parte 294
Lunedì 26 Dicembre 2005




3744)  ciao michele...

ma come ... ti dimentichi di citare come figli di zimmerman le barbute e ubriacone barbe da venezia .... :) ... la cover band di
Dylan e The Band attiva dal 2001.... :) :) ?
Ti ricordo che nel sito : www.thebeards.it tra l'altro potrai ascoltare brani sempre aggiornati dei nostri live.
Tra l'altro metterò online presto nel nuovo sito anche la registrazione audio fatta con microfono e minidisc dei 3 brani conclusivi
della serata Milanese dove oltre ad esserci tutti i musicisti presenti ci sei anche tu che canti... :)
stammi bene.
un grande abbraccio

emanuele "louse"

Ciao Emanuele,
in realtà dalla mail di Toni "Albatros" credo che lui parlasse delle band che eseguono esclusivamente materiale dylaniano, mentre ovviamente voi avete in repertorio altri brani (gli splendidi pezzi di The Band!).
Ma naturalmente anche The Beards sono a tutti gli effetti figli di Zimmerman!
Sono andato sul sito a sentire gli aggiornamenti e naturalmente aspetto con ansia gli mp3 della serata milanese al Ristoshow... con un'altra delle mie memorabili performance... :o)
Un abbraccio e buone feste (a te e ai tuoi accoliti :o) )...
Michele "Napoleon in rags" 


3745) Salve Michele,
innanzitutto, buone feste!
se non sbaglio è addirittura da Agosto che non ti scrivo più. Nel frattempo è successo di tutto nel
mondo dylaniano. Ho seguito tutti i dibattiti sul sito con attenzione, e in questi mesi si sono accumulate le mie usuali
considerazioni sparse, a proposito e a sproposito.
Eccone qualcuna, sperando di non annoiarti.

Il libro di Paolo Vites è splendido. È ancora sul mio comodino! Il suo intervento mi ha lasciato però un po' perplesso. Mi pare che ci sia una corrente di pensiero che sostiene una tesi del genere: "il Dylan performer è stato dato mille volte per spacciato, tutti ne erano sicuri, e mille volte è tornato a grandi livelli. Stavolta però è davvero finito, ne siamo tutti sicuri!" Mah, c'è qualcosa che non torna!
Io ho purtroppo perduto l'ultimo tour di Bob. Andai invece a vederlo nella sua ultima venuta a Roma, in un concerto che pure fu oggetto di molte critiche.
Eppure, tanto per far un esempio, è valsa la pena di passar per una Mr. Tambourine Man rintorcinata, per esser ripagati poi da una Hattie Carroll indimenticabile. Solo lui è capace di certe cose,
godiamocelo più che possiamo.
Bob ha qualcosa in mente anche oggi, qualcosa che non è molto chiaro. Lo dimostrano i concerti britannici e le piccole sperimentazioni del 2005 (il violino nel tour americano, le pipe irlandesi). Presumibilmente sarà tutto più chiaro dopo il suo prossimo album.

Ho invece visto dal vivo De Gregori, uno scorcio del concerto di Barletta e la strepitosa performance a
Villa Borghese, a Roma. Una notte indimenticabile, con il Principe in gran forma, divertito, energico,
generoso.
A proposito di De Gregori, hai notato che in Under The Red Sky, ascoltando l'intermezzo di slide, dopo le parole "baked in a pie", pare di veder avanzare la figura claudicante di Gambadilegno in quel di Parigi?

Ho comprato e guardato No Direction Home. Che lavoro ha fatto Scorsese! Di parole buone al proposito ne son già state spese tante. Le sottoscrivo tutte.
Ma perchè non ci sono interviste ai membri superstiti della Band? Eppure Robertson è un grande amico del buon vecchio zio Martin!

Ancora non trovo il coraggio di mandarti le mie classifiche. Semplicemente, ogni volta che riscopro un
album che avevo un poco trascurato, sconvolgo daccapo l'ordine delle mie preferenze. Preparati però, perchè un Saved in posizione così elevata non si è visto mai!

Nel frattempo ti mando qualche classifica alternativa.

I migliori effetti speciali dylaniani
3 Il coro del pubblico su It ain't me Babe, da Real Live
2 Il cane di Every Grain Of Sand
1 Il fischietto di Highway 61

I peggiori effetti speciali dylaniani
3 le tastiere che deturpano la splendida When The night... da Empire Burlesque
2 I mocciosi di They Killed Him
1 Lo scat di If Dogs Run Free

Le canzoni che durano troppo
3 Brownsville Girl (so che non sarai affatto d'accordo)
2 Joey
1 All The Tired Horses!

Le canzoni che durano troppo poco
3 Subterranean Homesick Blues
2 Mama, You Have Been On My Mind
1 Highlands!

Grazie per l'attenzione Michele, e grazie anche per il tuo instancabile lavoro sul sito. Continua così, alla
prossima
Paolo Bassotti

