parte 209
Lunedì 12 Aprile 2004


Auguri di buone feste pasquali a tutti gli amici di MF!!!

Nella scorsa pagina della posta Corrado "Elephant" aveva espresso la propria delusione per la scelta di Dylan di partecipare allo spot pubblicitario della biancheria intima femminile di "Victoria's Secret". Come era prevedibile ho ricevuto molte mail sull'argomento (grazie a tutti quelli che me le hanno inviate). Eccole di seguito (il mio parere l'ho espresso nella scorsa talkin' dunque lascio spazio agli altri...).
Michele "Napoleon in rags"

Partiamo con questa mail di Alessandro Carrera che ringrazio per avermi inoltre inviato la seguente immagine.

2513) Caro Michele,

ti mando in allegato la pagina del catalogo di Victoria's Secret dove e' riportata la pubblicita' dell'antologia dylaniana venduta solo nei negozi VS.
So che la decisione di Dylan di fare da testimone per VS ha suscitato un vespaio. Non vorrei alimentarlo, ma solo osservare che Dylan aveva delle ottime ragioni manageriali per fare quello che ha fatto, e che l'ha fatto con tale acume che le ragioni artistiche non sono poi sparite del tutto.
Come sapppiamo c'e' una gravissima crisi, che negli Stati Uniti si avverte ancora piu' che altrove, del mercato discografico. I produttori stanno cercando come dei disperati di vendere al di fuori del classico "negozio di dischi" che tra cinque anni, si prevede, sara' ridotto a ben poca cosa o sara' sparito del tutto. Gia' da qualche tempo la catena di caffetterie Starbucks offre compilations al prezzo di dieci dollari, devo dire abbastanza ben curate. Non dobbiamo dimenticare che Dylan non e' solo un artista, e' anche impresario di se stesso. E lo e' dal 1967, da quando non ha rinnovato il suo contratto con Grossmann. I vari Jeff Kramer e Jeff Rosen che gestiscono il suo management e i suoi diritti d'autore lavorano per lui, non e' lui che lavora per loro. Tra managers, impiegati, contabili, musicisti e addetti alle tournees e a varie mansioni, Dylan impiega circa sessanta persone. Come artista e' responsabile delle sue canzoni e delle sue performances, ma come impresario e' responsabile della sua compagnia. Il disco e' un prodotto che arriva al pubblico con molte difficolta' o non arriva affatto, e puo' anche darsi che i suoi giorni siano contati. Le radio americane, con rarissime eccezioni locali, NON trasmettono Dylan, cosi' come non trasmettono Neil Young o Joni Mitchell (e nemmeno i Radiohead). La figura del disc-jockey e' pressoche' scomparsa e migliaia di stazioni radio locali sono state assorbite in un conglomerato impersonale dalla programmazione banalissima e rigidissima, gestito da una famiglia texana di grandi amici di G.W. Bush.
Clear Channel, questo e' il nome del conglomerato, esercita una dittatura anche per quanto riguarda l'organizzazione dei concerti, e se un artista vuole essere trasmesso dalle radio Clear Channel deve concedere i suoi concerti a prezzi giudicati convenienti dalla corporation (cioe' stracciati). Anche Dylan si serve del circuito Clear Channel, semplicemente perche' in larghe parti d'America non c'e' altro. L'unica alternativa sono le radio via satellite, dove i disc-jockey ci sono ancora e si puo' ascoltare qualunque cosa, ma richiedono una tecnologia piu' complessa e non sono ancora alla portata di tutti.
C'e' anche un altro fattore. L'unica pubblicita' che funziona su larga scala, per artisti dell'eta' di Dylan, e' quella televisiva. Il pubblico che compra i dischi di Dylan e' fatto da adulti che raramente entrano in un negozio di dischi, a meno che non sappiano gia' cosa prendere, e che pero' guardano tutti la televisione. Le case discografiche se ne sono accorte, e ad esempio l'ultimo disco di Eric Clapton e' stato ampiamente pubblicizzato con brevi spot televisivi. Ora, Dylan non partecipa a trasmissioni, non si fa intervistare, e sui canali di videomusic e' come se non fosse mai esistito. Uno spot di Victoria's Secret (trasmesso durante "American Idol", una sorta di "fiera del dilettante" che e' la trasmissione piu' seguita d'America) porta la sua faccia dove altrimenti non potrebbe mai arrivare, senza che lui abbia bisogno di aprire bocca o di raccontare fatti personali che un qualunque intervistatore gli chiederebbe e che lui non vuole raccontare.
Con questo non intendo dire che Dylan sarebbe giustificato anche se si mettesse a fare la pubblicita' di una marca di formaggio. Non prendo l'esempio a caso: gli ex Turtles, quelli di "Happy Together", l'hanno fatto. Nel mondo delle sponsorizzazioni, pero', fare da testimonial per prodotti alimentari e' considerata veramente una svendita, mentre orologi, banche, computer o anche biancheria femminile non portano le stesse stigmate. Del resto, Dylan aveva gia' concesso alla Macintosh il diritto di usare una sua foto per un cartellone pubblicitario.
Non giudico queste scale di valori, e so che davanti a un tribunale di purezza artistica probabilmente non reggerebbero. Ma se io fossi un impresario che da' lavoro a sessanta persone e sapessi che il mio settore e' in difficolta', non potrei ignorare il tipo di esposizione che mi viene garantito da una ditta come Victoria's Secret, il cui marchio da dieci anni non conosce crisi. Dalle ultime informazioni disponibili, pare oltretutto che lo spot dylaniano abbia avuto l'effetto immediato di aumentare le presenze (e il fatturato) nei negozi VS.
Tutto questo non aggiunge nulla all'arte di Dylan e alle ragioni per cui lo seguiamo, sia chiaro, ma fornisce un tassello in piu' al suo mosaico. Lo spot di VS (io ho visto solo versione di 32 secondi, non quella di 60) e' stereotipato (Venezia, le ali dell'angelo) ma non e' volgare, e Dylan vi piomba dentro senza per nulla addolcire la sua figura, con la stessa faccia da Doc Holliday in procinto di tirare fuori la mano del morto che aveva nella ripresa televisiva di "Things Have Changed" per la notte degli Oscar. Dylan vi ha giocato gli stessi temi di vecchiaia e di sconfitta che sono gli assi portanti di "Time Out of Mind". Non esattamente beato tra le donne, quanto piuttosto disperato (il cappello gettato a terra) di essere ormai troppo vecchio per i nuovi angeli che solcano la terra. Non e' esattamente il contenuto che ci si aspetta da uno spot che dovrebbe invitare alle gioie di eros e non alla sobrieta' di thanatos. Dylan e' riuscito a mettere un po' di morte (di "vera morte", quella delle folksongs, come diceva in un'intervista del '66, e tutta "Lovesick" e' costruita su un'interpretazione di un versetto del Cantico dei Cantici) nell'oliatissimo ingranaggio della pubblicita' televisiva. Che la sua sia un'infiltrazione degna di un carbonaro, e che contemporaneamente gli faccia vendere piu' dischi e aumenti il fatturato del fornitore, e' testimonianza di spregiudicatezza artistica, di istinto da giocatore d'azzardo (Doc Holliday, appunto), e anche di genio del marketing. Ripeto: se Dylan si riducesse ad essere solo un genio del marketing non ci interesserebbe piu', ma sapere che all'occorrenza e' capace di esserlo mi fa provare lo stesso divertito compiacimento di sapere, che ne so, che il grande, inarrivabile pianista bachiano Glenn Gould era anche un esperto giocatore di borsa. Perche' no?

