parte 251
Lunedì 21 Febbraio 2005


3127) La volta scorsa ho dichiarato il vincitore del Dylan Quiz n.6 ma ho dimenticato di dare la soluzione che io avevo previsto per quelle domande. Eccola qui:
Domanda: Durante uno dei concerti di Bob Dylan, probabilmente leggendo male il titolo sulla scaletta delle canzoni da eseguire, uno dei chitarristi della band di Bob attaccò erroneamente una canzone mentre Bob e la band ne suonavano un'altra (ovvero quella giusta). Vogliamo sapere:
1) Il nome ed il cognome del chitarrista in questione
2) Il titolo della canzone giusta e di quella sbagliata
3) La data ed il luogo del concerto
Ed ecco le risposte:
1) John Jackson
2) "I Believe In You" - "I Don’t Believe You"
3) 30 Marzo 1995 - Londra (Brixton Academy)
Ma, come scritto la volta scorsa, abbiamo accettato la risposta equipollente (bello eh?) di Giorgio.
Al prossimo Dylan Quiz...
Michele "Napoleon in rags"


3128) grazie a te - e vada per il tu, mr. murino, napoleon in rags.
comunque i miei errori li ho fatti anch'io.
per quel che riguarda il testo su blonde on blonde ne ho trovati almeno due:
primo, alla scheda su 5 believers, ho scritto che dylan cambia l'ordine delle canzoni del terzo lato in
writing & drawnings, ma il libro è lyrics 1962-1985, edito da alfred knopf.
secondo, freak out di zappa non è uscito a luglio, ma la prima settimana di agosto 1966.
poi, nella traduzione del verso di sad-eyed lady... quello sulle matchbox songs, ho tradotto, affascinato dall'immagine cinematografica che mi dava: "canzoni appuntate sui fiammiferi", cioè sulle bustine dei fiammiferi o su fortuiti pezzi di carta, ma come ci rivela lo stesso dylan nelle note a biograph - l'ho letto nella tua traduzione, alla nota su tombstone blues - lui le canzoni nei ristoranti le appuntava sui tovagliolini di carta, perciò penso si dovrebbe tradurre, autobiograficamente: "canzoni appuntate sui tovaglioli"...
ps. se posso dare un consiglio ai tuoi lettori, è uscito da poco - a soli 5 euro! - la messa in cd del primo disco di Piero Ciampi, "Piero Ciampi" appunto, con in copertina una margherita e due occhi.
ora se c'è un artista misconosciuto in vita, che meriterebbe almeno in morte gli venisse riconosciuto il suo talento di scrittore e interprete - una voce incredibile, credetemi - quello è proprio ciampi! perciò se vi capita sottomano, non ci pensate due volte!

lillo.

Ciao Lillo
OK! Però in effetti Dylan aveva anche detto che scriveva appunti sulle scatole dei fiammiferi quindi non errasti, checchè, (addirittura io e Benedicta abbiamo messo una scena simile nella nostra piece teatrale dylaniana... una scena tutta basata su Dylan che scrive i versi delle canzoni sulle scatole di fiammiferi...).
Per il resto sono imprecisioni veniali quindi sei assolto perchè il fatto non costituisce reato :o)
Ancora complimenti per i tuoi articoli davvero molto belli ed anzi ti invito a inviarmene altri se ne scriverai.
Corroboro la tua segnalazione di Ciampi e sono d'accordissimo con te sul fatto che purtroppo sia misconosciuto o comunque molto poco conosciuto rispetto al suo valore. A tal proposito mi piace riportare questa frase di De Gregori: "Piero Ciampi scrive le sue canzoni sulle tovaglie di carta. Alcune, ne sono sicuro, si perdono insieme alle molliche e ai cerchi rossi lasciati dal bicchiere. Altre, invece, quelle che si salvano, te le racconta a tavola, o quando ti capita di dargli un passaggio. Altre ancora, infine, le registra su disco. E queste non sono necessariamente le migliori, né lo rappresentano meglio di quanto non faccia un suo gesto o una sua risata. Eppure bastano questi frammenti così ingenerosi, questa scelta arbitraria e capricciosa, questi graffi di vita a restituirci Piero Ciampi intero e solitario nella sua voglia di essere e nella sua capacità di parlare. Nella noiosa foresta della Gente Muta le sue canzoni sono i sassolini che ci portano alla spianata da cui, con un po' di fortuna, si può vedere un pezzetto di luna. E' facile sbarazzarsi di Piero Ciampi dandogli del poeta, ma non è vero. Ciampi non ha tempo per questo; è troppo occupato a vivere."
Ciao e alla prossima
Michele "Napoleon in rags"


3129) Ciao Michele, guarda cosa ho trovato.

Elio "Rooster"

Ciao Elio,
bella bella bella davvero. Mi sa che finirà come sfondo di qualche pagina di MF... :o)
Ciao
Michele "Napoleon in rags"

3130) Un saluto agli amici della Fattoria,
ed ecco alcune opinioni di Walter Mauro tratte da "La musica americana - Dal song al Rock", editore
Newton Compton, Tascabili Economici del 1994:

"... in genere la musica dei folk-singer si mantenne su basi molto dignitose e di alto livello ispirativo,
talvolta specialmente per merito di quella scuola che proveniva da lontano, dal fondo del polveroso canto
di Woodie Guthrie, e che ebbe il suo vessillo più alto in Bob Dylan, al secolo Robert Zimmerman, nato a
Duluth nel Minnesota, grande ammiratore, discepolo ed emulo di Guthrie, approdato a New York nel
1960 e subito toccato dal successo più gratificante in virtù di un modo particolare di cantare folk e
suonare l'armonica. Passato con rapidità dal ruolo di menestrello a quello di pubblico accusatore, in
un'America che andava scontando drammaticamente le sue colpe storiche nei confronti dell'universo
concentrazionario dell'emarginazione, Dylan non fatica molto a divenire profeta folk-rocker, in grado di
guidare un gruppo ben nutrito di singers su quella linea, come Paul Simon, Phil Ochs, Joan Baez, Eric
Andersen, Arlo Guthrie, figlio di tanto padre.
Per quanto questi seguaci si sforzassero di seguire le orme del caposcuola e di imitarlo, nessuno seppe
raggiungere quel potenziale di clamorosa novità che Dylan ha significato per questa importante
componente della musica americana. Seppe approfittare con molta abilità della crisi che stavano
vivendo in quegli anni sessanta le case discografiche d'America, dopo il vuoto lasciato dalla drammatica
scomparsa di Guthrie, e con l'aiuto dell'esperto John Hammond, geniale scopritore di talenti, riuscì
rapidamente ad imporsi, sia per il modo, inconsueto per un bianco, di cantare il blues, sia per i testi
fortemente polemici nei confronti del sistema, che sorreggevano il tessuto musicale. Tutte le deviazioni
della società d'America già comparivano nei primi brani del suo ricco repertorio, Picnic Massacre
Blues, Talking John Birch Paranoid Blues, ma fu l'album intitolato Freewheelin' ad offrirgli il sostegno
carismatico di profeta di una vasta generazione di giovani. Un pacifismo risentito e inflessibile
governava il testo poetico di Blowin' in the wind, che divenne l'inno bianco della contestazione giovanile,
come We Shall Overcome ne era il risvolto del ghetto afroamericano; ma sul filo di una rabbiosa
tematica vanno inseriti anche brani come Masters Of War, I shall be free, A hard rain's gonna fall,
sotteso di allucinata visionarietà, che servivano ad offrire, alla essenziale naturalezza della voce di
Dylan, l'uscita di sicurezza per una larga divulgazione del canto di protesta di matrice underground. Non
mancava una componente apocalittica abilmente utilizzata dal folk-singer, in The times they are
a-changin', With God on our side, North country blues, infine in Another Side, che conduce alle soglie
del 1964 e segna una prima forma evolutiva nel canto di Dylan. Alla svolta dell'immissione massiccia
del beat, il folk-singer non si fece trovare impreparato, ed eccolo realizzare effetti suggestivi in Bringing
it all back home, nel surreale Subterranean homesick blues, nell'autobiografico Bob Dylan's 115th
dream.
Gli anni della maturità coincidono con un progressivo declino, anche per il calo di tensione che l'universo
della protesta andava vivendo nell'America della seconda metà degli anni sessanta. Dopo Mr.
Tambourine Man e Desolation Row, con quella irritata e un pò pesante irruzione della musica rock,
Dylan slitta sempre più in un autobiografismo carico di quel narcisismo che comunque lo aveva sempre
accompagnato fin dall'avvio, per una cosciente consapevolezza della superiorità dei propri mezzi
espressivi nei confronti degli altri folk-singers che lo seguivano su quella strada. La popolarità può
giocare scherzi pericolosi, e Dylan non riuscì a sottrarsi a questi pericoli: scelto l'anfratto più tranquillo e
sicuro del country di Nashville, registra l'idilliaco Nashville Skyline. Oggi la sua musica ha ben poco da
dire, e il personaggio non può far altro che rivivere all'infinito il mito di se stesso, come è accaduto di
poter constatare negli ultimi insignificanti travestimenti.
Molto più tenacemente impegnata nel reticolo ideologico d'America è la sua ex compagna Joan Baez,
che mai ha tralasciato di credere in quel fatidico canto nero, We Shall Overcome, lei bianca, con quel
grido utopico ed esaltante che Martin Luther King lanciava alla sua gente. Dotata di una voce incisiva e
pungente, uno spillo in grado di penetrare nella profondità del tessuto umano, fino a stravolgerne le
fondamenta, Joan Baez, tuttora sulla breccia con immutato entusiasmo e calore, emerse con il supporto
del talking blues..."

Nello stesso capitolo dal titolo "I menestrelli dell'underground", l'autore passa molto rapidamente in
rassegna la figura di Phil Ochs, Eric Andersen, Arlo Guthrie e Simon & Garfunkel.
Sempre per l'autore, "Woodie Guthrie fu il maestro di tutta quella generazione di folk-singers della
protesta che avrà i due protagonisti assoluti in Dylan e Baez", "tecnicamente Elvis Presley fu uno
scadente esecutore di ballate romantiche, un imitatore di secondo piano dei grandi crooners di
Broadway e di Tin Pan Alley, che sulla teatralità del gesto e sulle movenze di un fisico neppure tanto
snello da consentire tali molleggi, seppe tuttavia costruire la sua fama"; Frank Zappa "il musicista
certamente di maggior talento e cultura che il rock abbia espresso".

A voi i commenti.
Ciao
Massimo.