Ciao Paolo,
queste tue classifiche alternative in effetti sono molto originali e stimolanti e mi sembra che nessuno ci avesse mai pensato prima.
Tra i migliori effetti speciali io in effetti metterei, oltre alla sirena della polizia di H61 che citi, anche tutti i cori delle Queens of Rhythm (in tutte le loro incarnazioni) del periodo Gospel Years (ma anche fino a Petty & Heartbreakers). Poi direi sicuramente la sospensione vocale (diciamo così :o) ) nel verso conclusivo di Man gave name to all the animals. Poi - e credo di essere uno dei pochi - gli effettacci poppettari di Tight connection to my heart che datano piacevolmente quel brano e che mi piacciono
davvero moltissimo.
Sui peggiori effetti speciali non ho dubbi e dico anche io al primissimo posto quegli orribili bambini di They Killed Him che sono davvero insopportabili :o), poi ci metterei un po' di inutili giochini tecnologici di Lanois in Time Out of mind (quelli che fecero arrabbiare Dylan che disse - dopo TOOM - di essersi reso conto che la sua voce deve essere registrata al naturale) e per tutti valgano quelli di Love Sick.
Per quanto riguarda le canzoni che durano troppo io più che altro direi Highlands (che è bellissima per carità ma effettivamente un po' lunghina...). Sicuramente Ballad in plain D (e anche Bob a posteriori l'avrebbe accorciata dei versi di cui si pentì).
E per quelle che durano troppo poco direi Knockin' on heaven's door (anche se naturalmente molti diranno che la bellezza del brano sta proprio nella brevità).
Sul Dylan live sono naturalmente d'accordo e comunque io andrò a vederlo fino alla fine, anche perchè non vorremo mica perderci l'ultimo tour italiano? O l'ultima data italiana? O in genere l'ultimo tour europeo e magari l'ultimo tour in assoluto (che prima o poi arriverà ovviamente ma spero tra almeno dieci anni!).
Su De Gregori e Under the red sky hai ragione, ho riascoltato il brano e quel pezzo che citi è identico a quello che si sente nella canzone di Francesco.
A proposito del Principe dico a chi non lo sa che - incredibile a dirsi - dovrebbe uscire tra pochissime settimane un nuovo album di inediti di De Gregori, dunque a brevissima distanza dall'ultimo capolavoro "Pezzi". Non perdetelo!
Qualcuno sa perchè non ci sono testimonianze di The Band in No direction home?...
Ciao
Michele "Napoleon in rags" 


3746) ciao Michele,

penso che il nuovo anno ci porterà parecchie soddisfazioni ed anche sorprese.
Dylan ha voglia di farsi sentire.
Come al solito sceglie lui tempi e modi, ma, comunque, ha qualcosa da dirci.
Probabilmente non di come va il mondo (almeno non direttamente), ma di come le canzoni ci possano
aiutare.
Credo che parlerà molto di sè (non della sua vita privata) e del suo passato (non di quello privato).
Magari delle sue passioni.
Gli piace avere il suo posto nella considerazione di tutti (è sempre quell'aspetto di costruzione del proprio
mito nel quale è sempre stato imbattibile e del quale è ancora maestro)
E' disposto a sopportare qualche equivoco, ma non tutti gli equivoci.
Ci parlerà lui direttamente - per radio - di musica, poesia, canzoni e delle sue preferenze e del
significato che queste cose hanno per lui, semplicemente perchè se nelle interviste non gli chiedono mai
di musica e canzoni per quello che veramente (secondo lui) sono ... è giunta l'ora che lo faccia lui (vedi liner notes di WorldGoneWrong).
Ho l'impressione che per lui la radio si rivelerà il media perfetto.
I concerti. A me l'upsinging dà fastidio e non da oggi.
Un effetto collaterale dell'upsinging è che spesso i versi finali di molte canzoni finiscono con
l'assomigliarsi ed il concerto nel complesso acquista una certa monotonia.
Detto questo, poco dopo l'origine di ogni arte ci sono i giganti di quell'arte (es. Dante/letteratura,
Bach/musica classica, Shakespeare/teatro moderno, Mummery e Whimper/alpinisti, etc.).
Sono quelle persone che si cimentano per prime nell'esplorazione di un territorio vergine. Chi viene
dopo, può essere altrettanto dotato, ma può fare solo delle variazioni (e non sto dicendo una cosa da
poco: queste variazioni sono tra gli ingredienti più saporiti dell'arte), perchè il grosso è già stato detto.
Ora, Dylan è per il rock quello che coloro che ho citato prima sono stati per la loro arte. Un gigante. E,
torno a ripeterlo, non è una questione di dischi.
Se la guardiamo dal punto di vista delle stellette ai dischi non possiamo fare a meno di affibiargliene 1 o
2 per un po' di quelli che ha pubblicato. Lui, almeno, lo fa, ne parla male - ma, appunto, non è questo il
punto - così facendo rischiamo di mancare la questione principale.
Dunque ha ragione Bono quando al 1° e al 50° posto della sua lista dei motivi per amare Dylan scrive: perchè è vivo.
Uno come Dylan giustifica il fatto che anche a quasi 50 anni non mi senta ridicolo ad ascoltare questa
musica. La musica riprodotta, poi, è ormai (già da più di 30 anni) onnipresente (quasi impossibile
sfuggirvi). Meglio ascoltare concerti dal vivo.
Ecco perchè andrò sempre a vederlo. Abbiamo la fortuna di essere contemporanei di Shakespeare:
sarebbe assurdo perdere l'occasione di vederlo e ascoltarlo.
Inoltre. Gertrude Stein: "l'America è la nazione più vecchia perchè è stata la prima ad entrare nel XX
secolo".
Vedere Dylan in concerto ha allora il duplice senso - oltre a tutti i significati che ogni singolo
partecipante vi può trovare - di vedere un gigante all'opera dal vivo (anche se con tutti i limiti dell'età),
ma anche di godere di un'artista che è felice di inserirsi nel fiume di una tradizione più ampia
(chiamiamola "la musica popolare americana") con le proprie personali "variazioni".
Gustoso l’aneddoto riferito da Marianne Faithfull: a Donovan, che in perfetta buona fede gli ha fatto
ascoltare Mr. Tambourine Man, dicendogli “pensavo fosse una folk song” (e già questo è bellissimo)
Dylan risponde “no, non ancora almeno.”
E allora, a proposito della radio, prepariamoci alle statistiche degli appassionati sugli artisti che Dylan ci
farà ascoltare di più. Secondo me farà delle vere e proprie lezioni di storia di musica americana.
Non sembri un paradosso parlare di Storia: in questa nazione di poco più di duecento anni la storia ha
accelerato così velocemente che per la maggior parte dei giovani ascoltatori risulterà una sorpresa la
ricchezza celata dietro a brani della loro stessa tradizione.
Ma sarà anche interessante vedere se e quali contemporanei Dylan ci farà sentire.
E magari ci svelerà qualcosa (solo qualcosa) di qualche sua canzone.
Ne approfitto per dire che la versione di When the ship comes in presente in NDH giustifica da sola
l’acquisto del doppio CD. Mi piacciono un sacco di cose: l’armonica; il modo nel quale ogni singola
sillaba viene scandita; l’introduzione parlata. Mi piace che sia eseguita dal vivo (at the civil rights March
on Washington) e mi piace il testo (tutto scritto al tempo futuro). Mi piace immaginarlo, 23enne, che
parla di questo giorno a venire nel quale i torti verranno riparati (non è un testo da 23enne – questa è
già una folk song, antica come la tradizione – ed in questa versione è anche una canzone già
“elettrica”).
Ma specialmente l’uso delle parole, la scelta dei singoli vocaboli.
Tra qualche giorno ricorre l’anniversario della perdita di De Andrè. Davvero odio i paragoni tra artisti.
Ma qui si può dire che nell’uso delle parole vale per entrambi quanto detto da Ricks a proposito di
Dylan “he has always had his way with words”.