A presto,

Alessandro Carrera


2514) ciao sono fausto, ho letto la lettera di Corrado riguardante la pubblicità della lingerie. e la sua decisione di non ascoltare piu Dylan, perchè sdegnato da ciò.
Personalmente credo che quello che il Bob Dylan sessantaduenne di oggi vuole fare è suonare e cantare per il suo pubblico, in giro per gli States e l'Europa, regalando grandi e meno grandi serate, pescando ogni tanto nel repertorio per regalarci Hazel, Jokerman, Romance in Durango, Blind W.Mc.T, etc.
E a me interessa andare a sentirlo e godermi un concerto come quello di Milano, e rimanere "amazed" da Desolation Row, To be alone with you, Spanish leather, dall'armonica su Cry A while, dal piano di Tambourine Man. Oppure Parigi, con Senor e Johanna, e Cold I. B, le mani tese verso il pubblico durante Honest with Me.
Ha una grande band, Freddy sa quello che fa, lui canta come mai l'ho sentito personalmente dal vivo (dal 2000).
Vada pure a venezia, basta che continui a sorprenderci sul palco.
Ciao
Fausto


2515) Caro Michele,
sono Giorgio da Verona. Non m'e' piaciuto tutto questo gran casino per uno spot pubblicitario e grandi critiche a Bob anche negli Stati Uniti. Bob e' un poeta musicista, nient'altro. E' chiaro che con la Sua fama e talento e' da 40 anni catturato dal business. Ne ha fatte di ben peggio e magari non si sa per colpa di chi e cosa e non sappiamo nemmeno se anche Lui, nella Sua carriera, e' dovuto scendere magari a patti con la mafia discografica ed altro. Non c'e' niente di male se gli piacciono i soldi. Sembra che per uno spot sia stato classificato come Mao Tze Tung o Che Guevara in Rolls Royce. L'ha sempre detto che Lui non c'entra con la politica. In fin dei conti ha fatto un video che pubblicizza biancheria intima e, mi pare non l'ho ancora visto, sia un po' anticonformista in faccia ai benpensanti puritani. Magari negli Stati Uniti non l'avrebbero fatto nemmeno filmare. Tutto questo casino per un po' di soldi guadagnati magari per obbligo di contratto con la casa discografica. Mica ha sostenuto l'intervento in Iraq pubblicamente. Mica e' mai stato iscritto al Partito Comunista Americano come Phil Ochs. In un'intervista aveva detto che in 5 minuti di films si guadagna quanto in anni di musica. Ricordo che nel 1984 a Verona al Suo primo concerto Italiano fece scalpore perche' volle solamente 10.000 Dollari a serata. Cerchiamo di valutare Bob Dylan per la musica e la poesia. Lasciamo stare Robert Zimmerman ricco ebreo americano che ha 6 figli che gli battono cassa, la ex moglie che gli chiede 20 miliardi per bugie e tradimenti. La peggior cosa la fece nel 1970 (credo) quando disse che gli interessavano solo i soldi e compro' azioni di fabbriche di armi ma poi cambio' ancora e girovago' l'America in Camper come un vagabondo e difese Rubin Carter. Se non tocca la Sua musica, non guardo cio' che fa che non mi piace. Ora guardiamo a Padova e Como nei prossimi mesi.
Ciao a Tutti
Giorgio


2516) Ciao Michele,
sono rimasto molto colpito dalla "lettera aperta" (a Bob Dylan) di Corrado "Elephant" pubblicata nell'ultima Talkin', e devo dire che, pur condividendone in parte i contenuti (certo può apparire a prima vista "inquietante" che la stessa persona che ha scritto, oltre quarant'anni fa, Blowin' in the wind, The times they are a-changin' e Like a rolling stone - giusto per citarne tre "epocali" - abbia prestato in tempi recenti il suo volto ad una réclame di biancheria intima femminile...), sono però sostanzialmente d'accordo con quanto dici tu, Michele, e con quanto scritto naturalmente da Alessandro Carrera. Bob Dylan è "fatto così"... non puoi tentare in alcun modo di "ingabbiarlo"... egli è davvero "inafferrabile" e imprevedibile. Lo è sempre stato sin dagli anni '60, quando con quelle sue conferenze-stampa a metà strada tra il serio e il faceto (più il secondo del primo...) si divertiva a prendersi gioco del povero giornalista di turno. Non ci si può far niente! Lo puoi prendere o lasciare... ma se lo prendi lo devi accettare così com'è... cioè anche con e per i suoi "colpi di testa". Insomma, io credo in buona sostanza che Bob Dylan debba essere lasciato "libero", sennò rischieremmo veramente di trasformarci tutti quanti in altrettanti "piccoli Weberman"...
Lo so, a qualcuno (più sensibile) può far male vedere "certi spettacoli"... ma non ci si può fare davvero nulla! Perché tutto ciò rientra in quel grande "circo" che è lo star system... e anche Bob Dylan fa parte a pieno titolo di questo "star system", ne ha sempre fatto parte, o almeno ha cominciato a farne parte quando verso il '64, dismessi i panni del timido ed introverso "musicista folk", si è trasformato a tutti gli effetti in una "rock star". Come prima di lui lo fu Elvis Presley, e come di lì a poco lo sarebbero stati i due gruppi più influenti che il rock ricordi, ossia i Beatles e i Rolling Stones.
Quindi, tornando allo spot pubblicitario, a me la cosa stupisce sino ad un certo punto. Non credo assolutamente che queste "frivolezze" di Bob Dylan possano in alcun modo intaccare un carisma consolidatosi nel tempo, e che - nonostante tutto - resiste ancor oggi come quello forse di pochi (per non dire pochissimi) altri. Penso, per esempio, a Patti Smith, ai Rolling Stones, a Neil Young, allo stesso Bowie, a Lou Reed...
Eppoi, a dirla tutta, "certe cose" che oggi avrei difficoltà ad accettare da altri artisti, ho minori difficoltà ad accettarle da Dylan, perché se guardo il suo passato, se rileggo la sua storia, non riesco a vedere alcuna contraddizione tra l'oggi e l'ieri. Dylan "esiste" ormai da quarant'anni, ha fatto le sue brave "rivoluzioni" (o meglio le sue "svolte"), ma sostanzialmente dentro di sé è rimasto lo stesso. Dentro di sé, cioè, non è affatto cambiato. Ha iniziato a metà degli anni '60 a indossare una certa "maschera", e da allora non se l'è più levata. Bob Dylan è egli stesso una maschera. Egli è "uno, nessuno, centomila", proprio come il personaggio di quel famoso libro di Pirandello. E' "inafferrabile", per utilizzare ancora una volta l'azzeccatissimo aggettivo con cui così bene l'ha descritto Alessandro Carrera. E quando pensi di averlo capito... lui è già altrove! Non penso davvero che riusciremo mai a capire a fondo il "mistero Dylan"... possiamo sforzarci, provare, teorizzare... ma alla fine riuscirà sempre a stupirci e a sfuggirci!
Ciao, e alla prossima!

Stefano "Red Lynx"

PS: approfitto dell'occasione per porgere a tutti gli amici e lettori di MF i più sinceri auguri di Buona Pasqua...and of course di Buona Pasquetta! Non appesantitevi troppo!!! Ciao...


2517) Caro Michele (posso prendermi queste confidenze?), probabilmente questa sarà la settimana di Mario "Yellow" Giallorenzo. Per quanto riguarda il concerto di Roma, sapevo benissimo che Bob cambia ogni volta il modo di cantare un pezzo. Ma non è questo ciò che mi ha lasciato un poco insoddisfatto, ma il fatto che forse in quella occasione ha esagerato un tantino. Per quanto riguarda il materiale non ufficiale, ho approfittato di quella grande iniziativa che sono i tree. Però io sono uno spirito irrequieto, che necessita di continue novità (un po' come Bob), e temo che non basteranno neanche quelli.
Ti mando anche due allegati. Uno è la risposta a Corrado "The Elephant" e al suo sfogo (bè, lui l'aveva previsto, no?).
L'altro riguarda "The times they are a-changin" canzone. Ho visto, nella rubrica dove sono dati i giudizi alle canzoni, che non è stata giudicata un capolavoro. Mi sembra assurdo. Ho cercato di spiegare come la penso io. Non è un vero saggio, poiché non possiedo una sufficiente padronanza linguistica per farne uno. Consideralo una presa di posizione.
Infine, per quanto riguarda l'accesa discussione sul trio Dylan-Battisti-De Andrè, ignoro com'è cominciata. Posso però dire che, anche se lui ha radici jazz, nel discorso meriterebbe di entrare anche Paolo Conte. Scrive dei testi stupendi, musicalmente non ha niente da invidiare a nessuno ed è l'unico - e sottolineo l'unico - in Italia che sappia veramente creare un'atmosfera con le sue canzoni. I live sono inimitabili.
A presto.
Mario

