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2800) Ciao,
sono un patito di Bob Dylan e gradirei conoscere i titoli
del suo primo disco vinilico (ballata) e in quale anno è stato registrato.
E' ancora possibile recuperarlo ? E se sì, dove
?
Grazie. Elio.
Ciao Elio,
il primo album di Bob si intitola
semplicemente "Bob Dylan", è stato pubblicato nel 1962 e registrato
nel novembre del 1961. Contiene le seguenti canzoni:
YOU'RE NO GOOD - TALKIN' NEW YORK
- IN MY TIME OF DYIN' - MAN OF CONSTANT SORROW - FIXIN' TO DIE - PRETTY
PEGGY-O - HIGHWAY 51 - GOSPEL PLOW - BABY, LET ME FOLLOW YOU DOWN - HOUSE
OF THE RISIN' SUN - FREIGHT TRAIN BLUES - SONG TO WOODY - SEE THAT MY GRAVE
IS KEPT CLEAN.
L'album in questione è però
un insieme di brani tradizionali o di canzoni scritte da altri autori e
reinterpretate da Dylan, eccezion fatta per "Song to Woody" e "Talkin'
New York", che sono composizioni originali di Dylan, almeno per quanto
riguarda il testo (la musica è infatti una rielaborazione di melodie
tradizonali e/o guthriane).
Se dunque intendevi il primo album
con materiale interamente originale di Dylan allora si passa al suo secondo
album, "The Freewheelin' Bob Dylan", pubblicato nel 1963 e registrato nel
1962/63 (per quanto anche per questo album molte melodie sono rubate alla
tradizione).
Se invece intendevi il primo 45
giri si tratta di MIXED-UP CONFUSION pubblicato in data 14 dicembre 1962
su etichetta Columbia e che contiene sul lato b il brano "Corrina Corrina".
Quanto alla reperibilità:
se intendi la versione originale dell'epoca su vinile allora devi rivolgerti
a collezionisti o a negozi specializzati in dischi d'epoca oltre che alle
mostre del vinile sul tipo di Novegro. Credo che costino un bel po'.
Ciao e alla prossima
Michele "Napoleon in rags"
Michele Talo ed Elio "Rooster" vengono in soccorso di Riccardo che chiedeva di recente notizie sul film-documentario "Don't look back" in dvd:
2801) Ciao Michele,
per rispondere a una domanda di un fan, se qualcuno non
l'ha già fatto
per quanto ne so io (ma non sono espertissimo)
1 - si può avere un lettore dvd region free e ti
evita tutti i problemi
2 - lo acquisti e se il tuo lettore non lo legge te lo
fai copiare in un formato region free
3 - io l'ho acquistato su amazon e pur essendo code 2
(europa) il mio lettore lo legge (a differenza di M&A che ho dovuto
copiarlo)
4 - trovi uno disposto o copiaterlo
se ci sono problemi sono qui
ciao,
Michele
2802) Ciao Michele,
volevo far presente a Riccardo, che nella scorsa talkin'
chiedeva di Don't look back, che è alla
Feltrinelli che potrebbe trovare il dvd, o che possono
facilmente reperirglielo. Io l'ho comprato a 29.90
euro alla Feltrinelli International di Napoli, di recente
ci sono tornato e ne ho vista almeno un'altra copia,
parliamo comunque della copia di importazione riproducibile
su quasi tutti i più recenti lettori dvd
europei. Ho più volte letto di una pubblicazione
ulteriore in dvd in Europa, e quindi riproducibile su
qualsiasi nostro lettore, ma è un'altra di quelle
cose che su Dylan vengono di tanto in tanto prospettate e
poi mai realizzate. Il dvd è molto bello e include,
tra gli extra, una favolosa versione alternativa del
famoso video di Subterranean homesick blues e 5 perfette
tracce audio non incluse nel film (It ain't me
babe, It's all over now, Love minus zero, The Lonesome
Death Of Hattie Carroll e To Ramona).
Riccardo accenna poi ad una versione italiana del film
che dovrebbe essere quella sottotitolata, che, mi
pare non più di 7-8 mesi fa, Raitre ha mandato
in onda alle tre del mattino di una domenica, in una
fascia oraria ideale insomma...... In verità,
l'inizio era previsto per le due (....) ma i soliti slittamenti mi
fecero perdere pure la registrazione, che avevo programmato,
di buona parte del film ..... ne rividi solo
la prima parte e i sottotitoli rendevano molto meglio
certe situazioni, spero che presto la Rai riproponga il
documentario.
Per finire, volevo anche segnalare che una accettabile
versione di Don't look back circola in formato
video cd ed è abbastanza facilmente reperibile
negli scambi o in b&p.
Elio "Rooster"
Ciao Michele, ciao Elio
grazie per tutte le informazioni.
Ora Riccardo sa come fare...
Ciao
Michele "Napoleon in rags"
2803) Ciao mi chiamo Valentino,
negli ultimi due anni ho visto Dylan nelle
date di milano al Filaforum, volevo solo sapere se anche
questo inverno
passa da noi, o se lo farà in primavera. Sapete
qualcosa? Thank you
Ciao Valentino,
beh chissà, ormai Dylan
in Italia è di casa e dunque non è da escludere un suo ritorno
anche a breve distanza (è stato da noi questa estate a Stra e Cernobbio).
Per il momento non si sa ancora nulla se non che sono state fissate alcune
date per un tour nordamericano autunnale. Magari in inverno, ma più
probabilmente in primavera, potrebbe anche fare un ritorno in Europa e
magari anche da noi. Staremo a vedere. Segui sempre MF dove daremo ovviamente
notizia di eventuali ritorni di Bob dalle nostre parti.
Ciao e alla prossima,
Michele "Napoleon in rags"
2804) Ciao Michele,
una saluto a te e a tutti i navigatori del nostro magnifico
sito.
Leggendo vecchie mail di qualche anno fa a te indirizzate
ho preso vari spunti per commentare alcuni album di Bob che solo negli
ultimi periodi sono riuscito ad acquistare e ad ascoltare. Per la precisione
sono quattro album che ho trovato deliziosi: Oh Mercy, New Morning, Planet
Waves e Empire Burlesque (per quest'ultimo ero decisamente molto scettico,
ma sono stato evidentemente ben illuminato da un caro amico). Partiamo
dal primo (Oh Mercy): un disco decisamente superbo, a livello sonoro credo
sia il lavoro più cesellato e meglio rifinito di Dylan (non c'è
una nota ed uno strumento che sia fuoriposto) un autentico capolavoro di
ingegneria musicale... fin qui credo si possa essere tutti d'accordo (anche
chi non ama Bob intendo). I testi sono tra i più lucidi negli ultimi
vent'anni, sputati e vissuti come accadeva nei migliori episodi degli anni
60 (Highway 61). La voce di Bob poi assume qui quella raucedine definitiva
che ha ancora oggi, che a dirtela proprio tutta, mi piace un casino, quasi
di più di quella "antica". Venendo a dei pezzi singoli inutile menzionare
"The Man In The Long Black Coat", una canzone di un fascino incredibile,
uno spettacolo per le orecchie e per l'anima, vera e propria incarnazione
dello spirito folk e blues che le canzoni di Bob costantemente recuperano.
Le versioni live recenti di questa canzone, ascoltate qua e là in
vari bootleg, mi hanno a dire il vero un po' deluso. Poi i capolavori si
sprecano addirittura: Political World, cattiveria allo stato puro, Ring
Them Bells, con un'interpretazione da brividi di Bob, Shooting Star...
sì insomma tutto il disco è fenomenale!
Ma passiamo a Planet Waves e New Morning, di cui parlerò
congiuntamente anche perché vicini nel tempo. Devo dire che questi
album mi hanno definitivamente convinto di una cosa: il mio Dylan preferito
è quello che va dal 70 al 78 (cioè il live Budokan e Street
Legal). Un periodo in cui tutto ciò che Bob cantava si trasformava
in magia pura. Se per molti il periodo d'oro di Dylan è identificato
nella triade meravigliosa di metà anni 60 (è innegabile che
quegli anni e quegli album abbiano decisamente segnato un'epoca) devo dire
che a livello perlomeno strettamente musicale (credo sia l'unico modo per
distinguere di Dylan che in fatto di testi credo non sia veramente mai
calato) gli anni 70 sono stati, oltre che la sua rinascita (infortunio
in moto e critiche al bellissimo Nashville Skyline) la sua definitiva consacrazione.
Day Of The Locusts è una cosa incredibile, probabilmente la mia
attuale canzone preferita di Bob, Dirge (di cui parlavate qualche Talkin'
fa) una perla nascosta. Ciò che mi fa riflettere è che chi
conosce poco Dylan di queste canzoni probabilmente non sa neppure l'esistenza!