Ciao Michele. Ancora grazie per questo sito che ha senz’altro contribuito ad accendere la mia passione
per Bob.
Da parte mia e di Daria auguri di Buon Natale a te e a tutta la famiglia di Maggie's Farm.
Alexan Wolf

Ciao Alexan,
auguri da parte mia a te e a Daria e grazie per la bella disamina, come sempre.
Anche a me viene spesso da pensare, quando leggo critiche ai concerti di Bob, che in fondo già siamo fortunati a poter assistere ad una performance della propria arte da parte di quello che giustamente tu definisci un Gigante. Non voglio dire che basti questo a metterlo al riparo da critiche e da fischi... però ho l'impressione che forse un po' tutti a volte ci lasciamo prendere da una sorta di ipercriticismo dimenticandoci dell'importanza intrinseca di un concerto di Dylan, oggi nel 2006. Sono sicuro ad
esempio che se Bob si fosse ritirato, diciamo anche alla fine degli anni '80, magari prima dell'inizio del NET, e non avesse fatto più concerti fino ad oggi, saremmo tutti lì a bramare una sua esibizione, a parlare e straparlare di rimpianto, sperando che prima o poi magari possa apparire da qualche parte per un concerto d'addio e cose del genere. Forse Bob ci ha abituati ad una presenza troppo sicura e costante ed a volte perdiamo di vista l'eccezionalità di vederlo dal vivo, di avere questa fortuna e questo privilegio (e in questo sono d'accordissimo ovviamente quando fai i parallelismi con Dante, Shakespeare etc.) Non è
che se magari domani Bob annuncia che non farà più tour saremo poi tutti qui a criticarlo e a profondere frasi tipo: "Ma come? A soli 65 anni? Poteva fare concerti ancora per almeno cinque anni...! Perchè ritirarsi? Dai Bob, torna on the road!!!"... :o)
Ciao e alla prossima
Michele "Napoleon in rags" 


3747) Ciao Michele.
Come promesso : la serata tributo 16-12 è andata bene , perlomeno musicalmente parlando.
Purtroppo causa una nebbia incredibile l'affluenza è rimasta sotto la (mia presunta) media.
Noi e il pubblico ci siam comunque divertiti e la qualità è stata eccellente e apprezzata.
Chiedere agli amici del fan club di Belluno presenti .
Tra l'altro ho avuto un'altra richiesta da un bellissimo locale di Padova . Il gestore  mi ha detto :
<Antondjango ! ho visto che hai fatto il tributo in provincia di Venezia , poi di Treviso adesso tocca a
me ! >

"""...pronti siòr !!!  """

Quindi ,  a parte altre due date (5 e 13 Gennaio) con la ns "Golden age of rock"  il giorno GIOVEDI' 26 GENNAIO - presso
il City Hall di Padova è prevista una ns serata tributo a Dylan...
Nei prossimi giorni ti darò l'annuncio ufficiale (grazie in anticipo x la pubblicità ....)  "comprensivo"
di TITOLO e presentazione UFFICIALE.
Intanto ti saluto , ti ringrazio ancora e ti faccio i miei migliori auguri per le prox festività.
Ciao Mitico !

Antonio ALBATROS AntonDjango

ps.
...sì ... anche a me piace l'ORANGERIE VIAGGIANTE ..... sono soddisfatto di questa cosa....

Ciao Toni,
benissimo, fammi sapere e in bocca al lupo.
Augurissimi di buone feste anche a te e ai tuoi...
Ciao
Michele "Napoleon in rags" 


3748) Ciao Michele
guarda questa strana copertina di un'edizione inglese del 1981 con incredibile errore di stampa...
Ciao
Giorgio

Ciao Giorgio
grazie per la curiosità. Riporto qui la copertina:

Ciao
Michele "Napoleon in rags"
p.s. inutile dire ovviamente qual è l'errore...