Ciao Massimo
lascio ad altri eventuali repliche su Elvis e Zappa e per quello che mi riguarda commento solo su Bob dicendo che Dylan è forse l'unico che ancora ha qualcosa da dire, e che anzi dice molto, altro che "ben poco", come scrive Mauro... La merda imperante intorno a noi, musicale e non, trova nelle canzoni di Dylan, quelle che scrive oggi, non quelle che scriveva negli anni sessanta, una delle poche vene di linfa vitale degne di essere assunte, proprio come una medicina che ci vaccina contro la pochezza di quello che la società ci offre a tutti i livelli, e ci dà l'antidoto per i molti danni che la merda imperante di cui sopra potrebbe provocarci (ed a molti provoca... accendere la TV per rendersene conto). "Oh Mercy", "Time Out Of Mind" e "Love & Theft" (tre capolavori che sono dell'89, '97 e 2001 e non del '63) ne sono la prova più evidente e fortunatamente e giustamente dal 99 per cento dei critici osannati e riconosciuti come tali. Spero vivamente che Mauro cambi idea magari ascoltando attentamente il prossimo disco di Bob che per quello che mi riguarda giungerà come la manna degli Ebrei liberati da Mosè.
Poi qualche rettifica nello specifico (sempre secondo me):
>Gli anni della maturità coincidono con un progressivo declino...
Al contrario, coincidono con un progressivo perfezionamento della sua capacità, sia vocale che performativa, e con una conferma e consolidamento delle sue inarrivabili capacità di narratore e di compositore, con capolavori come Planet Waves, Blood on the tracks, Desire, Slow Train Coming, Infidels, Oh Mercy... e tour stratosferici come le due Rolling Thunder Revue, gli STELLARI gospel years, i tour con Petty ed il NET (nella Capitale direbbero, con encomiabile capacità di sintesi seppur greve: "Mecojoni!")
>e il personaggio non può far altro che rivivere all'infinito il mito di se stesso...
Se c'è un artista che non è schiavo del proprio mito è proprio Dylan che ha sempre trattato con ironia questo argomento e si è sempre rinnovato a differenza di artisti della sua epoca che sono rimasti ancorati agli ectoplasmi dei bei tempi andati, incapaci di proporre cose valide o memorabili dopo gli anni sessanta o settanta.
Basti pensare che Dylan è l'unico artista mai esistito che sia riuscito a pubblicare almeno un album capolavoro in ognuna delle decadi attraversate: Freewheelin' (o H61 etc.) nei 60, Blood on the tracks nei 70, Oh Mercy negli 80, Time out of mind nei 90, "Love & Theft" nei 2000... E tutti differentissimi l'uno dall'altro. Altro che "rivivere all'infinito il mito". Nessuno riuscirà mai a fare qualcosa di simile, o anche solo lontanamente ad avvicinarvisi.
Quelli che hanno cercato di "rivivere all'infinito il proprio mito" sono morti e sepolti da decenni e nessuno se ne ricorda più se non per elencare le cose fatte da costoro negli anni sessanta.
>La popolarità può giocare scherzi pericolosi...
A chi? A Dylan? Ma se si è ritirato a Woodstock proprio per non essere condizionato dalla popolarità... Se c'è uno al quale non frega niente della popolarità è proprio Dylan che anzi ha sempre fatto scelte impopolari che magari gli alienavano simpatie piuttosto che creargli nuovi fans. Dal folk al rock, dall'elitarismo al commerciale, dal rock al country, la conversione al Cristianesimo, e tutte le svolte che azzeravano l'eventuale favore e simpatia acquisite spiazzando il pubblico e facendogli perdere in popolarità ed acquistare in impopolarità...
>come è accaduto di poter constatare negli ultimi insignificanti travestimenti...
L'articolo è del 94 dunque gli ultimi insignificanti travestimenti sarebbero il Dylan folk di "Good as I been to you" e "World gone wrong" (e che travestimento sarebbe? Sono le sue radici) o quello di "Oh mercy" di cinque anni prima, ossia uno dei dischi più belli di sempre? O quale altro travestimento? Mi piacerebbe saperlo...
Che ne pensano gli altri?
Michele "Napoleon in rags"


3131) Caro Michele e cari maggiesfarmiani,

vi scrivo dopo tanto, per sottoporvi una curiosità.

Leggendo il nuovo libretto "Bob Dylan" di Michele e Salvatore (complimentoni a entrambi!!), mi sono
fermato al racconto della serata di Manchester del 17 maggio '66. Recentemente ho acquistato (in un
music store, non via internet come pareva necessario!) gli home movies del batterista Mickey Jones del
mitico tour del '66 con la band: lui sostiene che "play fuckin' loud" non sia stato gridato da Dylan, ma
forse da una persona (un membro della troupe al seguito) che si trovava al lato del palco, eccitato dalla
tensione del momento!

Secondo Jones, Dylan esclama "I don't believe you" e "you're a liar", in risposta al famoso "Judas", ma
secondo il suo ricordo non si sarebbe voltato verso la band a dire "play fuckin' loud" prima di lanciarsi in
un'insuperata versione di Like a Rolling Stone.

Che ne dite, amici maggiesfarmiani? Andate a riascoltare il concerto: potrebbe non essere la voce di
Dylan quella che grida "play fuckin' loud"?

.curiosità da incorreggibili dylaniati.

Un salutone, Gianluca Coo Coo Bird.

Ciao Gianluca.
Grazie per i complimentoni.
Per quanto riguarda la celebre frase, probabilmente Jones non ricorda bene.
E' stato detto e scritto in tutte le salse che fu Bob a pronunciarla e dal disco si sente bene.
Dubito inoltre che se l'avesse detta una persona al lato del palco sarebbe stata captata nella registrazione.
Che ne pensano gli altri?
Ciao
Michele "Napoleon in rags"


3132) Ciao Michele.

Sono Emiliano "Nightingale", ti scrivo perchè non riesco a connettermi al sito... ho provato l'altro ieri e ieri da casa ma niente...credevo di avere dei problemi sul mio pc ma nemmeno dal lavoro riesco a collegarmi...
Il tuo sito è per me una droga quotidiana... ho bisogno della mia "dose" ogni giorno...
Hai per caso ancora dei problemi con Lycos? Mi ricordo che un paio (o forse +) di anni fa avevi avuto un problema simile...
Mentre ti scrivo sto ascoltando Blood on the tracks... precisamente Lily, Rosemary and the Jack of Hearts... che bella!!!!
Già che ci sono ti chiedo una cosa riguardante Bob e Janis Joplin (cantante che ho da poco iniziato ad ascoltare e che mi imprigiona allo stereo ogni volta che la ascolto); su Chronicles, pag.125/126, Bob dice che Janis sarebbe stata la cantante perfetta per la musica di Al Kooper, la voce che avrebbe trainato la sua musica.
Ti chiedo, c'è qualche testimonianza/intervista in cui Bob parla di Janis Joplin? Qual è il suo pensiero sulla cantante?

Ora torno al lavoro...
Alla prossima!