Ed è decisamente brutto che canzoni di un livello così elevato
finiscano nel dimenticatoio della nostra cultura musicale. Ho poi scoperto
l'esistenza della seconda versione di Forever Young su Planet Waves...
negli ultimi anni che tu sappia l'ha mai riproposta dal vivo con quella
musica (a mio avviso una versione decisamente grandiosa, che ben calzerebbe
con i live attuali di Bob)? Ho poi fatto attenzione alle canzoni in cui
Bob suona il piano che abbondano in questi due album: beh ragazzi Dylan
è un egregio pianista ed i suoi ultimi show ce lo hanno solo confermato
(se poi il volume di quel piano fosse un pelo più alto...)! Il suo
è uno stile piuttosto lineare ma abbraccia, come al solito, tanti
generi. Come al solito, non è un virtuoso (ma chi se ne frega!)
ma è decisamente abile! Poi a questi ascolti ho abbinato quelli
con la Rolling Thunder Revue e del film Renaldo & Clara... confermo
quanto ho già sottoscritto... gli anni 70 sono il miglior periodo
di Dylan! Ma che razza di spettacolo è Hard Rain in R&C??? e
Tangled Up In Blue??? e Isis???... incredibile ragazzi, incredibile la
vita che dava ai suoi brani Bob in quel periodo... davvero da non crederci!
Per finire: Empire Burlesque. Qui devo ammettere si cade
un po' di livello, alcune canzoni decisamente buone (Tight Connection,
I'll Remember You, Dark Eyes, Seeing The Real You At Last) ma un solo capolavoro
a mio avviso, Emotionally Yours (...di solito gli album di Dylan sono PIENI
di capolavori)... gli arrangiamenti sono troppo anni 80 e condizionano
fortemente il mio giudizio sull'album (la batteria effettata e altisonante,
tipica di parecchi album del periodo, non mi piace affatto); ad esempio
in Infidels alcuni difetti sono egregiamente suppliti dalla chitarra di
Knopfler, in EB si sente decisamente l'assenza di Mr. Dire Straits...
ecco qui quindi alcuni spunti su cui invito ad una riflessione
(specie sui seventies dylaniani...)
Un caro saluto a tutti
Marco Pavan
Ciao Marco
per quanto riguarda la versione
veloce di Forever Young presente su "Planet Waves", che io sappia Bob non
l'ha mai fatta così dal vivo (qualcuno sa diversamente?).
Per quanto riguarda il discorso
anni '70 con me sfondi una porta aperta visto che anche io adoro le cose
che hai citato ed in particolare, come tutti ormai sanno, la Rolling Thunder
Revue, ed anche per me gli anni '70 sono il meglio di Bob con l'album "Blood
on the tracks" su tutto (il mio favorito di sempre).
Credo che mai come in quel periodo
Dylan abbia dato il meglio di sè dal vivo e l'apice secondo me è
raggiunto dalla versione stravolta di It ain't me babe presente in Renaldo
and Clara (ma anche la Isis che citi è un "must") oltre che dalla
Shelter from the storm e varie altre (Idiot Wind e Maggie's farm, ad esempio)
dal video di Hard Rain.
In effetti di recente parlavamo
di Dirge e sottolineavamo come anche solo le canzoni "minori" di Bob, quelle
meno conosciute, farebbero la gioia di molti big ed entrerebbero nella
lista delle immancabili di molti artisti. E Bob invece le lascia alle spalle
con noncuranza.
Peccato, sono d'accordo con te.
In questo senso gli album che citi, in particolare PW e NM nascondono secondo
me dei veri e propri gioielli dimenticati (io penso nello specifico anche
a Went to see the gipsy, Time passes slowly, Wedding song e Going, going,
gone).
Sono sostanzialmente d'accordo
su Empire Burlesque anche se a me il sound anni '80 di quell'album non
dispiace, soprattutto in Tight Connection, pur con tutti i limiti del caso...
Sul Dylan pianista io invece preferirei
sinceramente che lo piantasse lì e tornasse alla chitarra. Magari
prendendo qualcun altro a suonare le tastiere.
A questo punto mi viene in mente
una domanda da farti relativa a Emotionally yours... Che ne pensi della
versione degli O' Jays del tributo a Dylan del Madison Square Garden per
i 30 anni di attività di Bob?
Ciao e alla prossima
Michele "Napoleon in rags"
E proseguono le domande per la nostra
fanta-intervista a Dylan.
A proposito, la nostra insostituibile
Ilaria "Ladybird" che era stata da me chiamata in causa per fare eventualmente
da tramite e far pervenire le domande, mi ha fatto sapere che si informerà
presto grazie alle sue conoscenze nella band di Dylan sull'indirizzo a
cui spediremo la nostra intervista magfarmiana una volta che un numero
sufficiente di domande sarà stato raccolto. Quanto alla possibilità
che poi le domande di tale intervista giungano realmente in mano a Bobby,
che egli le legga e soprattutto che risponda... beh, qui entriamo nel campo
della fantasy più sfrenata alla Tolkien... ma ci proveremo. Del
resto tentar non nuoce e sognare è lecito... Male che vada pubblicheremo
su MF la prima ed unica intervista a Bob Dylan senza risposte, il che è
già un piccolo record...
Michele "Napoleon in rags"
2805) Ciao Michele
Per il discorso delle ipotetiche domande a Bob... Per
il momento la mia sarebbe:
"Da circa 16 anni sei perennemente in tour.. E' solo
l'amore per la musica che ti spinge a suonare senza sosta da così
tanto tempo?"
Matteo
Ciao Matteo,
la domanda mi sembra pertinente
ed interessante... E' vero che in passato Bob qualche risposta a domande
similari l'aveva data ma è anche vero che il tempo passa e dunque
le motivazioni possono cambiare... La aggiungo alla lista da mandargli...
Ciao e alla prossima
Michele "Napoleon in rags"
2806) Caro Michele,
volevo chiederti se attraverso il tuo sito internet dedicato
a Bob Dylan fosse possibile avere la copertina (davanti e dietro) del bel
cd "Any day now", di Joan Baez, dedicato a Zimmy.
Ciao e grazie ancora per il tuo bellissimo sito dedicato
a Bob.
Ciao,
immagino che tu intenda una riproduzione
in scala 1:1 rispetto al cd. Purtroppo io quel disco ce l'ho solo su vinile
e non sono dunque in grado scannerizzarlo viste le dimensioni. Chi ne ha
una copia su cd può farmi avere via e-mail una scansione a grandezza
naturale del fronte e del retro? Grazie. Qui sotto comunque riporto un'immagine
di qualità non eccelsa trovata sulla rete.
Michele "Napoleon in rags"

2807) Ciao Michele, mi rifaccio
vivo dopo il concerto di Cernobbio per salutare te e tutti gli amici lì
incontrati
non avendolo potuto fare allora, essendoci persi nel
dopo concerto. Ti invio qualche foto del concerto in questione sperando
di fare cosa gradita a tutti gli amici.
Ciao,
Nicola "Woodpecker"
Ciao Nicola,
grazie infinite anche a nome di
tutti i magfarmiani con cui ci siamo visti a Cernobbio... In effetti ribeccarci
alla fine dello show di Bob era impresa ardua... Dunque approfitto di MF
per salutare te e tua moglie... Grazie per le bellissime foto che ho messo
qualche giorno fa su MF (sono qui) e che hanno
avuto l'onore di essere citate sul Dylan Pool. Tra l'altro in qualche scorcio
si intravvedono le nuche di alcuni magfarmiani delle prime file...
Ciao e alla prossima
Michele "Napoleon in rags"
2808) Ciao Michele!
Intanto ti faccio i complimenti per questo bellissimo
sito! E' davvero una boooomba!!
Poi volevo farti una domanda: nel dvd di MTV unplugged
dopo l'esecuzione di Knockin'..., e prima di
attaccare LARS, Bob e la band attaccano con un pezzo
per poi stoppare l'esecuzione (forse era proprio
LARS??)
Siparietto comico e Bob dice qualcosa che non si capisce.
Sai mica dirmi cosa è accaduto per stoppare l'esecuzione??
E Bob cosa dice??
Poi volevo dire la mia su un live. Ho visto quello di
Portland 99 e devo dire che Bob in quell'occasione
ha toccato momenti davvero alti nelle esecuzioni (tipo
"Girl of the north country" sussurrata e da pelle
d'oca, ma anche altre). Te cosa ne pensi??
Grazie mille Michele e scusa il disturbo!
Alessandro
Ciao Alessandro,
intanto grazie per i complimenti
al sito.
