parte 291
Lunedì 5 Dicembre 2005






3702) Ciao Michele,
smaltita (quasi) la delusione per non poter essere stato presente con voi ai concerti di Bob, e organizzata un po’ la mia vita familiare dopo l’arrivo dei gemellini, trovo il tempo di scrivere qualche “stupidaggine” sugli attuali problemi (presunti ?) vocali del nostro.

Un abbraccio e spero di vederci presto.

Antonio.

PS: Con Leo stiamo tentando di organizzare nuove serate per la MFSB con qualche novità. Ti terremo aggiornato.

Bob: The upsinging Wolfman oppure the wolfish Upsinger ?

Prendendo spunto dai divertentissimi interventi sul Pool inerenti le attuali condizioni vocali del nostro, collegandomi all’interessante articolo su MF di Paolo Vites di qualche settimana fa, proporrei una disquisizione semi-seria assolutamente non impegnativa sull’argomento.

Innanzitutto vediamo di riassumere ciò che appare evidente nel modo attuale di cantare (?) di Dylan:

1) Voce arrochita all’inverosimile tipica dei fumatori incalliti, con conseguente spettro vocale di estensione limitatissima e quindi perdita del timbro e dei colori caratteristici della voce più unica (bellissima per il sottoscritto) della storia della musica popolare

2) Tendenza all’abuso dell’ormai famigerato “upsinging” (assomiglia ad un falsetto ma non lo è). Con l’uso dell’upsinging, generalmente alla fine di un verso, Dylan prende la nota come su di un accordo variato dal punto di vista “cromatico” (sempre allo stesso modo indipendentemente da quale sia la chiave) e su un’ottava alta rispetto alla linea melodica originale. Così ottiene (purtroppo) un suono appiattito in quanto “colorato” appunto sempre allo modo, un po’ come gli accordi di settima/nona del blues che danno il mood caratteristico del genere. Ciò fa sembrare tutti “uguali” le parti finali dei versi di quasi tutte le canzoni, soprattutto quelle di atmosfera. Il fatto è che (Dylan non è “fesso”), a parte la monotonia spesso e volentieri fastidiosa, la voce durante l’upsinging sembra addirittura gradevole e soft.

3) Il verso dell’ uomo-lupo, comparso negli ultimissimi anni (dopo il 2002) che è evidente ogni qualvolta Bob tenta di emettere una nota molto bassa, nelle quali fino a pochissimo tempo fa si esibiva alla grande (vedi concerti post TOOM). E’ quella specie di rantolo-singhiozzo tipico di chi è corto totale di fiato, ad esempio per una malattia polmonare. Lo si può notare non solo nel canto ma anche quando a fine concerto (ormai stremato) presenta la band e su “Tony Garn…..(rantolo del wolfman) ier….”, oppure quando nel concerto per amazon.com dà il benvenuto a Norah Jones.

Sull’argomento ecco un paio divertenti interventi dal Pool (nota di Napoleon: traduco alla veloce per i non anglofili):

- upsinging is the Scylla that Bob steers towards in order to avoid the Charybdis of the wolfman.

(L'upsinging è lo Scilla verso cui Bob si dirige per evitare il Cariddi dell'uomo lupo)

- What we have here is the classical "Jekyll & Hyde" situation.

One time the upsinging Wolfman wins at the end of a line and one time the wolfish Upsinger wins.

Depends on the moon, I guess.

(Quello a cui assistiamo è la classica situazione alla "Jekyll & Hyde".

Una volta vince l'upsinging dell'Uomo Lupo alla fine di un verso e un'altra volta vince l'Upsinger in stile lupo.

Suppongo che dipenda dalla luna.)

A parte le battute, una cosa è comunque chiara l’upsinging è del tutto volontario ed usandolo Dylan sembrerebbe voler evitare i “croak” eccessivamente rochi (o peggio ancora il verso del wolfman) sulla parte finale dei versi. Di contro il verso dell’uomo-lupo Bob proprio non riesce ad evitarlo se non a patto di sussurrare le note (sforzandosi in modo ammirevole) come in “Tell ‘Ol Bill” (ciò ovviamente è possibile solo in studio).

Eppure ascoltando alcune performance (quasi) recenti come “A Change Is Gonna Come” di Sam Cooke, noi tutti si spera ancora nella possibilità che Dylan ritorni a cantare davvero. A proposito, ciò che dice Paolo riguardo a Mutineer è infatti del tutto condivisibile.

Riassumendo un bel periodo di riposo, un corso intensivo di logopedia e smettere di fumare potrebbero forse fare bene…..

In ogni caso, vita lunga a Bob e faccia un po’ quello che gli pare. “Upsinging Wolfman” oppure “Wolfish Upsinger” rimarremo sempre e comunque in adorazione. D’altra parte come disse Dylan a Lanois che lo voleva far cantare in modo diverso “Se avessi badato alla mia voce allora sì che avrei avuto una carriera….!”

“Più vivi e migliore diventi” (Bob Dylan).

Ciao Antonio
e grazie per il tuo intervento assolutamente irresistibile.
E proseguiamo - restando in argomento -  con i commenti all'articolo di Paolo...


3703) ciao michele e farmiani vari,
ho letto l'articolo di Paolo Vites e lo sottoscrivo appieno. C'è un momento in cui quell'emozione non nasce più, è come nell'amore e nella vita, si sa. Manteniamo lo stesso affetto, il rispetto per l'uomo e la sua arte ma possiamo benissimo fare a meno di concerti come quello bolognese, the trhrill is gone come direbbe il buon vecchio BB.
Un'ultima cosa: da frequentatore abituale di concerti non riesco a credere che qualcuno trovi buona questa band. le differenze di percezione esistono (se uno è nel parterre ha una percezione differente da uno sulle gradinate, se uno è al suo primo show è chiaramente più emozionato di uno al trentesimo), ma è un po' come nel jazz, quando la musica "c'è" va oltre l'esecuzione, lo sente anche un non amante del genere. qui non c'è più niente, c'è un neppure troppo onesto tran tran aiutato da setlist anonime e piatte suonate da una banda raccogliticcia di mestieranti, pigri timbratori del cartellino.
Non è neppure vero che dà spazio a brani storici perchè non tiene conto di chi, come me, l'ha visto decine di volte. A bologna ha suonato una serie di pezzi da L&T (dio come mi sta sulle palle quel disco,
4 pezzi buoni sepolti in una melassa indigeribile) che per l'ascoltatore dylaniano medio sarano sembrati assolute oscurità.
Infine ho una mia teoria sul perchè in inghilterra sembra sempre rianimarsi un po'. La GB rappresenta un mercato ancora reltivamente ricco per il sig zimmerman, lì concede qualcosa perchè ha ancora bisogno di garantirsi una certa base e li c'è anche una base culturale rock che gli consente di ampliare la scaletta o arricchirla di citazioni anche altrui. Insomma credo che ci ritenga tutto sommato degli ignoranti a cui ammannire la solita sbobba, L&T purtroppo compresa. Dico questo solo rispetto agli ultimi anni, prima del 2000 era veramemte un'altra cosa come mi conferma il recente ascolto di livorno 89 e lucca 98. altri tempi, altra verve, cazzo se non ricordo male avava fatto Pancho & Lefty a Milano e Man in Me a livorno nell'89... Anche il concerto disastroso di Correggio 92 (i ricordi sono un po' confusi se non ho davanti le date) è stato migliore di questo di bologna. Uno show anonimo è quanto
di peggio ci possa essere, a mio modesto parere.
saluti a tutti

francesco

Ciao Francesco
solo una nota: Pancho & Lefty l'ha fatta a Cava De' Tirreni.
Ciao
Michele "Napoleon in rags"