3749) cerco disperatamente video del concerto degli u2 del 18 luglio 1993 a bologna!!!!!!!
Elena
meoux@tiscali.it


3750) Caro Michele,
Qui di seguito ti invio finalmente la mia recensione dello show zurighese di Bob.
Un abbraccione e a presto,
Beni "Hamster"

Ciao Beni
perfetto!!! L'ho inserita nella nostra paginona e per chi ha fretta di leggere :o) eccola anche qui a concludere questa puntata natalizia della Talkin'...
Un abbraccio
Michele "Napoleon in rags"
ps: per i tuoi ps ovviamente ci sentiamo in privato

SO HAPPY JUST TO BE ALIVE
AN EVENING WITH BOB ... and not a normal evening, but a Swiss Evening!

Di Beni 'Hamster'

Anche quest’anno abbiamo avuto la fortuna e il privilegio di poter assistere a un altro spettacolo di Bob,
un altro regalo da parte di un uomo che l’immane quantità di libri tributo e omaggi che in questi giorni
invade i negozi ha finalmente confermato come una leggenda vivente — e se tutti noi lo consideravamo
tale già da tempo, il fatto che ora lo sia divenuto “ufficialmente” anche per chi non era avvezzo a
considerarlo sotto questa luce è senz’altro una soddisfazione.
Ed è qualcosa di semplicemente eccezionale il fatto che questa leggenda sia sempre tra noi, e che ci
doni la possibilità di scoprire ogni anno come la stella della sua arte brilli sempre più forte con nuove,
incredibili sfumature di luce, diverse da quelle di dieci, venti o trenta anni fa, eppure altrettanto
meravigliose, che non mancano mai di togliere il fiato a chi si ferma ad osservarle e ogni volta catturano
e affascinano la nostra percezione in modi che mai avremmo pensato.
Anche quest’anno, come molti di voi, mi sono perciò lasciata più che volentieri condurre dalla stella,
come si suol dire, e ho avuto la possibilità di assistere a un concerto a dir poco meraviglioso, che mi ha
lasciato nel cuore la certezza — se mai ci fosse stato bisogno di conferme — della fortuna che abbiamo
a poter gioire dell’immensa arte di Bob Dylan dal vivo.
Quest’anno, come faccio da alcuni anni a questa parte, sono tornata in quella che è in assoluto la mia
“venue” preferita — l’Hallenstadion di Zurigo.
Innanzitutto, anche se credo di averlo detto almeno altre due-tre volte in occasioni precedenti — in tal
caso vi prego di perdonarmi la ripetitività — devo specificare che ogni volta che ho la possibilità di
andare a vedere Bob all'Hallenstadion (e credetemi, vale la pena di fare il viaggio apposta) mi si riempie
il cuore, perché è veramente un altro mondo rispetto agli orridi palazzetti di cemento dall'acustica a dir
poco inammissibile a cui siamo abituati in Italia. L'amara realtà è che, a parte poche eccezioni — come
ad esempio, a quanto mi dicono, l'Auditorium Parco della Musica di Roma — in Italia non vi sono sale
adatte alla musica leggera, ovvero spazi pensati per offrire un'esperienza di ascolto soddisfacente a chi
ami la musica pop-rock, nonché per ospitare i grandi nomi della scena interanzionale che spesso
vengono in tournée nel nostro paese. A quando una Scala anche per Patti Smith, Lou Reed e Mark
Knopfler? Io credo che la meriterebbero.
Così quest'anno ho finito per fuggire dall'orrendo catino ridondante del Forum di Assago per rifugiarmi
nell'abbraccio armonico dell'Hallenstadion, il quale se dal punto di vista estetico ha perso qualcosa a
causa di un’operazione di rinnovo che l'ha omologato ad altri luoghi similari, dal punto di vista acustico e
di comfort non ha fortunatamente perso proprio nulla, ed è sempre come piace a me. Le sedie sono
comode, il suono è perfetto e la voce di Bob ne esce chiara e squillante come poche volte mi è capitato
di sentirla.
E in effetti quest'anno ho riscontrato nella voce del nostro una potenza incredibile, ancor più del solito,
nel senso che in questo show c’è stata una coerenza esemplare e la scelta stilistico-musicale delle
esecuzioni ne è risultata splendente e scintillante come una perla rara di assoluta perfezione: grazie alla
chiarezza di espressione, la dizione decisa e meravigliosa, e il riproporsi perfetto di quel modo unico di
declamare a raffica le sue cose migliori — le frasi per le quali lo abbiamo tanto amato e ancora lo
amiamo, e che ben conosciamo ma che ogni volta, semplicemente a seconda della particolare
inflessione con cui le pronuncia e della rabbia o dolcezza che mette nel proporle, assumono nuovi,
sfaccettati significati.
Unica delusione della serata, lo scoprire che i geniali addetti del Ticketcorner svizzero avevano fatto un
discreto caos con i posti numerati (l'Hallenstadion è tutto a posti a sedere), ragion per cui, nonostante
una volta giunti sul posto si siano notati parecchi posti liberi in platea, noi (Layeti e io) eravamo state
assicurate che questa fosse piena e messe in balconata; e purtroppo - come spesso succede da quando
il nostro ha deciso di abbandonare la chitarra per la tastiera – ci siamo trovate dalla parte sbagliata del
palco, vale a dire sul lato destro, con gli occhi per tutta la sera puntati sul sedere di Bob anzichè sul suo
volto... Bobbino nostro un giorno mi dovrà illustrare le motivazioni della sua scelta scenica di piazzare la
tastiera (o la pianola, come la chiama Layeti, facendo impazzire di rabbia Zimmy ogni volta) sempre da
una parte del palco, la destra, anzichè un po' piu' in centro come la logica imporrebbe... ho l'impressione
che Bob ultimamente, pur essendo un vero leone sul palco, sia visibilmente un po'a disagio quando la
musica infine si ferma  e lui deve mostrarsi al pubblico senza la protezione dello strumento (si vedano i