Per quanto riguarda l'MTV unplugged,
Dylan e soci attaccano Like a rolling stone ma poi si interrompono, o meglio
Bob stoppa il brano, perchè a detta di Dylan la band non è
entrata a tempo. Dylan dice nel microfono parlando con il pubblico subito
dopo aver smesso di suonare interrompendo la canzone: "We’re gonna start
this again, the band was way ahead of me (Dobbiamo ricominciare questa
canzone, la band era avanti rispetto a me). Poi Dylan ride e parlotta con
Garnier. Poi torna verso il microfono ed aggiunge "...and we have to tune
these instruments too!" (E dobbiamo anche accordare questi strumenti").
Da notare che ad un certo punto John Jackson protesta verso Dylan dicendo
che non era colpa della band.
Per quanto riguarda Portland 99
sono d'accordo, secondo me è un bel concerto e la GFTNC che citi
anche a me dà i brividi. Ma mi piacciono anche le precedenti Mr.
Tambourine Man e soprattutto Masters of War così come la successiva
AATW.
Ciao e alla prossima
Michele "Napoleon in rags"
2809) Ciao Michele come va???
Stavo navigando in Internet e ho trovato uan pagina di Maggie's Farm in
cui parli di me, molto bene, con una mia intervista; so che è una
pagina un po' vecchia, mi sembra maggio, ma ti ringrazio lo stesso davvero
di cuore e... may u stay forever young
a presto
Ricky Maffoni
Ciao Ricky,
grazie a te e speriamo di rivederci
presto. In bocca al lupo per la tua carriera ormai lanciatissima (se non
avete ascoltato il cd "Storie di chi vince a metà" del dylaniano
Ricky fatelo! E' un consiglio...).
Ciao
Michele "Napoleon in rags"

2810) Ciao Michele, sono
Annalisa una ragazza di 17 anni di Aprilia, una città vicino Roma,
ed adoro il mitico Dylan.
Ho scoperto il tuo sito per caso. Visto che sono anche
una patita di Joan Baez, un giorno andando su
"Farewell Angelina", di Andrea Garutti, ho trovato un
link per visitare il tuo sito, Maggie's Farm, e devo
dire di essere rimasta subito folgorata da tutte le informazioni,
le curiosità e le novità che ci sono su
Bob. E' semplicemente fantastico... veramente sensazionale!
Complimenti!
Ti volevo porre una domanda. Che tu sappia, visto che
ho letto che circa quattro mesi fa è stata
organizzata una bellissima serata al Big Mama e poi al
Vicolo de' musici a Roma per il compleanno
di Bob, ci sarà qualche altra occasione per tutti
i suoi fans di incontrarsi e suonare le sue canzoni? Ti
spiego. Io sono cantautrice e suono la chitarra da quando
ero piccola. Ho sempre adorato la musica
folk, che ho scoperto grazie ai miei due maestri (appunto
Bob & Joan). Visto che io, quando suono nei
locali, oltre ai miei pezzi, propongo anche tutto il
repertorio della Baez, che come credo tu ben saprai è
composto per la maggior parte dalle canzoni di Bob, sarebbe
fantastico per me avere l'opportunità di
partecipare ad una serata (magari qui a Roma) dedicata
al Re della musica e fare amicizia con tanti
suoi fans.
Perciò ora ti saluto in attesa di una tua risposta.
Annalisa
PS: Ho comprato il libro Positively 4th Street. E' grandioso...l'ho terminato di leggere in due giorni!!
Ciao Annalisa,
la nostra Benedicta "Hamster",
la criceta della Fattoria, sta cercando da tempo
di organizzare un Folk Fest in cui suonare materiale dylaniano/baeziano/guthriano,
grazie anche alla presenza di Eleonora "Magpie", la gazza della Fattoria,
che proprio come te è una fan di Joan Baez e che esegue stupendamente
molte sue canzoni, tra cui molte dylaniane ovviamente. L'idea era di fare
tale Folk Fest proprio a Roma, grazie anche magari al nostro amico Franco
Fosca ampiamente citato in questa pagina (vedi sotto). Speriamo che la
cosa vada in porto. Nel caso, naturalmente tu sarai dei nostri vero? Segui
sempre MF e se la cosa si concretizza... A proposito, Eleo e Beni, a che
punto siete col progetto? Fateci sapere...
Ciao e alla prossima
Michele "Napoleon in rags"
ps: in effetti "Positively 4th
street" è un gran bel libro ed era piaciuto anche a me moltissimo
(lo avevo letto anni fa in versione originale). Consiglio a chi non lo
ha letto di farlo subito.
2811) Ciao Michele,
l'occasione di vedere le copertine (smunte, graffiate,
abrase, quindi vissute) dei vinili originali ci è
offerta dalla piccola ma suggestiva mostra "Kaleindoscope
1964-1974 - Suoni e Visioni della
Psichedelia" a Carpi (Modena).
Allego due immagini: la n. 2 è la copertina del
n. 38 / 1968 della rivista HAETSJJ pubblicata a Copenaghen.
Ciao,
Giorgio
Ciao Giorgio
grazie infinite. Ecco le due immagini
che mi hai inviato e che ho già provveduto ad inserire nella nostra
pagina delle "Memorabilia".
Ciao e alla prossima
Michele "Napoleon in rags"
Francesca, la nostra amica del Dylan Club di Belluno "Forever Young" mi gira questa mail con una "contestazione" alla mia traduzione di 'Cross the green mountain.
2812) "Close the eyes of
our captain, peace may he know
his long night is done, the great leader is laid low"
Tratto dalla splendida "'Cross The Green Mountain".
Secondo me una delle canzoni più belle che il
Nostro abbia mai scritto in più di 40 anni!!
Michele Murino ha tradotto:
"Chiudo gli occhi del nostro capitano, possa riposare
in pace
la sua lunga notte è finita, il grande capo è
stato abbattuto"
Ma non sono d'accordo su quel "finita", perché
sembra che abbiano combattuto
di notte, invece mi pare proprio che non sia così.
Io lo interpreto nel
senso che la lunga notte (inteso della morte) è
pronta (per lui). Quindi una
cosa tipo "la sua lunga notte è pronta", "si è
fatta la sua lunga notte".
Ma non mi suona bene in italiano nessuna di queste due
ipotesi e altre non
mi vengono in mente.
Francesca
Ciao Francesca,
la tua ipotesi è plausibile.
Che ne pensate? Qualcuno ha qualche idea al riguardo? Fateci sapere.
Ciao
Michele "Napoleon in rags"
Come molti ricorderanno tempo fa
pubblicammo le foto della festa romana in onore
di Bob in occasione del suo compleanno... Tra i protagonisti di quella
sera, nonchè ospite e gran cerimoniere c'era Franco Fosca, il cantautore
romano spesso citato su MF e grande amico del nostro sito... Gli sollecitai
una sua biografia da aggiungere a quella pagina con le foto della festa
romana della Folkosteria/Vicolo de' Musici. Eccola qua, la riporto di seguito
(oltre ad averla inserita nella apposita pagina della festa romana, nonchè
nella sezione "Tutti figli di Zimmerman")
perchè merita davvero di essere letta. Grazie a Franco e speriamo
di rivederci presto. Per i romani: non perdete l'occasione se vi capita
di andare ad ascoltare il dylaniano-dylaniato Franco...
Michele "Napoleon in rags"
2813) Caro Napoleon,
eccoti la biografia e il curriculum. Spero di tutto cuore
che ti aggradino. Fammi sapere se vanno bene (benissimo!).
Ti abbraccio.
Franco
FRANCO FOSCA
BREVE AUTOBIOGRAFIA DI
UN DYLANIANO

Come ogni adolescente fuoriuscito dal decennio dei Sessanta
(che in Italia fu soprattutto canzonissime,
sanremi e radio monte carlo, sedi naturali della canzonetta
melensa e zuccherosa), anch’io ignoravo
l’esistenza di una musica “diversa”. Certe dizioni però,
sebbene orecchiate distrattamente, riuscivano lo
stesso a far breccia nella cortina di silenzio che i
mezzi di informazione dell’epoca imponevano su tutto
ciò che non fosse gorgheggiante banalità.
La censura, insomma, non riusciva ad impedire che trapelasse
il nome di alcuni artisti di fama mondiale: questo valeva
per i Beatles, i Rolling Stones, Jimi Hendrix,
Joan Baez. E valeva anche per Bob Dylan. Quando perciò,
verso la fine del 1971, nel corso della
trasmissione Per voi giovani (tutti i giorni dal lunedì
al venerdì, dalle ore 14 alle 15 sul secondo canale
della radio), sentii pronunciare quel nome, mi suonò
subito famigliare, direi anzi “amico”.
La trasmissione in questione – unica nel suo genere,
vero bastione nel deserto – era condotta da Paolo
Giaccio e Raffaele Cascone, due grandi uomini che ebbero
il pregio di plagiare ed addomesticare al
Verbo della buona musica un’intera generazione di anime
adolescenti. Da loro imparammo ad amare
non solo le melodie, ma anche i testi delle canzoni,
in base al principio secondo cui un testo intelligente
ha il potere di rendere intelligente anche una musica
scema, mentre non vale l’inverso: una musica
intelligente, di per sé, non può mai rendere
intelligente un testo scemo. Diversamente dagli odierni DJ
(chiedo scusa per la parolaccia), i conduttori di Per
voi giovani usavano perciò anteporre alla messa in
onda del brano la sua traduzione in lingua italiana.