3704) Con ritardo leggo l'intervento di Paolo Vites e con qualche pregiudizio (orribili libri acquistati...), e poi mi ritrovo a dire 'Ok... qualcosa di vero e di buono c'è". Che si possa tirare la linea d'ombra a partire dal 2000, è discutibile; vero è che dopo, a parte qualche salto sulla sedia, concerti memorabili ce ne sono pochi. Per dirla tutta: delle buone compilation, magari triple, per ogni anno, sarebbero meglio delle cascate di concerti che richiedono sempre più spazio e case sempre più grandi.
Si può dire che Koella e il suo assolo-a-singhiozzo non mi è mai piaciuto, senza essere etichettato come quello che non capisce un tubo? Quando è sparito mi sono detto "Oh che bello! Vediamo adesso chi arriva...". Ecco. Quasi quasi era meglio il singhiozzatore... anzi, era meglio.
Sui concerti si potrebbe aprire un dibattito eterno. Anche su certe liste di concerti in appendice a certi libri. A me è piaciuto Bologna più di Milano; ma dire che Tambourine e Love minus zero sembrassero
uguali, mi sembra eccessivo... o è il mio orecchio che è andato all'aceto?
Si può dire? Non credo che Dylan, prima del concerto si dica "Uhmmmmm... questi mi hanno tirato la cicca sul palco e io li fotto con una songlist barbosa... invece a quelli di Zurigo che fanno
cioccolato buono, li sballo domani!". Credo che gli giri così... spero solo che la prossima volta, credendo di stare a Londra, tiri fuori Where are you tonight.... se fosse così attento alla stampa italiana, con le fesserie scritte dai Bertoncelli, qui non dovrebbe neanche venirci!
Rimpiango un po' i tempi in cui usciva un bootleg (com'era bello chiamarli così!) ogni tanto.... vinile scricchiolante... e ogni concerto era un sogno donato a ciascuno di noi. Sperare che Dylan non si fermi,
per me, è ovvio (magari una pausa per rimettere la voce e rileggere il suo songbook): altrimenti, sai quanti scemi a dire "Ecco! Lo avevo detto io!... e lo ha capito pure lui!".
E poi... troviamo una città diversa da Vegas? Per quei lidi lo avevano già dato pronto nel '78... mica avevano ragione! E Street Legal era quel bidone che i soloni (Rolling Stone in testa) avevano visto?
Quando vado a un concerto di Dylan ritrovo tutto: amici, attese, cose buone e meno buone, canzoni che non farà e quelle che poi regala. E anche se mi costa non poco (in termini economici... giuro che costa!), mi sento vivo e contento. Amen.
(Lettera non firmata)

Ciao,
grazie per l'intervento e... mi mandi un po' di quegli orribili libri se li butti via...? Magari anche un po' di quelli pieni di fesserie di Bertoncelli, se butti via anche quelli... grazie! :o)
Ciao
Michele "Napoleon in rags"


3705) Ciao Michele,
ho letto con stupore l'articolo di Paolo Vites che hai pubblicato di recente... Pensavo che Vites fosse il fan numero uno di Bob...!!!! Come può dire che è finito??? Ravvediti Paolo!!! ;o)
A parte scherzi, devo dire che su diverse cose potrei essere d'accordo (un certo adagiarsi, un non avere più lo spirito di "esploratore delle proprie canzoni" che aveva tempo fa, la band senza infamia e senza lode, etc...) però mi sembra che quell'articolo (scritto benissimo tra l'altro) sia però un po' eccessivo nel giudizio negativo, insomma mi sembra che sia troppo definitivo, troppo lapidario... Sembra che dica che Bob dovrebbe ritirarsi domani o anzi che doveva ritirarsi già da tre o quattro anni, mentre io continuo a sentire mp3 recenti (a parte i concerti che ho visto direttamente) e trovo ancora molti brani davvero splendidi (una recente Thin man, la bellissima Million Dollar Bash, una Waitin' for you che mi ha davvero stupito perchè quel brano lo reputavo davvero una schifezza, alcune splendide versioni di Hattie Carroll, Visions e Chimes of freedom)... Inoltre non sarei così sicuro che la voce più potente di Bob attuale sia da addebitare solo ad un lavoro col mixer... Voglio dire, se fosse così poteva già farlo da diversi anni un lavoro del genere, invece in passato la voce era decisamente più debole, strascicata e spesso "balbettante"... quindi non so quanto influiscano i trucchi dell'uomo del mixer... Sbaglierò ma invece a me sembra proprio la voce migliorata di brutto...
Ciao
Aurelio
ps: Comunque sono sicuro che Vites sarà in prima fila anche l'anno prossimo... Bob è così... Può farci arrabbiare a volte ma... il primo amore non si scorda mai :o)

Ciao Aurelio
e grazie anche a te per il contributo... Che ne pensano gli altri? Il seguito alla prossima puntata (mi sa che sarà una luuuunga discussione :o) )...
Ciao
Michele "Napoleon in rags"


3706) Ciao Michele
Mi sai dire che canzone è la terza del concerto Hard Rain (quella dopo hard rain e blowin' in the wind) e con joan baez?
rispondi presto ciao

Valerio

Ciao Valerio,
trattasi di "Railroad Boy", un traditional. E' una delle perle di quel video (ma diciamo che lo sono tutte...). Trovi qui il testo e la traduzione
Se ti dovesse interessare ecco comunque la scaletta completa:
A Hard Rain's A-Gonna Fall / Blowin' in the wind / Railroad boy / Deportees (Plane Wreck at Los Gatos) / I pity the poor immigrant / Shelter from the storm / Maggie's farm / One too many mornings / Mozambique / Idiot wind / Knockin' on heaven's door (incompleta)
Ciao
Michele "Napoleon in rags"


3707) ...caro michele, non so se è una bufala, ma mi è stato detto che dylan sarà a roma in giugno. fonte: corriere della sera
simone

Ciao Simone,
e grazie per la notizia.
Staremo a vedere se la cosa è attendibile... Se hai notizie ovviamente fammi sapere.
Ciao, Michele "Napoleon in rags"


3708) Ciao a tutti!
Come molti di noi avrei voluto da morire stare ai concerti di Londra ma purtroppo quello che manca a
volte è proprio il tempo da dedicare a questa passione per Dylan...
Comunque mi sono organizzata per andare a Londra per capodanno e vorrei sapere se da buona
dylaniana (cavolo è la prima volta che mi definisco così.. ma c'è sempre una prima volta!).. ecco vorrei
sapere se a Londra ci sono luoghi interessanti, segnati in qualunque modo dal passaggio di Dylan... sì, lo ammetto sto chiedendo se ci sono posti dove posso andare in ''pellegrinaggio''...può sembrare una
cavolata ma mi farebbe piacere saperlo!
Grazie in anticipo (non dubito di una risposta ma ho l'idea che Bob a Londra c'è stato al massimo qualche giorno per i concerti!)
Un bacio e un saluto a tutti
Matilde