Ed ecco le due mail di Mario:


2518) Caro Corrado, non riesco proprio a capire perché te la prendi così tanto. Non mi sembra che Bob abbia ammazzato qualcuno, girando uno spot. O forse mi sbaglio, è possibile che abbia davvero ammazzato qualcosa, dopotutto: l’idea che tu avevi di lui. Forse ha davvero ammazzato il Bob Dylan che era in te. Ma, scusa se te lo dico, si trattava del Dylan sbagliato.
Smettiamola, una buona volta, di volerlo inquadrare, di volerlo etichettare (ricordi “All I really”?). Smettiamola di pretendere che lui sia come noi vogliamo che sia. Smettiamola di sentirci frodati o irritati se lui, giustamente, se ne frega di ciò che pensiamo di lui. La verità è semplice: ha scritto delle grandi canzoni. Se ci piacciono, bene. Altrimenti, cosa si pretende da lui? Non ha preso i voti! Del resto, chi non viene mai meno ai propri doveri? Chi è che non delude, almeno una volta, l’immagine che ne hanno gli altri?
Sia chiaro, non voglio accusarti, Corrado, né voglio giustificare Bob. Semplicemente invito te a considerare con più serenità la questione, e dico che quello dello spot è un falso problema. Come giustamente ha osservato Michele, è difficile credere che lo abbia fatto per soldi. E su questo, penso che tu sarai d’accordo, è il solo caso in cui uno può dirsi venduto, prostituito al sistema. Credo che, ancora una volta Michele docet, la sua passione per le arti scenografiche abbia prevalso. Ma se anche non fosse così, l’avrà fatto per provare un’esperienza nuova. Credo che ne abbia tutto il diritto. La pubblicità, come del resto tutta la realtà, si fonda sul compromesso. Niente è assoluto. Persino chi ottiene dei soldi per le proprie prestazioni non fa che attuare un compromesso, il più classico, quello del dare e dell’avere. E noi ne diamo un giudizio negativo soltanto perché ci hanno insegnato che fare determinate cose per denaro è squallido: ma, in senso stretto, nessuno si vende. Nel caso in questione, Bob ha usato la pubblicità nello stesso modo in cui la pubblicità si è servita di lui. Bene, in tutto questo chi ci rimette è la “povera vittima” degli spot, cioè noi. Ma questo che significa? Come si può rimediare? Se un personaggio pubblico come Bob dovesse restare sempre nei limiti che gli impone un’immagine che, bada bene, solo noi gli abbiamo costruito attorno, probabilmente non gli resterebbe che ritirarsi in qualche sua villa limitandosi a sfornare qualche album di tanto in tanto.
Credo innanzi tutto che bisognerebbe sfatare il mito del consumismo e della pubblicità quale arma di persuasione occulta. Il consumismo non ci viene imposto più di tanto: è anche uno sfruttare un nostro preciso vizio. C’è un sacco di gente che cambia un prodotto non per necessità ma per vanità, o per noia. E così via. Ma a pensarci, anche questa non è completamente una colpa: spesso anche questa è una necessità. Come diceva Baudelaire “Che sia Paradiso o Inferno, scendiamo alla ricerca di qualcosa di nuovo!”. Solo le persone stolide, bovine, non sentono la necessità di cambiare. Inoltre non dimenticare che se un prodotto si vende, c’è qualcuno che ci vive sopra. Qualcuno che guadagna abbastanza da potersi permettere quegli stessi prodotti. È un meccanismo contorto, vizioso, perverso. Ma sta a noi non caderne vittime. Sta a noi prendere il prodotto che ci è stato imposto occultamente e riabilitarlo sfruttandolo per rendere un po’ più degna la nostra esistenza. Quanto a chi genera quel meccanismo… siamo sicuri che esista davvero? Certo, ci sono i ricchi, quelli che mettono sul mercato un prodotto. Ma a loro va tutto il mio disprezzo, e questo mi basta. E comunque sei certo che anche loro non siano vittime di un sistema, costretti a recitare comunque una parte (che però, è ovvio, è molto più prodiga almeno di benefici materiali)? Ricorrerò ad un’altra frase famosa, estrema. Una volta Einstein disse “Siamo sicuri che Dio abbia avuto scelta nella costruzione del mondo”? E questo sfata un altro luogo comune, ossia che volere è potere.
Il punto è, caro Corrado, che facciamo tutti parte dello stesso sistema. Tu ne fai parte quando pretendi che un altro – Bob – si comporti secondo l’immagine che ti sei fatto di lui. E ugualmente, Bob fa parte di quello stesso sistema, che domina tutto, nel momento in cui ti impone le sue idee e tu non puoi tentare di fare altrettanto con lui se non in quella maniera misera propria del pubblico, ossia non comprandone i dischi e causandone la sfortuna. Non te ne accorgi? Non ti senti manipolato quando te la prendi perché il tuo idolo non rispetta l’immagine che tu ti sei fatto di lui senza conoscerlo direttamente, ma solo attraverso le idee che lui ha reso pubbliche? Idee nelle quali non sei nemmeno certo che lui creda veramente? Siamo tutti, nello stesso tempo, artefici e vittime del sistema. I pubblicitari, i militari, e altre categorie del genere, recitano soltanto una parte più squallida o cattiva. Tutto qui.
Perciò, caro Corrado, non prendertela più di tanto. Continua a dylaniarti, perché Bob è soltanto questo: un artista. Non è più virtuoso di te, non è più sapiente, non è più saggio, se non nella maniera in cui lo concedono i limiti umani. Le sue parole, allo stesso modo, vanno prese per ciò che sono: una cosa bella. Una cosa che al massimo ti può indicare l’ideale, e la via per raggiungerlo. E sono state dette da uno che senz’altro crede in esse, ma che alla fine, come tutti quanti noi, capisce ben presto che il mondo non lo può cambiare nessuno.
E infine, se ci pensi, Dylan non ha insegnato niente sull’amore, o la morte, o la guerra, o la tristezza, o la gioia. Queste sono cose vecchie, dette e ridette, e uno non può che limitarsi a tentare di dirle con parole più belle di quelle degli altri. Ciò che Bob ha insegnato l’ha fatto innanzi tutto con la sua vita: non costringere nessuno ad essere quello che vorresti tu.
Perciò, caro Corrado, non smettere la tua passione. Continua ad ascoltare Bob. Magari cominciando proprio da “All I really want to do”.

Mario “Yellow”