Ricordo come fosse ora l’emozione con la quale noi,
popolo eletto, avanguardia della bellezza e dell’intelligenza
in un mondo di stolti e di infelici (e si aveva sì
e no 15 anni) prestavamo l’orecchio ad alati declami
come
Il vagabondo che bussa alla tua porta
indossa gli abiti che un tempo erano i tuoi
Accendi un altro fiammifero e poi ancora uno
ed è tutto finito adesso
bambina triste
Di Dylan era da poco uscito Planet waves, del quale i
due conduttori radiofonici trasmettevano di
preferenza Going Going Gone, con la chitarra acida di
Robbie Robertson in evidenza ed il vertiginoso
scarto ritmico a metà canzone (in puro stile anni
Settanta, in odio ai ritmi ripetitivi ed ossessivi, oggi
purtroppo così di moda).
L’unico altro strumento di diffusione del Verbo oltre
a Per voi giovani, era la rivista Ciao 2001, in
edicola di mercoledì, un giornale stupendo dalle
cui pagine emanava l’ambrosia inebriante della verità e
della sapienza sotto forma di notizie, recensioni, formazioni,
discografie, biografie, foto e date di
concerti. Ricordo una poesia, scritta da una ragazza
romana, dedicata a Jimi Hendrix – morto l’anno
prima – che fu pubblicata sistematicamente per molte
settimane, in barba ad ogni principio di economia
tipografica. C’era perfino una rubrica di corrispondenza
– la mitica Psic – dove ragazzi e ragazze ignari
del mondo impetravano lumi da un anonimo psicologo in
materia di sesso e sentimenti.
Fu in virtù di quelle pagine patinate che familiarizzai
ben presto con le fattezze dylaniane, con quel
profilo che anche Michelangelo avrebbe volentieri ritratto,
con quel naso da ebreo errante sempre
pronto ad annusare i venti della storia, con quella bocca
insieme schiva ed intrusiva, con quegli occhi
accesi e quei capelli crespi, sempre un po’ fuori misura.
Circolava all’epoca una citazione apocrifa che
dubito Dylan abbia mai pronunciato realmente, ma che
per me ed il mio gruppo di amici era puro
vangelo, e diceva: chi non porta i capelli fuori dalla
testa li porta necessariamente dentro. Fu uno dei
motivi che mi indusse, una volta scappato di casa, a
farmeli crescere lunghissimi, i capelli – prerogativa
cui ancora oggi non so e non voglio rinunciare.
Per il mio sedicesimo compleanno, la mia ragazza di allora
– Sandra, una piccola freak fanatica di Janis
Joplin – mi regalò Blues, ballate e canzoni. Potei
così verificare le mille cose udite e/o lette sul profeta
di Duluth semplicemente sfogliando le pagine di un libro.
Finalmente, con il testo squadernato davanti, le
canzoni di Dylan smettevano di suonare al mio orecchio
alla stregua di mantra ugaritici recitati da un
oracolo raffreddato, ed acquistavano come per incanto
un senso compiuto. Ora il grande artista mi si
svelava per intero, in tutte le sue molteplici ed imprevedibili
sfaccettature. Il poeta ribelle trapelava dai
versi di A hard rain’s a-gonna fall, di Masters of war,
di The times they are a-changing. Il folksinger
scanzonato balzava fuori dalle righe di I shall be free,
di All i really want to do, di On the road again. Il
demiurgo visionario si manifestava nelle liriche di When
the ship comes in, di Chimes of freedom, di
Visions of Joanna. Lo struggente cantore amoroso germinava
fra i fiori di Girl from the north country, di
I want you, di Sad eyed lady of the lowlands. Il rocker
incazzoso prorompeva dalle sillabe di Maggie’s
farm, di Like a rolling stone, di It’s all right ma (i’m
only bleeding). Il compositore universale ed
immortale si stagliava fra i marmi di Blowing in the
wind, di Just like a woman, di Mr Tambourine.
Potrei proseguire all’infinito, evocando il creatore
di una nuova poetica, lo sperimentalista, il bluesman e
chissà quante altre facce ancora, quanti altri
abiti, ascosi o palesi, di cui questo incredibile eroe del
nostro tempo fu ed è capace di ammantarsi.
Fin da subito, presi a mandar giù le canzoni a
memoria. Quello stesso 1973 fui rimandato a settembre –
e poi bocciato – in latino e matematica. In inglese però
avevo 9, benché per il mio professore fosse
inesplicabile il fatto che uno dotato di un vocabolario
così vasto e di una così naturale padronanza delle
forme gergali si ostinasse a dire nu piuttosto che niu
(new) – la qual cosa, per noi dylaniani, è tutt’altro
che inspiegabile, vero?
Come ogni artista universale Dylan riesce a far coincidere
la propria opera con le esigenze spicciole
della quotidianità. Si potrebbe dire che Dylan
ha scritto una canzone per ogni situazione o stato d’animo.
Così quando, in seconda liceo, patendo anch’io
le suggestioni del ‘68 – un anno già avvolto delle brume
del mito, sebbene fosse trascorso da neanche un lustro
– finii per abbracciare la disciplina marxista,
Dylan mi si presentò come il paladino dei deboli
e degli oppressi per via della sua produzione impegnata
e di protesta. Quando poi, nel 1974, sotto l’influsso
della Woodstock generation e della cultura hippie,
fumai il mio primo spinello, Dylan si tramutò
per me in una sorta di santone psichedelico. In effetti,
leggere certi versi di Mr tambourine man o di Visions
of Johanna sotto l’effetto psicotropo dell’hashish o
dell’LSD poteva indurre indicibili catarsi, estasi profonde
e interminabili.
Il 1° maggio 1975, scappai di casa.
Uno dei comandamenti dell’ideologia hippie era l’emancipazione
dalla famiglia natale, vista come
istituzione borghese – ergo anacronistica, noiosa, repressiva
ed alienante. Quanti non avevano il
coraggio di lasciare la casa in via definitiva cercavano
almeno di arrogarsi il diritto di andarsene nei
periodi più favorevoli, soprattutto d’estate,
fidando nel fatto di essere poi riaccolti in seno al focolare
nell’autunno successivo. E non è che fosse toto
genere una scelta di comodo: anzi, era talvolta una
tattica ispirata ad un genuino senso di solidarietà
fra freaks e finalizzata al mutuo soccorso. Difatti,
quelli che rimanevano a casa avevano la possibilità
di aiutare fattivamente i loro amici on the road nei
duri mesi dell’inverno, procacciando, all’insaputa dei
genitori, cibo, coperte e finanche, se i vecchi si
assentavano, bagni caldi e morbidi letti. Si creava così,
in seno alla società ufficiale dell’Italia degli anni
Settanta, un tessuto invisibile, alternativo, trasversale
(“una minoranza etnica”, come Janis Joplin ebbe
una volta a definire il popolo hippie).
Fu così che, grazie a Marzio, mio ex compagno
di banco al liceo, che mi fornì la chiave del suo garage –
fidando nella pigrizia del padre, abituato a parcheggiare
l’850 Fiat all’aperto – potei trascorrere al riparo
di quattro mura l’inverno 1975/76, insieme a Chicco,
un intelligentissimo bastardino nero, mio compagno
di vita e di digiuni.
E’ curioso come la prospettiva della fuga da casa non
presenti analogie pratiche con la sua effettiva
realizzazione. Finché ti trovi fra le pareti della
tua stanza, rannicchiato sul tuo letto, con la testa sognante
sul morbido cuscino e pensi: “Sto per scappare di casa,
sto per iniziare la mia vita sulla strada come un
vero freak”, puoi star certo di esser ben lontano dalla
fuga liberatoria che stai agognando. I problemi ti
si affastellano nella testa, i legami consumistici con
gli oggetti del tuo quotidiano – “Cosa mi porto
dietro? Mica posso separarmi dai dischi! E la raccolta
di Tex? Mi ci vorrebbe un baule...” – ti gravano
sull’anima e ti impediscono di spiccare il salto emancipante.
Quando scappi veramente, quando ti tagli
davvero i ponti alle spalle, ti accorgi di non aver portato
con te nessuna delle cose che credevi
indispensabili. Ti ritrovi solo con te stesso – ed è
una incredibile sensazione di leggerezza!