Ciao Matilde,
mah, se penso a Londra mi vengono in mente un sacco di posti da pellegrinaggio legati ai Beatles... A Bob non saprei...
Non so, potresti andare alla Brixton Academy visto che è ormai diventata un luogo di culto dopo le sorprese riservate da Bob in concerto.
Potresti rifare il tragitto che Bob e John Lennon fecero in auto lungo il Tamigi nell'outtake di Eat the document (ma non saprei dirti dove inizia e dove finisce).
Potresti andare all'Hotel Savoy dove Bob scendeva quando andava a Londra e dove gruppi come Beatles e Rolling Stones si recavano in pellegrinaggio :o) per incontrarlo... Magari puoi prendere la sua suite dell'epoca :o)
E in genere potresti andare in tutti i posti in cui è stato durante il tour del '65 e '66, quelli mitici cioè, che credo si vedano anche in NDH, ma non chiedermi di riconoscerli... Sono stato tre volte a Londra ma sempre sulle piste dei Beatles...
Potresti andare nel luogo che ispirò a Bob T.V. Talking Song
Potresti provare a trovare gli studios dove Bob ha registrato alcune canzoni dei suoi dischi come i Church Studios o i Townhouse Studios dove ha inciso qualche brano di Knocked Out Loaded e Down in the groove.
Potresti andare al Troubadour, un locale di Londra in cui suonò Dylan nel 1963.
Potresti provare a trovare il mitico vicolo in cui venne girato il "videoclip" di Subterranean homesick blues (quello con Bob che fa cadere i cartelli con su scritti i versi della canzone). Era un vicolo accanto al Savoy Hotel (anche se immagino che sarà un po' cambiato... a meno che non ci abbiano messo una targa...).
Potresti andare al Mayfair Hotel dove Bob incontrò i Beatles.
Potresti provare a fare la Sherlock Holmes della situazione e trovare il bar della zona di Camden Town dove vennero scattate le foto di copertina di World gone wrong (e se trovi il quadro in questione potresti farti una foto uguale :o) ).
Potresti anche andare alla BBC e chiedere se ti fanno vedere lo studio in cui registrarono Madhouse on Castle Street.
Comunque ci penso ancora su e invito chiunque abbia qualche idea a farci sapere per la prossima volta...
Ciao
Michele "Napoleon in rags"


3709) Caro Michele,

l'altra sera mentre stavo tornando a casa dal concerto del Filaforum mi sono ritrovato a canticchiare quasi inconsapevolmente una versione un po' singolare di Love Minus Zero: «My Bob he speaks like silence...». Pensavo che Bob continuava ad essere al fianco - meglio, un passo avanti - di chi lo aveva incontrato sulla sua strada, e ha ancora voglia di aspettarsi  qualcosa. Avevo in mente le parole con cui Paolo Vites chiude il suo «Stories From A Neverending Concert»: ero appena stato al Globe ad ascoltare Shakespeare, solo che il Globe ora si sposta per il mondo, e Shakespeare anziché le scarpe a punta si mette un rigoroso abito nero da gentiluomo di campagna. D'altronde resto convinto, forse autosuggestione, che anche Dylan avesse in mente qualcosa del genere mentre cantava la seconda strofa di Stuck Inside Of Mobile.

Non sempre si riesce a capire la direzione che sta prendendo Dylan, e prima o poi per tutti arriva il momento di pensare: «questa proprio non me la doveva fare». Io, per esempio, ci ho messo un po' ad accettare l'abbandono della chitarra, e in cuor mio spero sempre che prima o poi ci ripensi: in fondo quante volte lo spiazzamento è nato da un inopinato ritorno! Chi avrebbe pensato venti anni fa a un Dylan che si racconta a Scorsese o, a suo modo, in Chronicles! È che non riusciamo proprio a fare i conti con il mutamento, finiamo sempre per vagheggiare un'età dell'oro su cui costruire le nostre certezze. «Leave your stepping stones behind, something calls for you./Forget the dead you've left, they will not follow you».

Per una serie di contrattempi, anziché il solito posto sotto al palco sono riuscito a recuperare solo un biglietto del primo anello numerato. In modo del tutto casuale - non avendo presente mentre acquistavo il biglietto la disposizione del palco, ho corso il rischio di finire alle spalle di Dylan - la mia posizione era splendida. Dominavo il palco, ottima acustica e, soprattutto, avevo Bob perfettamente di fronte. Sembrava suonasse per noi. Vedevo bene anche Kimball, mentre gli altri, ovviamente, erano un po' di sbieco, specie Freeman, ma comunque in posizione accettabile. Colpo d'occhio stupendo sul parterre: su tutti il gruppo di Maggie's Farm, segnalato dal profilo inconfondibile di Napoleon in rags, e Carlo
Feltrinelli - veramente ammirevole, Praise be to Carlo Feltrinelli - che è arrivato verso le otto e un quarto, accompagnato da due ragazzini. Così ho guadagnato un punto di vista inedito, che ha attenuato il senso di spiazzamento provocato dalla scenografia dei concerti dell'ultimo periodo, costruita intorno al vuoto al centro del palco. Ora, se c' è una cosa che ho imparato in questi anni è che Dylan non fa niente a caso, e che la dimensione simbolica è una cifra privilegiata del suo modo di comunicare. Così era come se quel vuoto al centro palco segnato dal microfono, da dove Bob con la sua chitarra stava da tempo immemorabile, stesse evocando la fine di una stagione. Ora so che non è così, anche se non so ancora bene perché, o comunque che se a una fine vuole alludere Dylan, non è la fine.

Così felice e sollevato, appena tornato a casa ho messo mano a tutto il testo di Love minus Zero - a proposito, che brividi la versione del Bangladesh! - per vedere se stava in piedi. Mi sembra di sì, e così te la mando , con qualche nota di commento.

A presto Gianni "the lonesome sparrow"

Ciao Gianni
e grazie per la tua testimonianza. Quella del microfono vuoto a centro palco anche a me sa tanto di mossa voluta con risvolti simbolici, ma più che un discorso legato alla fine di una stagione a me dà invece il senso cui alludeva Massimo Bubola nell'intervista che pubblicai tempo fa su MF (la trovi qui) quando diceva: "Una cosa che mi ha colpito è soprattutto il fatto che in questi suoi nuovi spettacoli Dylan, di fatto, annulli il centro del palco, annulli il protagonista. Questa è una "rivoluzione copernicana". Non si è mai visto uno spettacolo in cui manca il protagonista, in cui manca il centro. Io ho letto questa cosa come "The singer must die", citando Cohen, "Il cantante deve morire". Lui è sì il cantante di questa band, ma il cantante laterale, quasi come in una band da ballo, come a dire: "Noi facciamo intrattenimento". Una forma di profonda, ironica umiltà".
Bob Minus Zero calza a pennello... eccola qua:

Bob Minus Zero/No Limit
 

My Bob he speaks like silence,
Without ideals or violence,
He doesn't have to say he's faithful,
Yet he's true, like ice, like fire.
People carry roses,
Make promises by the hours,
My Bob he laughs like the flowers,
Valentines can't buy him.

In the dime stores and bus stations,
People talk of situations,
Read books, repeat quotations,
Draw conclusions on the wall.
Some speak of the future,
My Bob he speaks softly,
He knows there's no success like failure
And that failure's no success at all.

The cloak and dagger dangles,
Madams light the candles.
In ceremonies of the horsemen,
Even the pawn must hold a grudge.
Statues made of match sticks,
Crumble into one another,
My Bob winks, he does not bother,
He knows too much to argue or to judge.

The bridge at midnight trembles,
The country doctor rambles,
Bankers' nieces seek perfection,
Expecting all the gifts that wise men bring.
The wind howls like a hammer,
The night blows cold and rainy,
My Bob he's like some raven
At my window with a broken wing.