Emiliano "Nightingale"

Ciao Emiliano,
era solo un guasto del server (Aruba... niente più Lycos) che fortunatamente hanno aggiustato in un paio di giorni. Ora funziona tutto perfettamente.
Lily, Rosemary... è una delle mie preferite di Bob quindi come non darti ragione...? Uno di quei brani che se lo ascoltassi 24 ore filate non mi stancherebbe mai... come tutto il disco, in effetti. A proposito, a te quale versione di Lily... piace di più? La versione ufficiale di BOTT più veloce o quella scartata originaria delle NYS, più lenta? A me la prima delle due.
Per quanto riguarda Janis Joplin i due si piacevano e stimavano. Janis ha cantato Dear Landlord (fu uno dei suoi cavalli di battaglia) ed I shall be released. In "Masked and Anonymous" Dylan fa un riferimento a lei quando il giornalista Tom Friend (Jeff Bridges) chiede fastidiosamente a Jack Fate (che non risponde) che cosa ha da dire su Janis Joplin e sulla canzone Mercedes Benz (Mercedes Benz è stata scritta dalla Joplin insieme a Bobby Neuwirth, per molti anni compagno d’avventure di Bob Dylan) (Alessandro Carrera da "La tortura della Maschera di Ferro").
Però di dichiarazioni di Bob su Janis non me ne ricordo al momento, oltre quelle di Chronicles. Chi ne trova me le può mandare per la prossima Talkin'? Grazie.
Ciao
Michele "Napoleon in rags"


3133) Ciao caro Michele! Come va?

Io sono a casa con l'influenza, ma per fortuna è in fase di guarigione... Per fortuna che con me avevo Chronicles e la biografia di Sounes (confesso, non l'avevo ancora letta, e la sto leggendo ora che ho finito Chronicles).
Per i commenti su questo ti scriverò un'altra mail, anche se anticipo che mi è piaciuta moltissimo e, anche senza aver la minima idea di come sarebbe stata, devo proprio dire che non avrebbe potuto essere diversa da com'è. L'ho letta in inglese, ero curiosa di vedere come scrive Dylan, e sono rimasta molto soddisfatta. Magari la leggerò anche in italiano, più avanti, perchè sono sicura che alcuni riferimenti mi sono sfuggiti.

Ad ogni modo, volevo chiederti come posso partecipare ai Dylan tree... è una cosa che voglio fare da molto tempo, ma non mi sono mai decisa, anche perchè ero sempre tra venezia e inverigo, mentre adesso ho una residenza un po' più fissa. purtroppo io non possiedo nessun bootleg o altro tipo di materiale, se non qualche decina di canzoni scaricate da internet, che probabilmente provengono da quegli stessi bootleg dei tree. posso partecipare ugualmente?
e cosa devo fare in concreto?

tra un po' inizierò a tastare il terreno con tommy (Morrongiello, nota di Napoleon) per eventuali notizie di tour europeo... come hai scritto sull'ultima talking, anche secondo me il fatto che a marzo riprenda il tour negli USA è di buon auspicio, perchè sono sicura che una volta finito quello potrebbe tornare in Italia! l'unica cosa è che non ho sentito voci locali che, come era successo ad esempio l'anno scorso per como, avevano iniziato a circolare moltissimi mesi prima che si sapesse qualcosa di un eventuale tappa europea di bob. speriamo! (forse non ho sentito voci locali perchè semplicemente non suonerà da queste parti, ma in qualche altra parte d'Italia).

Ad ogni modo ho un occhio sempre aperto, specialmente dopo non essere riuscita a comprare neanche un biglietto per uno dei due concerti italiani degli u2... dovrò "consolarmi" con bob :)

Ci sentiamo presto, un bacione, e grazie come al solito per il tuo enorme impegno nel portare avanti la Fattoria!

Ila Ladybird

Ciao Ila,
per quanto riguarda i Dylan Tree: certo che puoi, anzi devi. E' semplicissimo. Scrivi a Carlo "Pig" a questo indirizzo: ilmio.divista@libero.it
Ti spiegherà tutto e ti inonderà di materiale dylaniano rarissimo (non c'è bisogno di possedere boot per partecipare).
Fammi sapere allora se Morrongiello ti dà una bella notizia in merito a eventuali tour europei prossimi venturi...
Un bacione anche a te e alla prossima
Michele "Napoleon in rags"


3134) Carissimo Michele,
ho finito di leggere il volume "Blowin' in the wind" (La storia del rock vol. 2) e mi è molto piaciuto. Lo trovo ben fatto, documentato ed esauriente ma c'è un ma... C'è un punto che non mi convince e volevo chiederti un parere al riguardo. Si tratta di una frase che l'autore scrive a pagina 89.
Parlando del primissimo Dylan, quello del '61 appena arrivato sulla scena musicale di NY, e accennando alla consapevolezza di Bob di essere superiore agli altri artisti, l'autore scrive: "...quella consapevolezza con la quale Dylan, rapidamente ed inesorabimente, mentendo e recitando a beneficio di tutta la comunità del Greenwich, riesce a imporre prima ancora che la propria musica, la propria esuberante personalità".
Ecco, secondo me questa storia del Dylan mistificatore mi sembra eccessiva... Molti sembrano voler sottintendere che Dylan pur di arrivare al successo abbia ipocritamente finto indossando la maschera del folksinger... Non trovi che sia ingeneroso nei confronti di Bob? E' una cosa che ogni tanto fa capolino quando si parla di Bob e a me non va molto giù anche perchè non credo che Bob fosse ipocrita... Tanto più che anche nelle pagine successive Dylan viene descritto come uno nelle mani di Grossman che costruì il personaggio per farlo sfondare nel music business, una specie di burattino che faceva quello che gli diceva il manager, copiando e rubando qua e là da altri folksinger.
Ripeto, io a questo Dylan cinico, approfittatore, opportunista e ladro, oltre che bugiardo, non ci credo.
Così come non crederò mai a quella frase che Dylan avrebbe detto a non mi ricordo più chi secondo cui, quando questa persona aveva letto a casa di Bob il testo di canzoni come "Masters of war" e gli aveva chiesto: "Cos'è questa merda?", Dylan avrebbe risposto: "Sembra che sia quello che la gente vuole sentire...". Dipingendo Bob come un opportunista pronto a scrivere qualsiasi cosa pur di far colpo e far parlare di sè.
Che ne pensi?
Bruno
ps: ho comprato ieri anche il volume di Legends e volevo farti i complimenti per la biografia di Dylan che hai scritto che è assolutamente perfetta. Sei riuscito a spiegare tutto perfettamente nonostante il numero limitato di pagine. Ora inizierò a leggere le schede della discografia e ti invierò qualche commento...

