parte 232
Lunedì 11 Ottobre 2004


Messaggio privato:
Prima di iniziare volevo ringraziare Marco "Groundhog" per il messaggio sms di qualche giorno fa. Thanx Marco (non trovo il tuo indirizzo e mail così approfitto della Talkin'...)
Michele "Napoleon in rags"

2839) Ciao Michele! Ti rubo solo un minuto per tre piccole curiosità. La prima
riguarda quel gran "bluesaccio" di Meet Me In The Morning (una delle mie song
preferite di Blood On The Tracks!). Vorrei sapere se Bob l'ha mai eseguita dal
vivo, e se sì in quali occasioni.
La seconda riguarda invece il triplo cofanetto antologico pubblicato nel '78
dalla Columbia (per il solo mercato australiano e giapponese) con il titolo di
Masterpieces. Come mai tale disco (che ha tra l'altro una copertina splendida)
non figura nella pagina "discografica" di MF? Si tratta di una involontaria
omissione o di una scelta deliberata? Certo non sarebbe male (vista la sua
difficilissima reperibilità) se la casa discografica di Dylan si decidesse a
ristamparlo! Come non sarebbe parimenti una cattiva idea - ma questa è più che
una curiosità un auspicio - se la Sony si decidesse prima o poi a pubblicare in
DVD quel grandissimo concerto-evento che fu il "trentennale" del Madison Square
Garden!
A proposito - e con questo chiudo - a me la versione di Emotionally Yours fatta
dagli O'Jays piace davvero un casino! La trovo assolutamente strepitosa!!!
Sicuramente uno dei momenti migliori (insieme alle performances di Mellencamp,
Stevie Wonder, Neil Young, Lou Reed, Eric Clapton e Chrissie Hynde... e insieme
of course alle straordinarie esecuzioni "collettive" di My Back Pages e Knockin'
On Heaven's Door!) di un concerto che si mantiene peraltro a livelli altissimi
in tutte le sue (quasi) tre ore di durata.
Maah! Speriamo davvero che dopo le recenti pubblicazioni in DVD di Don't Look
Back, The Last Waltz e dell'Unplugged del '95 venga presto il turno anche del
mega-concerto del Madison... e magari di tanto altro ancora!
Un saluto a tutti, e a presto...

Stefano "Red Lynx"

Ciao Stefano
in effetti Masterpieces non c'è perchè è uno di quei dischi usciti solo in alcuni paesi (tanto è vero che non è inserito nella discografia ufficiale di bobdylan.com).
In fondo lo si potrebbe anche inserire... magari lo aggiungo...
Spero anche io che prima o poi esca in dvd anche il 30th Anniversary anche se sarò per sempre legato per una questione affettiva alla versione trasmessa da Tele+3 all'epoca (io almeno lo vidi lì) con il commento di Ezio Guaitamacchi e di Angelo Branduardi.
Quanto a Meet me in the morning Bob non l'ha mai cantata in concerto.
E ora volevo rispondere alla lunga mail che Stefano Red Lynx ha inviato la volta scorsa (vedi mail n. 2827) a proposito di TOOM e BOTT e sull'argomento "...qual è l'ultimo grande album di Bob Dylan?"....
Premetto che per me l'ultimo grande album di Bob è "Love & Theft" anche se lo giudico ovviamente inferiore a BOTT e non riesco a confrontarlo con TOOM vista la notevole diversità tra i due dischi (per quanto personalmente preferisco "L&T" dal punto di vista musicale e della varietà dei temi, non ultimo per una superiore eterogeneità e freschezza delle liriche). Ma naturalmente è difficile se non impossibile scegliere tra due manicaretti... in genere li mangio tutti e due...
Dove sicuramente non sono d'accordo con te comunque è nel porre TOOM a fianco di "Blonde on Blonde", "Bringing it all back home", "Highway 61" e "Oh Mercy", ritenendolo personalmente di molto inferiore ai primi tre e di un bel po' rispetto al quarto. Come naturalmente per gli altri dischi di Bob post 66 (con l'eccezione di BOTT) che nel confronto con la triade elettrica dei sixties secondo me perdono abbastanza nettamente.
Sono invece d'accordo a proposito della tua bella definizione per cui: "BOTT più che un grande disco di canzoni è un disco di grandi (o se vogliamo grandissime) canzoni", con la differenza che io sostituisco il "grandi o se vogliamo grandissime" con "ineguagliabili", almeno per la maggioranza di esse. E prese singolarmente nessuna delle canzoni di TOOM secondo me si avvicina anche solo alla lontana a Tangled up in blue o Idiot Wind o Shelter from the storm o You're a big girl now o Simple twist of fate.
Si potrebbe invece discutere sul discorso relativo agli album nel loro complesso, laddove effettivamente TOOM ha una grande compattezza, sia a livello tematico che musicale e di arrangiamenti (oltre che naturalmente di atmosfera con il Lanois-sound), per quanto questo non sia automaticamente indice di bontà del prodotto e che anzi da qualcuno viene indicato come difetto dell'album (non da me comunque).
Che ne pensano gli altri magfarmiani in ascolto? Provate a dire la vostra.
Infine sono sostanzialmente d'accordo con te sul discorso relativo a "Good as I been to you".
Ciao e alla prossima
Michele "Napoleon in rags"
ps: naturalmente confermo che Lily, Rosemary & the Jack of Hearts è un capolavoro :o)


Grazie ad Annalisa "Puma", la nostra nuova adepta della Fattoria che mi ha inviato la sua biografia di "figlia di Zimmerman" per la omonima rubrica. Grazie Annalisa, aggiornerò quanto prima la pagina in questione. Intanto ecco qui in anteprima...