My Bob. Non c’è niente da fare, dopo avere ascoltato innumerevoli volte i dischi di un cantante si raggiunge un’intimità che non ha paragoni con gli autori che utilizzano altre forme d’arte. Se dovessi incontrare De Gregori non ho dubbi sul fatto che gli darei spontaneamente del tu, ma avessi potuto incontrare Calvino o Biamonti o Bresson, avrei dato loro sicuramente un sussiegoso Lei .

Le immagini evocate da questa canzone esprimono bene l’atteggiamento scelto da Dylan per leggere le vicende del mondo: distanza, ma non estraneità; distacco, ma non superbia. E ancora, consapevolezza, capacità di comprendere quali siano le cose che hanno valore oltre le apparenze, impermeabilità alle lusinghe, fedeltà che nasce dal superamento della violenza degli ideali.
Tutto questo si traduce in una capacità di comunicare attraverso l’arte nella forma più pura: like silence, softly.
Ma il prezzo da pagare è molto pesante in termini umani: come l’albatros di Baudelaire, anche Bob deve fermarsi ogni tanto alla finestra di qualcuno con un’ala spezzata. Ciascuno di noi è convinto che la sua sia la finestra che sa davvero capire Bob.

Ciao
Michele "Napoleon in rags"


3710) Hello Michele e amici della Farm, come va?, sono jerry.
Forse arrivo tardi ma ho appena comperato il dvd di No direction home e l'ho trovato bello e molto coinvolgente. Bob si mostra in tutta la sua grandezza di artista indipendente che non si lascia condizionare da fattori esterni come la politica. Un'altra cosa esilarante sono le conferenze stampa di Bob, e come Dylan riesca a sputtanare i giornalisti e le loro domande assurde e senza senso.
Ovviamente mi ha colpito il 25 luglio di Bob (ognuno ha i suoi 25 luglio) e mi riferisco al festival di
Newport del 1965. In quell'occasione Bob fu davvero trasgressivo e provocatorio (altro che Jim Morrison o altri cadaveri simili ingiustamente mitizzati). Un'altra cosa che mi ha colpito e la Dylanmania da parte dei fan. Credevo che  i fenomeni d'isteria collettiva riguardassero solo i Beatles invece ho scoperto che anche Bob era assediato dall "affetto" dei fan. Chissa perchè ho sempre immaginato Dylan come una persona solitaria e un po' distante. Poi devo ancora dire che No Direction Home conferma la mia teoria sull'inconsistenza artistica di Joan Baez. La vera musa di Bob non è Joan, ma Susie Rotolo. Infine un'ultima annotazione  sulle lacrime di Bob al termine del set al festival di Newport e sull'ipocrisia dei cantautori perbene e "de sinistra" come Pete Seeger e compagnia. Un' ultimissima nota  sulle doti di splendido affabulatore che Dylan ha conservato anche oggi. Bob  parla di sè stesso e dei  suoi ricordi senza scivolare nella nostalgia. Davvero grande!! Mi raccomando Play it fucking loud!!.
Ciao e alla prossima, Jerry.

Ciao Jerry,
qui tutto bene e già stiamo facendo il conto alla rovescia per il prossimo tour europeo di Bob :o) Chissà magari torna già la prossima estate con le canzoni di un nuovo album che nel frattempo sarà uscito... con qualche altro premio che nel frattempo avrà raccolto... e con qualche altro strascico di polemiche per uno spot che stavolta girerà per McDonald o per Martini... e con una nuova band a proposito della quale scriveremo che rimpiangiamo il grande lavoro dei grandissimi Denny Freeman e Stu Kimball :o) e lo andremo a vedere sì a Milano ma anche a Londra dove assisteremo alla performance di Isis, Goin' to Acapulco, Light my fire e It's now or never...
Mi dissocio completamente da te a proposito dell' "inconsistenza di Joan Baez", ovviamente :o) e sul resto sono d'accordo, sia sulla sua capacità affabulatoria che sulle risposte di Dylan ai giornalisti che sono una delle parti più belle di NDH ed in genere sono un vero cult per tutti noi dylaniani (se hai letto tutte le interviste che ho tradotto nella nostra sezione apposita, in riferimento a quelle di quegli anni, troverai molte altre esilaranti dichiarazioni di Bob al riguardo... come quella in cui parla delle cravatte che si metteva quando doveva comporre un brano, etc... :o) ).
Sulla "dylanmania" in risposta alla "beatlemania" in effetti anche Bob è stato sfiorato dal fenomeno ma siamo su livelli mooooolto inferiori rispetto ai Fab Four, percentualizzando direi un rapporto 10 a 100.
Ciao e alla prossima
Michele "Napoleon in rags"


3711) Caro Michele,
ti scrivo questa mail per avere un parere su una mia riflessione che mi pongo da qualche settimana su un brano di Dylan. Da quando ho acquistato il cd Dylan and the Dead (per me non è affatto brutto) sono convinto che il brano che più prende, più trascina, è senza dubbio, personalmente, All along the watchtower. La versione con i Dead è veramente eseguita bene. Possiedo una sconosciuta colonna sonora di Neil Young "Where the buffalo Roam" in cui vi è il brano eseguito da Hendrix: monumentale; anche il brano pubblicato dagli U2 in "Rattle and Hum" non è male; non solo, lo stesso N.Young
sul live "Road rock vol I° esegue una eccellente cover; la conferma di questa convizione me la dà lo stesso Bob che chiude tutti i concerti europei con All Along tyhe Watchtower; forse lui stesso,
consapevolmente, apprezza, diciamo così, il ritmo, la potenza di questa canzone. Premetto che la mia valutazione è fatta solo su discografia ufficiale. tu che ne pensi?
Mike

Ciao Mike
a me la versione di All along the watchtower da "Dylan and the Dead" non dispiace affatto anche se non è una delle mie preferite, sinceramente. Quel disco a mio avviso poteva essere fatto molto meglio e soprattutto è troppo corto...
Ciao
Michele "Napoleon in rags"


3712) Ciao Michele,
va a questo indirizzo http://theband.hiof.no/band_pictures/paolo_vites_with_rick_danko.html penso ti
farà piacere!

Un caro saluto

Mario & Adriana Mazziol

Ciao,
grazie per la segnalazione che cade a fagiolo in questa puntata... Bellissima foto (una delle tante... a casa di Paolo una volta ne ho viste davvero tantissime ma questa non me la ricordo... a quando una con Bob, Paolo? :o) ). Eccola qua...


Italian music writer and long-time The Band fan Paolo Vites (right)
with Rick Danko in Italy, during the 1994 Danko-Fjeld-Andersen tour.

Ciao
Michele "Napoleon in rags"


E visto che questa puntata è all' "insegna" di Paolo, non posso esimermi dal pubblicare per soddisfare la mia nota "vanitas vanitatis" questi complimenti di Beppe Gazerro...