2519) Assegnare a “The times they are a-changin’” il giudizio di ottima canzone anziché quello di capolavoro mi sembra una vera enormità. È un giudizio che non comprendo e non condivido. Per me, al contrario, quella canzone è il capolavoro di Bob Dylan. E dico questo pur non essendo essa tra le mie preferite. Infatti, non l’ho inclusa nella mia top ten personale che ho inviato al sito. Ma necessariamente un giudizio critico deve esulare dal piacere personale, altrimenti non sarebbe affatto un giudizio critico.
Ripeto, per me “The times they are a-changin’” è il capolavoro di Bob Dylan. Non ritengo di avere i mezzi per scrivere un saggio critico, ma proverò a spiegare in questa sede le ragioni della mia affermazione.
Quando si prova a spiegare e giudicare Bob Dylan, e il suo successo, non si può fare a meno di focalizzarsi sui suoi primi anni. Quello è il periodo decisivo, fondamentale, imprescindibile. Il resto della sua carriera non è che una continua conferma delle sue capacità.
Alla maniera di “Blowin’ in the wind”, poniamoci la domanda che sintetizza il “mistero” Bob Dylan: com’è possibile che abbia avuto tanto successo uno con una voce così poco gradevole? Uno che, rompendo gli schemi in voga al suo tempo, scrive canzoni lunghe, quasi interminabili, spesso in accesa lite con la piacevolezza e l’orecchiabilità? Insomma, come fa a sfondare uno che scrive canzoni impegnate (come tanti altri, ad esempio i nostri cantautori) ma non concede nulla o quasi alla facilità d’ascolto (e qui l’esempio precedente si arresta)?
Una prima risposta è che, pur essendo innegabilmente faticose, le canzoni di Bob Dylan sono anche caratterizzate da stupende melodie, in modo che i due effetti contrari giungono a stabilizzarsi. Chi non riesce, diciamo, ad entrare in sintonia con lui, propenderà per una prevalenza del fattore noioso. Al contrario, chi riesce a “sintonizzarsi”, insomma chi ama Dylan, trova motivo di piacere in ogni sua canzone, o quasi. Personalmente, non sono più di dieci i brani che non mi piacciono (per i curiosi, in cima alla lista c’è “In search of little Sadie”).
Questa risposta, tuttavia, ci fa ricadere nell’ambito del fattore che ho precedentemente escluso: il piacere. Il gradimento di una canzone deve restar fuori da ogni giudizio critico o, almeno, non deve essere ritenuto decisivo. Altrimenti, per giudicare della bontà di una canzone ci basterebbe dare un’occhiata alle classifiche di vendita.
Il fatto è che la risposta alla domanda sul “mistero” Dylan è soltanto una: lui è stato il classico uomo giusto al posto giusto e nel momento giusto. Non ce n’è altre. Lui – più di Sinatra (anche se ovviamente per ragioni differenti) – è stato “la Voce”. La voce di una generazione e di un’epoca. Una voce tanto forte da sopravvivere per quaranta anni, addirittura ingigantendo. Perciò, si tratta anche di una voce universale, dell’umanità stessa. O meglio, di una parte rilevante dell’umanità: gli esclusi sono gli indifferenti e coloro che Dylan accusa. “Masters of war” e “God on our side” sono canzoni universali. Naturalmente, un fattore importante è la bravura, sia perché gli ha permesso di sollevarsi ben al di sopra degli altri che trattavano gli stessi temi, sia perché gli ha consentito di rimanere grande anche dopo aver imboccato strade nuove.
Personalmente, però, nutro questo dubbio: il suo successo sarebbe stato tanto grande se i suoi primi album fossero stati, poniamo, BLONDE ON BLONDE o HIGHWAY 61? Io credo che sarebbe diventato solo una delle tante star che hanno segnato il panorama musicale degli ultimi decenni, magari un altro Hendrix, o un altro Morrison. No, lui è unico perché è stato La Voce, perché è diventato un musicista cult. E se è diventato tale è perché ha scritto determinate canzoni, e non altre. E se è diventato ciò che è, è perché quelle canzoni le ha composte per prime. La gente, di Dylan non conosce “All along the Watchtower” bensì “Blowin in the wind”. Perchè la gente non pensa a lui come ad un grande cantautore, ma piuttosto come ad un profeta, un simbolo di un certo modo di essere e di pensare. E persino di agire. Anzi, sono i suoi stessi fans, cioè coloro che meglio lo conoscono e sanno della sua ritrosia ad essere inquadrato, che non cessano di vederlo in un certo modo, che spesso pretendono che lui sia fatto in quel certo modo e non l’accettano per quel che invece lui è.
Questo atteggiamento, questa visione di Dylan, sono diffuse, preponderanti,  che piaccia o meno a Dylan stesso. Lui ha preso le distanze dai primi anni sessanta, e tuttavia restano quelli gli anni che hanno fatto la sua fortuna e gli hanno consentito di diventare una leggenda. Nonostante una carriera quarantennale e diverse decine di album, il suo mito continua a poggiare su un paio d’anni e un paio di album, e una manciata di canzoni. E questo costituisce persino un’ingiustizia della vita: lui, che non ha mai voluto esserlo fino in fondo, è ritenuto un profeta, il campione, il simbolo di una società che cambia e vuole giustizia. Altri – vedi Joan Baez – che alla lotta sociale hanno dedicato una vita, e lo hanno fatto guidati da autentica convinzione, non hanno lo stesso ruolo preminente di Dylan, non sono diventati quei simboli che avrebbero meritato di essere. Non quanto Dylan.
Tornando al filone principale del mio discorso, gli album cui mi riferivo poc’anzi sono, ovviamente, THE FREEWHEELIN’ BOB DYLAN e THE TIMES THEY ARE A-CHANGIN’. Ritengo più bello il primo, ma migliore e più rappresentativo il secondo, e stessa cosa vale per le due canzoni portanti, ossia “Blowin’ in the wind” e “The times”. THE FREEWHEELIN’ è meno omogeneo, presenta alti e bassi, e inoltre non è tutto di Dylan. Al contrario, THE TIMES è perfettamente omogeneo, è interamente di Dylan, ed è senz’altro il suo album più completo. C’è tutto, in esso: l’amore e la morte, la solitudine, il rimpianto, l’accusa, la visione lucida, la protesta, l’ossessione, l’ingiustizia. C’è Dio e c’è l’uomo, e insomma c’è per intero la Vita. Sfido chiunque a trovare un album così completo e di un così alto livello.
Al suo interno si trovano brani eccezionali, alcuni dei quali incredibilmente sottovalutati. Per esempio “Hollis Brown” e “North country blues” (entrambi non sono stati giudicati capolavori…). Ascoltarli avendo ben presente il testo significa comprendere che sono perfetti: non si poteva cantarli meglio di così, con ritmo incalzante e ossessionante il primo, con tono vinto, malinconico e rassegnato il secondo.
 THE TIMES, dunque, è l’album più rappresentativo di Dylan, questo è fuor di dubbio. Ed è tale perché si identifica con lui più di ogni altro, perché rappresenta sia ciò in cui lui crede sia ciò che la stragrande maggioranza crede che lui sia, e che lui rappresenti.
Si potrebbe obiettare che non è sicuro che Dylan creda in quelle cose, avendo preso le distanze da quel periodo. Ma questo è stato fatto con l’ovvia intenzione di evitare quelle fastidiose e limitanti etichette che la società è così lesta ad apporre a chiunque, nella propria ansia di avere simboli, punti fermi cui aggrapparsi nel caos che è la vita odierna. Al più, si può dire che Dylan non crede unicamente in quei messaggi, e in quelle idee, e che dunque quelle canzoni sono soltanto una parte di lui: ma questo è talmente ovvio da risultare anche banale. Chiunque sia in possesso di una forte personalità ha dei profondi convincimenti che riguardano molteplici aspetti della vita e del mondo. Limitarsi ad un solo tema (come tanti hanno fatto nel campo delle arti) è indice di ossessione più che di personalità spiccata.
Decidere quale sia l’album più rappresentativo di Dylan è, tutto sommato, compito agevole. È più difficile decidere quale sia la canzone più importante. Perché, necessariamente, in quei due album ci sono diversi brani che potrebbero aspirare a tale titolo. Senza contare che un brano rilevante per l’aspetto che a noi interessa si può trovare anche in altri album, ad esempio “Mr. Tambourine man”.
Personalmente limito la scelta a quattro canzoni: “Blowin’ in the wind”, “Masters of war”, “A hard rain’s a-gonna fall” e “The times they are a-changin’”. Quest’ultima è senz’altro la più povera all’ascolto.
Escludo subito “Blowin”. Al di là della sua fama, o della sua bellezza, ho sempre ritenuto questa canzone molto banale. Lo stesso Dylan deve pensarla come me, dal momento che non l’ha mai molto amata.
“Masters of war” è la più bella. Ma il testo contiene l’ingenuità più grande che abbia mai riscontrato in Dylan. Mi riferisco al verso in cui dice che nemmeno Gesù perdonerebbe i mastri guerrai per quello che fanno. È davvero ingenuo pensare che quelli si preoccupino di ciò che Gesù, o Dio stesso, possa pensare di loro. Che avrebbe risposto Hitler se uno lo avesse ammonito in questo modo? Che avrebbero risposto i tanti leader russi o americani che hanno caratterizzato la vita politica e militare dell’ultimo mezzo secolo? Si sarebbero fatti una bella risata. Se tenessero in conto le parole dei Vangeli (questo lo fanno quando ne può risentire la campagna elettorale, è ovvio…) non sarebbero mai diventati signori della guerra. Se si vuole fustigare qualcuno, bisogna colpirlo nel suo punto debole. Ma il punto debole di questa gente non risiede nello spauracchio del giudizio divino. Che anzi, essi si servono di Dio (e Dylan lo sa bene, dal momento che “With God on our side” parla proprio di questo).
“Hard rain” è a sua volta un bel pezzo, con una bella melodia e un testo poetico. Però ha il difetto di essere un po’ monotona. Ma soprattutto, non regge il confronto con “The times”. Per far capire quel che intendo, mi servirò di un esempio calcistico.
Una volta un giornalista doveva parlare di Alfredo Di Stefano, il grande calciatore argentino di origine italiana. Disse che sono esistiti calciatori più veloci di lui (che pure era chiamato “La saeta rubia”), più tecnici di lui, più intelligenti di lui (calcisticamente, beninteso). E così via. Ma nessuno ha posseduto tutte queste qualità contemporaneamente in misura così rilevante. Di Stefano è stato eccezionale perché, su una base comunque di grande classe, era il più completo di tutti.
Ecco, per “The times they are a-changin’” vale lo stesso discorso. È la più completa. Rappresenta una sintesi perfetta, una fusione incredibile di tutto ciò che Dylan è, e di tutto ciò che agli occhi del mondo rappresenta. Testo, melodia, voce, interpretazione: tutto concorre a fare di questa canzone il capolavoro di Bob Dylan. Se ascolto “Hurricane”, che è la mia preferita, e che pure è impegnata e cantata con intensità, io penso: gran bel pezzo. Ascolto “The times they are a- changin’” e penso che quello è Dylan all’ennesima potenza. Semplicità, forza… è una canzone dirompente. Se Dylan è La Voce, se è il Profeta – ma si, continuiamo a dire pure che è questo – “The times” è il suo Discorso della Montagna.
Inoltre, cosa che non guasta, le sue parole si sono anche avverate.