2840) Tutti figli di Zimmerman...

Curriculum ANNALISA

Mi Chiamo Annalisa Pompeo e sono nata a Frascati (Roma) il 02-02-1987.

Music was my first love! Ebbene sì, amo la musica da sempre. All'età di sei anni mi fu regalata da mio
padre, la mia prima chitarra, e subito sentii il bisogno di imparare a suonarla. Da quel preciso momento
la musica aveva fatto un'altra fedele adepta. Contemporaneamente allo studio della chitarra classica, ad
undici anni iniziai lo studio della chitarra moderna / elettrica e sempre in quel periodo, iniziai a studiare
canto moderno.

All'età di tredici anni, ebbi, un giorno, la fortuna di ascoltare "Blowin' in the wind" di Bob Dylan alla
radio e ne rimasi subito folgorata. Non capivo ancora bene l'inglese e mi feci tradurre il testo.
Certamente erano difficili da capire fino in fondo le parole di quella canzone per una tredicenne, ma mi
lasciò dentro delle emozioni che ancora non conoscevo. Cominciai a comprare i suoi Cd, e con l'aiuto
del vocabolario ne traducevo le liriche. Così, anch'io, per gioco, iniziai a scrivere dei semplici testi che
musicavo e cantavo. Qualche tempo dopo formai la mia prima band, con cui suonavo le mie canzoni e
quelle del maestro Dylan, riproposte in un'atipica chiave rock. Dopo molta cantina, il gruppo era rodato
e cominciammo così a fare le prime apparizioni in pubblico. Nel 2001, registrammo due tracce in studio
(di miei composizioni) che inviai al concorso I-Tim-Tour Estate di Red Ronnie. Non ci avrei mai
creduto, ma la mia canzone fu scelta tra altre duemilacinquecento e così, a quattordici anni, ebbi la
fortuna di suonare davanti ad una folla davvero impressionante! Andò tutto bene e fu un'esperienza
davvero indimenticabile. Crescendo ascoltavo tanta altra musica di tutti i generi, arricchendo sempre più
il mio bagaglio musicale/culturale. Ascoltavo di tutto, dai Dire Straits ai Cranberries e dai Led Zeppelin
a Eric Clapton. Sentivo sempre più forte il bisogno di scrivere le mie sensazioni che trasformavo poi in
musica. Partecipai con il mio gruppo a molte altre manifestazioni locali e nazionali, e sempre con buon
successo.

Le cose non durano mai in eterno, e così, circa due anni fa, ho sentito il desiderio di trovare una mia
dimensione ed ho lasciato il gruppo. E' proprio in questo periodo che mi sono avvicinata tantissimo al
folk-americano ed iniziato così a scoprire altri grandi cantautori come Woody Guthrie, Neil Young, Neil
Diamond, The Band, e tanti altri. Ormai la piccola fiamma era diventata un fuoco che bruciava dentro di me e così ho cominciato a dedicare molto del mio tempo a questo genere musicale. Le mie canzoni,
sono delle "short- stories" che parlano di persone, di problematiche sociali e d'amore ed i testi sono sia in
lingua italiana che in lingua inglese.

Dal 2002, vengo puntualmente invitata a cantare, in versione acustica, voce e chitarra, alcune canzoni di
Dylan e Springsteen al teatro di Latina, in occasione di una manifestazione di solidarietà che si tiene
ogni anno. Tali canzoni, sono da me riproposte, insieme a tutti i miei brani, in molti locali di Roma e
provincia in cui suono. Da circa un anno ho scoperto un'altra grandissima stella del folk americano, che
è Joan Baez e a cui sono profondamente "devota" (forse perché è stata la ragazza di Bob Dylan?
Chissà!) e che ho inserito nel mio repertorio folk- americano.

Attualmente, ho un contratto con un'etichetta musicale con cui stò preparando i miei primi singoli, in
lingua inglese, che spero possano avere successo. Sono pezzi pop/rock molto orecchiabili. Oltre alla
musica, un'altra mia grande passione è quella di scrivere. Ho, infatti, appena terminato il mio primo
romanzo che spero un giorno di pubblicare.

Frequento il Liceo Psico- Pedagogico e quasi sicuramente, appena diplomata, mi iscriverò a Filosofia
che io adoro.


2841) Ciao Michele
qui c'è una strepitosa versione di Masters Of War recentissima eseguita dai Pearl Jam; questa canzone è inclusa anche nel recente live acustico (eccezionale) Live At Benaroya
Sal "Eagle"

http://www-personal.umich.edu/~dleehr/mastersofwar.mp3

Ciao Sal
grazie per la segnalazione.
Michele "Napoleon in rags"


2842) Ciao Michele,
riporto una breve parte (ma significativa!) di ciò che scrive oggi (mercoledì 6 ottobre) "L'Unità" nell'articolo "Io sono Dylan, tu no" di Roberto Rezzo: "Dylan ha già scritto i testi per il prossimo album, che inizierà a incidere alla fine di novembre, alla conclusione della sua tournée americana". Sembra credibile, ...e plausibile.
Sempre Grazie per il sito.
Simone

Ciao Simone
grazie per il trafiletto che ho riportato qualche giorno fa nella pagina del "Cosa c'è di nuovo". Speriamo bene. Come dicevamo qualche giorno fa Carlo "Pig" ed io al telefono è chiaro che ci sono ormai due "correnti di pensiero" o meglio due filoni di voci, il primo dei quali parlerebbe di un disco di canzoni vecchie (live?) + inediti del passato (out takes) e un altro di un disco di inediti in studio. Vedremo.
Ciao
Michele "Napoleon in rags"


2843) Ciao Michele,

nel cd di Chronicles sarà inclusa una bonus track speciale......