Sulla strada i pochi soldi che riesci a rimediare – con
i lavoretti saltuari, con la colletta, strimpellando la
chitarra all’angolo di una via – ti servono per mangiare
e non certo per comprare dischi e riviste. In
compenso ogni cosa che, per qualche motivo, entra nel
tuo raggio d’azione e si offre ai tuoi sensi, è un
magnifico dono del Tempo. Una cassetta bisunta di Freewheelin’
ascoltata in un mangianastri scassato
dentro un garage disadorno insieme ad un cagnolino nero
rannicchiato ai tuoi piedi può risuonarti
nell’anima alla stregua del Don Giovanni di Mozart nell’esecuzione
di un’orchestra filarmonica.
Qualche mese più tardi Germano – altro amico fraterno
di liceo – l’unico nel nostro giro a possedere
un’automobile (una A112 Abarth rosso fuoco, che le pattuglie
dei carabinieri di zona riconoscevano a
un miglio di distanza e sistematicamente fermavano e
perquisivano, nella speranza di beccarci con lo
spinello acceso) prese l’abitudine di lasciarmi le chiavi
del quattroruote per la notte. Potei così accedere
per qualche tempo alla sua raccolta di cassette (tutta
roba ottima) ed addormentarmi tardissimo al
suono di uno stereo degno di tal nome. L’unico difetto
di quella raccolta era la presenza di un’unica,
solinga cassetta di Dylan, la Greatest hits canonica
(la prima), che, proprio a causa della sua unicità,
ascoltai almeno un milione di volte. E poiché
repetitio est mater studiorum, quei brani si insediarono in
pianta stabile fra i neuroni del mio cervello. Sul sedile
reclinato della A112 avevo tutto l’agio di seguire
col mio canto quella voce, provando e riprovando le terze
e le quinte, le pause, le inflessioni più tipiche
del grande menestrello. Ancora oggi, se qualcuno mi chiede
come faccio a riprodurre certi brani di
Dylan in maniera così fedele agli originali, sorrido
tra me ripensando alle lunghe, incantevoli notti
passate sulla macchina di Germano, con lo stereo a tutto
volume a farmi da ninna nanna.
Non ho remore ad ammettere la stessa colpa che Voltaire
addossa a Sant’Agostino: ho passato anch’io
la vita a contraddirmi. Nel 1973 militavo in uno dei
tanti partitini marxisti detti, all’epoca,
extraparlamentari di sinistra. Due anni dopo ero un perfetto
hippie psichedelico. Poi, verso la fine del
mio decennio aureo divenni uno spiritualista mistico.
Vale la pena di soffermarsi su questa mia ulteriore
metamorfosi ideologica perché, guarda caso, anche
in essa Dylan c’entra con tutte le scarpe.
Nel settembre 1977, ad un festival jazz all’aperto, presi
un acido (LSD) che mi andò malissimo. Entrai
in paranoia. Ero la vittima di un complotto cosmico cui
partecipavano indistintamente tutte le cose
esistenti. I miei migliori amici tramavano nell’ombra,
e qualunque loro parola o gesto non faceva che
affermare, in modo perfettamente logico e razionale –
la paranoia rende lucidissimi – l’evidenza e
l’inoppugnabilità della congiura. Fu un’esperienza
terrificante e temetti veramente di impazzire (c’è
anche chi sostiene, non del tutto a torto, che un po’
sia effettivamente impazzito). In tale condizione
pietosa mi trascinai nella notte, nascondendomi fra le
mura contorte dei vicoli, fuggendo a gambe levate
alla vista degli umani, mentre i gatti randagi, rizzando
il pelo, mi sibilavano sul viso frasi minacciose ed i
gabbiani, dall’alto dei loro cieli, mi violentavano i
timpani con risate crudeli e beffarde. Dopo diverse ore
di martirio, mentre una precoce doratura iniziava già
a vivificare il cielo, sbucai sul lungomare in
prossimità del molo. Di fronte a me riconobbi
la silhouette del mio amico Flavio, compagno delle mie
prime fumate, che avevo perso di vista la sera precedente
e che ora se ne stava seduto tutto solo su
una panchina davanti al mare, stagliato contro l’oriente,
con una chitarra fra le mani. Mi feci vicino e,
tutto d’un fiato, gli spiegai cosa mi stava capitando.
Lui rispose solo: “Siediti qui e cerca di rilassarti”.
Poi cominciò a suonare una canzone dolcissima,
una preghiera – o meglio, un mantra. La canzone non
finiva mai: ogni volta terminava e ricominciava sommessamente,
soavemente. Ad un certo punto, una
palla di miele – gonfia, morbida – fece la sua comparsa
sulla scena del mondo. Fu allora che dentro di
me, da qualche parte nella zona del plesso solare, provai
una sensazione deliziosa e ignota. Come per
miracolo, la paranoia era scomparsa.
Certi sociologi di sinistra, con molte buone ragioni
ma anche con scarsa fantasia, interpretarono la
nuova tendenza allo spiritualismo ed alla religiosità
di molti settori giovanili sul finire degli anni Settanta
come sintomo del celebre “riflusso”. Per quanto mi riguarda,
non è che divenni credente da subito: è
raro che i grandi cambiamenti ideali della mia vita si
siano verificati d’amblée, con un colpo di rivoltella.
Ho sempre avuto bisogno di lunghe fasi di decantazione
e di strutturazione. Intanto, però, quella mattina
mi si era formata una nuova idea nella mente: per la
prima volta la fede religiosa mi si prospettava come
ipotesi possibile, plausibile, come scelta se non proprio
desiderabile almeno non indesiderabile. Due anni
dopo, nel 1979, ero ormai un credente soddisfatto e fiero
– per non dire anche rigido e dogmatico. Mi
trovavo al capolinea dei pullman che, dalla zona costiera,
portavano all’entroterra, dove dovevo recarmi
per riunirmi ai miei nuovi fratelli della comune agricola
Terra Madre, fondata l’anno prima, e che ora si
trovavano in una cascina in mezzo ad un bosco di faggi,
senza luce elettrica né gas né telefono – devo
dirlo? un posto stupendo, un’esperienza impagabile –
per la raccolta della torba (la stratificazione del
fogliame nel sottobosco, ottimo concime). In attesa di
imbarcarmi sul mezzo, con la prospettiva di un
viaggio lungo e solitario, decisi di procurarmi qualcosa
da leggere. Erano anni che non compravo Ciao
2001 e mi parve l’occasione buona per rinverdire eccezionalmente
l’antico uso. La rivista – mi ci volle
poco a rendermene conto – era degradata assai. Mi caddero
sotto gli occhi, con mio sommo disgusto,
certi nomi e a certe facce il cui accesso su quelle pagine
sarebbe stato infrangibile tabù sino a soli
sette/otto anni prima. Il mitico psic si era dileguato.
Di poesie a Jimi Hendrix neanche a parlarne. In
compenso – tra le buone cose rimaste – sulla copertina
troneggiava un primo piano di Bob Dylan.
Versai senza remore il prezzo di copertina all’edicolante
e mi imbarcai sul grosso automezzo blu.
Una rivelazione! Lessi tutto d’un fiato le quattro pagine
di encomiastica recensione di un disco di
prossima uscita, Slow train coming – di cui veniva esaltata
la partecipazione straordinaria dell’allora
astro nascente della chitarra elettrica Marc Knopfler
– e restai basito nel verificare che Bob Dylan,
l’ebreo, l’ateo, lo psichedelico… si era convertito!
“Dylan è diventato un Jesus freak!” sillabava
incredulo l’articolista. Dunque era vero: Dylan aveva
il potere di seguire i percorsi e le giravolte della
mia vita e di farmi da compagno e da guida in ogni frangente,
in ogni specifica contingenza! Era
divenuto anch’Egli religioso, un credente, proprio come
me! Mi parve che tra me e Lui, pur così distanti
e diversi per età ed intelligenza, per censo e
quant’altro, esistesse comunque un filo di comunicazione
invisibile che ci legava e ci affratellava. Fu allora,
e solo allora – quella sera lontana, nel corso di quel
viaggio in pullman – che tutta la stima e l’ammirazione
che già da molti anni nutrivo verso di Lui, si
mutarono in amore, in vero amore.