3713) Oh, Michele,
complimenti per il colpo dell'intervista a Bobby Solo!
Come ha detto Vites, ormai sei sempre piu' *un uomo, un sito!* :-)

Ciao

Beppe

www.giuseppegazerro.com

Ciao Beppe,
in effetti sto seriamente pensando di trasformare in tal guisa la dicitura relativa a MF che campeggia nella Home Page: "...sito creato e curato da Michele Murino (più che un uomo... un sito!)"...:o)
Ciao e grazie per i complimenti.
Michele "Napoleon in rags"


3714) Ciao Michele & Farmers,
questa volta scrivo per una segnalazione che mi permetto di sottoporti.
Qui sotto ho elencato alcune songs tratte dal Boot 'One Timers', cioè brani che Bobby ha eseguito dal vivo solo una volta nel corso dei suoi concerti.
Ho notato nella sezione dedicata a tutti i testi sul sito che queste canzoni mancano, perciò sarebbe bello, se possibile, inserirne le liriche, che ne dici?
Vorrei sapere se conosci questo boot che contiene una quarantina di brani rari, anche se per la verità la qualità audio va dal mediocre al discreto, in ogni caso un disco da avere per un dylaniano DOC.
Alla prossima, un salutone.
Enrico 'slowhand' - Bergamo

1-Moondance, Erie, Pa 19-11-91
2-I'm A Steady Rollin' Man, Melbourne, 22-03-78
3-Sitting On The Dock Of The Bay, George, Wa 18-08-90
4-Moon River, Merriville, In 27-08-90
5-Peace In The Valley, Frejus, France 13-06-89
6-Dolly Dagger, Perth, Aus 18-03-92
7-Kansas City, Bonner Springs, Ks 24-07-86
8-More And More, Houston, Tx 26-08-89
9-Detroit City, East Lansing, Mi 12-11-90
10-Dust My Broom, Detroit, Mi 12-11-91

Ciao Enrico
e grazie per la segnalazione. Non posseggo quel boot. Cercherò i testi in questione e li aggiungerò prossimamente con relativa traduzione in italiano alla nostra paginona. Se qualcuno per caso ha già i testi in inglese e me li può inviare... grazie in anticipo (perchè il problema grosso a volte è appunto reperire i testi).
Ciao
Michele "Napoleon in rags"


3715) Ciao Michele ...

ho visto No direction Home di Scorsese ... e l'ho trovato veramente bello ... tre ore e mezza filate lisce lisce ... ho trovato splendido documentare con video e sonoro tutti gli artisti da cui dylan assorbiva come una spugna all'inzio della sua carriera ... parlo di spezzoni di video di Hank Wiliams ... Pete seeger ... Odetta ... Il tutto è senza reticenza sulle scaltrezze di Dylan all'inizio della carriera ... sul rapporto con la Baez (proprio non si ripiglia!!) ... uso di droghe .... contraddizioni ... etc etc ... mi sembra che non ci
sia stata nessuna clamorosa omissione ... (ci hanno per fortuna risparmiato la bufala del plagio di Blowin' in the wind).

Inoltre i video delle interpretazioni di Dylan sono veramente molto belli ... ed in generale ha catturato molto bene la vena artistica e la sua evoluzione nel corso di quegli anni ... il divenire di Dylan come lui
stesso ha affermato ....

Lo stesso Dylan mi è piaciuto molto ... anche se non ha detto nulla di nuovo (... chi come noi ha letto varie biografie e molte sue interviste sa che non ci ha svelato nessun segreto ... ) ... difatti le scuse alla Baez per il tour del 1965 ad esempio lo aveva già espresse. Forse il suo risentimento per Seeger per
Newport mi è suonato nuovo ma posso sbagliarmi.
Unica "lacuna" ... poche parole sulle registrazioni di Blonde On Blonde .... ma si vede che quest'anno è l'anno di H61 al quale Blonde On Blonde contende un anno "si" e uno "no" il titolo di "Album Migliore" dell'amor nostro ...

Insomma un bel lavoro ... non so quanto sia contata la regia di Scorsese ... resta cmq davvero un bel lavoro, senza cose superflue, essenziale, riconoscente ma non idolotrante, non indulgente ma
veriterio e onesto ... e soprattutto ben confezionato intendendo per confezione il montaggio e la scelta della successione e dei documenti e delle interviste che gli autori avevano a disposizione.

Da non perdere.

Antonio 'Cat'

Ps: E' sempre una "signora" la Suze Rotolo ... veramente ... Bella e di gran stile ...

Ciao Antonio
e grazie per il tuo commento.
Io penso che la regia di Scorsese abbia contato almeno al 70 per cento se non di più... Penso che al di là del valore dei documenti a disposizione, se l'avesse fatto un regista di medio valore la cosa sarebbe venuta di gran lunga meno bene. Credo che con questo film Scorsese si confermi il più grande regista di documentari del genere. Chiaro poi che avendo anche quel tipo di materiale ed essendo il documentario dedicato ad una figura così grandiosa... il lavoro è anche facilitato :o)
Anche io ho notato con piacere il fascino ancora attuale di Suze...
Ciao
Michele "Napoleon in rags"


3716) Ciao Michele,
ecco qua la famosa recensione su "In Direzione Ostinata e Contraria" di cui ti parlavo la volta scorsa e la foto di Dori e Fabrizio.
Effettivamente, dopo aver riletto con più attenzione la recensione di Enrico Deregibus, non posso che darti ragione. Sia 'Titti' che 'Una storia sbagliata' erano già stati pubblicati su 45 giri nel 1979, anche se questa è la prima volta che il primo dei due ('Titti') esce su CD. Quanto a 'Cose che dimentico' di Cristiano De André, si tratta invece - come osserva giustamente Deregibus - di un 'semi-inedito',
nel senso che, pur essendo il pezzo in questione già stato pubblicato in un disco di Cristiano del 1995 ('Sul confine'), qui viene per la prima volta proposto (dal vivo) in duetto con il grande Fabrizio. Si
tratta dell'unico brano scritto insieme dai due De André, e con questo bel cofanetto antologico abbiamo finalmente l'opportunità di sentirlo!

Un'ultima notazione di carattere, diciamo così, 'linguistico'. La volta scorsa, menzionando la canzone 'Titti', ho detto che si trattava di un brano ispirato ad un'opera di Jorge Amado. Tutto vero, ma il nome
corretto dell'opera è 'Dona Flor e i suoi due mariti' e non, come avevo erroneamente riportato, 'Doña Flor e i suoi due mariti'. Amado è brasiliano e non spagnolo, perciò niente tilde!

Ciao, e alla prossima!
Stefano 'Red Lynx'

PS: Michele, ti mando in allegato anche la copertina del disco di Cristiano De André 'Sul confine'.

Ciao Stefano
e grazie per tutto. Riporto tutto qui di seguito...
Ciao
Michele "Napoleon in rags"

“In direzione ostinata e contraria” è il titolo di 3 CD e 54 brani, che provano a riassumere i quarant'anni e più di storia musicale di Fabrizio De André. Trattasi di raccolta e quindi è consigliata a chi di De André in casa ha poco o niente. E non sa cosa si perde. Per tutti gli altri, quelli che del genovese hanno dischi su dischi, il principale motivo di interesse sta in un semi-inedito, “Cose che dimentico”, pubblicato in un disco di Cristiano De André del 1995 (“Sul confine”), ma qui cantato anche da De André padre e tratto da una versione live del 1997, durante il tour di “Anime salve”. E fa un certo effetto sentire i due duettare, scoprirne le affinità e le divergenze vocali. “Cose che dimentico” è un brano scritto da De André insieme al figlio e a Carlo Facchini, che con Cristiano negli anni Ottanta era il leader dei Tempi duri. "È l'unica canzone – ha spiegato Cristiano in sede di presentazione – che abbiamo scritto insieme. Qualche altra volta abbiamo giocato ma non è mai venuta fuori una canzone. Questa è nata in una serata in cui ero andato a cena da lui e Dori. Io avevo scritto questa musica e una sola frase, cose che dimentico. Gliel'ho fatta sentire e gli è piaciuta molto, l'abbiamo incisa su una cassetta. Mi ha detto che bisognava lavorarci, poi abbiamo proseguito la serata parlando di altro. Alla fine sono andato a casa. Al mattino alle sei meno un quarto mi ha chiamato, dicendomi 'ho finito il testo, vieni qua'. E io: ma a quest'ora? Comunque sono andato. Il pezzo è dedicato a un nostro amico, Fernando Carola, un poeta gallurese che se n'è andato per Aids. L'abbiamo presentato a Sanremo, era l'anno dopo “Dietro la porta”, e non ce l'hanno preso. Ho detto abbiamo, ma in realtà avrei dovuto dire 'l'ho presentato', perché lui se ne sarebbe stato a casa in poltrona".

