivono solo all'interno dei mezzi di comunicazione di massa. Queste forme della comunicazione sono anche di necessità le forme attraverso le quali
possiamo venire a conoscenza di Bob Dylan, irrimediabilmente costruzione mitologica. Non abbiamo che questi segni per parlare oggi di Dylan. All'interno di questo sistema necessitato, Dylan certamente si
è fatto, e continua a farsi, un sacco di soldi, perché questo è il modo di funzionamento dell'apparato. Ma è anche indubbiamente vero che analisi soltanto basate sulla "commercializzazione", sull'inglobamento della protesta
attraverso i mass-media e il successo (visto in termini puramente economici) diventano quasi delle utopistiche rivendicazioni. Paragonare il sogno d'un ritorno di menestrelli medievali e di musicisti a pensione
presso la corte di qualche signore o d'un ricco mecenate equivale al desiderio - come bene ha messo in luce Jacques Attali(13) - di altri e preesistenti sistemi di rapporti economici.
Dylan si manifesta con i segni di un'altra subalternità, quella imposta dall'attuale "sistema di mercato".
Immagine e parola come merce. È possibile cogliere e descrivere il mondo che ci circonda all'interno di questo sistema di segni necessitato? Ormai, probabilmente, il rock è avviato verso una produzione
serializzata, della quale la "disco-music" non rappresenta altro che le avvisaglie iniziali.
Il discorso parrebbe quindi chiuso. Ma, e occorre tener presente questo fatto, a metà degli anni '60 la situazione era diversa. Tra la musica giovanile, tra questo linguaggio particolare e gli apparati di produzione discografica si assiste a una specie di osmosi, a una amplificazione di nuovi messaggi che inducono e riproducono nuovi comportamenti. Non abbiamo solo una perversione del capitale, ma anche il delinearsi di nuove capacita e possibilità d'espressione per le masse giovanili.
Questi primi sei album di Dylan ci parlano di questa possibilità, di questo sogno. I recenti album, invece, ci parlano piuttosto della materialità dei condizionamenti, dello smarrimento teorico e dell'incertezza.
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Note
2. R. Gleason. The Children's Crusade, in Ramparts, 1966; ora in C. McGregor, op. cit., pp 173-91
3. Citato in R. Gleason. op. cit., p. 185
5. R Gleason. op. cit., p. 181
6. Playboy Interview cit. marzo 1978
7. I. Silber. Topical Son, Polarization Sets, in Sing Out!, feb-mar 1966. Si tratta di un pezzo critico nei confronti di Dylan, la cui "filosofia"  esaminata nell'articolo  non è condivisa dall'autore.
8. Nell'album The Freewheelin' Bob Dylan, e anche in Nashville Skyline
9. R.D. Laing, Nodi, Torino. Einaudi, 1974, p. 5.
10. J. Kerouac, Sulla Strada, Milano, Mondadori, 1967 p. 289.
11. A. Rimbaud Une saison en enfer, Firenze, Sansoni. 1955 p. 3712
12. J. Morrison, The Lords. Notes Vision, New York, Simon & Schuster 1971, pp. 11-2
13 Si veda J. Attali, Rumori. saggio sull'economia politica della Musica, Milano, Mazzotta, 1978.

NAPOLI 16/12/2000
ANTONIO S.

Ecco la copertina dell'indispensabile volume di Nemesio Ala da cui è tratto il brano sopra citato:
Autore: Nemesio Ala
Titolo:
Bob Dylan - Biografia, testi & spartiti, discografia: la più completa trattazione del mito dylaniano
Editore: Gammalibri
Data: Novembre 1984
(c) copyright editrice Gammalibri Milano



 

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