Sal "Eagle"

Ciao Sal
grazie... ecco qua:

Bob Dylan's CHRONICLES: Volume One will be published by Simon & Schuster on October 5. The book is the first in a series of the artist's self-penned personal histories, with this volume being comprised of first-person narratives focusing on significant periods in Dylan's life and career.

Get a FREE Chronicles Bonus Disc featuring an Exclusive Unreleased Bonus Track Dignity Demo (Piano & Vocal Only) when you purchase one of these featured Chronicles, Vol 1 combo packs.

Traduco velocemente dicendo che come ormai si sa il libro di Bob Dylan CHRONICLES: Volume Uno è stato pubblicato da Simon & Schuster il 5 Ottobre. Il libro è il primo di una serie di storie personali scritte dall'artista in prima persona che si focalizzano sui periodi significativi della vita e della carriera di Dylan. E' possibile ordinare una versione dell'opera che include un bonus disc con, tra le altre, una versione inedita di Dignity solo piano e voce (ne abbiamo segnalato l'mp3 qualche giorno fa su MF). Ecco la tracklist completa del bonus disc:

1.Father of Night
2.New Morning
Da "New Morning"

3.Political World
4.Man In The Long Black Coat
Da "Oh Mercy"

Traccia aggiuntiva inedita ed esclusiva
5.Dignity Demo (Solo Piano e Voce)


E a proposito:

2844) OFFRO CHRONICLES (vol. one) testo originale inglese, su versione audio affidata alla voce di Sean Penn.
ghelliblues@hotmail.com


E ancora su Chronicles:

2845) Mitico!!!
Ho ordinato Chronicles vol.1 su amazon e magicamente (ma non doveva essere pubblicato il 12 ottobre?) mi è arrivato dopo una sola settimana!!!
Alessandro

Ciao Alessandro
ovviamente l'uscita è stata anticipata di qualche giorno... Facci sapere che te ne pare quando l'hai letto... Una bella recensione... E lo stesso vale per tutti quelli che comprano l'edizione americana... Fatevi sentire...
Ciao
Michele "Napoleon in rags"


E a proposito della reperibilità di Chronicles in inglese:

2846) Ciao Michele,
mi interesserebbe sapere se sia possibile reperire in qualche libreria italiana l'edizione in lingua originale di Chronicles già uscita in America e in Inghilterra, dato che questo sarebbe l'unico modo di averlo a breve per chi come me non possiede una carta di credito e non può quindi acquistarlo su amazon o simili.
Grazie mille,
Daniele

Ciao Daniele
in uno scambio recente di mail con Paolo Vites sull'argomento egli mi ha detto che:

"Ho telefonato l'altro giorno alla Hoepli, l'unica libreria milanese che ha sempre tutte le novità musicali in inglese, e mi hanno detto che "forse" arriva la prossima settimana..."

...che sarebbe dunque questa settimana... Prova a rivolgerti a loro...
Chi altri sa dove reperirla in Italia nei negozi? Fateci sapere!
Ciao e alla prossima
Michele "Napoleon in rags"


2847) Ciao Michele,
ti invio tre foto di cimeli dylaniani che ho scattato all'Hard Rock Cafè di Sidney, nel settembre 2002

ciao

Andrea "Greyhound" Mortara

P.s. di brani "normali" eseguiti strumentali, di cui parlavi nella scorsa talkin', mi ricordo My Back Pages
e Rainy Day Women Nos 12 & 35 dal concerto al Pavillon di Parigi del 6 luglio '78

Ciao Andrea
grazie per le foto che inserirò quanto prima nella nostra sezione "Memorabilia" e che riporto qui di seguito...
Bravo a ricordarti quelle due tracce strumentali... mi riferivo proprio a quelle...
Ciao
Michele "Napoleon in rags"




2848) Michele questo è veramente un reperto storico..... Bob Dylan sullo stesso palco con i Byrds
Sal "Eagle"

Ciao Sal
thanx!
Ciao
Michele "Napoleon in rags"


2849) Caro Michele, ti mando (sperando che già non ce l'abbia!) una vecchia intervista rilasciata in esclusiva da Bob (per il settimanale "Sette") ad un fan d'eccezione, ossia un certo Carlo Feltrinelli.
L'intervista in questione risale al '97, cioè al periodo di "Time out of Mind", ed è - come vedrai anche tu
- molto molto interessante...

Ciao, e a presto!
Stefano "Red Lynx"

Ciao Stefano
grazie perchè questa intervista l'avevo inserita nella nostra sezione Stories in the press solo in versione "scannerizzata" (diciamo così) e dunque è molto più facilmente leggibile nella versione che mi invii e che provvederò ad inserire quanto prima. Eccola qua:

La politica? "Non so cosa sia". Le canzoni? "Non influenzano il mondo". Il futuro? "Sarei pronto a
ricominciare da capo". A 56 anni, il menestrello in blue-jeans torna con un disco e, a sorpresa, parla di
sé a ruota libera in una delle sue rarissime interviste. Rilasciata, per "Sette", a un fan d'eccezione.