Ciao Mario
c'è un fraintendimento di base da parte tua che inficia le premesse della tua mail.
Quei miei giudizi sono preceduti dalla seguente frase (ben evidenziata in prima pagina):

"Di ogni canzone viene elencato il titolo, l'autore, il luogo e la data della registrazione, il titolo dell'album o degli album sui quali la canzone è apparsa, le eventuali altre versioni registrate da Dylan della stessa canzone e, subito dopo il titolo, anche un giudizio sulla canzone stessa, giudizio mio personale, quindi puramente indicativo e opinabilissimo".

La tua mail dunque manca completamente il bersaglio proprio in questo senso, perchè il giudizio da me dato non è affatto - come tu scrivi - "un giudizio critico", bensì un giudizio basato esclusivamente sul mio gusto personale e non sull'importanza o sulla epocalità delle canzoni. Un giudizio da fan insomma (per la cronaca considero un capolavoro Rita May che mi piace molto più di Blowin' in the wind, quindi regolati di conseguenza...)

Personalmente non credo affatto che The times they are a-changin' sia, come dici, il capolavoro assoluto di Dylan, e se anche non vogliamo guardare solo i gusti personali basta leggere i fiumi di inchiostro scritti su Bob e sulle sue canzoni per rendersi conto che essa viene preceduta da molte altre canzoni, pur riconoscendole ovviamente l'enorme valore che indubbiamente ha.
Ritengo che The times they are a-changin' sia una grande canzone, sicuramente importantissima nel corpus della produzione dylaniana, estremamente significativa, anche se limitatamente al primo periodo, sicuramente un inno generazionale e tutto il resto, ma al di là dell'importanza che nessuno credo le neghi va detto che un brano come Like a rolling stone (lo utilizzo come esempio ma se ne potrebbero citare molti altri superiori a The Times..., da Mr. Tambourine Man a Desolation Row, da Visions of Johanna a A hard rain's a-gonna fall, da All along the watchtower a It's all right ma, e via di questo passo), Lars - dicevo - nel suo insieme di musica, di testo, di interpretazione, di esecuzione, per la sua carica rivoluzionaria ed il peso che ha avuto nella Storia della musica sta un gradino sopra The Times..., un gradino piccolo finchè si vuole ma indiscutibile. E' tutto qui... Secondo me un minimo di differenziazione va fatta altrimenti tutte le canzoni importanti di Dylan diventano capolavori e dare il giudizio a quel punto diventa inutile, ci si ritrova di fronte ad un centinaio di canzoni indicate tutte come "capolavori" e la cosa non ha molto senso. Fermo restando il discorso sul gusto personale di cui scrivevo in apertura.
Ciao
Michele "Napoleon in rags"
ps: il tuo saggio invece è inappuntabile e da me condiviso e se io dovessi scrivere un libro critico su The times they are a-changin' probabilmente direi più o meno le stesse cose, ma altra cosa è un giudizio basato sul piacere personale che un ascoltatore riceve da un brano piuttosto che da un altro (altrimenti non avrebbero alcun senso nemmeno le classifiche che riceviamo per la pagina della TOP TEN che hanno in vetta magari canzoni come Simple twist of fate o Knockin' e che non presentano The times... nella lista).


2520) Ciao Michele
Finalmente!!! Finalmente son riuscito a metter le mani - dopo un "inseguimento" durato anni - su "Pat Garrett & Billy the Kid"!!! L'ho ritirato proprio stamattina (lunedì scorso, ndr) dal mio edicolante di fiducia, presso il quale l'avevo ordinato (dalla "De Agostini") circa un mesetto fa.
Sono proprio curioso di vederlo!!! Eh già! Potrà sembrarti strano ma, nonostante sia da tanti anni un fan sfegatato di Bob, non sono sinora mai riuscito (anche a causa della sua non facile reperibilità) a vederlo. Adesso - seppur con qualche anno di ritardo - anch'io posso finalmente dire "ce l'ho"!!! Credo proprio che me lo sparerò con un gruppo di amici fidati questo fine settimana! Non vedo l'ora!!! Poi naturalmente ti farò sapere... Vorrei soltanto dire, prima di concludere, un GRAZIE a Michele "Scorpion", per quella sua segnalazione pre-natalizia che pubblicizzò a suo tempo l'uscita per la "De Agostini" del film in questione, senza la quale la cosa sarebbe passata probabilmente inosservata. Thanks again Michele! Poi appena posso ti contatterò per lo spettacolo di Checov...
Un abbraccio a tutti, e a presto!

Stefano "Red Lynx"

PS: se qualcuno fosse interessato, queste sono tutte le informazioni indispensabili per ordinare la VHS dalla De Agostini.
- "Pat Garrett & Billy the Kid", anno '73, regia di Sam Peckinpah, n.11 de "I Capolavori Del Cinema Western". Non allegato ad alcuna rivista.
- costo: 7,90 euro (se acquistato in edicola) oppure 12,90 euro (7,90 + 5,00 di contributo per le spese di spedizione ed imballaggio), da pagarsi in contrassegno, se acquistato privatamente.
- numero (verde) del "Servizio Clienti" > 199 -120120 (dal lunerdì al venerdì, dalle ore 9,00 alle ore 18,00); oppure in alternativa, numero fax > 199 -121121; oppure ancora, al seguente indirizzo e-mail > servizio.clienti@deagostini.it

Ciao Stefano
benissimo.
Fammi sapere il tuo giudizio sul film (a proposito fammi sapere se è la versione director's cut o se è quella originale... Ci si accorge della cosa se il film inizia con la sequenza della morte di Pat Garrett ucciso in un agguato, o meno. Nel primo caso è la director's cut nel secondo caso è la versione originale andata nei cinema).
Ciao
Michele "Napoleon in rags".