Nel 1980 – con regolarità quasi cronometrica –
il mondo cambiò. Tutti i valori in cui credevano i giovani
degli anni Settanta vennero meno. I vestiti color arcobaleno
lasciarono il passo al nero e al grigio; i
capelli lunghi vennero tagliati e talvolta addirittura
rasati; fu praticato il gran rifiuto per ogni tipo di
impegno e si ripiegò drasticamente su un qualunquismo
venato di narcisismo egolatrico. Molte
manifestazioni di superficialità ideologica tipiche
degli anni Sessanta (festival di Sanremo, sottocultura
televisiva, sistema della moda ecc.), messe in sonno
nei Settanta e ritenute, a torto, ormai morte e
sepolte, tornarono in auge negli Ottanta con gran pompa,
mietendo sempre ed ovunque consensi e
successi. Alla Casa Bianca c’era il cowboy pazzo Ronald
Reagan, a Downing Street la lady di ferro
Margareth Thatcher, a Palazzo Chigi il signor Bettino
Craxi. Ai pochi reduci come me, pareva di vivere
in un’atmosfera sottovuoto spinto. Stanco di fare l’agricoltore
biologico squattrinato, decisi di trasferirmi
a Roma per tentare la fortuna con le mie canzoni ma ero
ovviamente – è una delle mie prerogative –
fuori tempo massimo. Di un cantautore ispirato a Guccini,
De Andrè, De Gregori – in ultima istanza: a
Bob Dylan – nessuno aveva bisogno. Bisognava vestirsi
di nero, cospargersi di cipria, farsi i capelli
arancioni dritti sul cranio con la gommina (oggi godo
nel vedere molti di quelli che allora abboccarono
all’amo ormai totalmente calvi), appendere al chiodo
le chitarre, legarsi al collo delle ridicole tastierine
elettroniche e mettersi a scimmiottare gli Spandau Ballet
ed i Duran Duran. Non era roba per me.
Cominciai a fare l’artista itinerante, il busker, suonando
Dylan per le strade e nelle metropolitane di
Roma. Se ho guadagnato qualche soldo e non sono morto
di stenti posso ben dire di doverlo a Lui.
Potrei raccontare decine di aneddoti. Mi limito a ricordare
quella volta in via della Croce che passò Ivan
Graziani mentre stavo interpretando A hard rain’s gonna
fall e lui si fermò a farmi il coro su un paio di
strofe. Non mi lasciò neanche una lira nel cappello,
ma mi lasciò questo ricordo che per me è molto più
prezioso dei soldi.
In tutto il mondo risuonavano la new wave, il dark, il
cool e via dicendo. Io e i miei nuovi amici romani –
ragazzi con qualche anno meno di me – ci ritagliammo
uno spazio esclusivo in piazza Navona. Ci si
vedeva ogni sera sulla panchina di fronte all’edicola,
di fianco alla fontana del Bernini, armati di chitarre
acustiche e di ugole intraprendenti, a cantare a squarciagola
le nostre canzoni calde e solari, tra cui
tanto, tantissimo Dylan. L’antica piazza fu, in quegli
anni di omologazione e di disimpegno imperanti, una
vera oasi di resistenza umana e culturale.
Non mi pare il caso di ripercorrere qui le vicende della
mia vita negli ultimi 20 anni, anche perché il
lasso di tempo che va dal mio arrivo a Roma ad oggi,
coincidendo con il tempo della mia attività
professionale, può essere agevolmente visionato
in virtù del curriculum vitae, che allego al testo
presente. Mi limito a concludere questa sezione con un
ricordo dei due primi concerti di Dylan cui ebbi
la fortuna di assistere.
Vidi Dylan in concerto per la prima volta nel giugno
1978 in Olanda.
Mi trovavo nei Paesi Bassi già da un paio mesi.
Ero arrivato dopo un travagliato viaggio in autostop
attraverso la Francia ed il Belgio, nel corso del quale
rimasi fermo dieci ore sul raccordo di Parigi, ad un
autogrill, e dove, com’è prevedibile, ad un certo
punto mi scappò da pisciare. Tempo di entrare al cesso,
farla tutta, tirare su la cerniera ed uscire, e la borsa
con tutti i miei averi – qualche maglione, un paio di
jeans, slip e canottiere, quaderni con le mie poesie
e ventimila lire inguattate fra le pagine di un libro –
che avevo avuto la bella idea di parcheggiare mezzo minuto
prima all’entrata del bagno pubblico, era
svanita nel nulla. Giunsi dunque in Olanda, alla casetta
del mio amico Detlev – una casa occupata dove
abitavano tre coppie di giovani hippie, ciascuna con
il suo vivaio di piantine di marijuana, nel cuore di un
paesino incantevole a pochi chilometri da Utrecht – senza
una lira e senza un paio di mutande di
ricambio. Per fortuna trovai subito lavoro in fabbrica,
alla catena di montaggio di un’industria
alimentare. A fine maggio girò la voce dell’arrivo
di Dylan. Prenotammo i biglietti, conservandoli come
reliquie fino al gran giorno. Nell’attesa, essendo uscito
fresco fresco Street legal, passavo i miei meriggi
ad ammazzarmi di canne al suono di No time to think e
True love tends to forget.
Venne il gran giorno. Prendemmo un treno superveloce
e pulitissimo (il confronto che mi venne
spontaneo coi treni italiani fu impietoso) e sbarcammo
a Rotterdam; il concerto si teneva al Feyenoord
Stadium. Il pomeriggio era brutto, pioveva a scrosci.
Noi, per fortuna, eravamo sistemati all’asciutto,
sulla tribuna di sinistra. Dal mio seggiolino vedevo
la gradinata dirimpetto colma anch’essa in ogni
ordine di posti. Come se non bastasse, il prato pullulava
di corpi informi che cercavano di ripararsi
dall’acqua con mezzi di fortuna ma con scarsi esiti,
perché veniva giù davvero a catinelle. Eravamo
80mila insetti fradici addossati l’uno all’altro, come
api di un enorme alveare, tenuti insieme dall’amore
per Dylan.
Ovviamente, c’era anche uno special guest, e non era
mica l’ultimo arrivato. Si trattava infatti di un Eric
Clapton in gran spolvero, che ci coinvolse in un set
tiratissimo in cui spiccavano vecchi successi dei
Cream, standard di blues, cover di J.J.Cale e la rivisitazione
in chiave reagge di Knockin’ on heaven’s
door che indusse la gente a ballare freneticamente, un
po’ per la felicità di trovarsi lì in quel momento e
un po’ per scrollarsi di dosso l’acqua. Mentre quel virtuoso
eseguiva Sunshine of your love scorsi in
basso, sul prato, la sagoma di un ragazzo completamente
nudo che correva saltando a pie’ pari, come i
canguri, fra i corpi accovacciati sull’erba. Fra le mani
stringeva un’asta lunghissima sulla cui sommità
garriva una bandiera azzurra del Napoli. Lo feci notare
a Detlev e lui, contorcendosi dal ridere, si
picchiettò la tempia con la punta dell’indice
urlando: “Italians are crazy!”
Clapton terminò il suo set e subito smise di piovere.
Toccava a Dylan, il quale però tardava a salire. Il
pubblico rumoreggiava. Si stava facendo tardi ed il sole,
la cui luce fece capolino per un breve istante
indorando i tetti delle tribune, era appena tramontato
(in Olanda, a giugno, il giorno sembra non morire
mai). All’improvviso lassù in alto, in un cielo
già tendente all’indaco, proprio sopra il palco, si
materializzò un enorme arcobaleno. Fu a questo
punto che comparve Lui. Inutile dire che fece un
concerto memorabile.
La seconda volta che vidi Dylan dal vivo fu in occasione
del suo primo concerto italiano in assoluto (se
si esclude la leggendaria e non comprovata esibizione
a Roma, al Folkstudio di Giancarlo Cesaroni nel
1962). Ricordo perfettamente la data perché era
il giorno del mio 27simo compleanno (e per me fu un
dono pazzesco): 28 maggio 1984, all’Arena di Verona.
Io vivevo già nella capitale, da dove partimmo in
due: Enzo, uno dei nuovi amici di piazza Navona, e io.
Sul treno incontrammo Maddalena, una
meravigliosa ragazzetta dylaniana fanatica che conoscevo
benissimo perché quando mi vedeva suonare
per strada mi assillava di richieste circa grossomodo
l’intera produzione del poeta di Duluth. Anche lei
viaggiava con un’amica, e così formammo un gruppo
compatto di quattro fanatici in trasferta.
Viaggiammo tutta la notte, dormendo poco e male per l’emozione
non meno che per la scomodità dei
sedili. Il mattino dopo, a Verona, il clima non prometteva
niente di buono. Seduti fuori dall’Arena in
attesa dell’apertura dei cancelli, pronti allo scatto,
ammazzavamo il tempo scommettendo sulla canzone
con cui Dylan avrebbe aperto il concerto (si trattava
della prima canzone in assoluto mai suonata da
Bobby sul suolo italico, mica bruscolini!). Maddalena
si teneva sul vago indicando come possibili i
classici Lay lady lay o Just like a woman. Enzo, dal
canto suo, giurava su Hurricane. Io proposi la divina
Jokerman, brano iniziale del recente Infidels.
L’apertura dei cancelli fu verso le tre pomeridiane.