saluti prima dei bis e simili) e abbia quindi colto al volo l'occasione offerta dalla pianola per nascondersi,
rendendosi così meno visibile... solo che anche stavolta noi ci siamo ritrovate a studiare alla perfezione
la schiena di Bob, nonché il retro della sua giacca nera da performer — un altro degno esemplare della
sua collezione di abiti da scena, con coda lunga e tanto di martingala.
Detto questo, posso cominciare la cronaca del concerto vero e proprio dicendo che fin dall'apertura,
quando nel palazzetto si sono diffuse le note del primo pezzo, ho avuto la sensazione che fosse evidente
che, ancora una volta, Bob stava per emozionarci e stupirci a un livello pressoché ineguagliabile, un
gradino sopra qualunque altro musicista che siamo abituati a vedere sul palco. Anche quest'anno c’era
in serbo qualcosa di grande.
La voce potente, profonda e corposa di Bob si è esibita in apertura in una versione incandescente e
ritmatissima di Drifter's Escape, canzone che ho spesso qualche problema a riconoscere, anche perché
Bob ha sempre cura di riarrangiarla in  modo tale da far apparire l'attacco del pezzo simile a quello di
altre canzoni ritmate del suo repertorio. Ma come dicevo, la voce e soprattutto l'energia incredibile che
il nostro metteva in ogni nota mi hanno convinto subito dell'altissimo livello generale della serata. La
band sembrava seguirlo in grande forma, molto affiatata, e dato che ai miei occhi i chitarristi erano,
naturalmente, la novità, ho potuto subito inziare a “studiarmi” ogni loro singola mossa per trarre le mie
conclusioni personali — conclusioni che, devo dire, non ho avuto alcuna esitazione nel raggiungere!
Dopo questa intro eccellente, siamo entrati subito nel vivo della scaletta ed è arrivata una sorpresa per
me particolarmente gradita: Bob ha cantato Senor, una delle mie canzoni preferite nonché, secondo me,
una delle più evocative che abbia mai scritto. E anche stavolta l'esecuzione era ottima: è stato durante
questo pezzo che ho iniziato a notare le peculiarità musicali del tour di quest'anno, ovvero quelle novità e
scelte negli arrangiamenti e nelle esecuzioni di cui tanto avevo sentito parlare, sia su MF che dai
dylaniani in generale. La maggior parte di loro attribuiva questi cambiamenti in primis alla nuova line-up,
più che altro ai nuovi chitarristi, Kimball e Freeman, e  all'intreccio che le due chitarre stabilivano tra di
loro. In effetti, da quando Bob ha abbandonato la chitarra per la tastiera, appare evidente che rispetto al
passato debba affidarsi in misura maggiore all'operato dei propri chitarristi: questo l'abbiamo visto fin dal
primo tour in cui ha suonato la tastiera, quando Freddy Koella a volte gli rubava addirittura la scena per
interi minuti, esibendosi in suggestivi assoli nei momenti più intensi di alcune delle canzoni più celebri
(dev'essere per questo che il buon Freddy è durato così poco all'interno della band di Bob!).
Ora, invece, la tecnica di Bob è, a parer mio, leggermente cambiata: perché se è vero che i chitarristi,
con il loro stile, possono influenzare le esecuzioni, è di certo lui  a decidere come e perché, e a entrare
in prima persona nella cosa, partecipando attivamente agli assoli e alle variazioni sul tema che
costituiscono la particolarità stilistica e il segno distintivo del tour del 2005: la sua scelta di quest'anno è
ben precisa e molto interessante, diversa da tutto quel che ha fatto ultimamente.
Ora, nei momenti salienti di molte canzoni dello show, ci sono delle interessanti variazioni sul tema che
appaiono quasi una sorta di improvvisazione, offerta da Bob in unione pressoché perfetta con la band: i
tappeti sonori offerti in questi momenti, che hanno rappresentato autentici picchi di creatività all’interno
del concerto nonché in ambito di arrangiamenti, sono stati in gran parte comandati dalla tastiera di Bob,
che si è più volte esibito in assoli intrecciati insieme alle due chitarre di cui sopra, fondendosi
mirabilmente con la slide guitar dal sapore davvero molto rock (più rock che nell’ultima tournée, come
alcune versioni di questa serata, tra cui ad esempio “The Times They Are a-Changin’” hanno
ampiamente confermato) e dando un’interessante e particolare impronta a tutto lo show.
L’impressione personale è stata quella di un grande equilibrio musicale nell’esecuzione dei pezzi, una
continuità magistrale ma, allo stesso tempo, anche una varietà e una ricchezza del suono che dimostrano
la maestria dopo tanti anni ancora sorprendente di Bob, che con il suo NeverEnding Tour ha creato una
formula di grande spettacolo, sempre magico ed evocativo, ormai entrato nella storia della musica e tale
da essere in grado di stupirci continuamente anche dopo ormai vent’anni.
Per questo le particolari variazioni sul tema caratteristiche di questo tour, che arrivano d’improvviso nel
corso di un pezzo ridefinendone e modificandone la struttura, sono guidate da un filo comune, che
secondo me unisce in modo sapiente il gusto di Bob per le novità e le sperimentazioni e peculiarità
stilistiche dei musicisti che lo accompagnano in questo periodo (vedi i nuovi chitarristi).
Sappiamo bene, in quanto dylaniani, che ogni concerto di Bob è un mondo a sé stante che, grazie agli
esercizi creativi in cui il nostro ogni sera si cimenta, costituisce un’occasione unica e irripetibile per
ascoltare e sperimentare i frutti della sua improvvisazione e ispirazione del momento, tramite i continui