2521) Ciao, sono Matteo, ti scrivo perchè l'altro giorno scaricando canzoni di Bob, mi sono imbattuto in una registrazione di Dylan dal nome "East Orange Tape". Vorrei sapere qualkosa riguardo a questa registrazione e se possibile anche i titoli dei brani registrati, tra i quali mi è sembrato di riconoscere Remember you.
Grazie dell'aiuto
Matteo

Ciao Matteo,
L'East Orange Tape viene anche chiamato Gleason Tape dal nome dei Gleason la cui casa Dylan frequentava (la canzone che citi non si chiama Remember you ma Remember me). Il nastro risale al Febbraio/Marzo del 1961 e contiene i seguenti brani (tra parentesi gli autori):

San Francisco Bay Blues (Jesse Fuller)
Jesus Met The Woman At The Well (Traditional)
Gypsy Davey (Traditional/Woody Guthrie)
Pastures Of Plenty (Woody Guthrie)
Trail Of The Buffalo (Traditional/Woody Guthrie)
Jesse James (Traditional)
Car Car (Woody Guthrie)
Southern Cannonball (Jimmie Rodgers)
Bring Me Back My Blue-Eyed Boy (Traditional)
Remember Me (When the candlelights are gleaming) (Scott Wiseman)

L' East Orange Tape è stato registrato ad East Orange, nel New Jersey a casa di Bob e Sid Gleason. Venne registrato con un registratore amatoriale degli anni '50 e la qualità naturalmente ne risente.
E' reperibile sul bootleg dal titolo Dylan's Root(s) che è un 'must-have' se si è interessati alle primissime performance di Bob Dylan (si trova anche sul boot "Gleason Home Tape").
Ecco uno stralcio dalla rubrica di MF "Odds and Ends" dall'anno 1961.

(...) Inoltre Dylan incontra il suo idolo Woody Guthrie a casa di Sid e Bob Gleason nell'East Orange (New Jersey)

                  "Trovò l'autore che un tempo aveva detto di essere "destinato alla gloria" ormai
                  ridotto ad un guscio dolorante. Le mani di Guthrie tremavano, le spalle erano
                  scosse da movimenti incontrollabili, la voce debole usciva in suoni rauchi e
                  incomprensibili. Sedeva sul divano sostenuto dai cuscini, mentre Cisco Houston,
                  anch'egli minato da un male incurabile, cercava di dirgli che entrambi erano
                  arrivati vicino al termine del loro duro peregrinare. Jack Elliot si dava da fare per
                  evitare che la tristezza sopraffacesse tutti quanti. Dylan si teneva in disparte
                  spiando come sempre faceva l'attività del morire e del nascere".

                  Febbraio 1961 - Viene registrato un secondo (o terzo se si considera quello dubbio)
                  nastro con brani eseguiti da Bob. Lo registrano Sid e Bob Gleason a casa loro
                  mentre Bob sta cantando per la loro figlia Kathy.

Ciao
Michele "Napoleon in rags".



A proposito dello strumentale misterioso che apre i concerti di Dylan,  il cui titolo abbiamo "rivelato" qualche settimana fa ("Hoedown" dal "Rodeo" di Aaron Copland)...

2522) grazie mille
l'ho scaricata
e' lei!
a presto
roby

conosci qualcuno che scambia 2:1 grosse quantità di boots del nostro?
mi metteresti un annuncio da qualche parte?

Roberto

Ecco fatto.
Scrivete a Roberto al seguente indirizzo e-mail: scubru@tiscali.it


2523) Ciao Michele, rileggendo un vecchio numero di Linea d'Ombra (11- 1990) mi sono imbattuto in un'intervista di Paola Splendore con lo scrittore giapponese (di lingua inglese) Kazuo Ishiguro.
Ishiguro alla domanda circa la vocazione di scrittore risponde (riporto testualmente):
"Per anni avevo passato tutto il tempo libero scrivendo canzoni, fin da quando andavo a scuola, è stata la passione di tutta la mia vita.
Ma cominciavo a sentire che non mi bastava più.
Avevo bisogno di esprimermi in una forma diversa.
Non c'è stata una vera rottura, per me è stato un modo per continuare il lavoro iniziato e i primi racconti che ho scritto somigliavano molto alle canzoni.
Scrivere canzoni è stato il mio apprendistato e Bob Dylan una delle esperienze più formative, non tanto per i testi ma in un senso globale.
Parte del suo fascino era il fatto che spesso non capivo i testi, e questo mi faceva sentire più adulto; entrare in una sua canzone era come entrare in un mondo di segni misteriosi e sconosciuti, era qualcosa di simile all'esperienza del mondo per un adolescente, quando le cose che non si capiscono sono più di quanto si lasci intendere.
Dylan è un artista importante perchè è un grande musicista ed è così che va visto, alla confluenza tra folk, jazz e musica rock, non come fanno certi accademici che ne studiano i testi come si trattasse di un poeta. Se si prende la musica sul serio, come un'arte, che sia classica o jazz, questo può rappresentare un buon apprendistato per scrivere romanzi.
Quando scrivo seguo una sorta di istinto illogico, un istinto che segui sempre in musica quando devi decidere per questo o quell'arrangiamento, e immagini sia così anche per la pittura". (1990)

Alberto "Floorbird"

Colgo l'occasione e aggiungo la mia top ten degli album

01. Bringing it All Back Home
02. Highway 61 Revisited
03. Blonde on Blonde
04. Blood On The Tracks
05. Oh Mercy
06. Time Out Of Mind
07. John Wesley Harding
08. The Times They Are A-Changin'
09. Basement Tapes
10. Planet Waves

Ciao  Alberto
e grazie di tutto. Il mese prossimo credo che aggiornerò la classifica generale.
Ciao
Michele "Napoleon in rags"


2524) Ciao Michele,
ti faccio i miei migliori auguri di buona Pasqua!
A presto.
Francesco "Tiger"

P.S. Potresti poi tradurre We Just Disagree, Rise Again e la versione alternativa di Barbara Allen dai concerti del 1988?

Ciao Francesco
auguri anche a te e naturalmente pubblicherò al più presto quelle traduzioni... Qualcuno ha i testi in inglese? Nel caso me li può spedire?... Grazie!
Ciao
Michele "Napoleon in rags"


2525) Ciao Michele,

Puoi informare i maggiesfarmiani che da oggi possono scaricare interamente i cd dei The Beards e Flying Dogs in formato mp3 in alta qualità con le copertine stampabili?

Vi aspetto finalmente qui nella mia terra, il concerto di Bob è a 5 Km da casa mia!!

Grazie , un caro saluto
a presto

Emanuele "Louse"

Ciao Emanuele
ecco fatto.
Andate a scaricarvi gli album sul sito di Emanuele: http://www.thebeards.it
Uno è il tributo a Dylan l'altro a The Band.
Ciao
Michele "Napoleon in rags"


2526) Ciao ragazzi della Fattoria!! Tanti carissimi auguri di una serena Pasqua a tutti voi!!!
Se non lo sapevate sono iniziate le prevendite dei concerti italiani di Bob su www.ticketone.it
Delfino

Ciao Diego
sì avevo messo l'annuncio qualche giorno fa ma naturalmente repetita iuvant...
Ciao
Michele "Napoleon in rags"


2527) Grazie a Sal per gli articoli qui sotto trovati in giro per il Web. Soprattutto sul primo ci sarebbero molti punti su cui discutere. Magari lo faremo la prossima puntata... Se qualcuno vuole contribuire...

Dispiace, ma il mito è muto
di Walter Gatti

I sessant'anni di Bob Dylan. È stato un grande: però la sua poetica è troppo legata a una precisa epoca. A differenza dei Beatles che hanno attraversato mode e stagioni