Io fui tra i primi ad entrare e ne approfittai per
fiondarmi verso il palco, occupando quattro posti in
sesta fila, praticamente sotto lo stage. Verso le 19
iniziò il concerto dello special guest della serata,
Carlos Santana. Più che da una normale band era
accompagnato da un piccolo esercito musicoforo: batteria
con doppia cassa e sfilza interminabile di tom,
due tastieristi, quattro percussionisti, un negrone enorme
e bravissimo al basso ed alla voce solista,
coriste varie e, last but not least, lui stesso, Santana,
alla chitarra – una macina! Fu un set bello e
magniloquente, senza una pausa né un momento di
fiacca, di rara simmetria e perfezione. C’era un solo
problemino: si mise a piovere a dirotto.
Maddalena e la sua amica, da brave ragazze prudenti,
avendo ascoltato le previsioni del tempo alla tv la
sera prima, erano munite di impermeabili di plastica
trasparente. Enzo ed io invece, fricchettoni incauti,
ci si teneva la giacca sul capo a mo’ di cappa penitenziale,
con risultati non proprio esaltanti sul fronte
dell’umidità. In quella postura inconsueta, con
uno stato d’animo fra il giocondo e lo scoglionato, con la
musica potente e suadente di Santana nelle orecchie che
mi impediva di cogliere in tutta la loro valenza
le bestemmie all’indirizzo dell’acqua che Enzo snocciolava
sulla poltroncina accanto, mi pareva di
trovarmi dentro la scena di un film già visto.
Con gli occhi della mente rividi il concerto di Rotterdam di
sei anni prima, tutta quella gente sotto la pioggia,
accalcata sull’erba del campo del Feyenoord: “Ora
tocca a me” mi dissi. Avevo le idee miracolosamente chiare,
sapevo già come sarebbe andata a finire.
E non mi sbagliavo.
Terminato il set di Santana, in quattro e quattr’otto
gli inservienti fecero il cambio palco. Davanti ai
nostri occhi si verificò un mutamento drastico
ed impensabile. Al posto della strumentazione maestosa e
proteiforme dei Santana si materializzò una scenografia
piccolissima, scarna, finanche un po’ ridicola
nel suo minimalismo. Una batteria comune, da complessino
di provincia; una tastieruccia comica, di
quelle che si regalano ai bimbi per Natale; tre chitarre
elettriche sugli appositi sostegni (unico segno di
opulenza su quel palco poverissimo, appartenenti al grande
Mick Taylor, ex solista dei Rolling Stones,
autore dello storico assolo di Simpathy for the devil).
Di fronte a tale spettacolo disarmante mi parve
quasi che Dylan avesse inteso trasformare l’Arena di
Verona in un localetto fumoso e di infimo ordine.
Il giorno dopo comunicai questa mia riflessione all’amico
giornalista Leonardo Rossi, che ebbe la
cortesia di ribadirla nella sua cronaca sulla rivista
“Fare musica”.
Intanto, mentre gli inservienti caricavano e scaricavano,
smontavano e rimontavano, toglievano e
rimettevano, aveva smesso di piovere. Dylan però
si faceva attendere. La gente cominciò a far casino.
Partivano regolarmente salve di applausi e urla e fischi.
In tribuna d’onore rifulgeva la chioma
hendrixiana di Angelo Branduardi. Di Dylan però
neanche l’ombra. Ora che finalmente volgeva al
termine, il giorno ci regalò anche un timidissimo
raggio di sole. Poi, silenziosamente, su nel cielo, proprio
sopra il tendone del palco, si materializzò un
dolce, limpido arcobaleno. Fu allora che si accesero le luci
del palco e comparve Lui. Io già sapevo che sarebbe
accaduto proprio questo.
Bobby – Stratocaster a tracolla – guadagnò lo
stage mostrando le spalle al pubblico. Fece un cenno al
batterista, si volse e finalmente avanzò verso
di noi sorridendo – cosa per Lui inusuale. Beh, se è vero
che Jack Kerouac ebbe un satori a Parigi, io, nel mio
piccolo, l’ho avuto all’Arena di Verona. Nel
sorriso di Dylan io, quella sera, ho veduto accavallarsi
le ore e i giorni della nostra storia, l’America
degli anni Sessanta, il flower power, John Fitzgerald
Kennedy, la guerra del Vietnam, il movimento dei
diritti civili, Martin Luther King, Joan Baez, la rivoluzione
cubana, le Black Panthers, Malcolm X,
Angela Davis, la pop art, il Greenwich Village, Pete
Seeger e Dave van Ronk, il Newport Folk Festival,
il Middle West, e poi la California e San Francisco,
la libreria City Lights di Ferlinghetti, Allen Ginsberg,
William Barroughs, Gregory Corso, e poi volti di ragazzi
sconosciuti, voci di cantanti ignoti, batteristi
ubriachi e poeti fumati, e viaggi in autostop, su treni
merci, e camminate notturne al suono di armoniche
e ancora… e ancora… Tutto questo io vidi la sera del
28 maggio 1984 all’Arena di Verona, mentre
Bob Dylan muoveva i pochi passi che lo separavano dalla
cassa della batteria al microfono, e veniva
verso di noi, sorridendo… sorridendo… sorridendo…
Persi il controllo di me stesso. Non chiedetemi quello
che feci di preciso perché non me lo ricordo. So
solo che Enzo ancora oggi, vent’anni dopo, non perde
l’occasione di prendermi per il culo per il mio
comportamento di quella sera, ma a me, sinceramente,
non m’importa una sega: la felicità se ne impipa
delle convenienze e delle buone maniere.
E comunque attaccò con Jockerman.
CURRICULUM DI FRANCO FOSCA
Franco Fosca è artista eccentrico e poliedrico,
come si evince dalla varietà dei suoi interessi e delle sue
opere. E’ cantante, chitarrista, armonicista, oltre che
autore, ricercatore ed interprete.
Nei primi anni 80, poco più che ventenne, si trasferisce
a Roma dalla Liguria. Nel 1981 si iscrive alla
SIAE come paroliere e come compositore. Le sue prime
esperienze live avvengono sullo storico palco
del Folkstudio. Nel 1983, sotto l’egida del critico musicale
Giancarlo Susanna, entra a far parte di
un’associazione di artisti provenienti dal vivaio del
Folkstudio (Roisin Dubh, Acustica Medievale,
Leonardo Rossi ed altri) denominata “Folk’n’roll”, che
segna una breve ma intensa stagione della vita
musicale capitolina, con una serie di importanti concerti
nei teatri (Satiri, Orologio ed altri).
Negli anni 80, per mantenersi, Franco Fosca alterna le
esibizioni
nei pub e nei locali notturni ad una
intensa e continuativa attività di busker (artista
di strada). Questa dura gavetta serve a formare la sua
personale tecnica canora e strumentistica e gli consente
di mandare a memoria un repertorio di
centinaia di canzoni inglesi, italiane e finanche sudamericane.
Nel gennaio 1990, con una serie di concerti nelle facoltà
universitarie occupate dal movimento della
“Pantera”, Franco Fosca insieme alla folksinger italo-canadese
Manola Angeli fonda gli Old Bench, il
gruppo di musica folk americana che a tutt’oggi, dopo
tre lustri di attività, e nonostante i soventi cambi
di formazione, è il più longevo gruppo
della capitale nel suo genere. Gli Old Bench vantano un repertorio
che spazia dalle ballads e dai traditionals di fine ‘800
/ inizio ‘900, ai giganti del folk revival degli anni ’60
e ’70 (Dylan, la Baez, Neil Young ed altri), passando
per la felice stagione del folk militante degli anni
’30 / ‘40 (Pete Seeger, Ledbelly e, soprattutto, il grande
Woody Guthrie), sempre con un occhio di
riguardo alla canzone impegnata.
Fin dalla loro nascita gli Old Bench si danno ad una intensa
attività live, con decine di concerti un po’
dovunque. Nel luglio 1992 vincono il 1° premio allo
“On the road festival” (Pelago, FI). Nel contempo
sono concretamente impegnati in favore dell’arte di strada,
tuttora proibita in Italia dall’articolo 121 del
T.U.L.P.S. (il famigerato “codice Rocco” di epoca fascista,
1931). A tale scopo, nel 1990, Franco e
Manola fondano, insieme ad un gruppo di amici, l’associazione
Stradarte, che per un lustro organizza
incontri, dibattiti, concerti dappertutto – dalla Puglia
all’Umbria, dalla Sicilia alla Toscana – e produce
svariato materiale promozionale sull’arte di strada nel
nostro paese.
Nel 1992 instaura un rapporto di amicizia e di collaborazione con il cantautore pisano Alfredo Bandelli, fondamentale autore ed interprete della canzone politica italiana degli anni '70.