Dylan: ballata di fine secolo (di Carlo Feltrinelli)

Nell'estate del '78 ero a Londra per alcune serate di Bob Dylan. Andavo a sentirlo per la prima volta
dal vivo, avevo sedici anni. Con me c'erano due compagni di liceo, e prima di raggiungere l'arena
dell'Earls Court passavamo i pomeriggi a Hyde Park. Da allora non ho perso una puntata. Concerti,
dischi, libri, tutto quanto potesse documentare la sua evoluzione di artista.
Un paio di settimane fa, era un venerdì pomeriggio, chiamano in casa editrice e domandano se volessi
trovarmi a Londra alle ore 15 del giorno successivo. A intervistare Bob Dylan.
La suite al decimo piano del Metropolitan si affaccia proprio su Hyde Park, e diciannove anni dopo il
mio primo viaggio londinese mi unisco al ristretto numero di corrispondenti europei che è lì per
chiacchierare con lui. La circostanza si spiega con il lancio del suo 41° disco ufficiale, Time Out Of
Mind. Alla Sony, la sua casa discografica, stentano a crederci: da almeno dieci anni l'artista diceva
sempre no a incontri come questo.
Con Dylan mi era già capitato di parlare altre volte, prima o dopo un suo concerto, ma fare interviste è
decisamente un'altra cosa. Non è lui la più ombrosa e idiosincratica delle rockstar? Non è lui il più
alieno alle domande di coloro che intuiscono le cose senza sapere esattamente di cosa si stia parlando?
E' una paracitazione da "Ballad Of A Thin Man".
A giudicare dall'ora e mezzo passata insieme, Bob Dylan sembra invece assai disponibile, con ottimo
senso dell'umorismo e, per quello che si può pretendere da uno che si chiama Bob Dylan, persino
socievole. Blusa color crema, T-shirt, pantaloni neri, mocassini di coccodrillo. Non fuma, non beve, ma
noi possiamo.
Dopo la grave infezione al cuore, diagnosticatagli nel maggio scorso, ora sta meglio: "miglioro un poco di
giorno in giorno". E anche il lavoro non va male: Time Out Of Mind suscita unanimi consensi di pubblico
e di critica (Newsweek gli ha dedicato una copertina dal titolo: "Dylan vive"), i suoi concerti tornano ad
essere sempre più affollati. Può darsi che il successo ottenuto dal figlio Jacob, due milioni di dischi
venduti negli Usa con i Wallflowers, abbia indotto molti giovanissimi a verificare chi fosse quel
misterioso padre.
Ma, a parte il buon umore e la disponibilità a parlare, Dylan non rinuncia a essere se stesso. Quando gli
domandiamo della sua breve apparizione davanti al Papa, lui risponde semplicemente "great show, great
show!". Lo dice ridendo, come per dire, sì, molto onorato che mi abbiano invitato, ma è stato giusto un
altro show lungo la strada. Ma non è strano, trent'anni dopo essere stato un simbolo della controcultura
giovanile, ritrovarsi a suonare davanti al Pontefice della Chiesa cattolica? "Forse che a quei tempi c'era
un altro Papa...?". Dylan la butta sul nonsense, evidentemente non ne vuole parlare.
E se qualcuno lo interroga sulla valenza politica delle sue canzoni risponde: "se avessi voluto fare
politica mi sarei iscritto a Harvard o a Yale. Per la verità non so cosa sia la politica. Posso vedere ogni
cosa da tre angolature differenti. Ci sono argomenti che mi vedono ultraconservatore, e altri all'estrema
sinistra".
Le canzoni possono ancora essere portatrici di messaggi che influenzano il mondo? La domanda non è
mia, ma è il tipico quesito che si pensa di dover fare a Bob Dylan. Risposta: "no, a recapitare messaggi
ci pensano i giornali, o la televisione. Sarà certo un atteggiamento passivo ma così va il mondo oggi. La
gente va alle partite di calcio per vedere, mica per entrare in campo e giocare...".
Anche dai testi di Time Out Of Mind vuole prendere le distanze. Sdrammatizza. "Una cosa è un disco,
una cosa sono io". In "Highlands", il blues parlato che dura quasi 17 minuti, Dylan canta: "spero in
qualcuno che venga a spostare indietro le lancette del mio orologio". Una frase, come tante altre di
queste ultime canzoni, che lascia intendere una tonnellata di pessimismo e di malinconia. Come la
commenta? "C'è qualcosa di strano in quel che dico? E' una sensazione solo mia? Non c'è nessun altro
che la pensa come me? Io so per certo che sarei pronto a ripartire da capo, magari in un'altra vita, che
può voler dire imparare un altro mestiere, sposare un'altra ragazza, vivere in un luogo diverso".
Ma tutti quei riferimenti a un amore perduto, a una donna dal sorriso traditore che lo avrebbe distrutto
"lasciandolo sulla porta a soffrire come un pazzo"? "Io parlo di amori perduti dal primo dei miei dischi.
La domanda è più pertinente se si pensa a quello".
I suoi vecchi dischi Dylan dice che non li ascolta: "non lo faccio mai. Non voglio essere influenzato da
me stesso".
E ancora, con riguardo ai nuovi testi: "qualunque cosa dicano sono la verità. Però io posso essere una
persona diversa un'ora dopo averli scritti".
Le uniche domande alle quali Dylan non sfugge sono quelle che riguardano le canzoni. Per canzoni non
s'intende tanto un testo o una melodia, quanto piuttosto le due cose combinate insieme, che producono
qualcosa di segnatamente definito. "Le poesie - sostiene Dylan - sono una cosa diversa dalle canzoni".
Ma il compianto Allen Ginsberg diceva proprio che le sue canzoni sono vere poesie.
Sulle canzoni, Dylan ha costruito il proprio monumento. Mister Tambourine Man, Blowin' In The Wind,
Like A Rolling Stone, certo, ma anche molte altre, oscure, poco note, dimenticate. Ne ha scritte mezzo
migliaio. E' per via delle canzoni, dice, che ha scelto di vivere con un programma di almeno cento
concerti all'anno. Da oceano a oceano. "Il punto di svolta è stata la mia collaborazione con i Grateful
Dead. Era il 1987. Allora stavo passando un momento difficile. Cercavo di afferrare il senso di canzoni
che non riuscivo più a cantare. Forse perché le avevo cantate già molte volte con band diverse, e non
tutte queste band le avevavo capite. I Dead mi aiutarono a ritrovare lo spirito di quanto avevo scritto,
loro capivano meglio di me". Da allora Dylan ha portato in giro un repertorio che nessun altro artista
della sua fama normalmente interpreta. "Nessuno canta le canzoni che canto io" sostiene. "I miei
spettacoli sono fuori dal trend dei circuiti commerciali".
Una specie di "hobo" rivisitato? Siamo davvero alla leggenda mediatica del menestrello in blue-jeans?
"Non esattamente, tutto ciò diventa alla fine un lavoro come un altro, un impiego, un tipo di mestiere".
Dylan non si nasconde la componente "burlesque" - grottesca - insita nello strano lavoro di passare la