Ciao Bruno,
non credo che Mauro Eufrosini abbia scritto quella frase con intenti denigratori nei confronti di Bob. L'impressione che ho avuto è che fosse solo un commento al fatto che effettivamente il primo Dylan indossasse una "maschera" che lo proponeva come il nuovo Woody Guthrie, oltre al fatto che si costruiva un "retroterra" non vero. Ma, ripeto, non credo che la cosa fosse da intendersi in chiave negativa. Del resto è indubitabile che Dylan imitasse Woody ma è altrettanto vero che era sincero in quello che faceva e credeva in quelle canzoni, in quello stile e tutto il resto altrimenti oggi non saremmo ancora qui a parlare di quelle canzoni che Bob continua a cantare. E' probabile poi che con la frase "mentendo e recitando" Eufrosini intendesse riferirsi al fatto che Dylan inventava di sana pianta il proprio passato raccontando episodi mitici mai avvenuti (e questo lo ha detto più volte anche Dylan e ne fa accenno anche nella recente autobiografia), come nelle pagine successive Eufrosini scrive, ricordando gli episodi di Carl Perkins, Jesse Fuller e Bobby Vee.
Credo che sia a questo che si riferisce Eufrosini, e non ad un falso atteggiamento di Bob per sfruttare la moda del folk revival o delle "protest songs", tanto che a pagina 99 definisce Dylan "geniale impostore piovuto dal New Mexico", con chiaro riferimento quindi alle panzane che Dylan raccontava sul proprio passato. Se per caso Eufrosini legge queste righe e vuole intervenire si faccia vivo.
Sulla frase relativa a "Masters of war"... me la ricordo... Se non sbaglio la cita Heilyn nella sua biografia di Bob. Non mi ricordo a chi si riferisse... ad un collega di Bob, comunque. Chi se lo ricorda? Però anche lì non è detto che la frase di Dylan non sia ambigua ed abbia una duplice chiave di lettura. E poi bisognerebbe essere sicuri che le cose siano andate proprio così, che Dylan abbia detto esattamente quelle parole, che le abbia dette con quell'intenzione etc. Che ne pensano gli altri? Fateci sapere...
Ad ogni modo quella del Dylan opportunista, calcolatore, "costruito" a tavolino da Grossman, è una cosa che molti hanno sostenuto, però c'è anche da dire che molto spesso erano voci che venivano da artisti che non avevano avuto il suo successo e dunque non so fino a che punto non siano alquanto parziali e dettate da una punta di invidia (o da risentimento per presunti torti subiti da parte di Bob). Come la storia di Dylan che sfruttò la vicinanza della Baez per avere successo... tanto per fare un esempio. Io a tal proposito mi faccio sempre una domanda. Ma davvero si può pensare che senza l'aiuto di Joan (o delle canzoni rubate a Van Ronk o a Chandler o a chiunque altro) un genio assoluto come Dylan non avrebbe avuto in ogni caso il giusto riconoscimento per la sua arte immensa? A voi la risposta.
Ciao
Michele "Napoleon in rags"
ps: grazie per i complimenti per "Legends"... anche se nella biografia di Bob che avevo scritto c'era una bella parte che Editori Riuniti inspiegabilmente mi ha tagliato. Era un lungo pezzo che iniziava così: "Nel 2003 Dylan incontra Michele Murino. Lo storico incontro avviene nella hall dell'albergo Park Hotel Laurin di Bolzano... etc." e andava avanti per dieci pagine con tutti i dettagli... Era un capolavoro degno di Chronicles. Peccato l'abbiano tagliata. Cercherò di farla inserire in una eventuale ristampa :o)
Scherzi a parte mi fa piacere che ti sia piaciuta... Fammi sapere sul resto... Anzi se avete voglia scrivete dei commenti sul sito IBS... Oddio magari quelli a cui non è piaciuto al limite possono anche astenersi dal commentare. Ne sono esentati, no problem, fa niente, va bene uguale, c'est la meme chose. Gli altri invece inondino di lodi le pagine di IBS... :o)


Ed ora un annuncio che riguarda Eric Andersen e Mauro Eufrosini (Autore del volume "Blowin' in the wind" della serie "La Storia del Rock" di cui abbiamo appena finito di parlare).

3135) BLOOD ON THE TRACKS, LE STRADE DEL FOLK è il titolo della rassegna itinerante promossa dai Comuni di Castelnuovo Rangone (Reggio Emilia) e Ferrara, Eric Andersen e Bob Dylan i protagonisti. Il primo in concerto, il secondo sarà invece evocato e raccontato attraverso un libro e inediti filmati che ripercorrono tutta la sua carriera. Questo il programma:

Castelnuovo Rangone
22 marzo, Sala Arci ore 21.
Presentazione del volume Blowin' In The Wind, Editori Riuniti, di Mauro Eufrosini.
Blob Dylan: 17 filmati inediti di Bob Dylan dal 1964 al 2001.
Intervengono Mauro Eufrosini e Enzo Gentile.

23 marzo, Sala Arci ore 21
Eric Andersen in concerto

Ferrara
23 marzo, Sala Boldini, ore 21
Presentazione del volume Blowin' In The Wind, Editori Riuniti, di Mauro Eufrosini.
Blob Dylan: 17 filmati inediti di Bob Dylan dal 1964 al 2001, raccolti da Enzo Gentile.
Intervengono Mauro Eufrosini e Enzo Gentile.

24 marzo, Teatro Estense, ore 21
Eric Andersen in concerto.