Di rarità c'è poi “Titti”, edita finora solo su un 45 giri del 1979, come retro di “Una storia sbagliata”, e ispirata a "Dona Flor e i suoi due mariti" di Jorge Amado. La presentazione del triplo cd si è svolta a Milano, condotta con mano sicura da Dori Ghezzi che ha intervistato Fernanda Pivano ("Fabrizio non voleva mai perdere a scopa") e la Nina di “Ho visto Nina volare” ("Non lo vedevo da quando avevo 14 anni, da piccolo quando lo facevo arrabbiare mi diceva 'se continui così non ti sposo più'"). Le canzoni sono state “de-masterizzate” partendo dai master originali e ricreando il suono dell'epoca. Anche perché, come ha spiegato Antonio Baglio, il tecnico che sta dietro alla maggior parte dei dischi italiani di questi anni, "Solo oggi siamo in grado di trasferire su cd il calore delle registrazioni analogiche".

Il libretto che accompagna i cd conta 52 pagine di foto e testi, più un'introduzione di Aldo Grasso del Corriere della sera. Il lavoro complessivamente è accurato, anche se spiace notare che fra gli autori dei brani in alcuni casi non vengono citati i coautori (e con De André questo purtroppo accade spesso). In “Via del campo” non compare Jannacci, in “La ballata del Michè” Clelia Petracchi, in “Il testamento di Tito” non compare Corrado Castellari. Abbiamo chiesto a Dori Ghezzi se sono stati considerati altri inediti o semi-inediti di De André: "Che io sappia - ci ha risposto - non ci sono veri e propri inediti di Fabrizio, almeno da quando l'ho conosciuto io. Ci sono delle cose dal vivo belle che forse prima o poi pubblicheremo ma non sono canzoni inedite".

Esiste però una versione di “Via della povertà” (ovvero Desolation row di Dylan tradotta con De Gregori negli anni Settanta) fatta dal vivo con i nomi dei politici italiani dell'epoca al posto dei personaggi della canzone, ma "Sono registrazioni fatte da qualcuno del pubblico con un registratorino, poca cosa". Ed esistono anche delle versioni in inglese di alcuni brani di fine anni Sessanta ma "Se Fabrizio aveva deciso di non pubblicarle non lo farò di certo io".
Enrico Deregibus

(25 novembre 2005 – da kataweb.it)


3717) Ciao Michele,
sono rientrato qualche giorno fa da Londra, dove ho assistito a due concerti…e mezzo. È stata davvero una bella esperienza.
Avevo intenzione di fare un salto a Bologna e Milano, ma poi mi sono reso conto che il viaggio a Londra mi sarebbe costato molto meno. Potenza dei voli low cost. Ho buttato giù qualcosa per raccontare ciò che ho visto ma, soprattutto, ciò che ho “sentito” alla Brixton Academy.
Credo di poter condividere queste impressioni con te e con i maggiesfarmiani. La sintesi è questa: Dylan, per fortuna, rimane ancora un mistero.
Chi gestisce la sua fama e la sua immagine (i produttori, i manager, la Sony, la Starbucks, Victoria Secret’s) riesce a ricavarne molti soldi. Ma le operazioni commerciali che riguardano Dylan non hanno niente a che fare con la sua arte e la sua poesia. È lo show business, tutto qui.
Dylan ha contratti da rispettare, deve vendere dischi. Nessuno, però, credo che lo costringa a fare concerti. Stare su un palco è la sua vita, lo ha sempre ripetuto. Non sarà all’apice della carriera, ma è capace di regalare ancora molte emozioni. E di emozioni, in un’ora e cinquanta minuti di concerto, se si hanno le orecchie giuste, se ne possono cogliere veramente tante.
Ti invio in allegato il 'malloppo' e ti spedisco anche alcuni scatti londinesi.

A presto,

ciao

Gianni.

Ciao Gianni
condivido la tua osservazione relativa alle emozioni. Evidentemente ogni dylaniano, o più in generale ogni amante della musica, ha una sua differente sensibilità e c'è chi prova ancora molte emozioni e chi non ne prova più... direi che tutto sommato, al di là di tutte le discussioni che mai si potranno fare sui concerti di Bob, questa sia l'unica semplice verità che dà ragione contemporaneamente a tutti. Un concerto sarà un capolavoro o una porcheria se comunicherà o meno emozioni, e se Tizio le prova e Caio no, non c'è nulla che possa cambiare il giudizio dell'uno o dell'altro.
Il tuo bel racconto l'ho messo qui ma se qualcuno non lo ha ancora letto lo riporto anche di seguito (ma nel caso andate anche a vedere la pagina chè è corredata da bellissime foto)...
Ciao
Michele "Napoleon in rags"