vita davanti a un pubblico che ti guarda. "Penso che sia una sensazione percepita da tutti quelli che
calcano un palco. Anche Pavarotti forse prova la stessa cosa". Lo dice molto schiettamente. Mi
domando quanti, al posto suo, non avrebbero lanciato messaggi mielosi dedicati al proprio pubblico. Ma
non fa impressione, gli chiediamo, vedere tre generazioni di uomini e donne venire alle proprie serate?
"Le facce per me sono solo facce. Ci possono essere adulti con espressione giovanile e ventenni con la
smorfia di un sessantenne. Io non saprei dire chi è chi e chi è cosa. Né faccio dischi come souvenir per
il pubblico. Suono liberamente per coloro che capiscono il mio sentimento".
Se l'attività concertistica è stata così frenetica, lo stesso non si può dire riguardo alla sua capacità di
creare nuove canzoni. "Ultimamente non sono così veloce", ammette, e in sala di registrazione non ci
sta volentieri: "la tecnologia non è amica mia". Gli ultimi due dischi in studio sono stati due raccolte di
standard della tradizione folk. Voce e chitarra. "In un certo senso mi hanno aiutato nella gestazione di
questo nuovo album".
Time Out Of Mind è un disco spettrale, ruvido, antico. A partire dal tipo di sonorità: "volevamo dargli il
timbro di quando la musica si ascoltava usando la puntina sul vinile. E non quello che si ascolta quando
le canzoni di una volta vengono "ripulite" tecnologicamente, come accade oggi quando si rieditano i
vecchi dischi".
C'è molto blues negli undici brani registrati lo scorso gennaio a Miami sotto la guida di un produttore
famoso, Daniel Lanois. Mi sembra una buona domanda: cos'è il blues Mr. Dylan? "Il blues? Il blues è
qualcosa con una struttura semplice, che però divente ideale per poter dire qualunque cosa si voglia
dire. Non so veramente cosa siano i blues. Per me sono qualcosa di rurale, che appartiene a una civiltà
di tipo agrario. Non sono sicuro che il blues possa essere ancora recepito nel mondo attuale, così
esasperato dalle nevrosi. Il fatto è che la musica prodotta oggi viene elettrificata, elettronizzata,
sintetizzata. Non senti più il respiro delle cose, non senti se hanno un cuore. Più si andrà avanti in questa
direzione, più ci si allontanerà dallo spirito del blues".
Bob Dylan entrò in contatto con questo tipo di musica quando era ancora il semplice ragazzo del
Minnesota: "l'America, a quei tempi, era collegata in primo luogo da trasmettitori radio. C'erano stazioni
che mandavano in onda ciò che volevano coprendo distanze di migliaia di miglia. Penso a Jimi Hendrix,
lui era di Seattle, probabilmente ci siamo collegati l'uno all'altro attraverso le radio. Oggi tutto è
profondamente cambiato". Riconoscerebbe una moderna popstar come Jon Bon Jovi, ascoltandolo su
frequenze FM? Dylan risponde che no, probabilmente non lo riconoscerebbe.
Lui insiste nel voler parlare della musica che gli piace. Del folk americano degli anni '20 e '30 che lo
formò, del rockabilly anni '50, del rock and roll puro, alla Larry Williams, che, sostiene, lo ha influenzato
un po' ma non tanto. Cita Woody Guthrie, ma anche personaggi in un certo senso più sorprendenti,
come Johnny Ray, il cantante dalla lacrima facile che calcava la scena ai tempi di gente come Petty
Page e Perry Como. Interrogato, conferma di ammirare Charles Aznavour: "vidi Tirate sul pianista
varie volte quando uscì in America nel '62. Mi colpirono le scene dove nevicava. Mi ricordavano i posti
da cui ero partito. Quando Charles Aznavour venne a New York fui il primo a essere in fila per un
biglietto".
Ma ecco un altro nome: Jimmy Rodgers, il re della country music. Dylan gli ha dedicato un "tributo" con
la sua nuova etichetta, la Egyptian Records. Partecipano, ciascuno con una propria interpretazione,
gente come Bono e Van Morrison, e anche un postumo Jerry Garcia.
Woody Guthrie sosteneva che tutte le grandi canzoni sono presenti in qualche parte dell'universo: il
punto vero è di riuscire a catturarle. Dylan condivide. E' come se volesse abbracciare idealmente una
fetta importante della popular music di questo secolo. "Non esiste musica migliore di quella", ripete.
Time Out Of Mind è un disco di fine secolo. Tutto è già stato visto, tutto sembra perdere di significato e
"il mio senso di umanità è finito nello scolo del di un lavandino", canta Dylan in "Not Dark Yet", una
delle nuove song più riuscite. A lui non rimane che cercare di dare forma a questo senso di vuoto.
Sostiene Greil Marcus che ascoltando Time Out Of Mind si ha la sensazione di osservare gente che
entra ed esce da una porta girevole, tanto l'atmosfera è vaga, impalpabile, sospesa. A me viene in
mente Samuel Beckett. Ma c'è anche molta America, raffigurata attraverso paesaggi opachi, senza
tempo, con tramonti sbiaditi, strade deserte, città o regioni che si chiamano "New Orleans", "Baltimore",
"Bostontown", "Missouri". Dylan si muove, cammina, dichiara con rabbia e delicatezza il proprio scorno:
"everything seems so far away...". Probabilmente questa strofa di "Highlands" è la chiave per capire chi
è Bob Dylan oggi.
Il suo nuovo disco fornisce ulteriore estensione a una lunga carriera iniziata nel '62. La distanza tra
questi due momenti sembra essere proporzionale al volontario o involontario distacco che Dylan assume
oggi con la realtà del mondo. Per tenere insieme passato e presente, il "Freight Train Blues" del '62 e il
"Dirt Road Blues" del '97, Dylan può contare su uno strumento imperfetto ma che lui usa in modo
inconfondibile: la voce. E' una questione di ritmo, di fraseggio, di forza. Ti colpisce anche durante una
semplice conversazione.
Ma può la mente umana confrontarsi con argomenti come Passato, Presente, Futuro? O sono solo
illusioni manipolate dalla nostra immaginazione? Glielo domando. Per un attimo Dylan smette di
muoversi e rimane fermo sul divano. Ha una faccia da vecchio a cui piacciono il rumore del vento e il
lamento delle preghiere.
"In un certo senso si potrebbe dire che tutto quanto è esistito da Mosè fino a Dante ancora esiste. In un
mondo invisibile ma esiste. Noi possiamo vedere solo quello che ci riesce di vedere, ma non sarei
sorpreso se, in quel mondo, tutto quanto è esistito esistesse ancora".
L'intervista è finita. Mentre Dylan ci saluta gli passo una confezione di tagliatelle agli spinaci presa in
aeroporto alla partenza. Un piccolo souvenir dall'Italia. Posso liberarmi dei panni dell'intervistatore e
tornare ad essere un vecchio fan.