Ps: a proposito ricordatevi che il 10 marzo sarò con Paolo Vites ed Ezio Guaitamacchi alla Fnac di Milano per la presentazione del primo numero di Rock Files (interamente dedicato a Dylan). Intervenite numerosi perchè anche lì ci sarà Eric Andersen e oltre a Rock Files troverete (se non lo avete già trovato) il succitato volume "Bob Dylan" di Editori Riuniti che magnanimamente firmerò (e gratis!!!) alle folle oceaniche dei miei fans. Inoltre con me ci sarà anche Anna "Duck", ragione in più (o ragione unica?) per venire... (Forse ci saranno anche Benedicta "Hamster" e Liaty "lynx")... Poi ci andiamo a fare tutti una pizza, ok? Cliccate qui per i dettagli e gli orari e non prendete impegni per il 10... OK? Promesso? Bene.
Michele "Napoleon in rags"


3136) Ciao Michele,
da Searchingforagem.com:

17 Feb 2005: I'm told that Starbucks Coffee in the USA will shortly be releasing an exclusive CD of Bob Dylan's concert at the Gaslight Club, New York City, in Oct 1962. Three performances from this 17 song show have already been released officially:
No More Auction Block was released on The Bootleg Series Vols. 1-3 in 1991
Handsome Molly was released on the exclusive Sony Music Japan live compilation CD Bob Dylan Live 1961-2000: Thirty-Nine Years Of Great Concert Performances in 2001
The Cuckoo was released on a promo CD with purchases of Bob Dylan's book "Chronicles Volume One" in 2004.
This CD will be available in Starbucks Coffee shops and possibly from their web-site.

Carlo "Pig"

Ciao Carlo,
grazie per la segnalazione che vado testè a tradurre:
17 Febbraio 2005: Mi hanno detto che la catena Starbucks Coffee negli Stati Uniti farà uscire un CD esclusivo del concerto di Bob Dylan al Gaslight Club di New York City dell'Ottorbre del 1962. Tre performance tra le 17 canzoni sono già state ufficialmente pubblicate:
No More Auction Block è stata pubblicata su The Bootleg Series Vol. 1-3 nel 1991
Handsome Molly è stata pubblicata sulla compilation live della Sony Music "Live 1961-2000: Thirty-Nine Years Of Great Concert Performances" nel 2001
The Cuckoo è stata pubblicata su un CD promozionale allegato al libro di Bob Dylan "Crhonicles Volume One" nel 2004.
Il CD sarà disponibile nei negozi Starbucks Coffee e forse attraverso il loro sito web.
Michele "Napoleon in rags"


3137) Carissimi,

Carlo mi ha chiesto di dare un imput maggiore alla raccolta che ho fatto a partire dal materiale dei
Rundown Rehearsal del 1978. Nel "Porcile di Maggie's Farm" trovate dunque le indicazioni per questa compilation, che si chama "Around the rundown" e che può essere divulgata nel dylantree. Il criterio di selezione è stato quello di far stare in un solo cd una selezione dal materiale dei Rundown Rehearsal Tapes, in modo da creare una scaletta gradevole all'ascolto, anche per i non addetti ai lavori, e non troppo ridondante rispetto al celebre Live in Budokan, di cui i "rehearsal" sono le prove. La versione di "It's Alright, Ma" è forse più incisiva di quella di Budokan. "You are a Big Girl Now", "I don't Believe You", e "The Man in Me",con il suo testo alternativo, sono piccole perle. La selezione comprende anche due piccoli "divertimenti", con le versioni decisamente "sui generis" di "It's All Over Now Baby Blue", e "Blowin' in the Wind", che restituiscono lo spirito abbozzato dei "Rehearsal". La seconda parte del disco va tutta in blues - includendo la grandiosa "Repossession Blues" e l'esecuzione live di "Stepchild" - e si ferma con "Stop Now", "prima che sia troppo tardi.".

Ciao a tutti

Francesco Spagna

OK!
Confermo ragazzi... sono robe da leccarsi i baffi... Era un periodo secondo me stratosferico e non potete non avere queste perle (anche se va ricordato che erano "gli anni della maturità di Bob che coincidevano con un progressivo declino"... :o))
Michele "Napoleon in rags"


3138) Ciao Michele.
Solo oggi riesco ad avere tra le mani il tuo (vostro) libro su Dylan della collana Legends. Me ne avevi anticipato la notizia ad Aosta, ti ricordi? Ho dovuto richiederlo perché, subito dopo l'uscita, le scorte nelle librerie della mia città si sono esaurite!

Mi accingo a leggerlo: penso che il lavoro di sintesi che avete dovuto fare (tutto in 127 pagine) sia stato particolarmente oneroso.

Complimenti per i sempre più notevoli aggiornamenti al sito.

Ho particolarmente apprezzato la traduzione dell'intervista di Cynthia Gooding. Non si potrebbe reperire anche il testo originale?

Due noticìne su "CHRONICLES":

Quello di Dylan è un narrare facile, scorrevole: spesso divertente e quasi sempre divertito. Qualcuno ha detto che certe descrizioni risultano noiose. Non ne afferro il senso. A me sembra invece che tutto corra via molto veloce. Grande in questo senso il merito di Carrera (e chi poteva dubitarne?).

Lui, predestinato, sulla sua strada, va avanti a testa bassa.

Come l'altro gigante del '900 (l'abbiamo detto più d'una volta) non cerca .. trova.

Il colloquio con lo scribacchino di Hammond è particolarmente significativo: nella sintesi di poche righe giustifica e liquida tutte le balle da "miles gloriosus" che aveva seminato in giro in quegli anni.

Sceglie di parlare della casa di Ray e Chloe (tra le tante che lo hanno ospitato): ci resta l'impressione di esserci stati. Ne conosciamo le stanze, gli arredi, i soprammobili, gli odori e i suoni. L'abbiamo abitata con lui in tutte le ore del giorno sfogliando libri e ascoltando musica. Siamo in grado di affacciarci alle finestre di quell'appartamento e come in un film viviamo la visione della New York di quegli anni mentre piove o è sotto la neve.

Avevamo dubbi? Dylan è un narratore.

Tutto quel che gli accade, è mostrato in funzione di quel che sa che sarebbe diventato.

Almeno è così nei primi due capitoli e nell'ultimo.

Poi il salto nel "nuovo mattino", non è agevole. Mi sono trovato a disagio.

D'accordo: tutta la storia delle intrusioni dall'esterno, la sacrosanta difesa fobica della privacy, il cambio di rotta ..