riarrangiamenti  e modifiche che perfino i pezzi più collaudati subiscono: il trattamento a cui Bob
sottopone tutti i suoi successi rende ogni serata diversa dalle altre, cosa che non accade con nessun
altro artista della scena rock mondiale, che io sappia. È quindi difficile dire se  il prossimo tour seguirà la
linea di quest’anno o se sarà invece completamente diverso, o, ancora, se Bob conserverà qualcosa di
esso per rielaborarla nuovamente in futuro: in ogni caso, mi sembra uno stile fresco e sincero,
estremamente interessante, e non ho avuto al riguardo le riserve che in molti hanno espresso.
Proseguendo con i dettagli della setlist, per me una delle tante, meravigliose sorprese di questa serata
magica è stata “God Knows”, canzone che mai mi sarei aspettata di sentire e che Bob ha qui
presentato in una versione a dir poco eccezionale, molto più efficace rispetto a quella su disco: una
versione meditata ed evocativa, in cui i primi versi della canzone fungono da prologo attento e pieno di
tensione, per poi, all’arrivo del verso forse più forte di tutta la canzone — “Dio sa che non porterai nulla
con te quando te ne andrai” — lasciar esplodere di colpo la canzone, fino a quel momento trattenuta, in
un rock ritmato e martellante, che diviene una lunga e lucida dichiarazione di forza, la quale
giustamente raggiunge il suo culmine, prima del finale, con il meraviglioso verso “Dio sa che saprai
ergerti sopra il tuo momento più buio”. Fantastico.
Altre highlights sono naturalmente state praticamente tutte le canzoni della serata, proprio in virtù del
carattere sapientemente omogeneo e di assoluta, altissima qualità che ha permeato ogni esecuzione: non
una sbavatura, non una nota di troppo, bensì, ancora, un’eleganza assoluta ad attraversare ogni nota —
anche se per ovvi motivi le esecuzioni più impressionanti, per il pubblico, sono state quelle delle canzoni
che non ci aspettavamo, o non osavamo sperare, di sentire — ad esempio, Standing in the Doorway,
altra canzone da Time Out of Mind: un’esecuzione splendida e davvero molto sentita, con la voce di
Bob che si faceva più profonda e avvolgente a ogni parola, ma allo stesso tempo appuntita come un
rasoio, fino a raggiungere dei picchi di intensità che, grazie all’influsso combinato dell’interpretazione e
della forza di musica e testo, caricavano ed enfatizzavano il significato di questa canzone rendendola, se
possibile, ancor più del solito un lamento poetico di altissimo livello — cosa che con Bob succede molto
spesso.
E Highwater, allora? Per la prima volta l’ho ascoltata nella nuova versione, più rock rispetto a quella su
disco, con il banjo che all’inzio pare solo un suono di sottofondo, per poi in seguito colpire davvero ed
ergersi sopra gli altri strumenti, ritmando e conducendo il pezzo in una continua e sorprendente
esplosione di energia, strofa dopo strofa: ci sono esaltanti intermezzi ritmici condotti sulla base della
tastiera di Bob, e la sua voce che attraversa tutto come la famosa freccia dritta e appuntita di cui
parlava in Restless Farewell... E verso la fine, subito prima del reprise, quando non sai più cosa
aspettarti, la batteria prende il sopravvento e tutto esplode in una conclusiva, liberatoria ondata di
energia, di nuovo guidata dalla voce potente di Bob... E la chitarra la accompagna con ritmo trascinante,
mentre l’esecuzione si fa sempre più rabbiosa, fino al finale a dir poco straordinario, con la tastiera che
lentamente sfuma le sue note sempre più piano e il banjo batte come i rintocchi di una campana,
lasciando nell’ascoltatore la sensazione di qualcosa di travolgente appena passato, come subito dopo
una tempesta... Che energia, gente!
Va però detto che anche le canzoni più abituali sono state un successo, e le esecuzioni curate tanto
quanto quelle delle “sorprese”: ad esempio la versione di The Times They Are a-Changin’ è stata molto
toccante e piena di dignità, forse anche più del solito. Una canzone così solenne ed evocativa non passa
mai inosservata, anche se siamo abituati a sentirla molto spesso, e la versione di Zurigo sembrava quasi
avere una marcia in più. Così come Highway 61 Revisited, che anche stavolta Bob ci ha elargito in
quello stile rabbioso e dinamico a cui ci ha abituati ultimamente, che prevede che il “61” del ritornello
ritorni a essere l’urlo giovanile che doveva avere in mente quando l’ha composta, con la sua voce che
ruggisce un “sixtyuuaaaaaannnn!” a dir poco irresistibile. Però la novità di quest’anno è che le strofe
sono più scandite, la batteria è più presente e guida ritmicamente l’intero pezzo, per cui il ruggito di Bob
in alcuni momenti diventa quasi un’eco che si fonde con gli altri strumenti: ho anche notato, non senza
un certo gusto, che la pedal steel in un paio di punti si è esibita in un acuto di accompagnamento che
somigliava molto a quel geniale fischio perforante in puro stile circo Barnum che accompagnava la fine
di ogni strofa nell’incisione originale su disco. Ma la vera genialata è la creazione di uno dei tappeti
sonori che menzionavo all’inzio di questa recensione, ovvero dell’improvvisazione che Bob ci offre con
la tastiera sia in apertura che al termine della strofa finale: insieme ai musicisti, fa sfumare di colpo la
canzone dando l’illusione di un’improvvisa rilassatezza, per poi farla di colpo decollare di nuovo in un
tripudio di suoni eccezionale. Anche il finale è considerevolmente alterato rispetto a quel che eravamo