Mr. Tambourine man ha sessant'anni. Campane a festa nel mondo della musica e della cultura lo scorso 24 maggio, quando Bob Dylan, «Il cantautore», l'uomo che ha trasformato la musica pop in arte, in poesia, in protesta, in romanzo sociale ha soffiato sulle candeline. L'uomo da cui tutti i cantautori d'ogni
latitudine sono sorti, da Springsteen a De Gregori, da Lucio Battisti a Paul Simon, l'autore da cui pure John Lennon ha attinto. L'uomo che nel '62, in piena crisi Usa-Urss , si prese la briga di scrivere una canzone - Hard rain's a-gonna fall - sulla morte da guerra nucleare (quando l'unica morte che la gente era avvezza ascoltare in musica era quella da cuore infranto per amore); l'uomo che nel '69 mandò a quel paese gli organizzatori del più grande happening giovanile della rock generation, il festival di Woodstock,
adducendo la sua voglia di tranquillità; l'uomo che si proclamò cristiano e contemporaneamente ebreo, ma anche palestinese. Sessant'anni, 29 dischi (evitando di conteggiarne un'altra ventina tra antologie, dischi live e collection di scarti più o meno pregevoli), una serie quasi infinita di «nomination» al premio Nobel per la letteratura e di lauree ad honorem. E poi canzoni, da Blowin' in the wind a Like a rolling stone, da Forever Young ad All along the watchtower, colonne sonore dei vortici dell'epoca contemporanea, songs indecise tra melodia pura e la necessità di scoccare la scintilla della coscienza. Insomma un genetliaco che conta.
Peccato che sia un compleanno sentito più che altro dagli over 40, perché sotto quell'età (purtroppo? per fortuna?) Bob è quasi uno sconosciuto.
Beninteso: chi ha una certa affinità con la cultura musicale pre Spice girls e Gigi d'Alessio conosce di certo Mr Tambourine e Hurricane, Blowin' in the wind e Like a rolling stone, eppure - la considerazione è d'obbligo - lui, mister Robert Zimmerman da Duluth, Minnesota, non ha attecchito nella generazione di chi ama gli Alex Britti e le Britney Spears, o di chi s'appassiona per Radiohead, Offsprings e U2. La sua latitanza nella cultura diffusa salta agli occhi quando si raffronta la passione verso Dylan e i suoi dischi con quella per l'altro nome immortale della musica pop, quello dei Beatles, noti urbi et orbi, senza differenza di generazione, senza soluzione di continuità popolare (come dimostra la recente calata di Paul McCartney a firmar dischi a Milano, con contorno di centinaia di fans under 20 sovreccitati). Attenzione: stiamo parlando dei due pezzi da Novanta del pop, dei due nomi che più hanno influito (in assoluto) sulla musica rock. Ma perché una canzone come Imagine continua a passare su tutte le radio del mondo, mentre la più melodica delle sue canzoni simbolo, Knockin' on heaven's door, rimane negli archivi? Come mai i Beatles sono più noti, più amati e famosi?
Certo ci sono motivi di freddo marketing. In pratica la differenza tra «industria dylaniana» e «industria beatlesiana»è abissale: laddove Dylan sfugge intenzionalmente a ogni programmazione a tal punto che persino sul palco i suoi musicisti ignorano quale canzone «Il mito» voglia suonare il minuto successivo - gli strateghi di McCartney e soci programmano ogni minima virgola del percorso commerciale. E inoltre non si può dimenticare quanto pesi la fortuna che bacia chi si ritira presto (per non parlare - ma è un
discorso di macabro branding - di chi scompare fisicamente...) e non vive l'onta della vecchiaia, della mancanza di creatività, dell'appannamento delle idee. Certo i Beatles si sono sciolti e gli anni successivi alla loro divisione (fino a oggi) sono stati colmi di rimpianti; questo porta alla beatificazione di ogni prodotto dato in pasto al mercato come chicca o rarità, come ad esempio la Beatles anthology, il recente One, la canzone realizzata con il Lennon clonato, vale a dire Free as a bird. Per Dylan è l'esatto contrario: Bob ha continuato a produrre dischi spesso al di sotto delle attese, continuando a esibirsi in tournèe a volte deludenti, in cui - salvo eccezioni - il pubblico era formato da quarantenni. E mentre autori coetanei - su tutti Van Morrison, ma anche Neil Young, Leonard Cohen, James Taylor - riuscivano comunque a farsi ascoltare dagli under 20, lui restava lontano, sfocato, quasi in ritiro sull'Horeb.
Ma tutto questo non spiega forse l'incidenza sul costume. Come mai su questo piano Dylan arranca nella sfida con i Beatles? C'è una spiegazione: di sicuro Bob e i quattro di Liverpool cercavano cose diverse e hanno lasciato tracce diverse. I Beatles cercavano la perfezione della canzone. Per i quattro musicisti britannici partiti dal più elementare dei beat e approdati (con l'aiuto di un certo signor George Martin, musicista sopraffino e intenditore di jazz e classica) a un certo punto (dopo il concerto di San Francisco del 29 agosto 1966, all'interno del Candlestick park) divenne obbligatoria la scelta di ritirarsi dalla vita on the road, dal contatto con il palco e con il pubblico, per dedicarsi esclusivamente a loro stessi e alla loro... idea di canzone. Non ne volevano più sapere di pubblico urlante, di fans che svenivano ai loro piedi. Di colpo John e Paul e Ringo e George erano diventati grandi e avevano deciso di mollare la vita da star per dedicarsi ad altro. Ad esempio per dedicarsi a far dischi: erano degli affamati di cose nuove, avevano mille musiche nelle orecchie e - con anticipo di qualche decennio - la voglia di realizzare il primo melting pot artistico della storia musicale. E il primo disco licenziato dopo quella decisione fu Sgt pepper's lonely hearts club band, vale a dire l'album considerato il capolavoro assoluto della pop music. Nella loro forma più elementare - come in Yesterday o in Imagine - o nella loro forma più complessa - come in A day
in the life o in Lucy in the sky with diamonds - i Beatles hanno lasciato a tutti «la canzone»: qui sta la loro capacità di durare. Dylan aveva altre idee per la testa: era più interessato alla forma poetica, all'espressione
di parole e concetti nelle forme care al folk e al blues, non aveva ne l'intenzione, né le qualità, né una guida (come Martin lo fu per i Beatles), per partire alla conquista di mille nuovi linguaggi musicali. Inizialmente Bob era il simbolo della rivolta giovane, poi - quando ha intuito che la cultura radical americana lo voleva sentir cantare a oltranza Master of war et similia e mal digeriva i suoi trasformismi culturali, sonori, religiosi e umani - ha rifiutato tutto ciò che lui stesso aveva rappresentato. Cercava di comunicare miliardi di parole che gli frullavano per la testa (testi lunghissimi in canzoni magnifiche, ma a volte noiose....), aveva necessità vitale di esprimere, ma anche la necessità bruciante di non essere «usato» dalle mode e dai media. Così se la prima fase della sua carriera (quella di Freewheelin' fino a Highway 61 revisited) era stata segnata dalle canzoni sociali e la seconda coincideva con la sparizione dalle scene, negli ultimi anni, in cui è emersa una certa incapacità di confermarsi ad alti livelli di produzione, Dylan ha convissuto con la ricerca di una identità non replicabile, di un «essere imprevedibilmente Dylan» che lo ha portato a vivere «senza il suo pubblico», a esibirsi senza la necessità di farsi comprendere, come fosse suo obbligo giocare con il pubblico come il gatto con il topo. Ne è emerso con una paranoia strutturale espressa nella necessità di vivere sempre in lunghe, estenuanti tournèe (una delle più lunghe, il Never ending tour, è praticamente durata tre anni, a cavallo tra il 1988 e il 1990, testimoniata da un appassionante libro di Paolo Vites, giornalista milanese, uno dei più colti e documentati biografi mondiali del musicista di Duluth), quasi una edizione riveduta e corretta del personaggio del dottor Dick Diver, creatura sconvolta dell'indimenticabile Tenera è la notte di Scott Fitzgerald.
I Beatles cercavano la canzone perfetta, Dylan no. E infatti sono sempre più rari gli autori importanti che scelgono Dylan come riferimento e anche album meravigliosi (Infidels e Oh Mercy) usciti negli ultimi 20 anni non sono riusciti a ridargli credibilità. Così se è vero che proprio John Lennon indicava in Dylan, Elvis Presley e Little Richards le persone che più l'avevano influenzato, è anche vero che tutti i più influenti musicisti delle ultime generazioni prendono i Beatles a modello, merito anche della loro capacità sincretica di miscelare, di amalgamare, di sintetizzare stili, ritmiche, sonorità. «Il mio sogno è riuscire a scrivere piccoli capolavori pop di tre minuti, come li scrivevano McCartney e Lennon» ebbe a dire Kurt
Cobain, leader dei Nirvana scomparso suicida. E così come lui si sono espressi Tom Yorke dei Radiohead, Billy Corgan degli Smashing pumpkins e pure Jeff Buckley, il songwriter americano che lo stesso Dylan aveva definito come «la più grossa sorpresa della musica americana degli anni Novanta». Se poi mettiamo nella partita l'altra grande scuola rock, quella dei Rolling Stones, maestra di tutti gli outsider da Vasco Rossi ai Guns'n'roses, vediamo che la canzone d'autore dylaniana, la rockballad d'impianto dylaniano (così come interpretata da Springsteen o - per venire all'Italia - da De Gregori), è in ribasso.
Insomma, sarà colpa sua, della sua selvatica incostanza e della sua radicale svogliatezza, o forse anche eredità dei tempi cambiati fin troppo (tirando le estreme conseguenze della sua Times they are a-changing) eppure Dylan oggi è meno vivo - nel gusto, nei discorsi, nella popolarità - di tanti altri, dei Beatles, ma anche di Celentano, degli Stones di Jagger e Richards, oppure dei Pink Floyd. Il Dylan dei nostri anni è un musicista che vive per i suoi show, un tossico cronico, un alcolizzato in pericolo e un ammalato di sesso «mordi e fuggi». Ma in fin dei conti tutto questo non gli sembra pesare più di tanto, visto che la sua necessità di incidere, di essere un riferimento è pressoché scomparsa. «Non so cosa la gente pensi di me, so solo cosa dicono le case discografiche, i manager e la gente come loro», ebbe a dire nel 1989 Dylan in un'intervista al Telegraph. In fin dei conti Bob Dylan non ha avuto (per lo meno dopo la sbornia dei primi anni) alcun interesse a «rimanere» nei gusti della gente, visto il modo di rendersi trasparente e inafferrabile che ha deciso di interpretare. La sua è fobia del successo: si potrebbe fare un parallelismo con il Lucio Battisti degli ultimi anni, quello della collaborazione anti-canzonettistica con il poeta-paroliere Panella. Per questo non ha mai rincorso i gusti, le immagini, le presenze (non ha voluto neppure essere fisicamente presente alla cerimonia di consegna dell'Oscar per la miglior canzone, che gli hanno assegnato lo scorso febbraio a Hollywood). E forse proprio per questo perde la battaglia della popolarità con i Beatles, i suoi amicinemici degli anni Sessanta. «Non amo essere popolare, preferisco essere me stesso», ebbe a dire nel '91, alla festa per i suoi 30 anni di attività. A costo di essere dimenticato...
Walter Gatti