Mi sembra che il tutto sia riscattato solo da certe trovate, veramente comiche. Quelle che ci mostrano un Dylan infuriato, pronto ad usare le armi che ha in casa, o disposto a bruciarli vivi tutti quei maledetti hippy sporchi e "morti di fame".

Sarà forse un espediente narrativo ma, passare a piè pari, dai giorni della firma del contratto alla Columbia, senza alcuna notizia intermedia, alla villa di Woodstock risulta abbastanza traumatico.

Che nei prossimi volumi il buco venga colmato?

Il capitolo su Oh Mercy è stupendo.

Bellissimi i ritratti: compreso quello, per me un po' "ruffiano", di Joan. Tra i tanti esemplari: quello riconoscente a Belafonte, le sei o sette pagine dedicate a Robert Johnson (quasi da lacrime agli occhi) e quello immancabile a Woody.

A quando il secondo volume?

E i testi tradotti?

Ciao

Giorgio

Ciao Giorgio
grazie per i complimenti al sito.
Sono d'accordo sul tuo commento a "Chronicles" tranne che per il ritratto di Joan dove secondo me Bob è sincero.
Le domande che poni sono state poste ad Alessandro Carrera per la prossima intervista che apparirà su MF. Dunque vedremo cosa ci dice Alessandro. Resta in linea.
Per quanto riguarda l'intervista in inglese di Cynthia Gooding la trovi qui
Grazie per l'articolo che mi alleghi e che riporto qui sotto:

Esce “CHRONICLES” il primo volume delle memorie di Bob Dylan

MANUALE D’AUTODIFESA DAL SUCCESSO
di Curzio Maltese
Quasi tutte le biografie di Bob Dylan sono più brillanti della sua, l’attesa “Chronicles”. Nelle migliori la vita di Dylan, è poco più d’un pretesto per raccontare gli anni sessanta, la New York di Andy Wharol e di Miles Davis, l’America di Kerouc e Ginsberg, la Camelot dei Kennedy, le battaglie per i diritti civili, i grandi raduni rock, insomma una delle stagioni più creative del secolo in tutte le arti, letteratura e musica, pittura, architettura e naturalmente politica.
In Chronicles il meccanismo è rovesciato. L’epoca manca, gli anni Sessanta americani sono un pretesto per il racconto, meglio, la confessione di Robert Allen Zimmerman, un uomo che sembra aver trascorso l’esistenza a far dimenticare agli altri e a se stesso di essere Bob Dylan. Più ancora che il diario intimo di una celebrità, Chronicles è il resoconto di una fuga senza fine dal mito, un perfetto manuale di autodifesa dal successo. Molto istruttivo, per la verità, in un’epoca dove il successo e il danaro sono diventati l’unica misura dell’esistenza. Dylan diventa una leggenda a poco più di vent’anni, con le prime ballate, Blowin’ in the Wind, The times They Are A-Changin’,  Master of Wars,  Mr. Tambourine man,  Like a Rolling Stone. E’ la divinità di una generazione, nel ’68 è famoso quanto i Beatles e quindi “più di Cristo”. Subito dopo carica moglie, figli e cani su un’ideale arca e comincia a scappare dal proprio mito. Una precoce saggezza, le origini ebraiche, e ottime letture adolescenziali (“Tucidite mi aveva insegnato che la natura umana è nemica di tutto ciò che è superiore”) suggeriscono al ragazzo Zimmerman che il ruolo del profeta è carico di rischi. E’ un’intuizione giusta. Così mentre intorno gli altri profeti della sua epoca vanno al massacro, dai Kennedy a Marthin Luther King, da Malcom X al Che Guevara, da Jimi Hendrix a Janis Joplin fino a John Lennon, lui si salva nella fuga. Zimmerman sopravvive a Bob Dylan. La frase che gli ripetono più spesso, per quarant’anni è “non è più lui”. Ma è esattamente ciò che vuole. E’ lui a uccidere Bob Dylan prima che lo faccia qualche mitomane sulla strada di un tour. “Tony Curtis, l’attore, una volta mi aveva detto che essere famosi è già un lavoro, è una cosa a parte. Aveva assolutamente ragione. La vecchia immagine, Profeta, Messia, Salvatore, lentamente svanì e con il tempo io non mi trovai più sotto l’ala di un’influenza maligna”.
Con la vecchia immagine se ne va anche molto talento. Non scriverà mai più canzoni tanto belle, colonna sonora di un’epoca indimenticabile. “Per creare bisogna poter osservare e io ero troppo osservato per farlo” spiega. L’ex Dylan si rifugia in famiglia, fra pochi amici. Nella sua privatissima cronaca i dylanologi possono divertirsi a scovare alcune versioni originali degli episodi più celebri della sua vita, per esempio la travagliata ricerca del nome d’arte, scelto più per la musicalità che per omaggio al poeta Dylan Thomas. Oppure il racconto del celeberrimo incidente motociclistico e la leggenda della voce che ne sarebbe risultata cambiata per sempre. Qua e là affiorano anche ritratti memorabili come quello dedicato a Harry Belafonte, suo primo talent scout. Ma gli incontri e gli eventi storici lo toccano sempre meno. Con il passare degli anni il racconto si concentra sui piccoli o grandi movimenti dell’anima. Legge molto e ha un bel modo di parlare dei libri, non da intellettuale ma da uno che legge per scrivere e per vivere meglio.
A volte s’identifica. “Quello che Herman Melville scisse dopo Moby Dick è passato largamente inosservato. I critici pensavano che avesse superato il limite della letteratura e, quanto a Moby Dick, consigliavano di bruciarlo. Quando Melville morì era quasi del tutto dimenticato”.E in ogni caso è meglio identificarsi con Melville che con il capitano Achab, prototipo di ogni profeta e moralista americano, destinato a perire nella lotta contro il male che gli somiglia troppo. Anche così la parabola di Robert Zimmerman, in arte Bob Dylan, rimane originale. Un eroe capace di diventare un antieroe, senza tradimenti o pentimenti, è decisamente un caso raro. Bisognerebbe farci un film, se non l’ha già scritto.