London Calling
di Gianni Zanata

Avevo lasciato Dylan in una calda serata d’estate di cinque anni, dopo un memorabile concerto all’Arena Ichnusa di Cagliari. Lo ritrovo in questo fine novembre a Londra, dove il freddo è tagliente come la lama di un rasoio e il quartiere di Brixton sembra il set ideale per un remake di “Masked & Anonymous”.
Esitante sino all’ultimo (mettermi in viaggio o no?) carico di dubbi dopo le recensioni non proprio positive sulla prima parte del tour autunnale, alla fine decido di saltare il Rubicone. Il dado non sarà proprio tratto, ma l’istinto mi suggerisce che è meglio andare. Parto dall’Italia con l’obiettivo di assistere alle ultime tre serate delle cinque di fila ospitate nell’austera Academy. In realtà, in mano ho solo il biglietto per lo show del 24, l’ultimo della serie londinese. Un amico che abita a Leyton è riuscito a comprarlo al “mercato nero”: 100 sterline, una bella cifra non c’è che dire. Ormai da settimane i concerti sono sold out. Impossibile recuperare qualcosa dai vari siti on line; giusto su ebay si trovano ancora poche manciate di biglietti, e a prezzi esagerati.
Don’t worry, mi assicura il pusher britannico, per le serate del 22 e 23 non sarà difficile trovare qualche tagliando direttamente a Brixton, poco prima dell’inizio dello spettacolo. Non si sbagliava. Altro che bagarinaggio! Qui è roba da vendita all’asta, tipo mercato del pesce. Sin dallo sbocco del “Tube” è un andirivieni di personaggi che sembrano appena usciti dal Vicolo della Desolazione, figure di un teatro del contrabbando che alimenta curiosità e giusto un po’ di preoccupazione. La contrattazione è veloce, fatta di sguardi rapidi e sogghigni, allontanamenti e riavvicinamenti. È come giocare a guardie e ladri, al gatto e al topo, fino a quando scocca l’ora dell’inizio dello show. A quel punto è “prendere o lasciare”, “vedere o rilanciare”. Vedo, prendo: 55 sterline, ’fanculo. Là dentro c’è Dylan. Sono venuto sin qua per questo, no? Per chi altri potrei fare una simile pazzia? Non è grazie a lui che 30 anni fa ho cominciato ad arrampicarmi su mondi che nemmeno immaginavo?
…Era inverno e la radio suonava “Hurricane”. Le radio libere ancora non trasmettevano, c’erano i 33 e i 45 giri che facevo suonare in casa, c’erano i programmi Rai così molto convenzionali, così molto asettici. C’era qualche compagno di liceo e con la chitarra si strimpellava Neil Young. Ma Dylan no, non c’era ancora. O meglio, c’era ma si trovava nascosto nel retroterra musicale di ciò che, con il tipico disordine degli adolescenti, iniziavo ad ascoltare: i Creedence, Guccini, De Andrè, i Rolling Stones, i Delirium, Stefano Rosso. Ma quella voce era assolutamente nuova ed eccitante. Quella canzone era un fiume in piena. Fu uno shock improvviso, un corto circuito salutare. E “Desire” diventò così il mio primo Dylan. Da quel momento in poi, tutte le sue canzoni mi hanno felicemente intrappolato. Hanno scaldato notti fredde, rinfrescato estati torride, mi hanno fatto piangere ridere sognare intristire rallegrare saltare strisciare bruciare sbattere cantare imparare amare urlare scrivere indignare sbalordire pregare suonare ubriacare. E anche qualcosa di più…
Entro nella sala della Brixton Academy a concerto già iniziato. I corazzieri della Security sono inflessibili. Vorrei stare a ridosso del palco, ma il mio biglietto indica “circle unreserved” e mi spediscono su nel loggione. Salgo le scale trattenendo il fiato, poi è un’esplosione di luci e lui è lì, davanti alla tastiera: è proprio “vestito da Zorro”, circondato dalla band, come un condottiero attorniato da fedeli scudieri. Dopo una sbrigativa indagine, scopro di aver perso i primi tre brani. So che nelle prime due serate Dylan ha già regalato qualche perla rara e ha offerto performance di ottimo livello. Spero che si ripeta anche stasera. La lontananza dall’area on stage mi impedisce di “respirare” e di “vivere” il concerto come vorrei. Ma l’acustica è buona e la musica godibilissima. “Lonesome Day Blues” è il primo schiaffo sonoro: Dylan c’è. E – sorpresa! – c’è anche la sua voce. È una voce che cancella molte delle perplessità che avevo maturato dopo l’ascolto di alcune registrazioni del tour primaverile e numerosi mp3 delle ultime date europee. Questi bootlegers faranno anche delle buone cose, ma non riusciranno mai a catturare come si deve le sfumature del canto che Dylan produce oggi nelle esibizioni live. Non sono le corde vocali di 3 o 4 anni fa, certo. Ma la sua voce nel ’91 – ’92 non era molto più irritante? A sconcertare, piuttosto, è il fatto che in alcuni brani Dylan butti via le parole e i versi come se fossero acqua sporca. In altri, invece, la sua voce appare perfetta (ammesso che si possa usare questo termine). È la logica evoluzione di un artista che ha sposato il blues come modello interpretativo, questo ormai è evidente. Ecco perché non capisco la sua tendenza a infilarsi in corridoi musicali venati di country (le recenti versioni di “I’ll Be Your Baby Tonight”, “Lay Lady Lay” e altre canzoni di quel periodo mi sembrano completamente fuori luogo, appaiono imbruttite).
“Positively 4th Street” è intensa, “Most Likely You Go Your Way” è trascinante e piace molto al pubblico. “Cold Irons Bound” fa venire letteralmente i brividi. “Girl Of The North Country” è spenta; se solo Dylan imbracciasse la chitarra acustica e facesse riposare la band… gli basterebbe accarezzare le corde e sussurrare le parole di questo brano per restituire un soffio di vita a una delle più belle canzoni del suo repertorio.
Tra “I Don’t Believe You” e “Memphis Blues Again” (ogni tanto i musicisti sembrano sul punto di decollare ma il sound vola basso) c’è una superba versione di “John Brown”. Dylan recita ogni strofa come se fosse l’ultima canzone della sua vita. Ecco ancora una volta la sua voce, espressiva e carica di pathos.
As that old train pulled out, John's ma began to shout,
Tellin' ev'ryone in the neighborhood:
"That's my son that's about to go, he's a soldier now, you know."
She made well sure her neighbors understood.
Al termine del brano, anche il pubblico seduto in piccionaia si alza e tributa a Dylan un lungo applauso. Vedo gente d’ogni età. Ci sono coppie attempate over sessanta, molti quarantenni, tantissimi giovani, alcuni forse non hanno nemmeno vent’anni. Il teatro è veramente pieno, anche se non riesco a calcolare quante persone possano starci dentro (duemila, tremila?).
La prima vera sorpresa della setlist è rappresentata da “Mississippi” (sarà anche l’unica apparizione in questo tour). L’arrangiamento è assai diverso dall’originale, ricalca quello degli ultimi tour USA, ma ciò che stupisce anche in questo brano è la potenza della voce di Dylan. Mi appunto mentalmente una domanda: perché quest’uomo riesce a meravigliarmi così tanto, ora, mentre canta “Mississippi”, una bellissima canzone certamente, ma non tra le mie preferite, e non riesce invece a scuotermi subito dopo quando esegue “Highway 61”, uno dei più bei rock–blues degli ultimi 40 anni? Cosa c’è che non va in questa versione? È colpa del suo intestardirsi su un giro di piano che proprio non ci sta o della insipienza degli assolo di Denny Freeman o della poca incisività della pedal steel di Donnie Herron? Ecco i veri misteri di Dylan, ecco perché è ancora capace di sorprendermi, nel bene o nel male.
E mentre le domande svolazzano in cerca di risposte, parte il walzer che non ti aspetti: “Waiting For You”. Per quale motivo Dylan l’abbia tirata fuori per due sere di fila, qui a Londra, rimane un evento inspiegabile. Forse ogni volta che sbarca da queste parti deve far colpo su qualche ragazza, tipo “Honey, stasera ti suono una cosa che non ho mai fatto dal vivo, la faccio solo per te…”, forse ha solo voglia di divertirsi o vuole dimostrare che è ancora in grado di stupirci. Fatto sta che il brano è veramente bello, ma la stragrande maggioranza del pubblico non lo riconosce. Ben diversa l’accoglienza per l’ultimo brano in scaletta “Summer Days” e, soprattutto, per i due bis: “Like a Rolling Stone” e “All Along The Watchtower”. Qui siamo alla standing ovation. E questo magari spiega per quale motivo Dylan non se la senta di lasciar fuori dalla setlist questi due monumenti.