abituati ad ascoltare, con un’ampia variazione sul tema in cui gli strumenti, di nuovo, si fondono tra loro
perfettamente, e devo dire che mi piace molto. E qui mi sento in dovere di fare i miei complimenti alla
band, che gira come un ingranaggio oliato a perfezione, esibendosi a un cenno di Bob in variazioni e
rapide svolte che credo farebbero impallidire molti musicisti — e del resto, l’estrema adattabilità e
velocità nella risposta, unita a una particolare sensibilità ai desideri estemporanei del Maestro che la
guida, è un requisito fondamentale al quale ogni formazione che suoni con Bob deve rispondere. E
l’impressione generale è di qualcosa di semplicemente perfetto, e mi pare che Bob sembri trovarsi
perfettamente a suo agio.
La stessa cosa può dirsi anche per la versione di Visions of Johanna, presentata in una chiave
magistrale, fluida ed emotivamente trattenuta — e forse per questo ancor più suggestiva — in cui il
piano la fa da padrone e le strofe sono come sospese, avvicendandosi con armonia una dopo l’altra —
si desidererebbe che non finisse mai, anche perché la frase melodica delle strofe di questa canzone è
una delle più geniali della storia della musica, e si nota subito.
Anche la poco conosciuta Watching the River Flow ci è piaciuta: per molti ha costituito un intermezzo
divertente, dato che l’esecuzione vocale di Bob e, soprattutto, lo stile scanzonato dei chitarristi con le
loro scale improvvise, unitamente alla pedal steel di Herron, la rendevano, in diversi punti, simile
nientemeno che a Rainy Day Women #12 & 35. Anche qui le chitarre hanno dato del loro meglio, e gli
assoli sono stati sì rock, ma mai troppo invadenti o eccessivi: e infatti la tastiera di Bob si è presto
insinuata tra essi, e ci sono stati dei piacevolissimi, e anzi esaltanti, momenti di improvvisazione a tre tra
la tastiera e le chitarre.
Naturalmente ogni volta che Bob faceva cenno di staccarsi dalla tastiera, tutti nel palazzetto subito
pregustavano l’assolo di armonica che avrebbe regalato, un momento come sempre attesissimo dai fans
e da tutti indistintamente amato. E infatti ogni volta Bob si voltava, dirigendosi verso un tavolino sul
quale erano allineate in fila diverse armoniche, tra cui sceglieva quella giusta per poi suonarla con una
mano sola mentre continuava a picchiare sui tasti. Anche stavolta abbiamo avuto dei begli assoli, come
sempre applauditissimi.
Non è mancata nemmeno Every Grain of Sand, che da un paio d’anni a questa parte è divenuta a
sorpresa una costante degli show di Bob — e chi l’avrebbe mai detto? La versione è pressoché identica
a quelle del 2003 e 2004, ma sempre bella.
New Morning è stata un’altra gradita e davvero inaspettata gemma della scaletta — naturalmente
riarrangiata a livello tale che soltanto dopo aver ascoltato le prime parole è stato possibile riconoscerla:
ma non appena il ritornello si è palesato in tutto il suo fulgore, con il piano di Bob che la guidava con
armonia (un po’ come nell’incisione originale del ‘69!) e la deliziosa chitarra di Kimball a scandire la
fine delle strofe, la canzone si è come rivelata di colpo nella sua bellezza e in tutta la semplice e
innocente gioia che da sempre, per sua caratteristica intrinseca, è in grado di trasmettere — cosa che
ha raddoppiato il nostro entusiasmo scanzonato nel cantarla con tutto il fiato che avevamo in gola,
scambiandoci occhiate entusiaste!
Un altra chicca è stata My Back Pages, distintasi in particolare per l’interpretazione soft, che ha reso la
canzone appena più lenta che in tour precedenti, e per l’impronta pianistica che Bob le ha dato con la
tastiera. Di nuovo, gli assoli di chitarra, così come gli accompagnamenti alla steel pedal tra una strofa e
l’altra, sono stati molto belli e mai troppo invadenti.
Altra cosa la sorpresona di ‘Till I Fell In Love With You, che Bob ha eseguito in modo  splendido,
riarrangiandola in chiave quasi anni trenta — questa versione non sarebbe dispiaciuta a Cole Porter! —
sebbene a ricordarci lo stile di provenienza del pezzo ci fossero nuovamente la steel pedal a ritmare il
tutto sapientemente, e la batteria a scandire le pause tra una strofa e l’altra. La voce di Bob scivola
perfetta come un ballerino sul pavimento di legno di una sala da ballo degli anni ruggenti, e l’atmosfera è
proprio quella del periodo — atmosfera che a maggior ragione raggiunge il suo apice con Summer
Days, presentata infatti in una versione ancor più da sala da ballo dei bei tempi andati rispetto a quella
cui siamo abituati, tanto che il contrabbasso diviene ancor più importante che in precedenza, e il piano
intreccia con esso un gioco a due di sapiente maestria — un botta e risposta degno di una band
jazzistica navigata. Anche qui la canzone sembra di nuovo sfumare lentamente, per poi riprendere quota
di colpo e riesplodere nell’ultima strofa: anche la batteria diviene stilisticamente quasi jazz, che
accompagna il finale dell’ultima strofa in un tripudio di piatti. Ed è interessante notare come queste
variazioni stilistiche di atmosfera si accordino  e combinino alla perfezione con lo stile musicale
dell’intero concerto, che come ho già detto diviene infatti una gemma di continuità e coerenza. Sei
davvero un marpione, Bob!
Tra le novità, di quest’anno, ho inoltre notato che nelle presentazioni di rito dei componenti della band
eseguite prima del bis, Bob ha introdotto ogni musicista con l’aggiunta delle informazioni sulla sua
provenienza geografica — una novità, per quanto possa ricordare. Abbiamo così scoperto che George