(Da “la Repubblica” – inserto libri del 15 gennaio 2005)


3139) Ciao Michele,
questo è l'articolo di Walter Porcedda (pubblicato il 4 giugno 2000 dalla "Nuova Sardegna", nella pagina degli Spettacoli) di cui ti parlavo la volta scorsa.

A presto,
Stefano "Red Lynx"

Ciao Stefano
grazie!

Grande musica e uno show di impeccabile classe. Oltre diecimila spettatori da tutta la Sardegna per assistere al concerto-evento del cantautore americano.

BOB DYLAN, QUANDO IL ROCK E' LEGGENDA

(di Walter Porcedda)

Forever Young. Giovane per sempre. Una dondolante e magnetica versione della cult-song "Blowin' in the wind" saluta, dopo due ore fitte fitte, una serata di altissimo livello, da non dimenticare. Note sussurrate e ripetute in coro da un pubblico attentissimo e caldo, quasi fossero il rumore di risacca delle onde del
mare. Raggiungono il cuore per sciogliersi in un'emozione che lega assieme uomini e donne di ogni età che in numero di dieci, forse undicimila, hanno varcato venerdì (era il 2 giugno 2000) i cancelli dell'Arena Ichnusa per assistere al concerto di Bob Dylan allestito da Sardinia Jazz. Per incontrare da vicino il Mito. Quello dell'altra America, della musica che voleva cambiare - e forse in parte l'ha pure fatto - il mondo. L'America della "beat generation", dei poeti e dei giovani che contro la guerra - e, a proposito, quanto suonava ancora attuale il suo veemente "Masters of war", inno pacifista senza rivali - scendevano in piazza ad alzare la voce contro il conflitto nel Vietnam. L'epoca di Ferlinghetti, Ginsberg, Joan Baez, i Doors, i Byrds...
E naturalmente lui, il cantastorie del Minnesota, ancora sulla strada. On the road. I capelli ricci di sempre, gli occhi socchiusi a scrutare lontano, aggrappato alla sua fedele chitarra, pronto a cantare tutta l'amarezza del mondo.
Ed è quasi un sogno ad occhi aperti, quasi ritrovare un fratello o un amico perduto da tempo, sentirlo dal vivo, tirare fuori il fiato e il passo di un ventenne. Una grinta inattesa e tanta, tantissima voglia di suonare. Tanta voglia di sedurre e conquistare i cuori con un set intenso e sbalorditivo che lascia dietro le spalle gli ultimi vent'anni della sua vita musicale e culturale per fare rotta decisa indietro, verso la giovinezza.
Back to the roots. Indietro nelle radici a cercare l'anima, l'inizio del sogno. Quasi a voler indicare e svelare, ora che è giunto sulla soglia dei sessant'anni, l'importanza degli affetti più profondi, gli attimi fuggenti dell'amore, la consolazione dei ricordi e il rimpianto per il tempo perduto. Ma non c'è ripiegamento, non c'è voglia di fuga. Anzi. Quello che traspare in oltre due ore di musica è il desiderio di giocare, di andare ancora una volta avanti.
Verso il futuro, con gli occhi del passato.
Ecco perché sono due ore di musica all'insegna del ritorno al country-rock. Una sensazione stranissima accentuata dal sound tipicamente americano, che l'impeccabile impianto di amplificazione restituisce in modo perfetto. Il ritorno al prediletto suono acustico, senza però dimenticare di far impennare le
chitarre in rabbiosi e genuini rock (una travolgente "Highway 61 revisited" e una elettrizzante "Maggie's farm").
A battezzare questo lungo "ritorno", un vecchio motivo tradizionale come "Duncan & Brady" (a scoprirla fu il suo caro amico Jerry Garcia, dei fantastici Grateful Dead) che apre una serata dominata prevalentemente dal suono delle chitarre acustiche, contrabbasso e batteria, slide guitar, con la comparsa a sorpresa del violino e, naturalmente, l'armonica a bocca.
Bob conduce il gioco con mano elegante supportato da una band di eccelsa qualità. Tutti davvero superlativi. Dal suo fedele "alter ego", il contrabbassista Tony Garnier, agli altri compagni (Larry Campbell, David Kemper e Charlie Sexton).
Pur non essendo un virtuoso, Dylan si lancia spesso in assoli che sembrano ammiccare al grande Django Rheinardt. Chitarra in avanti e la gamba spesso aperta ad elle (con i suoi incredibili stivaletti bianchi che spuntano dai pantaloni in raso con la linea sottile colorata anch'essa di bianco), rilancia in lontananza l'immagine di Elvis. L'energia di Presley e l'anima di Guthrie rinchiusi in uno stile unico, che è diventata di fatto nuova icona del rock, ennesima leggenda della musica.
Ed ecco quindi le sorgenti di quel suono riaffiorare dalle tracce indimenticate di "Freewheelin", album chiave della storia dylaniana. Sono le già citate "Blowin' in the wind", "Masters of war", un'intensa "Girl from the north country", tutte presentate in acustico.
O ancora l'autobiografica e ironica "My back pages", la dolcissima "Mama, you been on my mind" (che un tempo cantava in coppia con la Baez), le cult songs "It's all over now, baby blue", "Don't think twice, it's allright" e "Tangled up in blue".
Ma nell'arco di due ore c'è il tempo anche per delle vere e proprie "sorprese". A spina attaccata. Come per esempio "Country pie" e una versione mozzafiato di "This wheel's on fire", un brano che raramente Dylan esegue dal vivo. E poi ancora la magica "All along the watchtower" (un brano che rifece anche il grande Jimi Hendrix), evergreen quali "Like a rolling stone" e "Just like a woman", e ancora "Drifter's escape", "Ballad of a thin man" e "Rainy day women".
Diciannove canzoni in tutto. Diciannove ballate da portare con sé nel secolo venturo, regalate da Bob Dylan, poeta e compagno di strada che, come diceva John Lennon, continua ad indicare la via.


Continuiamo la nostra serie "Bob e gli animali":

3140) Sal invia:



3141) Un cappello da Bob!
Sal

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...io quasi quasi me lo compro...


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