Quando si avvicina al microfono e ruggisce “Once upon a time…”, l’urlo collettivo degli spettatori è un muro che per un attimo annienta il suono della band. E poi tutti in coro per il ritornello “…how does it feel...?”, in un tripudio di battimani e di teste ciondolanti, come se questa canzone fosse l’hit del momento, la numero uno delle Top Ten, la più ascoltata alla radio. È ciò che il pubblico vuole da Dylan, è ciò che si aspetta da lui. In passato, Dylan ha spesso mortificato le attese di chi andava ad ascoltarlo e usciva dal teatro deluso per non aver sentito “Blowin’ In The Wind” o “Mr. Tambourine Man”. Quando nei primi “Gospel Tour”, a cavallo tra i ’70 e gli ’80, proponeva solo materiale inedito o di recente incisione, le contestazioni non erano meno violente rispetto al periodo ’65–’66. Oggi molti di noi pagherebbero non so quanto per assistere a un concerto con una scaletta che solo contenesse tre o quattro inediti. Ma Dylan non ha più intenzione di accontentare lo zoccolo duro di 300–400 fan che lo seguono ogni notte nel suo peregrinare per i palcoscenici del mondo.
Il primo show è andato. Un bel concerto di Dylan. Ma non un vero concerto di Dylan. I brividi sono stati pochi, sento che è mancato qualcosa. Mi chiedo anche che cosa si possa pretendere di più da un uomo di 65 anni, da un’artista che ha dato così tanto e che ancora riesce a regalare emozioni. Che senso avrebbe, per esempio,  un Dylan che si comporta come i Rolling Stones, sempre uguali a se stessi, sempre così giovanili e ammiccanti? Che cosa sto pretendendo? Non mi fido nemmeno di me stesso. Ci sono concerti che nel ’96 ritenevo inascoltabili; solo oggi riesco a capirli.
Il secondo show è un mezzo fiasco, nel senso che la mia ricerca di biglietti fuori tempo massimo non va come avevo sperato. Me la cavo sborsando venti sterline a un prezzolato uomo della Security che, a metà concerto, mi lascia sgattaiolare dentro da una porta di servizio. Appena in tempo per ascoltare alcuni capolavori assoluti. Il primo è “Hard Rain’s A Gonna Fall”, con Dylan che sospinge ogni verso come se davvero volesse trovare al più presto riparo dalla pioggia più dura mai caduta sulla faccia della terra. Il secondo è “The Lonesome Death Of Hattie Carroll”, semplicemente stupenda, con una melodia ipnotica, un canto che sembra pura magia. E poi l’inaspettata “Blue Monday”, un bluesaccio degli anni ’50 che Dylan regala al pubblico londinese prima di tuffarsi nei consueti bis. Perché “Blue Monday”? Che cosa significa ora per Dylan questo brano? Un amico suggerisce l’ipotesi di un tributo agli eroi musicali della sua adolescenza e contemporaneamente ai due “anziani” della band, George Recile e Tony Garnier, entrambi di New Orleans e concittadini di Fats Domino. Faccio mia la teoria dell’omaggio a New Orleans (farebbe il paio con la “Mississippi” del giorno precedente). Così come è evidente che “Rumble” sia un doveroso regalo alla memoria di Link Wray. E “London Calling”? Tributo a Joe Strummer? Ironia allo stato puro? Dylan ci prende in giro, l’ho sempre sostenuto.
La terza serata, l’ultima alla Brixton Academy, è quella che segna il definitivo ricongiungimento fisico e spirituale tra la musica di Dylan e le mie emozioni. Stavolta lui è lì, a pochi metri. In realtà è sempre stato lì, sono io a essermi avvicinato a ridosso del palco. Da questa posizione tutto sembra diverso. Ma anche Dylan appare diverso. Sa che è ora di salutare Londra. E si capisce che voglia farlo nel migliore dei modi. Sembra dire “niente fronzoli o sorprese, ragazzi, questa è la mia setlist definitiva”. Ci dà dentro che è una pacchia vederlo. Anche “Tonight I’ll Be Staying Here With You”, stasera, si svela in una nuova luce, più ricca di ombre e colori tenui. “It’s Alright, Ma” è un tappeto sonoro che Dylan orna di strofe con una voce che non ha esitazioni o rinunce.
La scaletta è un rosario già conosciuto. Ci si può domandare all’infinito per quale motivo, a fronte di un canzoniere così vasto, Dylan continui a proporci il solito ventaglio di brani. Che senso ha cercare di riscrivere ogni sera “Maggie’s Farm” o “Just Like A Woman”? Le ritiene incompiute? Vuole spremerle sino al punto di ricavarci nuove forme melodiche?
Quando tutto sembra filare su un varco troppo stretto per sperare in una risposta illuminante, ecco che Dylan accende la luce. Se la prima parte del concerto mi era sembrata rassicurante come una passeggiata a Trafalgar Square, la seconda metà mi appare allo stesso tempo conturbante e gioiosa. È un’avventura entusiasmante a bordo di un enorme ottovolante, una giostra che Dylan vuole far girare vorticosamente. Ci sono almeno quattro brani che posso ancora sentire nelle orecchie e sulla pelle, come se fossero tatuaggi indelebili.
“Highwater”, maestosa e profonda. Una canzone che cammina con l’andatura lenta e felpata di un hobo in viaggio verso la nuova frontiera. È un sentiero dove le asperità si materializzano a ogni nota, la musica è fangosa e la band sembra un esercito che si leva dalle trincee per andare incontro al nemico.
“Every Grain Of Sand”, cantata come se Dylan lo facesse per la prima volta, nell’intimità di uno spazio raccolto e non in un teatro con tremila anime. Rima dopo rima, il brano si avvolge di un manto mistico, quasi una preghiera al mattino. Dylan e l’ispirazione ora sono un’unica entità, lo sciamano sta celebrando il suo rito e ogni simbolo è un riparo dove trovare salvezza e conforto.
“Sugar Baby”, semplicemente meravigliosa. Ogni verso è marcato. Il sipario del blues si apre il tanto che basta perché il pubblico possa intuire da quali lontani orizzonti arrivino le note. La voce di Dylan è un suono senza tempo, la musica è un vortice dolce, mi lascio risucchiare mollemente fino alle lacrime. Non me ne vergogno.
Poi tutto diventa potenza, resistenza e dolore. Il maestro di cerimonie e i suoi discepoli riemergono dal retropalco e intonano “London Calling”, un minuto di pura rabbia. Dylan rock? Dylan lento? Dylan è punk. La cover dei Clash sprigiona energia allo stato puro, sono sessanta secondi che Dylan utilizza per nutrirsi di una qualche forza metafisica, per lanciarsi a rotta di collo verso il traguardo. Recile scarica tutto se stesso nella chiusura del brano. Piatti, rullante e cassa stanno ancora vibrando, quando l’ultima nota di “London Calling” diventa la prima di “Like A Rolling Stone”. Sembra un bizzarro passaggio di consegne, è un cambio della guardia che fa implodere l’Academy diventata ormai una vera e propria bolgia. Osservo Dylan accartocciarsi davanti al microfono, divaricare le gambe mentre le sue mani scivolano sulla tastiera. Nonostante la stanchezza, nonostante quasi due ore di concerto,  nonostante sia quasi all’epilogo di questo tour, Dylan si sta consegnando interamente al pubblico, ci sta rivelando il suo volto senza trucchi e senza travestimenti. Mi sembra di vederlo stremato, posso sentire il suo tormento interiore. Non sta economizzando le energie: anche se volesse non riuscirebbe più a togliere il piede dall’acceleratore, ormai è un treno senza freni che sferraglia sui binari a tutta velocità. E quando, dopo l’ultimo bis, saluta e se ne va, l’atmosfera è così elettrizzata che ringrazio il mio istinto per avermi condotto sin qua.
Jack Nicholson ha detto: “quando Dylan parla di sé si avvolge nella prudenza e nel mistero, ma ogni tanto ci permette di guardare alla persona che sta dietro la maschera”.
Per quanto mi riguarda, Dylan continua a spalancare porte attraverso le quali non faccio altro che entrare e uscire. Quando un giorno deciderà di chiuderle, come il guardiano della legge, mi ritroverò in un posto più tenebroso e insicuro.
Una volta ha detto: “non c’è niente che possa prendere da voi fuorché una coscienza inquieta”. Be’, la mia se l’è presa ancora una volta, qualche giorno fa a Brixton. Volentieri, può continuare a farlo finché ne avrà voglia.
Gianni Zanata



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