Recile viene da New Orleans, come del resto Tony Garnier, l’uomo a cui Layeti aspetta di poter dare
un bel pattone in faccia alla prima occasione (chi si chiedesse il perché può scoprirlo leggendo la prima
strip di Mummy & Zimmy su Maggie's Farm). Adesso almeno sappiamo dove aspettarlo sotto casa quando l’occasione si
presenterà!
L’immancabile rituale del bis ci ha mostrato senza ombra di dubbio quanto Bob, appena si stacca dalla
tastiera, sembri terribilmente a disagio, poiché se non ha qualcosa da tenere tra le mani proprio non
riesce a essere disinvolto: tanto che quando è giunto per lui il momento di mettersi in fila
orgogliosamente a fianco della band per prendersi i meritati applausi del pubblico, non ha trovato di
meglio che prendere due armoniche dal tavolino, una per mano, e avanzare verso il fronte palco con il
suo fare goffo, mostrando bene i pugni stretti intorno alle armoniche... Cosa che ci ha ricordato molto la
famosa statuina religiosa del videoclip di Jokerman, con i due serpenti stretti in mano (“You were born
with a snake in both of your fists, while a hurricane was blowin’”)... Spettacolare a dir poco. Non c’è
stato verso di fargliele mollare fino a quando non è sparito nel buio del sipario!
I bis sono stati i soliti delle ultime tournée, ovvero l’immancabile Like A Rolling Stone, anche in questo
caso modificata così da seguire la particolare onda stilistica di questo tour, ovvero resa un po’più
jazzistica e meno violenta, con altri notevoli tappeti sonori che si intrecciavano tra loro prima del reprise.
È stata naturalmente seguita dal gran finale di All Along the Watchtower, quest’ultima eseguita in una
versione simile a quella introdotta nel 2003, ma anch’essa permeata di sottili e intriganti differenze, con
una nota di colore e di energia in più: il piano picchia ancor più del solito e l’atmosfera si fa rovente, con
la voce che scandisce le strofe accompagnata in perfetta simbiosi da una batteria sempre più
valorizzata e pressante di pari passo con la chitarra, fino al liberatorio urlo finale di Bob “... Any of it is
wooooorthhhhhh!”, addirittura valorizzato tramite un effetto elettronico di eco... Mi pare davvero che in
questo tour Recile, Bob e i due chitarristi siano presi in un turbine eccezionale in cui sono uniti in
un’armonia perfetta!
Purtroppo è già la fine dello show, con il fantastico, ultimo saluto di Bob, in piedi di fianco ai suoi uomini
come un generale orgoglioso dopo una battaglia pacifica, prima di sparire del tutto alla nostra vista,
avvolto dalla notte. Sam Shepard, autore del meraviglioso libro sulla Rolling Thunder Revue appena
ristampato in libreria, ha detto che Dylan sul palco è uno sciamano... Oh, com’è vero! Uno sciamano
che, come nella canzone Silvio, può alleviare le tue pene e portarti in un’altra dimensione, tirare fuori il
meglio di te e dare un senso a cui non avevi pensato alle cose che ti circondano.
E così, ancora emozionate e come avvolte in una meravigliosa nebbia dal sapore quasi onirico, Layeti e
io abbiamo lasciato a malincuore l’Hallenstadion, osservando con cura i fan che si riversavano in strada,
tra cui naturalmente moltissimi dylaniani da tutto il mondo (italiani, spagnoli, etc.etc.). Uno show di
Dylan è come sempre un magico polo d’attrazione, quasi un richiamo della foresta!
Dopo il concerto ho avuto la fortuna di incontrare in una birreria stube tipica del luogo, due dylaniani che
avevano seguito il tour per buona parte della sua durata: uno di loro era norvegese e l'altro olandese, e
quando sono entrati nel locale (che era l'unico a quell'ora ancora disposto a placare i nostri palati
affamati) ci siamo subito scambiati uno sguardo d'intesa, poiché, anche se non ci eravamo mai visti
prima, io avevo riconosciuto la faccia di Bob sulla maglietta di uno dei due: e quella tacita fratellanza ci
aveva permesso, come sempre accade, di comportarci subito come vecchi amici, senza alcun timore nè
autocensura. Questi due signori mi hanno detto che, dopo aver visto più o meno una quindicina di
concerti nell'arco delle settimane precedenti, ritenevano entrambi che quello di Zurigo fosse stato il più
bello in assoluto; e dato il tenore della serata la cosa, anche se non avevo visto gli altri show, mi è parsa
come null’altro che la conferma di quanto anch’io, dentro me, pensavo.
Oltretutto Henk, l’olandese, si è rivelato una persona di rara gentilezza e mi ha addirittura spedito, senza
pretendere nulla in cambio, una registrazione a dir poco perfetta dello show, eseguita in modo
magistrale, che non fa che dimostrarmi una volta di più la grandezza di questo concerto e, naturalmente,
l’eccezionalità dell’arte di Bob, che ormai da tempo immemore è nei nostri cuori per rimanervi.
Adesso non posso che attendere con ansia la prossima calata di Bob sull’Europa... Come ogni anno!
È con questa promessa, che è in realtà un augurio di avere presto l’occasione per rivedere tutti quanti
voi il più presto possibile in occasione di un altro evento come questo, che vi auguro di cuore un buon
Natale e un ancor più meraviglioso anno nuovo — e credo che almeno sul fronte dylaniano anche il
prossimo anno prometta grandi cose come quello appena trascorso, ahaha!
E come dice Bob, “peace, tranquility and good will”... Tanti auguri e un abbraccio a tutti voi.

Beni "Hamster"



clicca qui



Clicca qui per leggere i racconti finora pubblicati
Scrivete sempre a spettral@tin.it



E' UNA PRODUZIONE
TIGHT CONNECTION