2850) Ciao, sono Andrea ed appartengo ad una band di Latina che fa Rock Americano.
Chiaramente Zio Bob e Bruce in testa a tutti.
Noi ogni anno facciamo un concerto al teatro di Latina per ricordare un amico che è morto nel 2001.
Tra l'altro questo amico amava definirsi un "DYLANIATO" poichè viveva per Mr. Zimmerman.
Vi racconto la sua storia:
Tanti anni fa Luciano Colabattista (questo il suo nome) si trovava nella sua biblioteca a casa (grande uomo di cultura) e mentre leggeva, alzò gli occhi verso la televisione accesa e vedendo un uomo che cantava con un turbante in testa pensò "ma chi è questo scemo?", poco dopo notò che mentre quest'uomo cantava c'erano delle parole scritte in basso allo schermo, quando collegò che le parole erano quelle delle canzoni allora lì ebbe la "FOLGORAZIONE", da quel momento Luciano cominciò a diventare uno dei massimi esperti di Bob Dylan andando a vedere tutti i suoi concerti in europa, aiutato dal suo amico Giorgio Ceccarelli che ha un'esperienza Dylaniana molto più datata.
Vi dico i nomi poichè magari li conoscete.
Luciano veniva a tutte le nostre serate e ce lo ricordiamo sempre in prima fila concentratissimo.
Eravamo molto contenti poichè lui sosteneva che noi suonavamo con il cuore.

Noi siamo un po meno esperti di loro su Dylan ed un po' più su Bruce Springsteen, ma d'altra parte se Bruce e tanti altri esistono questo è grazie a Dylan poichè lo riteniamo il padre di qualsiasi forma di musica e di poesia ci sia in giro.
Nessuno ha inventato nulla da molti anni a questa parte poichè tutto è già stato scritto da Lui.
L'ho visto dal vivo una volta sola a Roma lo scorso anno e sono rimasto veramente contento poichè per 2 ore sono stato nello stesso luogo contemporaneamente ad una legenda.

La mia sensazione tra Bruce e Bob Dylan Live è questa:
Se vedi un concerto di Springsteen vedi e senti l'energia hai l'impressione di essere andato a sentire un amico che suona in un pub, invece nel concerto di Dylan è come se entri in Chiesa, cioè c'è un atmosfera ed un alone che si crea intorno al palco, una divinità .... e tutto diventa magia.

Il nostro sito è http://www.thebackstreets.net e ci piacerebbe molto conoscervi, il 20 ottobre siamo al Big Mama di Roma il 30 a Pescara e vi invitiamo a non mancare il 28 Gennaio al Teatro di Latina.

P.S. Il Big Mama (www.bigmama.net) è un locale dove spesso Andrea Monda dell'Ass. Bombacarta organizza tributi a Dylan e dove si ascolta dell'ottima musica.

May you stay ..... Forever Young ! Questa è la canzone che amava Luciano e che Tony (nostro cantante) ha cantato in chiesa di fronte alla sua bara.

Scusate se magari vi ho tediato con questo racconto ma ci tenevo poichè se tutti i Dylaniani sono come Luciano vale la pena conoscerli.