Nel febbraio 1993, al mercato dei fiori di Sanremo, Franco
Fosca apre da solo, con la sua chitarra e le
sue canzoni, la manifestazione alternativa al festival
ufficiale. Sullo stesso palco, dopo di lui, salgono gli
Africa United, il mitico Nico Di palo (dei New Trolls),
Ivan Della Mea ed altri. Un anno dopo, nel 1994,
la manifestazione “Altrofestival” viene ripetuta al porto
di Sanremo, e Franco Fosca vi si esibisce con
due nuove canzoni, ottenendo un successo, se possibile,
anche maggiore dell’anno precedente.
E’ il 25 aprile 1994 quando Franco Fosca, insieme a due
cantautori romani, E.Lombardelli e M.Carlini,
fonda il trio vocale Pueblo Unido. Il trio si specializza
nella canzone popolare “in lingua”, con particolare
attenzione alla canzone di lotta e del lavoro. I Pueblo
Unido vendono centinaia di copie per
corrispondenza della cassetta autoprodotta “Canzoni di
lotta”. Nel frattempo, danno inizio ad
intensissima attività live, suonando alle feste
di piazza, ai meeting ecologisti, alle iniziative di partito. Il
successo della loro musica li porta ad esibirsi ai quattro
angoli della penisola (in senso letterale, e cioè ad
Aosta, Trieste, Reggio Calabria e Lecce (oltre che in
tantissimi altri posti).
Nel maggio 1996 il settimanale “Avvenimenti” commissiona
ai Pueblo Unido una ricerca sulle canzoni
tradizionali. Il gruppo, dopo lunga ed onerosa gestazione,
presenta un progetto di 40 canzoni suddivise in
blocchi tematici e fasi storiche. Il lavoro, titolato
“Storia d’Italia attraverso i canti popolari”, vede la luce
nel gennaio/febbraio 1997 su 3 CD distribuiti insieme
a “Avvenimenti” nelle edicole italiane in misura di
50mila esemplari cadauno. La trilogia rivisita 150 anni
della storia patria, dall’Italia preunitaria alla
Liberazione, attraverso le sezioni tematiche tipiche
del canto popolare italiano: Risorgimento, anarchia,
emigrazione, socialismo, lavoro, opposizione al fascismo
e Resistenza. Il terzo disco, sui canti partigiani,
è quello che vende più esemplari in assoluto
di tutta la pur varia e copiosa produzione discografica della
rivista “Avvenimenti”. Franco Fosca è ideatore,
coordinatore e supervisore dell’intero progetto. Lui
stesso redige le note storico-filologiche di accompagno
ai brani, cercando di sopperire al dilettantismo
metodologico con l’impegno, il rispetto, la passione
e l’amore per le tradizioni delle classi subalterne.
Con questo lavoro, i Pueblo Unido approdano a RAITRE
(Notte Cultura), a UNO Mattina e ad “Help”,
il programma di Red Ronnie su TMC, dove eseguono 5 brani
live.
Attraverso Franco Fosca, i direttori artistici di “Avvenimenti”
possono ascoltare e apprezzare le songs
calde e suggestive degli Old Bench. Per questo, la realizzazione
di un disco con le ballads e i traditionals
interpretati da Franco e Manola è praticamente
immediata; difatti il CD titolato “Ballate e canzoni
dell’America profonda” esce in tutte le edicole alla
fine del febbraio 1997.
A questo punto (è un dato meramente matematico),
in Italia circolano 200mila dischi con il nome, la
faccia, la voce e la chitarra di Franco Fosca.
Nel 1998 i Pueblo Unido suonano a piazza del Popolo (Roma),
davanti a 100mila spettatori, al termine di
una manifestazione pubblica, come gruppo di supporto
degli Afterhours.
Nell’estate 1999, per sopraggiunta stanchezza, Franco
Fosca esce dai Pueblo Unido, che in pratica
scompaiono dalla scena musicale.
Nel 2000, Franco Fosca registra il video (“Il vecchio
e il bambino” di F.Guccini) che fa da sigla al
programma televisivo “L’altra metà del cielo”,
in onda – 18 puntate più repliche – sul circuito nazionale
“Cinquestelle”.
Sempre nel 2000, per temporanea rinuncia di Manola Angeli,
Franco Fosca si trova a dover gestire da
solo la formazione di folk americano, che ribattezza
“Franco Fosca & the Bench”, una folk-rock band di
cinque elementi. I FF&theBench iniziano una serie
di serate live, che li porta ad esibirsi a Roma ed in
tutto il centro Italia.
Nel maggio 2001, nonostante i gravi problemi di salute
che affliggono Franco Fosca (viene operato al
cuore), i FF&theBench registrano il disco autoprodotto
“La canzone americana di protesta”, contenente
12 classici della produzione folk-rock “impegnata” dell’ultimo
secolo negli USA. Il CD vede la
partecipazione straordinaria del grande Luigi Grechi,
che canta un’intensa versione di “Joe Hill”, brano
degli anni ’30. Per questo disco, Franco Fosca riceve
personalmente i complimenti di Francesco De
Gregori.
Nel 2002, per ben due volte, Franco Fosca si trova su
un palco assieme a Francesco De Gregori ad
interpretare dei brani di Bob Dylan (amore comune): il
14 febbraio al “Lettere/Caffè” (“Mr
tambourine” e “Blowing in the wind”), e il 9 maggio
al “Classico” (“Tomorrow is a long time”). Gli
eventi vengono ripresi anche dalla stampa.
All’inizio del 2003 si rinnova il sodalizio tra Franco
Fosca e Manola Angeli e gli Old Bench ritornano “on
the road”, ma con una sostanziale novità. Qualche
tempo prima di morire, il patron del Folkstudio, il
mitico Giancarlo Cesaroni, aveva auspicato un maggiore
impegno degli Old Bench nel campo della
tradizione americana più antica, sacrificando
le produzioni più recenti e famose. Proprio per soddisfare il
desiderio di quel grande, Franco e Manola si danno oggi
integralmente all’interpretazione dei classici del
folk americano.
Nell’aprile 2004, Franco Fosca si imbarca in una nuova
avventura: fonda i Tambourine – prima e per
ora unica cover band di Bob Dylan a Roma e nel centro
sud italiano. Il gruppo debutta (all’inizio come
trio unplugged) in occasione del 63° compleanno di
Dylan al “Vicolo de’ musici” (Roma), nel corso di
una mega festa dylaniana cui partecipano anche Alessandro
Carrera, “Director of italian studies” alla
University of Houston ed autore del libro “La voce di
Bob Dylan”, nonché – last but not least –
l’ideatore e realizzatore del fondamentale sito internet
sul poeta di Duluth, www.maggiesfarm.it, il
grande Michele “Napoleon in rags” Murino.
Nell’estate 2004, i Tambourine realizzano diversi concerti
a Roma e nel Lazio, presentando la nuova
formazione folk-rock così composta:
Franco Fosca – voce, chitarra acustica ed armonica a
bocca;
Felice Zaccheo – chitarra elettrica, mandolino e violino;
Roberto Arcipreti – basso;
Aldo Abete – batteria.
In tutti questi anni, Franco Fosca non ha mai smesso di scrivere canzoni.
(aggiornato al settembre 2004)
2814) Cheap Wine news
E' uscito il nuovo album dei Cheap Wine, intitolato Moving
distribuito
da Venus (Milano). Il cd è già disponibile
nei negozi specializzati e si
può acquistare anche sul sito della band (www.cheapwine.net).
Si tratta
della quinta prova discografica per i Cheap Wine e contiene
dieci
canzoni originali più la cover di One more cup
of coffee di Bob Dylan.
Oltre ai quattro componenti dei Cheap Wine, quattro musicisti
esterni
hanno partecipato alle registrazioni dell'album: Alessandro
Castriota
(piano e organo), Roberto Cogliano (percussioni), Claudio
Damiani e
Marta Graziani (cori).
Ancora una volta, la band ha scelto la strada dell'autoproduzione.
Le
motivazioni di questa 'continuità' sono molteplici,
ma si potrebbero
sinteticamente riassumere in due fattori: esigenze di
totale libertà
artistica e sostanziale diffidenza verso le etichette
discografiche.
L'autogestione, inoltre, consente ai Cheap Wine di vendere
i loro cd a
basso costo (13 euro in negozio, 10,50 euro + spese di
spedizione per
chi acquista direttamente dal sito della band), una scelta,
questa, che
intende consentire anche ai più giovani di ed
ai meno abbienti di
acquistare la nostra musica senza esborsi eccessivi.
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Foto ad alta definizione sul sito www.cheapwine.net
Segnaliamo inoltre che sono state aggiornate le foto
sul sito
(http://www.cheapwine.net/foto-fs.htm) e che è
possibile scaricarle ad
alta definizione: un'opzione utile per stampare le immagini
con
un'ottima risoluzione.
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Per organizzare un concerto dei Cheap Wine: tel. 328-1160406
/
338-1031646 / 0721-65199
E-mail: booking@cheapwine.net
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Wine clicca
qui: http://www.cheapwine.net/recensioni-fs.htm
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