Racconta l'uomo e la sua vita. Non importa stabilire se è arte.
Quello che interessa è il modo in cui comunica
Ecco perché quella musica ci ha dato dei capolavori
di RICCARDO MUTI

Cinquant'anni di rock: è passato mezzo secolo da quello spartiacque che furono gli anni Cinquanta, gli anni del "dopo". Dopo il conflitto mondiale, la bomba atomica, Auschwitz. Una colonna sonora della volontà di andare avanti, dimenticare, chiudere un capitolo per guardare il futuro con ottimismo. "Sono solo canzonette", recita il verso di una canzone. Eppure aiutano a vivere, benché in modo diverso dalla "grande musica". Anche il rock racconta l'uomo e la sua vita, troppo spesso così difficile. Ed è riuscito a parlare a un numero di persone, giovani soprattutto, molto maggiore rispetto a quanto ha fatto certa musica "colta" degli ultimi decenni, arroccatasi su posizioni fin troppo élitarie.

Non voglio entrare nel merito di questioni di "valore": stabilire, cioè, se queste musiche siano o meno "arte". Quel che m'interessa è il modo in cui sanno comunicare, modificare i comportamenti o anche incarnarli, esserne testimoni. E a questo proposito credo che il suono distorto della chitarra elettrica di Jimi Hendrix possa risultare tanto più contemporaneo di molta musica scritta dai compositori "classici" odierni.

Vi sono state, certo, alcune "vette" nella storia del rock, che hanno rappresentato anche momenti di contatto col mondo della musica classica. Pierre Boulez, per esempio, ha diretto musica di Frank Zappa; dunque, anche dal mio punto di vista, inevitabilmente "viziato" dal mio tipo di studi, c'è un rock pieno di "sostanza" musicale. Penso anche ai Beatles, autori di piccoli capolavori di quella che viene definita la "piccola forma", il song (peccato che in italiano la parola "canzone" non renda l'idea), con raffinatezze armoniche e di strumentazione di tutto rispetto. E compositori come Berio, l'olandese Andriessen o il giapponese Takemizu hanno voluto riscriverle, farle proprie.

Anche Schubert attinse a piene mani, e consapevolmente, al patrimonio popolare, trasfigurandolo, certo, ma mantenendone intatta la freschezza: quella leggerezza che non ha niente a che vedere con la mediocrità o la superficialità. Lo stesso vale, seppure in forme diverse (dovute ai suoi particolari studi etnomusicologici), per un compositore come Bartók. Da tempo, però, è venuto meno quel flusso ininterrotto che ha caratterizzato lungo vari secoli il rapporto tra musica popolare e classica. E credo che vi sia stata più attenzione, da parte di alcuni musicisti rock, nei confronti della classica, che non viceversa. Un esempio, a questo proposito, è l'omaggio di un gruppo rock come gli "Who" a Terry Riley, uno dei padri del "minimalismo".

Ma il rock è anche parola, testo, lingua. E pure su questo versante mi pare che riesca a comunicare, e a farsi interprete del proprio tempo, più di certa musica "classica" scritta nei nostri anni, chiusa in un suo mondo aulico, che guarda con estraneità alle miserie del mondo. Oggi che la parola "guerra" risuona purtroppo tanto spesso, canzoni come Blowin' in the wind o Masters of war di Bob Dylan, o Imagine di John Lennon, possono raccontare a chi verrà qualcosa sul mondo odierno, nel bene e nel male, proprio come sapeva fare (e fa ancora) l'opera verdiana, o la musica di Beethoven, capace di incarnare tanto profondamente il suo tempo e di esserne impregnata.

I piani, certo, non sono confrontabili. Ma penso che la più intensa colonna sonora degli ultimi decenni sia stata proprio il rock, assieme al jazz e al blues. Non a caso, visto che questa musica "altra" è spesso l'unica voce di chi non riesce a farsi sentire: il rock, si sa, nasce soprattutto dal blues, la musica dei neri americani, che è anche alla radice del jazz, musica che parla di sangue, sudore e lacrime. E al blues ha attinto anche un compositore come Gershwin, che ha saputo cimentarsi sia con la "grande" che con la "piccola" forma, oscillando senza soluzione di continuità tra ambito popolare e accademicoclassico. Insomma anche il rock, quando non è troppo asservito a logiche mercantili, può farsi portatore di "verità" e "bellezza".

E abbiamo comunque bisogno sia della "grande musica" quella che Bach, Mozart, Beethoven, Stravinskij, Berg e altri grandi scrissero per noi sia di musiche come il rock, che accompagnano e rendono più tollerabile la nostra vita.

Non m'interessa invece il fenomeno del cosiddetto crossover: le "contaminazioni", spesso artificiose e forzate, tra "classica" e rock. Però in passato le versioni rock di capolavori classici la rilettura di Emerson, Lake and Palmer dei Quadri di un'esposizione di Musorgskij, o il Bach e il Beethoven suonati al sintetizzatore da Walter Carlos (memorabile la colonna sonora di Arancia Meccanica di Kubrick) contribuirono a far conoscere a milioni di giovani i grandi compositori, e dunque a divulgarli, magari con scorciatoie kitsch. Del resto uno dei primi hit della storia del rock è stato Roll over Beethoven, di Jerry Lee Lewis: forse l'intento era dissacratorio, nel segno di quella corrente di odioamore che ha sempre contraddistinto la relazione tra "classica" e rock, metafora del rapporto padrifigli, con l'autorità (e la saggezza) da una parte, e la contestazione e la rivolta (ma anche la creatività) dall'altra. Ma nelle nostre discoteche a casa, oppure in quell'isola deserta in cui dovremmo portarci solo pochi libri e cd, c'è posto sia per Beethoven che Jerry Lee Lewis. Nell'ordine, certo...

(testo raccolto da Leonetta Bentivoglio)

(7 aprile 2004)



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