Grazie
Andrea (The Backstreets)

**********************************
The Backstreets (Andrea)
http://www.thebackstreets.net

Ciao Andrea
e grazie per la mail.
Conosco benissimo Giorgio Ceccarelli e conoscevo Luciano di nome pur non avendolo mai incontrato di persona. Dedicammo una pagina della Talkin' di Maggie's Farm a Luciano, quando scomparve tempo fa. Naturalmente conosco anche Andrea Monda (vai qui per i nostri trascorsi) ed il Big Mama (magari c'eri anche tu alla recente festa di compleanno per Bob).
Io abito ad Aosta e quindi un po' fuori mano. Ma sicuramente potrebbero venire a vedervi quelli della nostra filiale romana del Porcile di MF, Elio "Rooster" (che tra l'altro condividerebbe al cento per cento la tua descrizione in chiave mistica del concerto di Bob) e Carlo "Pig" . Prova a scrivergli (trovi le email nella pagina http://porcile.tk).
Sono andato a guardare il vostro sito... ma non riesco a visualizzare bene la home page, immagino, perchè leggo solo la scritta in basso e niente altro. Come mai?
Ciao e alla prossima
Michele "Napoleon in rags"


2851) Grazie a tutti quelli che mi hanno segnalato e inviato l'articolo di Repubblica su Bob:

Dylan: "Ho scritto l'autobiografia  per smentire il mio mito"
di GINO CASTALDO

ERA l'ultimo da cui aspettarsi un'autobiografia. Ma alla fine è successo. È uscita ieri in America col titolo di Chronicles, vol.1 (edita da Simon & Schuster), e la firma non lascia dubbi. A raccontarsi è proprio Bob Dylan, massima icona vivente della cultura musicale americana, ma allo stesso tempo
il più sfuggente, obliquo, allusivo degli artisti, un poeta in perenne ricerca di se stesso e in permanente conflitto col mito creato intorno alle sue canzoni.

Che un'autobiografia fosse l'ultima cosa che ci si poteva aspettare da uno che ha vigilato sulla sua privacy come un feroce mastino, se ne rende conto lo stesso Dylan, anche perché, come ha dichiarato al settimanale "Newsweek", "di solito scrivo canzoni e le canzoni puoi riempirle di simbolismi e
metafore. Quando scrivi un libro come questo devi raccontare la verità e non può esser
fraintesa". Si capisce quindi che l'abbia vissuta come una sfida più sfibrante e difficile di quanto possa essere stato scrivere versi.
Fino ad ora più generazioni di fan, critici, esegeti, si erano esercitati a capire l'uomo Dylan dalle sue canzoni, dalle rare interviste, generalmente elusive, senza mai una conferma o una smentita dall'interessato, anche di fronte alle più spericolate interpretazioni. Il poco che era trapelato aveva
assunto i contorni dell'ostinazione paranoica. Era talmente irritato dalla pressione che lo voleva a tutti costi come il portavoce di una generazione in rivolta ("una volta Joan Baez" ricorda nel libro, "ha inciso un pezzo di protesta su di me, sfidandomi ad affrontare le cose, a uscire e prendermi la responsabilità di guidare le masse, di guidare la crociata. La canzone mi chiamava dalla radio come fosse un annuncio di pubblico servizio") da aver recentemente negato che Master of wars fosse una canzone pacifista.

Assurdo, ma abbastanza esplicativo del suo rapporto con gli stereotipi che lo hanno ingabbiato.

Ma perché proprio ora scrivere la verità? Opportunamente stimolato dall'editore, Dylan ha pensato che a 63 anni fosse arrivato il momento di dire la sua, si è chiuso per mesi in casa con una vecchia Remington, scrivendo a stampatello perché fosse più chiaro da riscrivere per il copista. La verità, certamente, ma alla sua maniera. Al famoso e misterioso incidente di moto che nel '66 lo tenne a lungo fuori dalle scene dedica appena una riga: "Ho avuto un incidente in motocicletta e sono rimasto ferito, ma sono guarito. La verità è che volevo tirarmi fuori dalla concorrenza". Punto. E non ci sono
particolari intimi sul matrimonio e su altri fatti privati.

Nulla per soddisfare quella morbosa attenzione dei media che spinse un fanatico ricercatore a controllare tutti i giorni la sua spazzatura per scoprire quali tremendi segreti nascondesse la vita privata di Dylan. Ci sono in compenso lunghe descrizioni del suo difficilissimo rapporto con la celebrità: "L'attore Tony Curtis mi ha detto una volta che la fama è un'occupazione in se stessa, è una cosa a parte, e non poteva avere più ragione".

Dylan racconta diffusamente, con dovizia di particolari e toni quasi apocalittici, l'incubo che iniziò quando le sue canzoni cominciarono a essere intese come inni generazionali, quando a tutti i costi ci si ostinava a ritenerlo il pifferaio della rivolta giovanile: "Dopo un poco impari che la privacy è qualcosa che puoi vendere, ma che non puoi ricomprare. Woodstock (la sua residenza di campagna, n. d. r.) era diventato un incubo. Mappe stradali per arrivarci erano state stampate in tutti gli Stati ad uso e consumo di bande di emarginati e sconvolti. Gente bizzarra arrivava dalla California in pellegrinaggio. C'era perfino gente che saliva sul tetto. Un mio amico folksinger mi regalò una Colt, ma lo sceriffo mi diffidò dall'usarla. Mi disse che se qualcuno fosse rimato ferito mi avrebbe messo in galera. E così dovevo sopportare che la gente invadesse la mia casa e la mia proprietà.
Ma quello che mi interessava più al mondo in quel momento era difendere mia moglie e i miei figli".

E alla fine si descrive in un modo che nessun fan avrebbe mai accettato, e forse ancora oggi farebbe fatica a credere: "Non so cosa chiunque altro stesse fantasticando su questo, ma quello su cui fantasticavo io era un'esistenza tranquilla, con un lavoro dalle nove alle cinque, una casetta con un
cancello bianco e le rose in giardino".

Dire che da questo emerge un Dylan insospettabile è dire poco. Anche se qualche indizio c'era. Gli stessi dischi degli anni Sessanta, o meglio alcuni dei suoi più famosi cambiamenti, su cui si è detto e scritto di tutto, ora finalmente acquistano nuova luce grazie alle parole di Dylan. Si viene a scoprire che dischi come Nashville skyline e soprattutto Selfportrait (ritenuto universalmente il suo disco più bizzarro e inaspettato) furono realizzati anche e soprattutto per sfuggire alla dorata ma insopportabile prigione
del mito: "Andai a Gerusalemme e fui fotografato davanti al muro del pianto con lo zucchetto in testa. L'immagine fu immediatamente trasmessa in tutto il mondo e in un attimo fui trasformato in un sionista. Questo ha aiutato un poco. Al ritorno ho subito inciso un disco che sembrò essere un disco country and western. La stampa musicale non sapeva cosa farne. Ho anche usato una voce diversa dal solito. La gente scuoteva la testa".

Viene fuori un Dylan determinato a spiazzare, cambiare, sovvertire l'immagine che lui stesso aveva creato grazie a una sequenza irripetibile di canzoni-capolavoro scritte e registrate nel giro di soli tre o quattro anni. Ma sappiamo che il mito è duro a morire e per quanto abbia detto o fatto, ancora oggi
per molti Dylan è quello degli anni Sessanta, l'autore di Blowin' in the wind e The times they are-a changin.

Tutto sembra meno che una convenzionale autobiografia, e lo stesso titolo dell'opera, Chronicles, offre una lettura diversa. Lui stesso dichiara di non sapere cosa voglia dire esattamente la parola "autobiografia". Il libro sembra piuttosto un autoritratto narrato, una ricostruzione veritiera di un
personaggio consapevole di essere stato costantemente frainteso. Mancano decine di episodi
che avrebbero completato il racconto della sua vita e soddisfatto la curiosità degli storici.

Dylan ad esempio non dice nulla di uno degli episodi più celebri della storia del rock, ovvero la leggenda secondo la quale sarebbe stato lui a offrire a John Lennon il suo primo spinello di marijuana. Ma accanto al titolo c'è un "vol.1" che prelude a un seguito, e non è detta l'ultima parola.

(6 ottobre 2004)


2852) Sal invia:

Da una puntata di Verissimo del 16 ottobre 2001

Bob Dylan bloccato all'ingresso di un suo concerto
Gli agenti della sicurezza non l'avevano riconosciuto

Bob Dylan, 60enne mito del folk americano, recentemente candidato anche al premio Nobel per la Pace, è rimasto vittima delle misure di sicurezza che lui stesso aveva chiesto durante un suo concerto nell'Oregon. Tre giovani vigilantes l'hanno rudemente bloccato mentre tentava di entrare nel retropalco senza pass al collo: non l'avevano riconosciuto.

Nobel per la pace? Mito del folk?


Dopo vari tentativi di persuasione Bob gioca l'ultima carta...

E così, più tardi...

2853) Una cosa che mi addolora sempre un po', anche se il fenomeno è, mi pare, in discesa, sono quelle persone che si presentano ai concerti di Dylan con stemmi e simboli politici (Ad es.bandiere o magliette del Che o di altro). Bob, da sempre, cerca di disincagliarsi da questi stereotipi che gli sono stati cuciti addosso. La sua biografia, credo, è l'ennesimo tentativo di liberarsi di queste etichette........ Dylan è un poeta, un musicista e basta!!!! (come se non bastasse). Perché, dopo 40 anni, ci sono ancora dei nostalgici che insistono? Dylan non è loro non è di nessuno, l'arte di Dylan può essere, al limite, patrimonio dell'Unesco!!!!!
Non è, appunto, "il pifferaio magico"di nessuna generazione di chissà quali ideali! Io credo che questo modo di vederlo, davvero, allontani da lui molti giovani. Se viene frainteso, però, non è colpa di Dylan ma di certi sedicenti Dylaniani che di lui non hanno capito niente.......
Leonardo

Ciao Leonardo
concordo!
Però c'è anche da dire che - forse - non è detto che tutti quelli che vanno a vedere Dylan con la maglietta del Che ci vadano "apposta" con quella maglietta... Voglio dire che magari se la mettono a prescindere... e la metterebbero anche ad un concerto di Andrea Bocelli. O no?
Ripensandoci... forse hai ragione... alcuni la mettono per Dylan... Non so... bisognerebbe chiedere ad uno ad uno... Comunque devo dire che io non ne vedo tantissimi dylaniani di questo tipo... Secondo me la cosa si verifica più che altro tra quelli che di Dylan sanno poco e magari sono al loro primo concerto...
Comunque la tua lettera mi ha fatto venire in mente le parole di Bob da "Chronicles": "I felt like a piece of meat that someone had thrown to the dogs. The New York Times printed quacky interpretations of my songs. Esquire magazine put a four-faced monster on their cover, my face along with Malcolm X's, Kennedy's and Castro's. What the hell was that supposed to mean?"
Ciao
Michele "Napoleon in rags"



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